Algeria. La protesta, il regime e…

… e i postumi del carnevale elettorale

di Karim Metref

In Algeria, passato il weekend elettorale, i due campi – la resistenza popolare e il regime – si riprendono poco a poco dai postumi di quello che è stato più uno spettacolo che un’operazione elettorale regolare.
Il regime fa finta che il presidente sia stato eletto in modo legittimo e ha fatto validare i risultati dal Consiglio costituzionale. L’opposizione parla di frode senza precedenti e rifiuta assolutamente di riconoscere l’istituzione presidenziale nata da questa operazione.
Un grande evento per gli uni, un non evento per gli altri. Fatto sta che la protesta continua anche se molti si rendono conto che la strada sarà lunga… e tanto tanto dura.

Il trionfo dell’inganno

La settimana che ha preceduto le elezioni del 12 gennaio è stata un crescendo di proteste, repressione, informazione, disinformazione e contro informazione (come raccontato qui)… Infine, l’establishment militare politico ha messo in opera la sua collaudata macchina della frode elettorale.
Gli attivisti hanno documentato con video e foto il trasporto di migliaia di giovani militari della leva, in civile, per riempire gli uffici, almeno in presenza delle telecamere delle Tv di regime. Oppure ci sono le immagini della Tv nazionale che annunciava una grande affluenza di votanti nei seggi organizzati in varie città francesi per la diaspora, mentre dietro il giornalista si vedevano le urne trasparenti completamente vuote.
Per finire in bellezza la giornata di carnevale elettorale, la commissione organizzatrice «indipendente» ha annunciato la partecipazione di 9.755.340 votanti, che corrispondono a 39,88% degli iscritti alle liste elettorali.

Secondo alcuni mezzi d’informazione vicini alla protesta e che citano «fonti interne al regime», la percentuale reale di partecipazione è stato molto più bassa di così. Si parla di circa 8% di partecipanti, cioè meno di 2 milioni su 24 milioni di iscritti.
Il giorno dopo, il Consiglio costituzionale ha confermato i risultati e ha annunciato la vittoria del candidato Abdelmadjid Tebboune, con 4.947.523 preferenze, cioè 58,13%. (Vedi tutti i risultati).
I media di regime hanno parlato di festeggiamenti e qualcuno è arrivato perfino ad annunciare un entusiasmo senza precedenti per queste elezioni.

Imparare dalle sconfitte

Questa convalida del risultato è stata accolta come una vera doccia fredda da parte di tanti oppositori. Molti avevano sperato nell’annullamento vero e proprio del processo elettorale e in un qualche riconoscimento da parte del regime per i 10 mesi di lotta e di mobilitazione pacifica ma determinata.
Il morale dei manifestanti è andato giù e, anche se i numeri dei partecipanti rimangono altissimi, l’effetto della «riuscita» dell’elezione si sente. è come quando dopo una lunga marcia ci si convince che l’obiettivo è dietro la collina. Si racimolano tutte le forze ancora a disposizione, si cammina il più veloce che si può. La speranza è grande e ci dà forza e coraggio. Ma arrivati in cima alla collina ci si accorge che il percorso non è affatto finito. Che l’obiettivo è ancora lontano, forse dopo la prossima collina, forse dopo molte altre… In quel momento, esce tutta la stanchezza. In quel momento ci vuole molta forza per riprendersi e non abbandonare. Questo è l’effetto delle battaglie perse, delle delusioni durante la lotta. Chi è attivo da molto tempo, questo lo sa. Con il tempo si impara a guardare ogni tappa con l’ottimismo necessario per continuare a camminare ma anche con il pessimismo necessario per non crollare in caso di delusione. Il famoso “ottimismo della volontà e pessimismo della ragione“.

Una diretta su facebook ripresa da un giovane attivista.

Ma il Hirak conta milioni di cittadini e la maggioranza dei quali fanno politica per la prima volta in vita loro. Molti erano convinti, all’inizio, che bastava uscire tutti quanti in strada per cambiare le cose. Ma poi hanno imparato, nel miglior modo possibile, cioè facendo. Hanno imparato a resistere e lottare senza usare violenza, senza saccheggi. Hanno imparato a non rispondere alle provocazioni. A organizzarsi in modo orizzontale, senza leader. Hanno imparato a fare controinformazione usando i telefonini e le reti sociali. Hanno capito che la strada sarà lunga ma non hanno smesso di camminare, ogni settimana da 10 mesi.
Quindi se è normale un leggero calo dell’entusiasmo dopo questa piccola sconfitta, sarà altrettanto normale riprendere a lottare e perderla solo come una nuova lezione di vita e di lotta.

Un (non) evento storico

Il giovane vignettista Ainouche: Tebboune fa il giro dei cimiteri per ringraziare i suoi elettori.

Un evento storico, dice il regime, una nuova partenza. L’obiettivo (di elezioni pulite e trasparenti- Ndr) è stato raggiunto « al 200% » ha dichiarato il Signor Mohamed Charfi, il presidente della Autorità nazionale indipendente per le elezioni (ANIE), in una intervista concessa ai quotidiani statali Horizons e Echaâb.
Con questa elezione, racconta la stampa ufficiale, l’Algeria ha inaugurato una nuova era, una era di legittimità istituzionale e di stabilità, dice El Moudjahid, l’organo storico del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN).
“La nuova Repubblica, che ci unisce é portatrice di un dialogo senza esclusioni, tiene la mano particolarmente al Hirak, per costruire insieme una nuova Algeria dedicata ai giovani e attenta alle sfide della governance democratica.”(Editoriale del Moudjahid di oggi).

