Bologna, Gallipoli, Parma e non solo. Carceri fuorilegge
di Vito Totire (*)
Richiamerò il carcere (in Emilia) di un mio paziente per vedere se me lo passano al telefono. Anche perché al momento non dispongo di un drone per mandargli un telefonino …
Non esiste a Bologna luogo più morbigeno e più criminogeno del carcere cosiddetto della Dozza: ha prodotto disagio e morte fin dal primo anno della sua apertura. Lo abbiamo ripetuto sistematicamente ogni 6 mesi commentando il rapporto della Ausl: va chiuso perché non risponde ai requisiti e agli standards in base ai quali gli organi ispettivi riconoscono l’agibilità igienico-sanitaria di una struttura di accoglienza.
E ancora: qualche giorno fa a Gallipoli le nostre reiterate istanze sono state sempre ignorate dalle istituzioni e dal ceto politico confermando che le persone recluse sono cittadini di serie B per i quali non valgono i diritti garantiti dalla Costituzione repubblicana.
INFATTI QUALUNQUE ALTRA STRUTTURA RICETTIVA IN QUELLE CONDIZIONI SAREBBE STATA CHIUSA ANCHE SOLO PER L’ASSENZA DEI REQUISITI IGIENISTICO-SANITARI MINIMI.
LE CONDIZIONI, ANCHE MICROCLIMATICHE, IN CUI LE PERSONE SONO RECLUSE RAPPRESENTANO UN ABUSO DI MEZZI DI CORREZIONE CHE SCONFINA NELLA TORTURA … PRETERINTENZIONALE MA CON AMPIA PREVISIONE (vale a dire è difficile che “il carcere” non potesse prevedere una estate torrida).
Il 19 luglio abbiamo chiesto alla Ausl Bologna copia del rapporto relativo al primo semestre del 2026 e, in particolare, abbiamo suggerito che le visite non siano effettuate, come è accaduto l’anno scorso, nei mesi di novembre e dicembre che sono i mesi nei quali il caldo si sente meno.
Le visite delle Ausl devono essere almeno semestrali (molte Ausl NON RISPONDONO alla richiesta di copia del rapporto, in primis la AUSL ROMAGNA ma anche Bari e Cagliari) però possono essere anche molto più frequenti. Invece di dare impulso ad una chiara e lineare dinamica ispettiva finalizzata al rispetto delle norme igieniche e gestita con i criteri “normali” di verifica, disposizione, prescrizione purtroppo le Ausl si limitano a dare consigli e sollecitazioni senza emanare provvedimenti vincolanti.
Le Ausl non indagano mai sulle condizioni di lavoro del personale civile e di custodia ma questo è “merito” anche di certi sindacati corporativi e masochisti: non hanno capito che i lavoratori penitenziari devono svincolarsi dalla attività dell’organo di vigilanza cosiddetto VISAG che dipende dal ministero di Grazia e giustizia e quindi non ha autonomia decisionale per intervenire sulla sicurezza dei lavoratori, sui carichi di lavoro e sul distress causato da un’organizzazione costrittiva ai massimi livelli umanamente immaginabili.
Cosa induce a livello comportamentale una situazione morbigena e criminogena come quella della Dozza (e di quasi tutte le altre 98 carceri italiane)?
