Dalli al «woke»

di Sergio Sinigaglia

Finalmente è tutto chiaro! Folgorata sulla via di Damasco, la sinistra – o presunta tale – nostrana e internazionale ha individuato la ragione della sua deriva, del perché la destra di vario genere, ma soprattutto fascista e reazionaria, è praticamente egemone a livello mondiale, eccetto pochissime eccezioni. Ma è chiaro! È stata la bieca «cultura woke», il «politicamente corretto», la scelta di occuparsi di froci, lesbiche, negri e migranti di vario tipo, a innescare la deriva. Per carità, i termini sono più soft, (cioè «minoranze», «LGBTQ») ma la sostanza è questa.

Il tutto è partito dagli USA, dove da sempre, se ti dichiari socialista, comunista o anarchico, vieni lapidato. I candidati democratici, espressione del maggioritario pensiero liberal – udite udite – nelle tornate elettorali in alcuni Stati si sono visti superare da uomini e donne che osano definirsi, appunto, “socialisti”.

Ha rotto il ghiaccio Zohran Mamdani e, a seguire, volti poco conosciuti si sono imposti, terremotando l’establishment tradizionale del partito. Da qui, Ocasio-Cortez ha sottolineato (o almeno così hanno tradotto i media) come l’avere dato troppo spazio alle tematiche woke, a discapito delle questioni sociali, abbia portato al trionfo di Trump.

Questo in un Paese notoriamente nato da un genocidio, patria del razzismo, dove la famigerata truppa trumpiana anti-migranti non è che la continuazione – certamente ancora più radicalizzata e criminale – di una persecuzione che affonda le radici nella storia statunitense. E quindi una nazione che vanta una illustre, nota, tradizione di lotta al razzismo.

Un dibattito subito ripreso da quel quotidiano, La Repubblica – storico organo del centrosinistra, in particolare del PD – che, a partire dagli anni Novanta, ha sempre sostenuto tale schieramento, il quale ha gradualmente contribuito a smantellare quelle tutele sociali faticosamente conquistate negli anni Sessanta e Settanta. Dalla cancellazione della scala mobile alla legge Treu sulla «flessibilità», alle «politiche del debito», di cui il pareggio di bilancio nella Costituzione (duo Monti-Napolitano) è stato l’emblema.

Dunque Repubblica ha rilanciato il dibattito statunitense, riproponendolo, senza pudore, attraverso una serie di interventi (Carlo Galli, Giancarlo Bosetti, Giuseppe Conte, Ezio Mauro) con la prerogativa di puntare il dito contro «la stagione woke», accusata di averci fatto dimenticare gli «interessi materiali», la «crescita delle diseguaglianze» e via elencando, il tutto senza arrossire.

Chissà questi signori dove erano quando si esaltavano le sorti progressive del libero mercato, quando andava di moda scrivere saggi tipo «Il liberismo è di sinistra» (Alesina, Giavazzi) o «Meno ai padri, più ai figli» (Nicola Rossi, PD) per non parlare della decantata e intoccabile Legge Fornero (la signora ha ancora il coraggio di scrivere editoriali su La Stampa e presentarsi in tv) con le conseguenze che oggi vediamo: ultrasessantenni e settantenni ancora a sgobbare (e magari a morire) mentre i giovani italici vanno all’estero (siamo arrivati a duecentomila, dati ISTAT), perché abbiamo i redditi più miseri d’Europa.

Ecco, questi pochi esempi — l’elenco sarebbe lungo e chiamerebbe in causa anche i tre sindacati confederali (contro la Fornero furono proclamate due, dico due, ore di sciopero) — evidenziano come gettare la croce sulla cultura woke sia alquanto miserevole, soprattutto se a farlo è anche il nuovo Fregoli della politica italiana, Giuseppe Conte, il quale pochi anni fa è andato a braccetto con Salvini e che ha avuto come compagno Luigi Di Maio, quello dei «taxi del mare».

Contrapporre i diritti dei migranti, di genere, le lotte contro ogni forma di razzismo e di discriminazione a una visione di classe, alla necessità di contrapporsi al generale impoverimento, per rilanciare conflitti sociali con al centro lavoro, reddito, casa, salute, ambiente, è alquanto squallido e provocatorio.

Non esistono diritti di serie A e di serie B. Se le asfittiche e spesso impresentabili “sinistre” hanno perso credibilità nei confronti della loro base sociale, la ragione va ricercata nelle scelte fatte in questi decenni.