L’unica cosa che non ci spiega l’editoriale è come si fa a fondare una squadra nuova con gli stessi giocatori e la stessa maglia.

La scelta della continuità e della stabilità, afferma la stampa di regime, in vari altri editoriali, ha permesso addirittura di evitare all’Algeria i risultati di un complotto internazionale. Un complotto che voleva ridurla alla stregua della vicina Libia o della Siria.

Dalla strada al web

Le dichiarazioni trionfali della stampa vicina all’establishment algerino è accompagnata da un aumento anomalo dell’attivismo dei suoi sostenitori sui social network. Su molte pagine di discussioni, si è osservato un attacco organizzato da parte di molti profili, in parte veri, di persone vicine ai servizi o appartenenti ai partiti al potere o anche appartenenti ad alcuni movimenti islamisti che subito dopo l’elezione hanno mollato ufficialmente il carro del hirak per salire su quello del vincitore del momento. Ma ci sono anche molti profili fake appartenenti ai gruppi di propaganda e disinformazione organizzati e pagati dai baroni del regime.

Quella che fa pensare ad un attacco concordato sono i metodi e i temi sollevati da questi profili. Puntano al disfattismo, dicendo che il Hirak è ormai finito, diviso. Puntano alla divisione tra amazigh e arabi, tra islamisti e laici… Oppure di ridurre ogni discussione a un puro scambio di insulti e di volgarità.

La resistenza continua

Da parte sua il Hirak tiene il colpo: indebolito ma non mette ginocchio a terra. La mobilitazione continua. Oggi (20-12-2010) i milioni scesi in piazza cantano: «Tebboune non è il mio presidente» e molti sfilano con contenitori di farina, per ricordare il nome con il quale il movimento chiama il nuovo presidente: «Tebboune la Cocaina”.

Il riferimento è al fatto che uno dei suoi figli, Khaled Tebboune, è stato arrestato come complice nell’Affare di Kamel Chikhi – detto Kamel il macellaio – accusato tra altre cose di aver importato un container di cocaina dal Brasile. Mentre il macellaio è stato condannato a dieci anni, il figlio del neopresidente è stato liberato subito dopo la candidatura.

A.T. – un’attivista di Annaba, sentita su messenger – ha detto che il numero di manifestanti era altissimo. Prova, se serve, che il successo delle elezioni annunciato è tutto una leggenda. E mentre ci salutavamo, ha aggiunto “Sì ormai siamo sulla strada giusta… quella che ci farà uscire dalla selva selvaggia e dall’oscurità. Non importa quanto sia lungo il viaggio o il cammino l’importante è che niente ci fermerà

Per il Hirak il 12 dicembre è stato un non-evento. Una continuità in una tragi-commedia vista e rivista. Anzi, secondo molti osservatori l’ostinazione a organizzare a tutti i costi questa elezione ha «allargato un fosso già molto vasto fra il governo e i governati e rischia di portare a un ritardo nella normalizzazione e nell’individuazione di soluzioni vere.» (Louisa Driss Ait Hammadouche, politologa ).
Quindi non solo l’elezione non ha risolto il problema di legittimità politica del governo algerino ma l’ha aggravato ulteriormente.

Una figuraccia in mondovisione

E questa volta, contrariamente al solito, il regime non è riuscito nemmeno a fare bella figura con la stampa internazionale, generalmente compiacente. Tutti hanno osservato la debolissima partecipazione della popolazione e le varie forme di proteste e di disturbo del processo organizzati dall’opposizione sia in patria che all’estero. Nessuno ha potuto far finta di credere che il tasso di partecipazione fosse veramente di 40%.

Illustrativo dell’immagine data all’estero è il titolo del tedesco Zeit: Il regime algerino merita il premio nobel per la frode.  Non sempre con questi toni, ma la maggior parte della stampa internazionale ha sottolineato l’anomalia di queste elezioni e del modo in cui è stata “imposta a tutti i costi“.

Lo scontro finale

Per ora il Hirak è impegnato a far vedere che ha incassato bene questo pugno in faccia che è stata l’operazione elettorale. Il regime da parte sua è impegnato a creare una sembianza di normalità e a riorganizzare (in chiave sempre gatopardiana) l’apparato dello Stato. Nominare un nuovo governo, nuovi responsabili alla testa di molti importanti posti istituzionali sia civili che militari.
Ma a breve lo scontro ricomincerà e si prevede che sia molto violento. Gli algerini si preparano in un misto di speranza e di paura. Perché conoscono bene il loro regime e sanno di che cosa è capace.

Karim Metref
Sono nato sul fianco nord della catena del Giurgiura, nel nord dell’Algeria.

30 anni di vita spesi a cercare di affermare una identità culturale (quella della maggioranza minorizzata dei berberi in Nord Africa) mi ha portato a non capire più chi sono. E mi va benissimo.

A 30 anni ho mollato le mie montagne per sbarcare a Rapallo in Liguria. Passare dalla montagna al mare fu un grande spaesamento. Attraversare il mediterraneo da sud verso nord invece no.

Lavoro (quando ci riesco), passeggio tanto, leggo tanto, cerco di scrivere. Mi impiccio di tutto. Sopra tutto di ciò che non mi riguarda e/o che non capisco bene.

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