Gli studi e le osservazioni sull’aggressività sono molti, attendibili, sostanzialmente univoci nelle loro conclusioni:
• Il caldo estremo può indurre condotte aggressive: il carcere di Bologna sarebbe da chiudere anche solo per questo fattore di rischio che non è stato bonificato per responsabilità della amministrazione penitenziaria; se , come emerso dalla ultima visita di osservatori esterni, il termometro ha raggiunto i 40 ggradi gli stessi ventilatori sono un palliativo inutile se non controproducente; studi recenti confermano che gli esseri umani superati i 26 gradi possono cominciare ad avere una riduzione delle loro capacità cognitive; la situazione microclimatica della Dozza dunque non può essere trascurata come oggi avviene con la speranza messianica che fra 50 anni tutte le celle dispongano delle prese elettriche a cui attaccare i ventilatori che attualmente (per chi ha i soldi per comprarli) sono alimentati a pile ! Superati i 32-35 gradi di temperatura i ventilatori non servono a niente e anzi peggiorano la situazione; BISOGNA DEMOLIRE QUESTO CARCERE CHE OGGI è UNA MONTAGNA DI CEMENTO E, CASO MAI , REALIZZARE UNA STRUTTURA CHE RISPONDA A CRITERI DI BIOEDILIZIA GESTITA CON ENERGIE RINNOVABILI; significativamente poi le prese elettriche necessarie per mitigare l’effetto del caldo non ci sono nella sezione cosiddetta ATSM nella quale sono ristrette le persone ritenute portatrici di problematiche psichiatriche; in definitiva il caldo, implementando la produzione di cortisolo, induce negli esseri umani tendenze aggressive e ipersensibilità nei confronti di stimoli fastidiosi
• Anche la carenza di sonno (pure questa correlata al caldo e ad altri fattori) aumenta il nervosismo, il disagio e l’aggressività; la carenza di sonno come fattore di distress e come elemento facilitante aggressività è stata acclarata da inequivocabili studi epidemiologici ed è un fattore denunciato a suo tempo già da detenuti come Pertini e Gramsci in quanto correlata a pratiche custodialistiche ossessive nel carcere di Turi in cui erano reclusi molti antifascisti
• Il sovraffollamento: ampi studi di prossemica, di psicologia e di sociologia indicano in maniera univoca che implementa aggressività; l’ultimo rapporto dell’Ausl Bologna parla di sovraffollamento del 170% invece gli ultimi visitatori parlano del 200%; sarebbe motivo sufficiente per chiudere il carcere di Bologna ma né il sindaco (inconsapevole del proprio ruolo di autorità sanitaria locale) né la Procura di Bologna (a differenza di quella toscana che è intervenuta sul carcere di Sollicciano) battono ciglio
La questione della lametta usata per la aggressione denunciata: se il clima relazionale è corretto, le lamette concesse per la barba dopo essere state usate vengono restituite anche per il corretto smaltimento dei rifiuti; tutto deve essere inserito in un contesto di valutazione del rischio e miglioramento delle condizioni relazionali di rispetto e fiducia reciproca
• I pazienti psichiatrici: prendiamo atto del regime differenziato a loro danno: niente prese per la corrente elettrica, niente bombolette di gas; la nostra proposta è semplice: chi ha problematiche psichiatriche deve uscire dal carcere ed essere accolto in una struttura capace di programmare e gestire un piano terapeutico-riabilitativo finalizzato al reinserimento sociale; oggi anche l’ex-detenuto, uscito dal carcere con marchio psichiatrico non riesce a concretizzare il suo diritto al collocamento lavorativo (legge 68/1999) anche perché questa legge discrimina in ogni caso l’ex detenuto e ogni persona con diagnosi psichiatrica che non può far affidamento sul collocamento cosiddetto numerico ma su quello nominativo; si tratta, a nostro avviso, di una discriminazione anticostituzionale ma i tanti illustri giuristi che siedono in Parlamento non se ne sono accorti