I cosiddetti “diritti civili” sono anche sociali, perché la discriminazione relega ai margini le persone e impedisce che possano avere una vita degna.

Sottolineare come non si possa «vivere politicamente chiudendosi in una collezione di minoranze, in una somma di identità da ristabilire sicuramente in credito con la storia, ma senza la possibilità di uscire dai loro stessi confini, proiettando un disegno complessivo di società capace di coinvolgere anche chi sta fuori dal recinto rivendicativo» (così scrive Ezio Mauro) è solo un modo di elevare una cortina fumogena, sostanzialmente in cattiva fede, facendo finta di non sapere le ragioni che ci hanno portato alla situazione attuale. E, cosa ancora più grave, attaccando ogni volta chi, nei territori, cerca di resistere e praticare conflitto. Val di Susa docet.

Altroché il woke.

LE IMMAGINI (scelte dalla “bottega”) sono riprese dalla voce WOKE di Wikipedia dove magari chi scrive su “Repubblica” potrebbe dare un’occhiata per capire di cosa si sta parlando. Ma l’ignoranza della sinistra “regressista” (PD in testa) e degli “opinion leader” che la fiancheggiano è pari solo alla sua malafede.

Informazioni sull'autore

4 commenti

  • Sono d’accordo in generale, sono cortine di fumo in cattiva fede, ma l’argomento “da quale pulpito viene la predica!” non è sufficiente e nasconde la questione. Una parte del centrosinistra ha fatto del pinkwashing, transwashing, woke ecc. una copertura per il loro affarismo e liberismo, e alcunə si sono prestatə a reggere questo gioco solo per tornaconto personale mostrando che il “woke” non è un’ideologia solida, distintiva, e che può essere coniugata con la violenza economica del capitale e con l’autopromozione “dal basso”… È un prodotto accademico, giusto finché si vuole, ma troppo duttile per avere efficacia in quest’età rude e disumana. Un tempo c’era la “contraddizione principale”, capitale-lavoro, quella che spinse nel 1975 il servizio d’ordine di LC a picchiare le femministe separatiste che affermavano un’altra “contraddizione principale”, uomo-donna, e… poi per disinnescare la rivolta è venuto il tempo della “complessità”, della moltiplicazione continua delle identità, del fatto che non c’è più una lotta contro il potere e il capitale ma il rispetto di tuttə in una società “democratica”. Ora la “democrazia borghese” sta finendo e si riaprono i giochi. Direi che il PD è neoliberista significa guardare indietro perché il PD non è più niente, potrà andare al governo, ma non ha idee, non ha valori stabili, non saprebbe che pesci pigliare. Anche “Repubblica” è solo carta imbrattata inutilmente… Persino la nostalgia per Berlinguer è una posa inutile: il PD viene da lì, “austerità”, “sacrifici”, legge e ordine… Questo dibattito sul “woke” mostra solo il vuoto del centrosinistra. Bisogna invece provare a guardare avanti e ripensare il mondo di oggi.

  • Ma davvero? Davvero il problema della sinistra italiana è l’eccesso ‘woke’? davvero i diritti delle minoranze sono i nemici dei diritti della classe operaia? Non posso credere che ci si stia infilando in questo imbuto e fare l’ennesimo favore alla destre. In un paese storicamente arretrato sui diritti, dove ancora un padre può dire che preferisce un figlio morto a un figlio gay? dove essere profugo significa poter morire in mano allo stato o per mano del primo assessore pistolero di passaggio? dove non si può decidere di morire in pace quando lo si voglia? dove le famiglie non sono tutte uguali e non hanno le stesse garanzie? dove se sei in una cella smetti di essere soggetto di diritti? dove una donna muore di ‘patriarcato mediterraneo’ ogni tre giorni? davvero? Ricordo che prima di essere usato in modo spregiativo dalla destra americana a sostegno del suprematismo, ‘woke’ è una parola bellissima: significa ‘svegliati e stai sveglio’, ed era il motto del movimento degli afroamericani contro il razzismo, rilanciato da black lives matter come diritto di una minoranza alla vita. Che qualcuno lo traduca in cancel culture non annulla questo suo significato originario, e fare confusione su questo non è un gesto innocente. E nella polemica che si sta aprendo, sciaguratamente, è questo significato originario, in realtà, la partita in gioco, sono i diritti civili e non la cancel culture. Arretrare ci porterà ad abbracciare la ‘famiglia naturale’, la gerarchia dei diritti, con i primi e gli ultimi e quelli che non ci arrivano mai, ci porterà sempre (e ancora) lontani dall’uguagliaza. E soprattutto, parlando di sinistra, servirà da velo al nodo della questione di classe: perché la crisi sociale della classe operaia e del ceto medio non è dovuta e non è proporzionale all’attenzione prestata alle minoranze, ma all’adesione balbettate della sinistra al modello del capitalismo tecno-finanziario dominante, alla mancanza di visioni alternative strategiche, alla debolezza della lotta a questo modello. Questo è il nodo, su questo la sinistra deve dire ‘qualcosa di classe’ , e avviarsi a trovare capri espiatori nelle minoranze o nelle donne è irresponsabile: possibile che non si capisca che così ci si mette sul terreno della destra, stupidamente in difensiva mentre sarebbe, proprio sui diritti, da mettersi saldamente all’offensiva? Ci si aspetterebbe che almeno a sinistra non vi fosse un analfabetismo sui diritti tale da non far capire che essi sono interdipendenti e non alternativi: quelli umani, quelli civili e quelli sociali ed economici. Come si può pensare oggi di parlare di lavoro e salario senza ragionare di etnia, età e genere di chi lavora? Lo sguardo intersezionale – classe, genere, etnia, generazione – è quello che rende conto della realtà sociale dei soggetti. La guerra tra i diritti va a solo vantaggio di chi li vuole svilire e violare, tutti. Mi viene in mente quando, oltre 50 anni fa, molti ci dicevano: prima il proletariato, poi pensiamo alle donne, dopo. No, grazie
    Susanna Ronconi sulla sua pagina fb

  • segnalo le semplici e opportune puntualizzazioni di Loredana Lipperini:

    Altre e altri hanno già spiegato che si sta prendendo una cantonata solenne nell’impostazione del dibattito. Io mi limito a riportare le parole di un signore che si chiamava Stefano Rodotà, e che una decina di anni fa (e più) scrisse questo: ….. https://www.instagram.com/p/DcYFmjYDaMg/?igsi=MTQ0d2NxMzJ3NmppZg==

  • I diritti non si dividono (*)
    di LORIS CAMPETTI

    Mentre le destre avanzano, nel centrosinistra ci si divide su quali diritti debbano venire prima. È il paradosso del dibattito sul woke, trasformato in guerra culturale. Ma lavoro, salute, libertà e uguaglianza sono battaglie che devono unirsi, altrimenti finiscono per essere deboli

    Sono più importanti i diritti umani, quelli civili o quelli sociali? Siamo ancora qui a chiederci se viene prima la struttura o la sovrastruttura. Il dibattito italiano malamente importato dagli Stati Uniti sulla cultura woke e sui danni che avrebbe prodotto a sinistra e nel mondo progressista sta scoperchiando un pentolone pieno di rifiuti del secolo breve. Intanto va detto che in Italia il woke non esiste, come non esistono i suoi principali derivati come la cancel culture – abbiamo scritte “Mussolini” persino sull’obelisco del Foro italico a Roma. Ben pochi italiani sanno di cosa si parli quando si cita l’intersezionalità, non è rintracciabile un dibattito sulle nuove discriminazioni, oppressioni, dominazioni. Va anche detto che la traduzione in italiano del termine woke è “sveglio”, stay woke vuol dire stai all’erta, non abbassare la guardia in difesa dei diritti individuali e collettivi. Poi, negli Usa dove è nato il termine ha subito evoluzioni e persino derive con gli eccessi del politically correct (c’è chi parla di “laicismo correttista”) al punto che la socialista Alexandra Ocasio-Cortez, possibile candidata democratica alle prossime elezioni presidenziali ha ritenuto opportuno mettere qualche puntino sulle i. In Italia si è scatenata una seduta autocoscienziale nel centrosinistra, un dibattito che non tiene contro delle storie e delle lotte differenti che hanno segnato vecchio e nuovo continente e soprattutto del fatto che il liberismo impastoiato con razzismi e sovranismi si muove a tutto campo contro i diritti dei lavoratori, dell’ambiente, degli orientamenti di genere diversi da quelli canonici, dei migranti, degli oppositori, dei giovani, delle donne, dei detenuti. Contrapporre il diritto al lavoro sicuro, pagato dignitosamente, al diritto alla vita, alla salute, alla critica ci fa tornare indietro di decenni.

