DIEGO PANI: DAL CANTO A TENORE AL PUNK E VICEVERSA
intervista di Ignazio Sanna
Potremmo esordire dicendo che così come l’Italia è stata definita in passato terra di santi, poeti e navigatori allo stesso modo la Sardegna di oggi, forse con un pizzico di esagerazione, potrebbe essere definita terra di intellettuali, patrioti[1] e musicisti. Di sicuro Diego Pani rientra senza troppe difficoltà in tutte queste categorie. Per quanto riguarda la prima, la sua formazione culturale comprende una laurea triennale in etnomusicologia conseguita presso il Conservatorio di Cagliari, una laurea magistrale in musicologia conseguita presso l’Università degli studi di Milano e un dottorato di ricerca in etnomusicologia conseguito presso la Memorial University of Newfoundland in Canada. Fino all’anno scorso è stato Fulbright Scholar in Residence alla University of New Mexico, dove ha insegnato etnomusicologia audiovisiva, popular music e canto a più voci della Sardegna[2]. Particolare intrigante, la sede dell’università del New Mexico è ad Albuquerque, dov’è ambientata la popolare serie Breaking Bad (https://www.youtube.com/watch?v=VaOt6tXyf2Y) (2008–2013) di Vince Gilligan, interpretata da Bryan Cranston e Aaron Paul, così come il suo spin-off e prequel Better Call Saul (https://www.youtube.com/watch?v=HN4oydykJFc), con Bob Odenkirk, entrambe apprezzate da Diego Pani. Il patriottismo, se così possiamo chiamarlo seguendo il testo dell’inno di Francesco Ignazio Mannu, si manifesta principalmente nel suo interesse, con relativa competenza, per la lingua sarda, che è strettamente legata alla musica che in Sardegna si produce da tempo immemorabile con il canto a tenore. Il che ci porta all’elemento principale degli interessi di Diego Pani, etnomusicologo nativo di Santu Lussurgiu, comune del Montiferru noto soprattutto per le sorgenti di San Leonardo de Siete Fuentes. Come etnomusicologo è responsabile della supervisione tecnico-scientifica dei progetti legati al canto a tenore e alla sua salvaguardia nell’ambito del patrimonio culturale immateriale UNESCO. Ma il suo interesse per la musica non si esprime soltanto attraverso le produzioni musicali altrui ma anche attraverso il potente rock (heavy blues, nella loro definizione) del gruppo King Howl (https://kinghowl.com), del quale è cantante e armonicista (qui un pezzo originale, Mornin’: https://www.youtube.com/watch?v=5nGCZ3_efX0, e qui la cover del classico On the Road Again: https://www.youtube.com/watch?v=vQg7h45a8Jo), sotto contratto con l’etichetta discografica sarda Electric Valley Records (https://www.electricvalleyrecords.com/ ), e che ha appena concluso un breve tour in Germania (il 3 settembre suoneranno al Lazzaretto di Cagliari nell’ambito del Karel Music Expo 2026)[3]. E non è ancora tutto, perché i suoi interessi si estendono anche all’ambito audiovisivo, avendo firmato come regista i documentari “The Search” (2018) (https://www.youtube.com/watch?v=-Xwj1D3A-jE), “Klang”, co-diretto con Ellen Waterman (Carleton University, Ottawa) (2020) e l’ultimo “Mantènnere: Custodire il Suono del Sacro” (2025) (https://www.youtube.com/watch?v=HKGVdpy54Vk), vincitore della borsa “Diego Carpitella” assegnata dalla “Fondazione Cini” di Venezia.
Abbiamo avuto occasione di porgli qualche domanda relativa alle sue molteplici attività.
Come si arriva dal canto a tenore all’heavy blues venato di hardcore punk e stoner rock dei King Howl?
In realtà le due cose sono venute fuori insieme, sono cresciuto con due identità musicali diverse. Il canto tradizionale chiaramente l’ho sentito fin da quand’ero molto piccolo. Poi, scoperto il rock, durante l’adolescenza ho fatto parte di un gruppo punk. Ma durante le prove si cominciava a suonare punk rock e si finiva spesso a cantare insieme il canto a cuncordu[4]. Quindi le due cose sono andate avanti di pari passo, e la mia curiosità sul funzionamento della musica nel contesto antropologico e sociologico è andata crescendo sempre più. E poi anche solo l’ascolto di un disco per me era come un viaggio in una cultura diversa. Quindi la scoperta dell’etnomusicologia come disciplina mi ha portato ben presto a studiarla al Conservatorio di Cagliari. All’inizio pensavo addirittura che non mi interessasse neanche andare all’università, poi le cose sono andate diversamente e oggi sono davvero molto contento di tutte le esperienze fatte, anche quelle umane, che mi hanno portato a girare il mondo. Ma vorrei sottolineare che l’incontro con il punk è stato formativo, e le esperienze che faccio ancora oggi, a partire dall’attitudine, derivano da questo. Ho cominciato a stare su un palco a 14 anni, e ancora adesso che ne ho 40 lo faccio con grande passione.
Parlavamo di etnomusicologia
La mia attività di ricerca come etnomusicologo si concentra sui meccanismi di mediatizzazione della tradizione orale, su come avviene che la circuitazione di musiche tradizionali, anche attraverso videoregistrazioni, avvenga in ambiti diversi da quelli locali, magari legati ad altre scene musicali, come il jazz o la world music. E quindi su cosa accade quando questa circolazione innesca un processo di patrimonializzazione (di heritagization, come si dice in inglese), cioè il riconoscimento di questo fare locale come asset culturale, come un patrimonio da salvaguardare. Mi interessa studiare il cambiamento che avviene nello status di una musica di tradizione orale e del performer che la incarna quando viene presentata in un ambiente che non è legato a quel tipo di tradizione. E come la sua registrazione può diventare uno strumento di apprendimento o anche un canone da seguire, come nel caso di Santu Lussurgiu. E come la partecipazione a dischi, CD, festival elevano lo status sociale e culturale di un cantore, di un performer, all’interno di una comunità.
Cos’è “This is the Best Place”?
È il titolo del libro che uscirà negli USA, probabilmente alla fine dell’anno prossimo o all’inizio di quello successivo. È un libro etnografico e fotografico sulla scena DIY punk di Albuquerque. È il risultato di una ricerca che ho iniziato durante la mia residenza ad Albuquerque, dove ho potuto conoscere la scena punk locale, fatta di piccolissimi spazi completamente autogestiti, con band legate alle comunità dei nativi americani o alle comunità LGBTQ, e con line-up ai concerti sempre condivise tra uomini e donne. Questa ricerca è alla base dell’insegnamento sulla popular music, che ho tenuto per la School of Music dell’università del New Mexico, incentrato sul punk, e quindi sulla cultura del Do It Yourself (DIY), e che l’anno scorso ha portato anche alla realizzazione di un laboratorio di 25 ore per l’università di Cagliari e di una fanzine sulla scena punk di Cagliari.
I tuoi cortometraggi sono anche, forse soprattutto, uno strumento di lavoro, ma sono anche sintomo di una passione per il cinema tout court[5]?
Sì, è un mezzo che adoro, consumo cinema quotidianamente. E mi sono divertito tantissimo a girare questi documentari per le mie ricerche, che inoltre permettono di raggiungere in breve tempo più persone rispetto per esempio a un libro, che pure può dare tanto a chi lo legge, ma che spesso non esce dall’ambito accademico in cui nasce. Un documentario viaggia più facilmente, e più facilmente può far nascere un dibattito, e inoltre ritorna alle persone protagoniste della ricerca stessa. Quindi la mia ricerca si può articolare in un articolo o un libro, ma genera sempre anche un documentario. Attualmente è in corso di realizzazione “Comanche Highway”, sulle relazioni tra musica, identità e memoria storica nella cultura Genízara del New Mexico, con focus sulla figura di Felix Gato Peralta[6], chitarrista, cantante e suonatore di organetto, molto noto ad Albuquerque. Peralta è discendente della comunità Genízara, nata in New Mexico dall’incontro tra popolazioni native — tra cui Apache, Comanche e Navajo — ridotte in schiavitù o incorporate nella società coloniale spagnola. Nel corso dei secoli, queste ascendenze native si sono intrecciate con quelle ispaniche, dando origine a una comunità dalla storia e dall’identità culturale profondamente composite.
Il linguaggio è lo strumento che ci permette di comunicare con il nostro ambiente, quindi la conoscenza di più lingue accresce la nostra capacità di interagire con il mondo intero. Come vedi il rapporto tra una lingua minoritaria come il sardo e le lingue delle culture egemoni?
Il sardo è la lingua dell’uso quotidiano, soprattutto in famiglia, ma lo uso anche per il mio lavoro. Ma mentre mi capita di scrivere in italiano e in inglese è raro che scriva qualcosa in sardo. In ogni caso l’utilizzo del sardo è una forma di resistenza all’omologazione culturale. È una lingua bistrattata, che non si vuole introdurre nelle scuole, ma per quanto mi riguarda è uno spazio di libertà incredibile. Un esempio che apprezzo molto è quello del Dr. Drer[7] che, usando una lingua minoritaria applicata a forme di popular music realizza una sorta di corto circuito. E i Kenze Neke[8] mi hanno fatto capire la prima volta che li ho sentiti, è stato come una folgorazione, che la musica angloamericana che ascoltavo si poteva fare anche nella lingua che parlavo a casa mia. Anche la musica di massa può diventare una sfida verso il potere egemonico se utilizzata per diffondere un pensiero alternativo attraverso una lingua locale, diversa da quelle dominanti. Il mio advisor della tesi di dottorato, Harris Berger, ha curato insieme a Michael Thomas Carroll la pubblicazione di un libro intitolato Global Pop, Local Language[9] (2003), in cui si parla della formazione di un’ideologia del linguaggio come di un potere egemonico. Il potere statuale viene rafforzato attraverso la lingua, nella scuola, nei media e nella prescrizione di determinati comportamenti. Da oltre un secolo si verifica l’imposizione dell’uso dell’italiano in Sardegna, scoraggiando al tempo stesso l’utilizzo del sardo, il che è di fatto un’azione di colonialismo culturale, per quanto dirlo possa sembrare forte.
Chioso quest’ultima dichiarazione di Diego Pani con il ricordo di quanto raccontava l’autore del romanzo Sos laribiancos[10] (1962), Francesco Masala[11] (1916-2007). La sua esperienza alle scuole elementari, comune un po’ a tutte le generazioni di quell’epoca, consistette soprattutto nell’aver imparato l’italiano a furia di bacchettate sulle mani. Come scrisse: “da bambini intelligenti e allegri che eravamo ci fecero diventare tonti e tristi.[12]”
[1] Nel senso migliore possibile del termine, quello rappresentato da S’Innu de su patriottu Sardu a sos feudatarios (1795) (https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=5768&lang=it), scritto da Francesco Ignazio Mannu durante i moti rivoluzionari sardi di fine Settecento.
[2] https://news.unm.edu/news/fulbright-scholar-in-residence-comes-to-unm-from-sardinia
[3] https://www.vivaticket.com/it/ticket/karel-music-expo-2026-seconda-serata-03-09-2026/308281
[4] Forma di canto corale polifonico popolare: https://www.sardegnacultura.it/articolo/canto-a-cuncordu
[5] Piccola curiosità, la partecipazione straordinaria come attore in un episodio di In su corr’e sa furca di Davide Melis: https://www.youtube.com/watch?v=EIrSxad9JOU
[6] https://felixgatoperalta.com/; https://www.youtube.com/watch?v=Ttim4cq1cfs
[7] https://www.academiadesusardu.org/su-sardu-lingua-de-europa/musica-de-oi-in-sardu/dr-drer-crc-posse/; https://www.youtube.com/watch?v=Hxlw_csrZro
[8] https://www.youtube.com/watch?v=04woYH2cEwE
[9] https://muse.jhu.edu/pub/201/monograph/book/26280
[10] https://www.sardegnadigitallibrary.it/detail/6499b99ce487374c8f803df2
[11] https://www.academiadesusardu.org/su-sardu-lingua-de-europa/i-padri-del-movimento-linguistico-sardo/francesco-masala-cicitu/
[12] https://www.youtube.com/watch?v=p1aOO_Rtd2Y