• proposta pratica per Bologna: venga garantita la disponibilità dell’ex-REMS di via Terracini per accogliere, quantomeno, i pazienti attualmente ospiti nelle ATSM della regione; assieme a questi pazienti devono essere scarcerati e accolti in strutture analoghe tutti quei detenuti che, pur non collocati oggi in ATSM, hanno tra le loro problematiche di salute anche quella psichiatrica in maniera rilevante; la recente iniziativa del ministro Nordio si colloca a nostro avviso a metà fra la bolla di sapone e la propaganda; come è impostata non farà “uscire dal carcere” quasi nessuno e comunque non tiene conto che se il carcere non è luogo idoneo per le persone con problematiche di tossicodipendenza non lo è neppure per le persone con problemi psichiatrici (qui non parliamo delle “depressioni reattive lievi” che sono, nelle condizioni carcerarie attuali, la norma); ovviamente in quanto a luogo fisico in cui realizzare questo progetto – non essendo possibile interferire rozzamente sull’attuale destinazione d’uso della ex REMS – si può ipotizzare l’occupazione dell’ex ospedale militare di via della Abbadia, salvo diverso progetto di struttura ex novo in ambiente extraurbano più favorevole dal punto di vista paesaggistico ed ambientale; avevamo ipotizzato, qualche anno fa, che la sede di via della Abbadia potesse ospitare un ICAM per cancellare la vergogna delle mamme con bambini piccoli che restano in carcere…ma il “palazzo” non ha risposto
• La questione spettacolare dei droni; “droga” e telefonini; c’è un problema di offerta ma anche di domanda; vi sono condizioni molto gravi di disagio e di costrittività; sulla cosiddetta “droga” facciamo una provocazione: cosa succederebbe se un drone recapitasse psicofarmaci neurolettici, antidepressivi e sonniferi? fuori di metafora: il carcere vuole insistere sulla diversità fra droghe legali e illegali ? se qualcuno inviasse un drone con “droga” nel mio giardino io non saprei cosa farmene; allora occorre che l’istituzione carceraria si interroghi sul significato della “domanda” che affonda le sue radici nel sentimento di abbandono (helplessness), depressione e disperazione peculiari della condizione di gran parte dei detenuti; sentimento a cui bisogna dare risposta “gareggiando” con la domanda di «paradisi artificiali» in una condizione in cui, a partire dalle temperature, siamo molto vicini all’infermo dantesco;
• Sui telefonini: se un drone recapitasse telefonini nel mio giardino, anche in questo caso, non saprei cosa farmene: la domanda di telefonini è accresciuta in maniera parossistica dal proibizionismo carcerario che crea ostacoli irragionevoli alla comunicazione fra interno ed esterno; in alcuni Paesi europei è garantito il telefono fisso in cella, in Italia no; ho cercato di contattare venerdì scorso un mio paziente “carcerato”: non è stato possibile; neanche “l’ufficio” ha saputo darmi conferma della consegna della “domandina” per la visita medica (nel senso che in ufficio non c’era nessuno); un cappellano del carcere di Sollicciano qualche anno fa ipotizzò (e aveva ragione) che rendere possibili i contatti telefonici abbasserebbe gli eventi suicidari e autolesionisti: niente da fare, «troppo difficile»; in un carcere dell’Emilia-Romagna ho ottenuto contatti da remoto con un mio paziente (scomodi come orario, con scarso preavviso, limitati come numero); un altro carcere della Lombardia dice che questi contatti non sono possibili; in tempi in cui ha attecchito diffusamente la telemedicina la cosa è inaccettabile; per non parlare della Ausl penitenziaria di Parma che al medico volontario in carcere chiede di pagare 35 euro all’ora o frazione di ora più IVA più altre spese burocratiche; le carceri italiane non hanno neanche regole comuni ma caso per caso; va precisato senza intenti polemici che la Regione E-R nulla ha obiettato alla «tassa sul buon samaritano» inventata dalla Ausl di Parma, forse indipendente per retaggio del ducato dei tempi di Maria Luigia?
In sostanza: è l’impedimento sistematico dei contatti che crea o quantomeno accresce il mercato dei telefonini veicolati da droni come accade sempre in tutti i contesti di tipo proibizionistico, compreso il mito dei “trafficanti di esseri umani” che si dissolverebbe se il migrante potesse prendere un traghetto al costo di poche decine di euro ma è un ragionamento troppo difficile per il governo in carica (e anche per altri del passato). Tutto questo, per essere realisti, non significa che lo Stato non abbia il diritto e anzi il dovere di impedire che certi strumenti possano essere usati dalla criminalità organizzata per gestire attività illecite ma oggi la politica proibizionistica rende il telefonino “illegale” appetibile
• La lamette e le «aggressioni»: non si pensi a una nostra indifferenza sul tema ma vanno fatte alcune precisazioni; abitualmente sui media passa solo la lettura di certi eventi diffusa dai sindacati degli agenti; gli eventi vanno considerati e gestiti come incidenti sul lavoro e saranno fortemente ridotti (se non superati del tutto) quando si sarà in grado di fare una seria disamina dei fattori favorenti; questi eventi devono essere registrati anche quando non hanno causato traumi e malattie per analizzarli con la ricerca delle misure di prevenzione; solo chi è ingenuo o in malafede crede alla favola del “detenuto cattivo”; alcuni anni fa Le monde diplomatique dette notizia di una indagine commissionata negli USA (uno dei sistemi penitenziari più deteriori del mondo) con l’obiettivo di analizzare le cause della violenza nelle carceri al fine di realizzare un programma di prevenzione; l’approccio era da considerare congruo e utile ma la ricerca non andò avanti perché troppo costosa; il modo adeguato per fare prevenzione è eliminare i fattori favorenti distress e superare i trattamenti disumani e degradanti che sono in atto, sostanzialmente con poche differenze, in tutte le 98 carceri italiane; per quello che riguarda il carico eccessivo di lavoro e gli organici carenti sono un fattore determinante per lo scadimento delle condizioni relazionali; è inutile che gli agenti chiedano periodicamente l’elemosina al datore di lavoro; questa è una prassi che conferma il loro status di lavoratori di serie B; lo ripetiamo costantemente dal 2004 a ogni occasione utile: l’organizzazione penitenziaria deve passare sotto la vigilanza degli Spisal-Uopsal delle Ausl che a fronte delle carenze di organico hanno facoltà e potere di prescrivere gli adeguamenti necessari come fece, par fare un esempio, l’Uopsal della Ausl di Bologna per i lavoratori delle ferrovie.
Continueremo a lavorare sulla questione carceri per contribuire ad affermare i princìpi costituzionali; il lavoro è difficile e tocca nuotare controcorrente ma siamo in grado di farlo.
(*) Vito Totire è portavoce del Centro Francesco Lorusso di Bologna

l’insieme delle criticità qui denunciate nrimanda a un’unico elemento fondativo. Il carcere deve servire per punire, cioé per far soffrire chi ha violato la legge, ma anche chi viola la normalità: i degradati, i perdenti, gli irregolari, gli eccedenti, in sintesi i “pericolosi”., con lo scopo, in realtà, di controllare il conflitto sociale. Questo nodo culturale, semantico, strutturale, divenuto diritto, giustifica nella sostanza, ogni abuso, trscuratezza, noncuranza, assenza sostanziale di tutele, verso chi “non merita nulla”, con la tacita convinzione che questo è ciò che la gente “normale” vuole<. neutralizzazione, castigo, vendetta. Senza affrontare questo nodo, senza destrutturare l'idea della necessità della punizione, tutto continuerà a riprodursi. Affrontata una questione, se ne apriranno cento altre. . Chiuso un buco, altre smagliature si strapperanno senza limiti. Suicidi, autolesionismi, sindromi psichiatriche,tossicodipendenze e molto altro sono la conferma dell'assoluta estraneità della pena rispetto alle reali problematiche dei suoi destinatariAffrontare seriamente questa questione non solo è l'ultima delle preoccupazioni di un sistema autoritario, acefalo e prepotente, come l'attuale, ma viene perso di vista anche se , pur con le migliori intenzioni, ci si affatica a rincorrere le emergenze, con l'illusione che basti impugnare la Costituzione. Bisogna infrangere il limite delle definizioni giuridiche e culturali, fecostruire i luoghi comuni, anche inconsci.