    Naturalmente non mancano i paradossi e neppure le ipocrisie che nascondono vere e proprie regressioni culturali e morali. Nel giro dei sostenitori del sionismo – i sionisti de noantri – che non mancano nella destra del Pd c’è chi per rivendicare il carattere democratico di Israele arriva a sostenere, soprattutto sui social, che la prova sta nel fatto che Tel Aviv è l’unico luogo del Medioriente e dintorni dove si può celebrare liberamente il gay pride, “cosa impensabile a Gaza”, dichiarano senza pudore. Ma qui il woke non c’entra un fico secco, è solo un modo volgare e schifosetto per negare il genocidio dei palestinesi. Più pericoloso e insinuante, invece, il tentativo diffuso negli ambienti rossobruni di nascondersi dietro Marx per sostenere la lotta contro l’immigrazione: chi arriva da noi, non importa da dove e perché, è destinato a formare un esercito industriale di riserva e dunque a ridurre diritti e salari dei lavoratori. Dunque i migranti vanno fermati sul bagnasciuga. Si capisce così perché ex dirigenti comunisti come Marco Rizzo finiscono per incontrarsi nel loro cammino virile e anti-gay con il generale Vannacci. Il loro non è certo un aiuto ai lavoratori, la cui centralità è stata negata da alcuni decenni da governi e culture politiche purtroppo di ogni colore. E un modo però per alimentare la guerra tra poveri. Prendiamo Taranto, dove alla difesa del lavoro da parte dei dipendenti dell’ex Ilva si contrappone l’opposizione a un processo produttivo che per decenni ha avvelenato con la diossina un’intera popolazione, animali e ambiente compresi. È una contrapposizione falsa tra diritto al lavoro e diritto alla salute, in un territorio in cui i primi a beccarsi i tumori sono proprio gli operai dell’Ilva.

    Le conquiste culturali degli anni Settanta, con l’assunzione che sembrava definitiva della inseparabilità dei diritti, tornano a vacillare. È uno degli effetti della penetrazione delle destre in Occidente con una falsa narrazione sulla centralità della sicurezza (interna e internazionale) che rischia di diventare egemone. In Italia Meloni e i suoi paggetti gongolano nel vedere le contrapposizioni in campo democratico tra approccio lavoristico e approccio liberal, tra primato dei diritti collettivi e primato di quelli individuali. E sbeffeggiano la “sinistra della Ztl”, perché solo la destra si occuperebbe della materialità della vita del “popolo” (sappiamo come lo fanno, peggiorandola). Si capisce la finalità di questa indecente sceneggiata meloniana, si capisce meno l’interesse delle forze di opposizione a farsi coinvolgere in una polemica priva di basi concrete. Una lettera di Giuseppe Conte a Repubblica si infila nella scia del dibattito sul woke, critica su quella che il leader del M5S chiama “religione morale autoreferenziale” che non può diventare “ossatura ideologica del centrosinistra” sostituendo la lotta contro “le diseguaglianze sociali ed economiche”. Una roba da élite, una roba, sottintende pur senza dirlo, da Elly Schlein formata alle battaglie per i diritti civili dei liberal americani. Verrebbe da ricordare a entrambi gli aspiranti capi del cosiddetto campo largo che la lotta per portare un po’ di umanità nelle carceri non può prescindere dal fatto che in galera ci finiscono i poveracci, e molto raramente i signori. Di esempi sulla inseparabilità dei diritti se ne poterebbero fare a centinaia.

    Questa discussione surreale nel centrosinistra, mentre impazza al suo interno la lotta per la leadership, si svolge mentre le destre di governo sottraggono soldi a scuola, ricerca, sanità per investire sul riarmo, mentre con una sventagliata di leggi liberticide riducono le libertà e i diritti di lavoratori, studenti, migranti, donne, ambientalisti, detenuti. E dagli Stati Uniti importano, oltre allo scontro sul woke, la pratica della polizia di ammazzare neri e irregolari cosicché anche in Italia cominciamo ad avere i nostri George Floyd, come Abderrahim Fakir che a Bologna è stato assassinato per soffocamento dalla polizia dopo essere stato gettato a terra, intossicato con lo spray al peperoncino e ammanettato con le mani dietro la schiena.
    (*) pubblicato su “Area” – mensile svizzero

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *