Alessandro Ghebreigziabiher: viva l’Italia

Marsilio figli immigrati Pisacane stranieri: razzismo? No, idiozia

Parole e musica di Laura Marsilio, assessore alle politiche educative e scolastiche del Comune di Roma, in quota PdL.
Ero indeciso su questo post e lo sono ancora.
I miei dubbi sono nello scegliere il modo migliore per commentare la suggestiva uscita dell’assessore pidiellino.
In passato, quand’ero un pizzico buonista, la sua l’avrei definita un’affermazione ignorante.
Io non sono buonista e nemmeno tollerante.
Quest’ultimo non lo sono stato mai.
Per questo ciò che dico non piace alla destra e spesso nemmeno alla sinistra.
Non ho mai tollerato l’ignoranza e, soprattutto oggi, non tollero la stupidità.
Soprattutto quando è al potere e prende decisioni che ricadono sui miei figli.
Spero sia chiaro a voi che entrate in questo blog che il sottoscritto non vi dirà mai bugie tipo siamo tutti uguali.
Io non sono uguale a Calderoli o Bondi.
Non vi dirò che i figli degli immigrati nati in Italia sono Italiani.
Forse lo sono o magari no.
Magari no, lo spero per loro.
Io, sfortunatamente, lo sono.
Faccio parte di questa Italia.
Non l’Italia di Dante Alighieri, Leonardo Da Vinci e Galileo Galilei.
L’Italia a cui per mia sventura appartengo oggi ha come leaders gente come Berlusconi, Bossi, Gasparri e pure questa Laura Marsilio, se ci limitiamo alla città di Roma.
E’ una questione culturale, dice lei.
Ma voi del PdL, che cazzo ne sapete della questione culturale?!
La Storia:
C’era una volta un paese che possiamo, anzi, dobbiamo per forza di cose chiamare Italia.
Nel paese che per forza di cose dobbiamo chiamare Italia c’era una scuola.
La scuola Pisacane.
Nella scuola Pisacane c’era una classe.
Nella classe c’erano 30 bambini.
29 di loro erano figli di immigrati nati in Italia.
Uno solo era figlio di italiani e nato in Italia.
Sangue puro, insomma.
Si chiamava Benito, no… Romano, anzi, Silvio.
Ecco, Silvio, il prototipo dell’italiano medio del terzo millennio.
I figli di immigrati nati in Italia, gli stranieri per i realisti e i nuovi italiani per i buonisti, si chiamavano Ousmane, Traian, Fatima, ecc.
Mica Pasquale, Gennaro e Antonio.
Vuoi mettere?
Il primo giorno di scuola, la maestra, la signora Marsilio, entrò in classe e restò inorridita.
“È aberrante”, pensò la donna innanzi a quel mare di carnagioni olivastre, crespi chiome e occhi a mandorla. “E’ aberrante l’istituzione di un plesso con solo stranieri, perché l’integrazione significa scambio e non solo isolamento in una scuola…”
Tuttavia, ad un tratto una luce le si aprì in fondo a quel tunnel da incubo in cui era finita a causa delle politiche buoniste delle precedenti amministrazioni: un volto ricoperto da una rassicurante epidermide al limite del pallido la osservava dall’ultimo banco nella fila centrale.
“T-Tu…” disse emozionata additandolo tremante. “C-Come ti chiami?”
“Mohamed”, rispose il compagno di banco dell’interessato.
“Non tu!” strillò lei con una vocetta stridula. “Quello accanto a te!”
“Silvio…” disse quest’ultimo timidamente.
Per poco la maestra non ebbe un orgasmo per la gioia.
“Silvio!” pensò estasiata. “Forse non tutto è perduto. L’integrazione è ancora possibile…”
“Caro”, gli disse con voce mielosa, incapace di staccare gli occhi da lui, “vieni alla lavagna a spiegare ai tuoi compagni stranieri cos’è l’Italia, cosa vuol dire essere Italiani e qual è la nostra cultura!”
Malgrado non fosse così felice della cosa, Silvio si alzò e accettò il compito.
I suoi gliel’avevano ripetuto tante volte quella mattina che è importante fare subito una buona impressione sull’insegnante.
Così raggiunse la lavagna, si schiarì la voce e parlò.
Parlò dell’Italia che conosceva.
Parlò di quello che aveva udito dagli Italiani che conosceva, i suoi genitori, i parenti e vicini di casa.
Parlò di Cassano, che sarebbe stato meglio convocarlo prima perché magari non sarà un fenomeno ma avrebbe giocato sicuramente meglio di Cannavaro e soci.
Parlò del Grande Fratello e dell’Isola dei famosi e che non vedeva l’ora che iniziassero.
Parlò del Festival di Sanremo e che lui avrebbe voluto come presentatore ancora Paolo Bonolis.
Parlò di Miss Italia, che era bella, ma che per lui era meglio la Canalis.
Parlò soprattutto di X Factor e di quanto gli era antipatica la Tatangelo.
Anche se però era bona.
E la maestra si tranquillizzò.
Viva l’Italia.
BREVE NOTA
Ho ripreso questo testo da  http://alessandroghebreigziabiher.blogspot. dove Alessandro Ghebreigziabiher (lo chiamo in modo formale perchè non ho il piacere – credo sarebbe un gran piacere visto quel che scrive – di conoscerlo) si presenta così.

Sono nato a Napoli nel maggio del 1968, tra due sud. Tra quello di mio padre, Araya Ghebreigziabiher, nato nel 1936 ad Asmara, Eritrea, e quello di mia madre, Paola Smiraglia, nata a Napoli nel 1942.

Il sud del mondo e quello italiano si sono incontrati, per mezzo dei miei coraggiosi genitori, alla fine degli anni ’60 a Napoli, divenendo una cosiddetta coppia mista. All’età di soli due anni ho seguito i miei a Roma, che è divenuta la mia città di ieri, di oggi e, molto probabilmente, anche di ogni domani che verrà.

Scrivo e racconto storie. Le scrivo e le racconto da sempre. Un tempo le scrivevo e le raccontavo senza saperlo. Da alcuni anni ne so qualcosina di più. E’ difficile credere che scrivere sia effettivamente la propria strada. Alla fine degli anni ottanta, in occasione degli esami di maturità, feci forse il miglior tema della mia carriera liceale. In tutti i sei anni precedenti – confesso pubblicamente di essere stato bocciato in terzo per due materie – al compito d’Italiano a mala pena riuscivo ad ottenere la sufficienza.

Solo all’ultimo compito, all’esame finale, ne compresi il perché: il problema erano le tracce. Ho sempre preferito scegliere da solo quale storia raccontare. Alla maturità afferrai la penna e raccontai gli anni trascorsi al Liceo Keplero di Roma. Ricordo ancora le parole dell’esaminatrice, la professoressa di lettere. Mi disse che, nonostante fossi uscito totalmente fuori tema, a suo avviso il mio testo era valido e che forse sarebbe stato da pubblicare. Così, mi chiese cosa avessi intenzione di fare dopo il liceo. Ebbene, come molti della mia generazione, con la testa piena di sciocchezze sul pericolo di farsi illudere dai propri sogni, risposi che mi sarei iscritto ad ingegneria, perché così avrei avuto più facilità a trovare lavoro.

“Che peccato”, commentò lei, “sei un giovane portato per le lettere…”

Ad ingegneria ho resistito per ben due anni, riuscendo persino a conseguire cinque esami. Tuttavia, che volete farci, nel frattempo era scoppiata la passione per il teatro e per il sociale. Il matrimonio tra questi due mi condusse nel 1995 alla Comunità di recupero per ex tossicodipendenti San Carlo, del Centro Italiano di solidarietà (CE.I.S.), in qualità di obiettore di coscienza. La scelta fra il Servizio civile e quello militare, ancora prima che di principio, fu logica, ovvero realistica: io volevo veramente donare un anno alla mia patria…

Nel frattempo cambiai facoltà e trasferii il mio seppur esiguo bottino di esami a Scienze dell’informazione.

L’anno cruciale è stato il 1998, l’anno della laurea, nondimeno, è il momento delle confessioni.

Mi rivolgo, in questo istante, alla professoressa che mi diede 30 in Analisi II: prof, si ricorda di me? Si rammenta quando, all’orale, mi pose il primo quesito e io rimasi in silenzio? Ricorda che, ingannata dalla mia carnagione, mi domandò se avessi problemi con la lingua e il sottoscritto le rispose di sì?

Ebbene, come si suol dire, ho mentito spudoratamente.

Sempre nel ‘98, come si dice, tornai sul luogo del delitto e mi proposi ufficialmente come “animatore teatrale del disagio” al Centro Italiano di Solidarietà. Dopo l’estate iniziai a lavorare anche come insegnante di informatica. Ancora in mezzo, stavolta tra le fredde lezioni in una scuola e quelle roventi in una stanza di una comunità. In quello stesso anno scrissi Tramonto, il monologo teatrale che nel 2002 è diventato un libro per ragazzi con la casa editrice Lapis. Tramonto, tra giorno e notte, tra luce e buio, una maschera inevitabilmente in mezzo tra due mondi. Due anni prima dell’uscita di quello che è stato il mio primo libro, nel 2000 compresi che nella vita – unica eccezione la scena – le maschere sono il peggior ostacolo per chi vuole raccontare qualcosa che abbia a che fare con la verità. Se non altro che viaggi nella direzione di quest’ultima, miraggio irraggiungibile per tutti. Così, presi il tanto sospirato pezzo di carta e lo riposi in un metaforico cassetto, per dedicarmi unicamente al lavoro come animatore teatrale, del disagio o meno.

E’ stata una scelta difficile, che mi sono ritrovato spesso a rinnegare e poi riconfermare con ulteriore convinzione.

Nel 2005 un altro anno estremamente significativo ha condizionato il mio viaggio. In maggio il programma del CE.I.S. nel quale avevo lavorato nei precedenti cinque anni, all’improvviso si vede tagliati i fondi e il sottoscritto, alla veneranda età di 37 anni, rimane disoccupato e con un figlio di un anno, sebbene condiviso con una meravigliosa compagna. Se tutto ciò non bastasse, nell’agosto seguente vengo a sapere che mio padre ha il cancro ai polmoni e che i medici gli hanno prescritto al massimo sei mesi di vita.

Una parte di me era a pezzi. Come scrittore tanti manoscritti e un solo libro pubblicato. Come professionista del sociale non avevo alcun titolo di studio vendibile, tipo educatore o psicologo. Tanta esperienza sul campo e nessun pezzo di carta coerente. Certo, mi direte voi, avevo ancora una laurea in informatica. In quell’anno ho inviato migliaia di curriculum, senza alcuna fortuna. Perciò, mi convinsi che non avevo altra strada davanti oltre a quella che avevo scelto di coltivare. Durante l’estate di quello sfortunato 2005 buttai giù l’idea del Laboratorio interculturale di narrazione teatrale, che fece il suo debutto a novembre dello stesso anno.

All’inizio del 2006 uno dei due Sud perde il suo ambasciatore: Araya Ghebreigziabiher, dall’Africa all’Europa, dall’Eritrea all’Italia, da Napoli a Roma, Buio, il padre di Tramonto, viene sepolto nella capitale. Da quel giorno, le pochissime cose che faccio di buono so che sono anche per lui.

Dal 2006 ad oggi sono arrivati altri libri, spettacoli di narrazione teatrale, rassegne e, soprattutto, incontri con tante persone, ciascuna degna di essere ascoltata.

Tuttavia, la cosa migliore che ho rimangono la mia compagna e i miei figli.

La mia speranza è che riuscirò ad aiutarli a realizzare i loro sogni.

Redazione
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