Marco Aime, Giancarlo De Cataldo, Antonio Manzini con…

…Telmo Pievani, Francesco Fabretti, Giulio Carlo Pantalei – recensioni di Valerio Calzolaio

Ritratto di un’onesta utopia. La vita e l’eredità di Thomas Sankara – Marco Aime

Bollati Boringhieri Milano – 2026

Postfazione di Andrea de Georgio

Pag. 295 euro 20

Africa, Burkina Faso. 1983 – 1987. Thomas Isidore Noël Sankara (Yako, 21 dicembre 1949 – Ouagadougou, 15 ottobre 1987), madre coltivatrice mossi, padre gendarme e allevatore peul, terzo di dieci figli, per circa un quadriennio fu presidente cristiano del proprio paese, che prima si chiamava Repubblica dell’Alto Volta. Terminato il liceo, continuò a leggere e studiare molto; entrò nell’esercito, completò il corso ufficiali ad Antsirabe in Madagascar, il corso di paracadutismo a Pau in Francia e uno stage a Rabat in Marocco; assunse il comando del nuovo Centro di addestramento paracadutisti di Pô, 150 chilometri a sud della capitale, al confine con il Ghana. A luglio 1979 sposò Mariam Sereme, più giovane di quattro anni, musulmana poi convertita al cattolicesimo; ebbero due figli, Auguste e Philippe. Fu un ufficiale anticonformista in un periodo turbolento del Sahel, soprattutto per terribili siccità e continue svolte militari. Conobbe il carcere, divenne capo di Stato il 4 agosto 1983, impresse una considerevole mitica svolta sul piano geopolitico e africano, idrico ed ecologico, economico e culturale, sociale e morale, maschile e femminile. Fu ucciso in carica, due mesi dopo avrebbe compiuto 37 anni. L’eccidio che lo colpì insieme alla scorta, a dodici ufficiali e membri del governo, fu provocato dall’antico amico e vice Blaise Compaoré, che poi rimase al potere per i successivi ventisette anni, eliminando anche altri. Per comprendere bene quei quattro anni occorre valutare il contesto biografico ed etnico, le vicende coloniali e internazionali, gli atti e i discorsi che hanno scolpito Sankara nella storia del Novecento e nell’immaginario contemporaneo dei giovani “progressisti” di molti continenti. Non fu un santo, ma uomo sincero e coraggioso; forse utopista, ma spesso sono loro che vedono il futuro prima.

Il grande antropologo europeo Marco Aime (Torino, 1956), docente all’università di Genova, racconta con competenza e passione l’onesta utopia di Thomas Sankara (da cui il titolo). Parte dalle raffiche di kalashnikov che ne crivellano il corpo e poi ne ripercorre l’esistenza, il percorso intellettuale e l’eredità consolidata. Diciannove capitoli narrati al presente descrivono eventi, scelte, comportamenti, atti, impostazioni e interviste del protagonista (in esergo frasi sue o di personalità coeve); i primi quattro sono dedicati all’infanzia, all’adolescenza, al lavoro, alle lotte e alle inclinazioni prima di diventare presidente; i successivi quindici al quadriennio storico del vertice istituzionale, un regime non violento e pluralistico, già nella scelta del nome: Burkina in lingua dioula significa “paese”, in moré Faso vuol dire “degli uomini integri”, il suffisso -bé per gli abitanti “burkinabé” include la lingua peul. È incredibile leggere quante iniziative riformatrici strutturali (non solo e non tanto “normative”) furono prese in quanti campi in così poco tempo: ridimensionare le reti etniche e claniche, corruzione e privilegi; nazionalizzare le terre e garantire acqua potabile; combattere la desertificazione e rimboschire; alfabetizzare e sanificare; decentrare e contrastare il patriarcato dominante (poligamia, matrimoni forzati, prezzo della sposa, mutilazioni genitali, carenza di incarichi pubblici); collocare l’Africa nell’attivismo antiapartheid oltre che nel rifiuto del neocolonialismo e del debito. Ovviamente, emergono anche resistenze su modi e tempi, sottovalutazioni ed errori, ma dati e statistiche indicano una trasformazione pratica e profonda del paese. Così, gli ultimi nove capitoli possono concentrarsi su quanti, perché, come, dove hanno voluto morto Sankara e sull’evidenza che i suoi pochi anni continuano a ispirare tanti. Dalla fine del 2014 Compaoré è in esilio, sono continuati colpi militari e cresciuti sanguinari movimenti jihadisti. Nell’ottobre 2021 è iniziato il processo per la morte di Sankara, la gente amava il suo modo di vestire, la divisa austera ed elegante e il basco rosso (in copertina), la sua Renault 5, la passione per il ciclismo e la chitarra. Nel 2023 gli è stato dedicato un Memoriale, il suo nome e la sua immagine circolano orgogliosamente anche a livello internazionale, è un sobrio mito e Aime aiuta benissimo a ricordarlo seriamente fuori dal mito. In appendice quattro lunghi discorsi di Sankara (New York, Parigi, Ouagadougou, Addis Abeba). Seguono le minuziose note con ricchi esaustivi riferimenti bibliografici, non l’indice dei nomi.

https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/burkina-faso-sankara-diallo-che-guevara-africano

 

 

Delitto in cornice. Un caso per Manrico Spinori – Giancarlo De Cataldo

Einaudi Torino 2026

Pag. 232 euro 18

Roma. Ottobre. Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Rick Contino Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda è stato appena nominato responsabile della divisione Omicidi della Procura di Roma. Ora è sulla soglia di un capannone con la collaboratrice poliziotta coatta “destrorsa” romanaccia Deborah Cianchetti, metro e ottanta di muscolatura e avvenenza (pur se meno tinteggiata del capo). Dentro sta lavorando la Scientifica, c’è il cadavere di una donna, sul corpo vari processi di scarificazione (ci si procura cicatrici e poi le si tratta per determinare rilievi sulla cute a proprio gusto e forma). Si tratta dell’avvenente artista Serena Renne, quarantenne originaria del Gargano: sotto il nome di Verena Rex aveva guadagnato una certa fama come esponente di punta di un movimento provocatorio che s’ispirava alla Body Art classica degli anni Ottanta e Novanta, morta con un taglio alla giugulare nel casolare adiacente alla villa su due livelli a pochi chilometri da Roma, via Braccianese Claudia. Computer e cellulare sono spariti, ma probabilmente qualcuno stava riprendendo. Vi sono, però, video sul web delle sue performance: salamandre, corno, penna di gabbiano impiantate nel corpo ed esibite in pubblica visione sociale. Toccherà indagare sul mondo dell’arte contemporanea romano, soggetti celebri e imprevedibili, vanesi eccentrici capricciosi tatuatori e mercanti, creativi e miserabili. Il pubblico ministero non riesce subito a capirci qualcosa, vi sono trasmissioni televisive che offrono notizie e piste con clamore mediatico, dalla morte qualcuno ci guadagna. Stefania Baldini, bella e furba dirigente dell’Aisi (il servizio segreto interno) che Manrico sta frequentando, è in trasferta in Giappone; incontra altre donne affascinanti; coordina una squadra di tutte donne con grandi acute diversificate capacità; vita interessante per gli uomini… finché l’opera lirica torna a dare qualche spunto su chi e perché abbia ucciso.

Il bravo ex magistrato e grande scrittore Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956) non è un melomane di gioventù, da ormai un ventennio ha riscoperto l’impatto emozionante dell’opera lirica, il che ha dato nuove priorità alla vita sociale, alla produzione musical-spettacolare e anche, per l’ennesima volta con successo, all’identità letteraria. Siamo già alla settima avventura della nuova gustosa serie di gialli, tutti casi romani clamorosi di un periodo precedente alla pandemia ma intrecciato con l’attualità criminale. Il bel signorile cinquantenne melomane è un gran personaggio ereditario (“cinque secoli di mattoidi, debosciati e alti prelati”), perfetto per mescolare l’esperienza professionale e la passione musicale di De Cataldo con due differenti generi narrativi: giallo all’inglese e irrituale ironia da sacrestia. Si comincia con un cadavere, come da copione, qui una vicenda complessa da collocare artisticamente. Seguono tutti i riti dell’investigazione, sia letterari che istituzionali. Le documentate ambientazioni e dinamiche del mercato delle opere d’arte (da cui il titolo e la copertina) orientano tutta l’avventura. Manrico organizza pure una trasferta a Firenze, sia per la pomeridiana del Macbeth al teatro del Maggio Musicale, sia per una visita all’anziano Archibald Mirelli-Celsi, illustre critico d’arte, dalla cui terrazza si godeva una vista mozzafiato sul Ponte Vecchio by night, lì è presente pure l’intrigante nipote dell’amico, Fiammetta Bardi-Finzi. La narrazione è come al solito in terza fissa al passato, quasi sempre su Manrico, e, più raramente, su azioni e pensieri delle sue collaboratrici. Lui va alle prime, cita opere, ascolta musica antica; raccoglie informazioni sugli specifici riferimenti culturali del caso, è caparbio e fedele al lavoro; ha un figlio musicista, i due molto simili nella caducità dell’amore; convivono a via Giulia con la madre (e nonna), anticamente splendida spendacciona ludopatica, e con il relativo maggiordomo (padre scomparso in un incidente stradale quando lui aveva nove anni). Tante opere liriche e musiche classiche. Un buon calice di Lupicaia con Archibald e Fiammetta, più spesso Barbaresco altrove e con altri.

 

 

I tramezzini di Rocco Schiavone – Antonio Manzini

Sellerio Palermo – 2026

Pag. 369 euro 17

Roma, Val d’Aosta e altrove. Cinquanta, quaranta e più di dieci anni fa. Il burbero sarcastico acuto vicequestore Rocco Schiavone ne ha viste tante per diventare così, ce lo sentivamo: da ragazzino, da adolescente e da vedovo. A metà Settanta amici e coetanei “facevano” le figurine; Rocco non le collezionava, si divertiva solo a giocarci, a muretto soffio numeri, fra Monteverde e Trastevere; le vinceva per Brizio e Furio. Quell’aprile insieme la fanno beffardamente pagare al cravattaro Mariano Er Bustina dopo aver visto la povera ultrasettantenne sora Elide piangere per un debito di sopravvivenza, 120.000 lire; nella bottega di vicolo della Scala scassinano un cassetto chiuso, ma si nascondono perché arriva lui con una nota prosperosa attempata prostituta; ascoltano che paga, fa cilecca e viene definito lumaco’. Nel 2014 Rocco si fa accompagnare dal viceispettore Scipioni dalla questura di Aosta a Torino, scelto dalla professoressa Laura Bugatti come esponente delle forze dell’ordine per l’incontro con gli studenti di Criminologia; in colpa per esserci finito a letto, aveva ceduto all’invito per ripagare quella mezz’ora scarsa di intimità con una terrificante lezione universitaria. In aula gli chiedono se si può risolvere un omicidio che non ha movente e racconta una vicenda capitatagli, la logica non c’entrava; alla fine un ragazzo si ferma ed espone il caso del padre Maurizio ucciso tre anni prima a Biella; gli consegna una cartellina e il vicequestore finisce per interessarsi; un poco se ne pentirà, pur risolvendo plurimi complicati casi che si riveleranno connessi. Due prime storie, una brevissima e antica, l’altra recente e da racconto lungo; sempre un tramezzino come premessa, prima il classico tonno e carciofini, poi spinaci e mozzarella (da riscaldare). Ecco altri ricordi, scintille, lacerti, sapori e inquietudini della vita di Schiavone, nove differenti tramezzini come pezzi perduti e irrecuperabili ormai, da un certo momento avvolti per legge nel cellophane, inscatolati negli autogrill, accanto a Tuc e Coca-Cola nei distributori delle stazioni.

Il grande scrittore, già attore e regista di teatro, Antonio Manzini (Roma, 1964) ha pubblicato quindici romanzi e quasi altrettanti racconti di un’eccelsa serie concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto” (e del perduto amore). Il suo protagonista romano è nato intorno al 1966, gli hanno ucciso l’amata moglie Marina il 7 luglio 2007 e qualche anno dopo è stato trasferito ad Aosta, sempre più apparentemente cinico. L’apprezzamento di critica e di pubblico è risultato sempre straordinario e meritato (anche in televisione, uno dei più grandi successi della storia di Rai Fiction, il 16 aprile 2026 sono iniziate le riprese per la settima stagione). Qui raccoglie nove racconti inediti, dedicandoli al maestro e amico Andrea Camilleri (gli arancini sono sostituiti con affetto dai tramezzini del titolo generale, adattando gli ingredienti a ogni storia). Altri tre sono ambientati durante la gioventù di Rocco Schiavone, quando scopre il potere delle narrazioni e quando, due anni prima della maturità, si orienta a studiare Giurisprudenza. Altri quattro riguardano, invece, il periodo dopo il lutto: nel settembre 2008 va in triste solitaria vacanza sull’isola di Panarea e, per la prima volta, Marina lo va a trovare (“Non risponde. Come un alone su un vetro sparisce”); poi lo troviamo durante l’esilio valdostano, una volta però sugli Appennini abruzzesi (chiamato dagli amici Furio e Brizio, poi tutti insieme bloccati dalla bufera di neve in un autogrill, con traffici e omicidio da ambiente chiuso). La narrazione avviene in terza persona varia al passato (in prevalenza su Rocco). Lo stile appare sempre curato e coerente, fra commozione e sorriso. I dialoghi risultano brillanti e divertenti, molti con i due amici del cuore, in romanesco. Ci sono ovviamente sparizioni, sorprese e misteri, non sempre omicidi. Segnalo la direttrice dell’hotel a Courmayeur, Chiara. Non manca il contributo di molti dei personaggi “storici”.

 

 

L’albero della vita. Introduzione alla filosofia della biologia – Telmo Pievani

Laterza Bari  2026 (nuova edizione interamente rivista e aggiornata rispetto al volume del 2005)

Pag. 284 euro 22

Terra. Dal principio. La materia vivente non disobbedisce ad alcuna legge fisica, tuttavia rappresenta nell’universo fisico una presenza inedita, non è completamente riducibile alle ordinarie leggi della meccanica: la sua costruzione rappresenta una modalità particolare di organizzazione della materia fisica stessa e si sottrae, provvisoriamente, al decadimento che conduce irreversibilmente ogni sistema fisico all’equilibrio, accumulando modificazioni, aggiungendo nuove parti e riorganizzando le loro configurazioni precedenti. È un tentativo, disperato e a termine, di sottrarsi alla seconda legge della termodinamica, che suggerisce un aumento dell’entropia. Un pezzo di materia è “vivo” quando scambia materia ed energia con l’ambiente e in queste incessanti attività metabolica e motoria produce ordine, strutture e forme cibandosi del disordine circostante. Le scienze del vivente hanno radicato nel loro statuto epistemologico una dimensione storica irrinunciabile. L’irruzione della storia nella natura, di cui Darwin si fa portavoce, sancisce il distacco da ogni imposizione dogmatica e da ogni fondamentalismo: esistono reti intricate di connessioni vitali prodotte da miliardi di anni di evoluzione. Appare dunque opportuna un’introduzione sintetica alla filosofia della biologia intesa come specifica scienza evoluzionistica, un’esplorazione teorica, organizzata per temi chiave e problemi concettuali, delle controversie e delle sfide empiriche emersi direttamente nella contemporanea agenda di laboratorio degli scienziati. Le dinamiche alla base del processo evolutivo (siano esse di tipo genetico, organico, popolazionale o ecologico) rientrano completamente nella sfera dei fenomeni naturali indagabili, attraverso un’indagine scientifica e non sono comparabili ad altre tipologie di spiegazione.

Il grande Telmo Pievani (Bergamo, 1970) fu allievo di uno straordinario scienziato americano (Stephen Jay Gould, 1941 – 2002) e oggi è lui stesso maestro di cultura scientifica universale, ordinario di Filosofia delle scienze biologiche all’Università di Padova (ancora per poco), da tempo visiting scientist presso l’American Museum of Natural History di New York. La prima edizione di questa “introduzione” risale a oltre venti anni, epperò le scienze della vita hanno visto nel nuovo millennio un’accelerazione straordinaria di conoscenze e di nuove tecniche. Continuano a non esistere teorie dell’evoluzione al plurale. La teoria dell’evoluzione per selezione naturale, descritta da Darwin nel 1859 e opportunamente rivista poi, è solidamente corroborata. Pievani organizza la narrazione sulle questioni aggiornate e aperte, i capitoli sono sette: la speciazione fra gradualismo e puntuazionismo (varianti di ritmo, in parte complementari); la micro e la macroevoluzione (dopo la Sintesi Moderna); il selezionismo genico e la teoria gerarchica dell’evoluzione (replicatori e interattori); l’impero genocentrico e i suoi ribelli (la teoria dei sistemi di sviluppo); la dialettica tra forme e funzioni (i concetti di adattamento e di “exaptation”); la selezione e i suoi limiti, funzionalismo e strutturalismo, progresso e contingenza; l’evoluzione del comportamento umano, sociobiologia, psicologia evoluzionista, ecologia. Chi confonde la vivacità delle dispute biologiche con la debolezza della teoria dell’evoluzione darwiniana rischia di collezionare ulteriori smentite, specie ora nella situazione di poli-crisi in cui viene a trovarsi il rapporto fra l’umanità e la biosfera. L’ignoto è e sempre sarà sterminato, ma la vera ignoranza non è l’assenza di conoscenza, ma il rifiuto di acquisirla, di usare (insieme, democraticamente) il metodo sperimentale (accettare l’evidenza empirica come vincolo) e la razionalità del possibile. Bibliografia generale e Indice dei nomi.

 

 

Una lingua per cantare. Gli scrittori italiani e la musica leggera – Giulio Carlo Pantalei

Einaudi Torino 2025

Pag. 310 euro 24

Italia. 1950 – 1980, circa. Pasolini, Calvino, Caproni, Fortini, Roversi, Flaiano, Parise, Arbasino, Moravia, alcuni dei massimi autori (di romanzi e liriche) del secondo Novecento italiano hanno realizzato anche versi pensati per la musica, contribuendo in modo decisivo alla nascita del cantautorato e della canzone impegnata nel nostro paese. Ciascuno di loro si poneva la questione storica, ideologica e artistica della parola cantata, emanando poi una potente influenza sulle nuove generazioni che negli anni seguenti erano quelle di De André, Guccini, Dalla, Tenco, Endrigo, Marini, De Gregori, Margot, Gaber, Vanoni, Jannacci, Battiato, Branduardi, Pietrangeli. Soprattutto dal dopoguerra fino all’inizio della nuova stagione della televisione a colori (1975-77), sia in Francia che in Italia (forse prima là che qui), sono esistite specifiche classi di artisti aperte alla contaminazione fra i registri accanto a classi di operatori preparati con competenze trasversali, prima della progressiva trasformazione dell’industria culturale in industria dell’entertainment. Si può ormai disegnare il ritratto di gruppo di una generazione di scrittori animati da una curiosità per le altre forme d’arte, senza invasioni di campo oppure steccati rigidi, cercando invece un uditorio più ampio per la letteratura. Cimentandosi con la scrittura per musica, alcuni storici letterati (poeti o narratori) del secondo Novecento hanno dimostrato di poter essere a tutti gli effetti “parolieri”, di poter così sperimentare a modo loro contenuti politici di sinistra e novità pertinenti di forme letterarie, conferendo un ulteriore strato di profondità alla colonna sonora di una stagione irripetibile, forse irrecuperabile, che continua però a parlarci in quella presente e viva.

Il giovane italianista e scrittore, musicista e cantautore Giulio Carlo Pantalei (Roma, 1990), con un’accurata ricerca anche d’archivio e competenze musicologiche, mette a fuoco il nesso spesso sottovalutato fra letteratura “pesante” e musica “leggera” nei primi decenni dell’Italia repubblicana. La narrazione, ricca di particolari e aneddoti, è scandita da otto capitoli, incentrati sui singoli scrittori (anche) di versi per canzoni, sulle motivazioni e sulle dinamiche delle singole opere, sugli influssi immediati e di lungo periodo. S’inizia con il grande poeta “partigiano e seminale” Giorgio Caproni (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990), coinvolto in vario modo con il Festival di Sanremo dal 1955, sottolineando che lo chansonnier Jacques Prévert era l’interlocutore privilegiato di quella generazione. Si prosegue con gli anni di Torino (1958-60) contrassegnati dal fermento culturale intorno al gruppo dei Cantacronache e ai circoli intellettuali della città: letteratura, musica, politica, arti visive. Poi il terzo capitolo e il quarto capitolo sono dedicati a due dei torinesi più attivi e “nazionali”, al potere evocativo, eversivo quasi, della parola cantata, sollecitato da Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985) e Franco Fortini Lattes (Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994). Negli anni successivi ci spostiamo a Roma (1960-63), il momento di passaggio sarebbe già giunto al Teatro dei Satiri il 23 maggio 1958 dove arriva il Neorealismo in formato canzone guidato da Calvino; in prima fila Moravia, Bassani, Flaiano, Silone e, soprattutto, Pasolini accanto all’effervescente amica Laura Betti, che allestirà dal gennaio 1960 una vera e propria tournée con grande riscontro di critica e di pubblico. I capitoli sesto e settimo (il più lungo) sono dedicati ai “romani”, dopo il fondamentale Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Ostia, 2 novembre 1975) sono trattati insieme Alberto Moravia, Goffredo Parise, Ennio Flaiano e Alberto Arbasino. L’ottavo e ultimo capitolo riguarda gli anni di Bologna (1973-75) e Roberto Roversi. Oltre quaranta pagine di minuziose note bibliografiche e una ricca bibliografia (senza indice dei nomi) concludono la pregevole opera.

 

Una notte a casa LeopardiFrancesco Fabretti

Laterza Bari 2026

Pag. 225 euro 18

Recanati. Da secoli e da decenni. Capita di voler trascorrere almeno una notte a casa altrui, magari all’interno di quella che fu di Giacomo Leopardi, a Recanati, tra il Potenza e il Musone, nelle Marche. Lì dal 1200 circa vive la stessa famiglia, lui vi nacque conte il 29 giugno 1798, nove mesi e due giorni dopo il matrimonio fra il padre Monaldo e Adelaide Antici. Erano diverse strutture che si aggregarono nel corso dei secoli, poi divenne un unico nobile palazzo di quattro piani e di cinquemila metri quadri (con pianta trapezoidale, cinta muraria e ristrutturazione proprio nel 1798), la famiglia aveva anche cinquecento ettari di terre. Qui, nell’oscurità, si può finalmente cominciare a passare di stanza in stanza, ad aprire stipi e porte segrete, a salire e scendere scale, a superare anditi, a circumnavigare armadi a muro, a occhieggiare le migliaia di volumi di un’antica biblioteca, a passeggiare per ampi saloni, a oltrepassare vari disimpegni, a pattinare corridoi e a pettinare tende. All’epoca della sua morte a Napoli il 14 giugno 1837, Giacomo era un illustre sconosciuto: venerato come poeta da una nicchia di letterati, in vita venne apprezzato da pochi e fu presto ritenuto un pensatore pericoloso (soprattutto dalla Chiesa) per l’approccio alla realtà. Di lui circolava solo un ritratto, a suo dire poco veritiero; i cenni biografici mancavano di parti importanti dell’esistenza; le illazioni erano già numerose e tanti accampavano diritti su scritti e pensieri. Da più di un secolo è nell’immaginario emotivo di tantissimi italiani. Resta impossibile esaurire Leopardi, comprenderlo e descriverlo nella sua esatta essenza. Leggerlo resta sempre prioritario ed essenziale (comunque periodicamente), visitarne la casa con un anfitrione competente una sana abitudine (massimo ogni dieci anni, meno per i corregionali), acquisirne elementi familiari, casalinghi e biografici appare ora molto divertente. Fatevi accompagnare, senza pregiudizi e senza illusioni, per cortesia.

Francesco Pilì Fabretti (Recanati, 1975) è da decenni un’esperta guida di casa Leopardi, anche operatore turistico, musicista, fumettologo, cicerone affettuoso. Al calar della notte nel luogo dove lavora di giorno ci accompagna con garbo, ironia e autoironia, non più condensando solo in quaranta minuti (più volte al giorno per quasi tutto l’anno) un nostro concittadino che molti apprezzano nel mondo e tanti frequentano nei variabili umori esistenziali. Dal centenario della nascita di Giacomo Leopardi, la sua casa natale è divenuta un museo che, seppur abitato ancora dai discendenti dell’ultimo dei suoi fratelli, è aperto al pubblico: studenti, comitive, coppie, sposini, amanti, famiglie, seminaristi e suore, ragazzi e anziani passano di lì, talora accanto a poeti, studiosi, letterati, artisti, intellettuali, amministratori, registi, attori, sportivi, ognuno rendendo a proprio modo omaggio al genio recanatese e qualcuno forse convinto di possederne ormai l’essenza, già prima o almeno dopo la visita. Questa volta è al tardo tramonto che ci si trova nell’androne ed è al chiarore della luna che si attraversano (fino all’inevitabile alba) la cucina della servitù, la Sala dei Manoscritti, la Biblioteca (mitica), lo Studio di Monaldo e, dopo un intermezzo per il rigido scalone, la Galleria, il giardino, le camere dei fratelli Carlo e Giacomo, il pomario, il convento delle monache. Si va anche in dispensa e sul tetto, dopo un intermezzo estero (“cirillico”), riferito all’avventurosa trasferta collettiva nella periferica tenuta russa di Lev Tolstoj per una mostra di gemellaggio. Ogni occasione è buona per approfondire le opere scritte di Giacomo; le sue relazioni in famiglia, padre madre fratelli sorella; amicizie e legami a Napoli o nel resto d’Italia; le eterne questioni del suo tentativo di fuga, di infatuazioni e patologie, della sua morte; l’attività di discendenti con nuova fertile immaginazione (in particolare la contessa Anna, suo figlio Vanni, sua nipote Olimpia); spunti su antichi custodi di memorie ed esperienze; alcuni casi di intellettuali a noi contemporanei che hanno “osato” cantarne le gesta (Carmelo Bene, Mario Martone, Sergio Rubini); spesso inframezzando con arguzia “probabili” irresistibili domande e osservazioni di concreti spontanei visitatori. Un volumetto delizioso dove s’impara molto, con colloquiale austera solennità, senza accademia.

Informazioni sull'autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *