La Cina costruisce il futuro
articoli di Pasquale Liguori e Vincenzo Comito (ripresi da lafionda.org e volerelaluna.it)
Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro – Pasquale Liguori
Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio
Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.
Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.
Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.
Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse. È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.
Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi. È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.
Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping. A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.
L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica. Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.
Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera. Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.
Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.
La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.
Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura. Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una vittoria spontanea del mercato si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.
L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.
Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile. Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.
Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.
E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono democrazie mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.
Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale. Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità. Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.
A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica. Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.
La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato. La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata. Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.
Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore. La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto. Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.
Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo. Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.
Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.
Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.
Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo. Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.
Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi. Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione. Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.
L’industria cinese avanza: cosa fare? – Vincenzo Comito
Il resto del mondo sta assistendo insieme con ansia e meraviglia alle crescenti prestazioni dell’industria cinese in patria e all’estero, dalla produzione dei robot umanoidi e delle auto volanti in patria sino ai 1.200 miliardi di dollari di avanzo commerciale con il resto del mondo nel 2025, con una elevata dinamica di crescita che sembra proseguire nel 2026. In effetti nei primi cinque mesi dell’anno in corso le esportazioni cinesi sono cresciute ancora del 15,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e sembrano ancora accelerare; nel mese di maggio la crescita è stata del 19,4%. Intanto alcune previsioni stimano che entro il 2030 il peso dell’industria del paese asiatico sul totale mondiale si avvicinerà al 50%. Nel 2001 la Cina otteneva l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ne era seguito quello che sarà poi un vero e proprio shock in Occidente, con le merci del paese asiatico, peraltro di frequente prodotte da imprese del Nord del mondo insediate nel paese, che cominciarono a invadere i mercati occidentali a prezzi molto bassi; negli Stati Uniti in particolare ci si trovò di fronte a un China price imbattibile. Ma nell’ultimo periodo si sta assistendo a un secondo shock, ancora più temibile del primo; questa volta non si tratta di prodotti, o solo di prodotti, a basso valore aggiunto, ma di merci di alto livello tecnologico, di nuovo a prezzi che sfidano ogni concorrenza. Il panico sembra diffondersi nel resto del mondo. Nelle note che seguono cerchiamo di dare alcune informazioni soltanto su alcuni aspetti di tale fenomeno in atto.
Preliminarmente appare utile ricordare che ci sono alcune presunte regole che si davano per scontate sui manuali di economia e che sembravano apparentemente confermate sino ad oggi nella pratica. La prima prevedeva che nei processi di industrializzazione i vari paesi si specializzassero all’inizio nelle produzioni a basso costo della manodopera e a basso valore aggiunto; man mano che poi il processo di sviluppo andava avanti essi si sarebbero diretti verso produzioni a più alto valore aggiunto e a più alto costo del lavoro, abbandonando progressivamente i settori più arretrati. La seconda, messa a punto a suo tempo da David Ricardo, detta anche dei vantaggi (o dei costi) comparati, teoria alla base degli scambi internazionali, affermava che era opportuno che ogni paese si specializzasse sulle produzioni che sapeva fare relativamente meglio, su cui cioè aveva un vantaggio comparato e che provvedesse poi su queste basi a scambiare i suoi beni sui mercati internazionali; così conveniva al Portogallo produrre vino che poi poteva scambiare con i tessili inglesi; i due paesi avrebbero tratto vantaggio reciproco da tale specializzazione. La terza e forse più importante prevedeva infine che il mercato fosse più forte e più capace di orientare le scelte economiche delle imprese rispetto alla mano pubblica e alla pianificazione, che dovevano quindi lasciare al mercato stesso la massima possibilità di libera esplicazione. Per due secoli in Occidente si è affermato che il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa e che ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento (Arlacchi, 2026). Come si è affermato da qualche parte il mercato era un cavallo selvaggio impossibile da domare. La più evidente conferma a tale ultima legge è sembrata a suo tempo essere stata la pessima performance dell’economia dell’Unione Sovietica, rigidamente pianificata.
Lo sviluppo cinese, soprattutto negli ultimi anni, tende invece a mostrare che ci si può fare sostanzialmente beffe di tutte e tre tali presunte regole e contemporaneamente prosperare. Se guardiamo ai processi di sviluppo della Cina, essi sono andati avanti in maniera apparentemente classica, avviandosi prima nei settori tradizionali come il tessile-abbigliamento per passare poi a produzioni sempre più sofisticate, mentre il costo del lavoro aumentava piuttosto velocemente. Ma questo con alcune varianti. Intanto, mentre oggi il paese è ormai in testa o sostanzialmente alla pari con gli Stati Uniti nella gran parte dei settori avanzati (nel 2024 la spesa in ricerca e sviluppo del paese asiatico ha raggiunto quella degli Stati Uniti ed ormai la ha sorpassata) non ha però abbandonato quelli più tradizionali. Qualcuno ha fatto l’ipotesi che di questo passo la Cina paradossalmente non avrà più bisogno di importare alcunché e si specializzerà in tutto. Si tratterebbe in qualche modo di una smentita clamorosa della teoria dei costi comparati di Ricardo. Visto da un altro punto di vista, il paese tende all’autosufficienza produttiva in tutti i settori, sia per evitare le minacce sempre presenti degli Stati Uniti sia per un richiamo alla Storia del paese che ha sempre teso a tenersi distaccato dal resto del mondo. Naturalmente si tratta di un paradosso. La Cina avrà presumibilmente bisogno di importare ancora per lo meno delle materie prime e presumibilmente dei semilavorati, ma anche qualcosa nel campo dei prodotti finiti.
Come abbiamo indicato, nonostante la forte crescita dei salari nel tempo nel paese la Cina controlla ancora una storicamente inusuale quota di produzioni tradizionali a livello mondiale, superando come capacità competitive anche paesi con dei livelli di salari di diverse volte più bassi. Più in generale si può dire che le produzioni industriali possono essere in generale suddivise in quattro categorie, a bassa, media, alta tecnologia, più quelle basate sulle risorse naturali, quali le raffinerie di petrolio. Ora, tra il 2010 e il 2024 la quota di mercato cinese sulle esportazioni mondiali è cresciuta in tutte e quattro le categorie (The Economist, 2026, a). Tra le ragioni in particolare che spiegano la persistente forza dei settori tradizionali del paese asiatico stanno in primo piano l’utilizzo spinto dell’automazione, della robotica e altre innovazioni tecnologiche, poi le economie di scala, infine il fatto che nel paese ci sono rilevanti scarti di salari tra le sue varie aree geografiche (The Economist, 2026, a) e che quindi per le produzioni tradizionali si possono localizzare le fabbriche in quelle più povere. Per quanto riguarda la terza legge la Cina sembra aver trovato il giusto equilibrio tra piano e mercato, non rinunciando alla direzione cosciente dell’economia, ma ponendola su nuove e ingegnose basi, riuscendo alla fine a domare il cavallo selvaggio. Le teorie economiche tradizionali affermavano che nessuna autorità centrale sarebbe stata in grado di raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi tra milioni di individui che il mercato aggrega invece automaticamente, rendendo quindi il socialismo impossibile; ma i mezzi di calcolo odierni sono ormai in grado di svolgere le due funzioni del mercato, quella di rivelare ciò che la gente desidera e decidere dove occorre investire. Tali compiti sono ora potenziati in Cina dal crescente uso dell’intelligenza artificiale. Del resto è quello che avviene in realtà già da tempo nelle grandi società americane (Arlacchi, 2026). Ma al di là della teoria, è sotto gli occhi di tutti il fatto che la Cina è riuscita nel compito di conciliare Stato e mercato, sia pure forse al prezzo di qualche più o meno moderato spreco di risorse, che presumibilmente i progressi nell’uso dell’IA dovrebbero contribuire a ridurre.
La situazione nuova portata dallo sviluppo recente dell’economia cinese può essere guardata con riferimento ai paesi avanzati dell’Asia e a quelli dell’Unione Europea. I tre paesi asiatici in argomento (Giappone, Corea del Sud, Taiwan) stanno registrando un boom economico rilevante grazie in particolare alla spinta derivante dall’IA statunitense, che richiede per andare avanti i prodotti di tali paesi. Ma il resto dell’economia del ricco Nord-Est dell’Asia si va invece deindustrializzando. La ragione di tutto questo sta nella sempre più forte concorrenza cinese (The Economist, 2026, b). Quest’ultimo paese una volta importava dell’Asia del Nord-Est componenti ad alto valore aggiunto e capitali mentre vi esportava poi i relativi prodotti finiti con un’attività di assemblaggio a basso valore aggiunto. Ma ora essa compete su tutta la catena del valore con gli altri paesi e anzi li spinge verso il deficit della loro bilancia commerciale. Auto, macchinari, batterie, prodotti chimici sono alcune delle produzioni nelle quali la Cina aumenta la pressione. I tre paesi non sembrano avere delle idee chiare su cosa fare in presenza anche di una domanda interna molto debole e in relazione anche al fatto che per decenni le loro politiche sono state orientate prioritariamente a produrre per l’export (The Economist, 2026, b).
Nel 2025 i paesi dell’UE hanno registrato un deficit commerciale complessivo con la Cina di 360 miliardi di euro, praticamente un miliardo di euro al giorno, contro i 295,8 del 2024. E i primi cinque mesi del 2026 segnano un’ulteriore, rilevante crescita del fenomeno, con un aumento delle esportazioni cinesi verso i paesi dell’area di più del 16%. Da tempo l’UE ha avviato una specie di guerra a piccoli passi verso i produttori del paese asiatico. Intanto Bruxelles ha imposto una sovratassa sulle vetture elettriche del paese asiatico; vanno poi registrate delle clausole di salvaguardia nei settori dell’acciaio e delle ferroleghe; inoltre una tassa sui piccoli pacchi, 12 milioni al giorno, che arrivano dalla Cina. Con il suo Industrial Accelerator Act, con cui la UE si è posto il ridicolo obiettivo di passare da una percentuale del 14% ad una del 20% nel 2030 per l’incidenza del settore industriale sul pil, essa condiziona tra l’altro l’accesso agli aiuti e ai mercati pubblici al rispetto di una percentuale di fabbricazione locale per certi settori ritenuti strategici. Ora con un progetto di revisione del Cybersecurity Act del 2019 si propone di sostanzialmente bloccare i fornitori provenienti dai paesi ad alto rischio in 18 settori. Intanto il Commissariato francese per il Piano propone di tassare tutte le merci cinesi al 30%, mentre singoli paesi dell’UE, dall’Italia all’Olanda, hanno adottato ulteriori provvedimenti discriminatori contro i produttori cinesi. Da rilevare che comunque l’area euro rimane complessivamente con un surplus commerciale. Bisogna poi ricordare la recente folle proposta della signora Kallas, titolare degli Affari esteri della Ue, che vorrebbe imporre sanzioni a tutti i paesi che continuano ad avere rapporti economici significativi con la Russia e quindi in particolare Cina, India, Turchia. Proposta chiaramente autodistruttiva.
In ogni caso sembrano aumentare le probabilità di una guerra commerciale tra la Cina e l’UE, anche se alcuni paesi, a cominciare dalla Germania, pensano invece che si tratti di una risposta sbagliata ad un problema reale. La UE non dovrebbe e non può permettersi di combattere una guerra commerciale con la Cina, afferma il Global Times, organo del partito comunista cinese (Global Times, 2026). In effetti il paese asiatico reagirebbe con contromisure molto pesanti, scatenando una guerra commerciale che la UE non può permettersi, vista la difficile situazione attuale della sua industria con, tra l’altro, l’ostilità totale verso la Russia e la crisi con gli Stati Uniti; combattere contemporaneamente su tutti i fronti appare difficile. Da un altro punto di vista la UE vorrebbe la transizione energetica a costi contenuti e un basso livello di inflazione, ma cerca di bloccare l’unico produttore che appare in grado di offrire tali risultati. La Cina è l’unica a possedere le tecnologie senza le quali la transizione energetica richiederà molto più tempo e costi più elevati; inoltre essa possiede i prodotti di adeguata qualità e a prezzi moderati in grado di sostenere il tenore di vita delle classi medie e popolari europee, fornendo un contributo essenziale alla lotta contro l’inflazione (Khalid, 2026). Per altro verso, la supposta minaccia cinese all’industria europea è, almeno per alcuni versi, esagerata (Sandbu, 2026). Prendiamo il caso dell’auto. Certo le esportazioni cinesi verso i paesi dell’UE sono aumentate dalle 750 mila unità nel 2023 a poco più di un milione nel 2025, ma tali vendite hanno semplicemente sostituito le importazioni da altri paesi, mentre il numero totale di auto importate nell’UE è rimasto stabile. Poi il mercato tedesco assorbe molte meno auto di prima e la frugalità di tale paese è un colpo maggiore alla sua industria dell’auto delle esportazioni cinesi. Semmai la maggiore concorrenza del paese asiatico è uno stimolo per spingere la produttività in casa. Ma il protezionismo invece permette all’industria domestica di innovare meno.
L’unica risposta ragionevole alla pretesa minaccia cinese sarebbe quella di tentare un grande accordo, come da tempo si sta verificando nello stesso settore dell’auto, dove le intese tra i produttori francesi e tedeschi con le controparti del paese asiatico sono ormai moltissime; si tratterebbe di spingere parallelamente gli investimenti in innovazione, attività nella quale i paesi dell’UE sono rimasti molto carenti nell’ultimo periodo, facendosi sopravanzare di molte lunghezze dagli Stati Uniti e dalla stessa Cina. In ogni caso, il mondo vuole i prodotti tecnologici del paese asiatico (The Economist, 2026, c).
Testi citati nell’articolo:
– Arlacchi P., Cina, Socialismo e IA contro Occidente, Il fatto quotidiano, 27 maggio 2026
– Global Times, China firmly opposes EU’s discriminatory practices, vows necessary measures to protect Chinese firms, www.globaltimes.cn, 22 gennaio 2026
– Khalid I., Why the world needs a China shock 2.0, www.asiatimes.com, 7 maggio 2026
– Sandbu M., Europe is running from a phantom China threat, www.ft.com, 1 giugno 2026
– The Economist, The pterodactyl’s downdraft, 23 maggio 2026, a
– The Economist, Boom and bust, 30 maggio 2026, b
– The Economist, The world wants Chinese tech, 25 aprile 2026, c
