Una performance al Karl May Festival di Bad Segeberg, in Germania, nel 2007. Libri, film, fumetti e spettacoli pubblici europei hanno creato la propria versione immaginaria del West americano. Foto di Roan Shryne su Wikimedia Commons. Pubblico dominio.
Per molti europei la parola “indigeno” evoca due significati molto diversi. Il primo rimanda a comunità lontane, in parte fittizie e fortemente romanzate, intente a difendere la propria terra dai colonizzatori, un’immagine ereditata dai racconti d’avventura di romanzi, film e fumetti americani ed europei. L’altro significato è invece molto più vicino a noi, le rivendicazioni nazionaliste di essere “autoctoni”, presunti discendenti degli abitanti “originari” il cui sangue sarebbe legato alla terra del proprio paese, accompagnate dall’idea che “gli altri” (di solito popolazioni vicine o migranti recenti) siano arrivati in seguito e possiedano quindi diritti più deboli sullo stesso territorio. I Balcani offrono un esempio particolarmente lampante di come queste idee possano coesistere ed essere strumentalizzate, ma non rappresentano un’eccezione limitata a questa regione.
Una distinzione importante rischia di perdersi nella traduzione. Nell’ambito dei diritti umani internazionali, per Popoli Indigeni non si intendono semplicemente coloro che possono dimostrare che i loro antenati sono arrivati per primi. Non esiste un’unica definizione universale, ma il concetto include l’autoidentificazione, la continuità storica con le società precoloniali, istituzioni culturali o politiche distinte, uno stretto legame con la terra e le esperienze di conquista o emarginazione.
Come spiegato dai sociologi Maykel Verkuyten e Jochem Thijs dell’Università di Utrecht, l’autoctonia e il nativismo politico operano in modo diverso: dividono i residenti in una popolazione “ospitante” naturale e in una popolazione “ospite” condizionata. La credenza nell’autoctonia, spiegano, ovvero che un paese appartenga ai suoi primi abitanti, “può essere una ragione accettabile per rivendicare la proprietà collettiva di un territorio e questa rivendicazione può avere conseguenze negative per i nuovi arrivati. I bambini potrebbero pensare che un luogo appartenga al loro gruppo perché ‘noi’ eravamo qui prima e quindi sviluppare atteggiamenti negativi verso gli altri gruppi”.
Un esempio chiave di come la cultura popolare plasmi la percezione in questo ambito è il caso dei nativi americani.
Una versione europea del selvaggio West
Molto prima della televisione via cavo e di Internet, gli europei avevano costruito il proprio West americano, in parte grazie ai romanzi di Karl May (1842-1912), che furono letti sia da adulti che da bambini e divennero elementi fissi in molte biblioteche domestiche, non solo in Germania e Austria, ma in tutta Europa, compresa la Jugoslavia. May non aveva visitato il West americano prima di scrivere le sue storie più famose, eppure il suo eroe Apache Winnetou ha plasmato generazioni di idee sui nativi americani. Ad esempio, nella Macedonia del Nord ci sono donne nate negli anni ’70 che portano il suo nome Vineta.
Gli adattamenti cinematografici, frutto della collaborazione tra diversi paesi europei, festival e parchi a tema, hanno contribuito a mantenere vivo questo mondo immaginario, come illustrato nel seguente video che accompagna l’articolo del New York Times “Lost in Translation: Germany’s Fascination with the American Old West“:
La rappresentazione dei nativi americani a Hollywood non si basava su un’unica formula immutabile. Molti dei primi western li raffiguravano come anonimi “selvaggi indiani spietati” (termine tratto dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana), fino alla caricatura. I film successivi li ritrassero o come vittime della conquista o come gruppi etnici e individui riconoscibili, con virtù, difetti e interessi contrastanti. Film come “Un uomo chiamato Cavallo”, “Il piccolo grande uomo“, “Soldato blu” e “Corvo rosso non avrai il mio scalpo!” esemplificarono questo cambiamento negli anni ’70. Negli anni ’90, “Balla coi lupi” e “L’ultimo dei Mohicani” rappresentarono la diffusione di questa versione più empatica presso il grande pubblico, anche se il “nobile selvaggio” divenne un altro stereotipo.
I fumetti western europei, inclusi capolavori come il francese “Blueberry” o il belga “Comanche“, seguirono traiettorie simili e, come i popolari “Spaghetti Western”, i fumetti western italiani ebbero un’evoluzione strettamente correlata. Serie come “Tex”, “Zagor”, “Storia del West” e “Ken Parker” trassero ispirazione dal cinema, sviluppando al contempo personaggi indigeni variegati. Queste rimanevano fantasie europee, ma trame più elaborate trasformarono i nativi americani in protagonisti della storia, anziché in semplici comparse o nemici senza volto. In Jugoslavia, dove i fumetti italiani godevano di un enorme successo di pubblico, il loro linguaggio morale divenne familiare a tutte le generazioni.

Rappresentazioni di donne native americane nei fumetti di Yu Blek, realizzati in Serbia su licenza italiana (episodio “Cuore spezzato”, pubblicato da Golkonda), e nella traduzione croata dei fumetti di Zagor, originariamente realizzati in Italia (episodio “Fiore notturno”, pubblicato da Ludens). Foto di Global Voices (CC BY 3.0)
Anticolonialismo, prodotto localmente
I lettori jugoslavi non si limitavano a consumare avventure tradotte. Poiché le importazioni dall’Occidente non bastavano a soddisfare la sete di fumetti, la produzione locale si sviluppò già nel periodo tra le due guerre mondiali e proseguì durante l’era della Jugoslavia socialista.
Ad esempio l’artista Andrija Maurović (1901-1980) produsse una vasta gamma di fumetti western e d’avventura di grande pregio visivo. Dal 1978 la casa editrice Dnevnik di Novi Sad commissionò a scrittori e artisti locali la creazione di episodi su licenza de “Il Grande Blek” [it], popolarmente noto come “Yu Blek”. Anche Forum e Marketprint produssero fumetti di “Tarzan” dal 1983 al 1990, poi confluiti nel franchise globale. Si trattava di fumetti commerciali, diffusi in un paese che si vantava di aver co-fondato il Movimento dei Non Allineati e che celebrava pubblicamente la solidarietà con le lotte anticolonialiste. I viaggi di Tito in Africa e in Asia proiettavano messaggi di pace e collaborazione con i nuovi stati indipendenti. In questo contesto le storie di resistenza alla conquista facevano eco alla narrativa fondante della Jugoslavia, basata sull’antifascismo partigiano, sulla liberazione e sulla coesistenza:
Questo rende gli anni ’90 particolarmente difficili da ricordare. Molte persone che hanno abbracciato o sostenuto politiche nazionaliste erano cresciute con valori come “fratellanza e unità“, solidarietà anticoloniale ed eroi popolari che proteggevano gli oppressi, a dimostrazione che l’infusione di valori dei diritti umani nella cultura pop non è un vaccino contro il fanatismo.
Il linguaggio anticoloniale sopravvive nella politica nazionalista contemporanea, ma spesso in modo selettivo. I crimini coloniali occidentali vengono richiamati per dipingere “l’Occidente” come l’unico soggetto illegittimo, e per rispondere alle critiche rivolte alla Russia con il “whataboutism” (benaltrismo cioè controbattendo le accuse anziché confutarle nel merito), mentre la conquista russa dell’Asia centrale, del Caucaso e della Siberia, e la successiva russificazione dei popoli asiatici ed europei, vengono completamente ignorate.
Il criminale di guerra condannato Vojislav Šešelj offre un esempio emblematico dalla Serbia, dopo aver descritto gli Stati Uniti come uno stato costruito attraverso la distruzione della propria popolazione nativa, ha esortato i serbi d’America a votare per Donald Trump, soprattutto per la sua posizione nei confronti della Russia. Il servizio di fact-checking Istinomer ha poi documentato la più ampia mitologia mediatica serba costruita attorno a Trump.
Simili narrazioni si ritrovano anche in altri paesi balcanici, un contrasto reso ancora più evidente dalla retorica espansionistica di Trump sulla Groenlandia e sul Canale di Panama. Quando la violenza coloniale ha importanza solo se commessa da un avversario geopolitico, l’anticolonialismo diventa un alibi anziché un principio.
Autoctonia in patria
Dalla costruzione della nazione nel XIX secolo fino alla dissoluzione della Jugoslavia, le narrazioni nazionali in competizione tra loro cercavano radici sempre più profonde. “Autoctono” divenne un complimento, “nuovo arrivato” o “ospite” un’accusa. Le rivendicazioni di primati non generavano meccanicamente violenza, ma potevano offrire una copertura morale per l’assimilazione, l’espulsione e la pulizia etnica, se i vicini venivano percepiti come intrusi temporanei, la loro rimozione poteva essere raccontata come restaurazione anziché come ingiustizia. La ricerca sulla costruzione dello stato post-ottomano mostra come spostamento forzato, redistribuzione delle terre e omogeneizzazione nazionale fossero intrecciati fin dalla fine del XIX secolo.
Da quel momento in poi, i nazionalisti balcanici hanno ripetutamente tradotto le narrazioni di continuità in “diritti storici”. In quanto eredi di entità politiche antiche o medievali, le nazioni moderne avrebbero presumibilmente vantato diritti prioritari sui propri territori. La Grecia moderna ne è un primo esempio, mentre successive storiografie concorrenti hanno collegato serbi e bulgari agli imperi medievali, i rumeni alla continuità daco-romana e gli albanesi alla discendenza illirica. La recente “antichizzazione” ha affermato la continuità dei moderni macedoni di etnia macedone con il regno di Alessandro Magno.
Tuttavia le mappe basate su diritti storici raramente corrispondevano alla composizione eterogenea delle popolazioni che abitavano quei territori. L’assimilazione forzata, la migrazione forzata, lo scambio di popolazioni e la pulizia etnica sono stati strumenti cruciali nella costruzione degli stati-nazione balcanici, dall’indipendenza greca fino al dopoguerra, per poi riemergere durante le guerre jugoslave [it] (1991-2001). Questo vocabolario è tornato alla ribalta con un incidente internazionale nel 2014, quando un drone fece sorvolare lo stadio con uno striscione recante la scritta in inglese “autochthonous” sopra una mappa della “Grande Albania”, durante una partita di calcio del campionato europeo tra Serbia e Albania a Belgrado.
La ricerca genetica ha fornito a queste narrazioni un nuovo vocabolario, apparentemente scientifico. Risultati autentici sulla discendenza, o stime commerciali spacciate per scientifiche, vengono interpretati selettivamente come prova che una nazione moderna discenda direttamente da un’antica popolazione. Un esempio è la diffusione online di teorie del complotto pseudostoriche che collegano direttamente i serbi contemporanei alla cultura preistorica di Vinča, definendoli “il popolo più antico d’Europa”, una tesi che contraddice le prove scientifiche sulle migrazioni slave.
L’attribuzione di percentuali di ascendenza genetica “macedone antica” a macedoni e greci riduce storie complesse e condivise a semplici certificati di autenticità. L’incertezza scientifica e secoli di mescolanza scompaiono; cifre selezionate vengono poi utilizzate per etichettare i vicini come meno autoctoni, stranieri o addirittura razzialmente inferiori. La genetica delle popolazioni può far luce sulle migrazioni e sulle origini, ma non può trasformare culture preistoriche in nazioni moderne né decidere chi abbia maggiori diritti su un territorio.
Il confine mobile tra “ospitante” e “ospite”
I Balcani rappresentano un caso emblematico di come l’odio giustificato dal nativismo abbia contribuito ad alimentare guerre reali, ma “giustificazioni” simili sono emerse anche altrove. I movimenti anti-immigrazione in Francia, Gran Bretagna o Germania non hanno bisogno di rivendicare una discendenza dai primi abitanti per giungere a una conclusione analoga: i nuovi arrivati hanno meno diritti dei “nativi”.
Il termine “Gastarbeiter“, che nella Germania Ovest significa “lavoratore ospite”, coglieva perfettamente questa contraddizione. A partire dagli anni ’60, i lavoratori provenienti dai Balcani e dalla Turchia venivano reclutati perché c’era bisogno di loro, ma non si dava per scontata la residenza permanente e la cittadinanza. Persino i loro figli e nipoti potevano essere trattati come ospiti, mentre i migranti precedenti o i loro discendenti si univano al gruppo preesistente, rifiutando coloro che arrivavano dopo di loro.
Il paradosso più profondo è dunque europeo, non esclusivamente balcanico. Nelle narrazioni sul West americano, l’idea di “essere arrivati per primi” identifica spesso un popolo espropriato che merita protezione. Nella politica nazionalista, la stessa idea può essere invocata da un gruppo dominante come pretesto per escludere.
La storia e il legame con la terra sono importanti, ma nessuno dei due dovrebbe diventare un criterio per stabilire il valore umano o un titolo di proprietà per il dominio etnico. La vera prova dell’umanità inizia quando i diritti in gioco non sono figure distanti in un film o in un fumetto, ma i nostri vicini di casa di oggi.
