Berici: streghe locali, esperimenti militari o cosa?

Eventi misteriosi nel Vicentino alla fine del secolo scorso

di Gianni Sartori

  Correva l’anno 1990 e l’inquietudine serpeggiava fra le contrade dei Colli Berici. in quel di San Gottardo e di Zovencedo.

Autocombustioni di moto e di televisori, nascite di agnelli morti, strani malesseri tra le popolazioni. Tutto questo accadeva da qualche settimana in alcune località del Vicentino. Qualcuno aveva anche scritto un allarmistico articolo (roba da “turbamento dell’ordine pubblico”) dal titolo evocativo: «L’Occhio che uccide».

L’occhio preso in considerazione non era quello di qualche stria (strega) locale… altri occhi ben più moderni e tecnologici entravano in questa storia.

In un primo momento si era parlato di “spiriti” e di fenomeni paranormali. Al punto che si era perfino individuato un ragazzino in odore di poltergeist (prontamente allontanato… per sottrarlo all’insana curiosità dei cronisti). 
L’ipotesi parapsicologica, oltre che suggestiva, poteva avere anche qualche “fondamento storico”. In zona le tradizioni non mancano. San Gottardo era considerato dai cultori del genere uno dei luoghi canonici perché infestato dalle Anguane, spiriti femminili posti a guardia di fonti e grotte (o di entrambe, come nel caso della “Fontana dee bee done” di San Gottardo, una profonda e tortuosa cavità il cui lago sotterraneo alimenta una ricca sorgente perenne). Le Anguane – equivalente veneto delle Aganis friulane, delle Seileghen Baiblen cimbre, forse dei cattivissimi vodianoi sloveni… – possono, a seconda della località e delle circostanze, comportarsi da entità sia benigne che maligne; essere alquanto socievoli e “domestiche” come ostili e, al limite, antropofaghe. 
Inoltre, sempre in tema di tradizioni occulte, il paese dirimpettaio, Zovencedo (posto sul colle di fronte, a meno di tre chilometri in linea d’aria) è sempre stato, a memoria dei residenti, dimora abituale delle strie. L’ultima di cui si abbia notizia svolse tranquillamente e decorosamente la sua attività (inviare e togliere malefici e fatture) per tutti gli anni cinquanta. E con un certo successo, pare, soprattutto come guaritrice; al punto da essere formalmente riconosciuta e accettata dalla comunità (tranne dal prete e dal medico condotto, esasperati dalla concorrenza della sciamana). Venne perfino intervistata dal prete non-conforme don Giuseppe Perin, direi con una certa dose di affettuosa benevolenza. Unica pecca, il simpatico autore di «Scienza e poesia sui Berici» chiese in dono alla stria uno dei due ultimi striossi (*) di cui si abbia notizia per poi distruggerlo, sfidando il malocchio con intenti educativi, di fronte ai suoi allievi dei Buoni Fanciulli. A modo suo, un iconoclasta (**).


Contemporaneamente, dal secondo dopoguerra in poi, nelle innumerevoli grotte, cave e cavità dei Colli Berici cominciarono a insediarsi “cose” ben peggiori di qualche bonaria entità ctonia delle antiche colline. Robetta come armi nucleari, impianti per comunicazioni, truppe altamente selezionate (stabili o in transito), depositi di armi, mezzi e munizioni in grado di arrestare ventilate invasioni (magari anticipandole con la collaudata “rappresaglia preventiva”). 
Tutto questo necessitava di adeguate infrastrutture di superficie: ecco allora spuntare come funghi giganteschi e abominevoli impianti radar dalle sproporzionate parabole, apparecchiature LOS Microwave repeater, fantascientifiche luminarie notturne in corrispondenza dei percorsi e delle rampe d’accesso ai bunker dove, si narrava sottovoce, venivano conservate le testate nucleari… (e intorno, sotto l’ombrello protettivo degli impianti militari, tutto un sottobosco di grandi e piccoli ripetitori pubblici e privati, da quello di Radio Star a quello della Snam-Idrocarburi). 
Come è noto, fra le basi statunitensi vicentine gode, ormai da anni, rinomanza internazionale quella denominata PLUTO di Longare; meno conosciuta la sua cugina della “Fontega”, nei pressi del Tormeno. Altre ancora, narrano leggende locali non verificate, con le aperture d’accesso mascherate tra dirupi e terreni scoscesi, sarebbero raggiungibili soltanto dagli elicotteri.

Quasi una nemesi

Bisogna ricordare che c’erano stati precedenti “illustri”. Durante la seconda Guerra mondiale i nazifascisti avevano pensato di utilizzare come deposito sotterraneo per gli impianti industriali del vicentino (ma anche dell’Emilia, vedi le Reggiane) le antiche cave di Costozza, poste in una posizione difficile da colpire per i bombardieri alleati. I quali comunque (gli statunitensi, ovvio) appresero la lezione e la applicarono su scala industriale.

Gli eventi di allora apparivano quasi una nemesi, una estrema e tellurica ribellione di Madre Terra violata senza alcun ritegno.

Un orrendo rigurgito proveniente dal profondo, degno di un romanzo di H. P. L. (***)

Allora colpa degli Americani? All’epoca la gente di quei paesini a una quindicina di chilometri da Vicenza pareva convinta di sì. Da febbraio (1990) molti di loro stavano male; contemporaneamente continuavano a scoppiare piccoli, imprevedibili, inquietanti incendi. Almeno da marzo era accertata la nascita di animali morti (gli agnelli di un piccolo gregge); molti altri erano deceduti misteriosamente o scomparsi da un giorno all’altro (parecchi gatti, qualche cane…).

Eppure le autorità (a parte i due sindaci di Arcugnano e Zovencedo) sembravano restarsene in attesa dei futuri sviluppi. Nessuno sembrava volere (o potere?) prendere l’unica decisione possibile: “staccare la spina” di quei ripetitori invadenti; impedire che altri danni, forse irreparabili, venissero arrecati alla popolazione e all’ambiente.

«La gente e i due sindaci, gli unici che si danno da fare, si sentono soli, abbandonati a se stessi…» sosteneva Paolo Carmignato che aveva già visto morire quattro agnelli del suo gregge. Aggiungeva che se lo aspettava: «Da parecchio tempo le pecore sono agitatissime, non dormono, quasi non mangiano… Le sentiamo lamentarsi di continuo».

«E il prefetto?» chiesi.

«Il prefetto si era prodigato, invano per fortuna, più che altro per raccomandarci di non parlare assolutamente con i giornalisti. Ma quanto a prendere una decisione in merito ai ripetitori si è reso latitante. Sembra quasi che sotto ci sia qualcosa di molto più grosso; qualcosa che esula dalla sua stessa autorità».

Il riferimento era chiaro: la maggior parte dei ripetitori sospettati erano localizzati nell’area militare della Setaf (in particolare l’enorme parabola del Microwave repeater americano e un traliccio nuovo di zecca, ricoperto di antenne, parabole e pannelli della Snam idrocarburi).

Eventi misteriosi

I prodromi degli eventi misteriosi risalivano appunto al febbraio 1990. Fruscii, vibrazioni, nervosismo diffuso e inspiegabile.

Nei giorni immediatamente successivi, prese e interruttori cominciarono a surriscaldarsi, a incendiarsi, a colare.

Enel, Vigili del Fuoco, la stessa Protezione Civile brancolavano completamente nel buio. L’Enel disse di non rilevare nulla di anomalo: nessun sovraccarico di energia nei cavi, nessun danno agli impianti. Ma poco dopo, ironicamente, furono gli stessi rivestimenti in plastica di quei cavi a prendere fuoco. Qualcosa del genere capitò anche agli esperti che cercavano di individuare il famigerato “campo magnetico”. Gli strumenti non rilevavano niente del genere ma in compenso si incendiarono le parti in plastica degli strumenti stessi. «E finora – insisteva Carmignato – nessuno si è preoccupato di rilevare la radioattività…». Eppure all’epoca la presenza di ordigni atomici nelle basi sotterranee dei Berici era stata documentata (la citata base PLUTO).

Gli episodi che avevano sconvolto la vita tranquilla e bucolica di San Gottardo si intensificavano e cominciavano ad impensierire anche i dintorni.

Difficile fornire una lista precisa dato che si allungava di giorno in giorno. Va anche detto che io non mancai di riscontrare, se non omertà, almeno una certa diffidenza verso la ”stampa” (paura di ritorsioni?).

Fra gli incidenti accaduti prima del 7 marzo 1990:

a) Tende e oggetti di plastica prendono improvvisamente fuoco.

b) Si incendia per autocombustione l’auto in sosta di un residente; in precedenza e successivamente non si contano i casi di “autocombustione” dei catarifrangenti delle auto posteggiate in zona; anche prese e interruttori si surriscaldano e prendono fuoco, si accendono e spengono da soli… E in molte abitazioni non è più possibile usare la corrente elettrica.

c) Si auto-incendia un lampadario in casa Maran.

d) Nascono morti quattro agnelli nel piccolo gregge di Paolo Carmignato. Vengono rinvenuti cadaveri di alcuni gatti senza che si possa stabilire la causa del decesso. Molti risultano scomparsi (saggiamente, vien da dire).

e) Continuano ad accentuarsi i disturbi fisici dei residenti (nausee, cefalee, diarree, irritazioni cutanee, apparizione di strane macchie sul collo, sugli arti ecc.) .

f) Si incendia per autocombustione anche un motorino (sono sempre le parti in plastica a prendere fuoco).

g) Numerosi operatori di televisioni private vedono le loro apparecchiature prendere fuoco improvvisamente.

h) In un sottoscala si incendia una sedia a rotelle per invalidi; per poco non vengono coinvolti due anziani coniugi che dormono al piano superiore.

etc…

Cosa stava mai accadendo a San Gottardo? Avanzo un’ipotesi: forse un imprevisto “sinergismo” aveva innescato questi fenomeni ai limiti del paranormale. Con il risultato di rendere evidente, manifesta quell’energia (nucleare, elettromagnetica… o altro) che abitualmente operava sull’onda lunga (è proprio il caso di dirlo).

Comunque sia, era evidente che stavolta la gente era con le spalle al muro, costretta a reagire suo malgrado.

Il continuo malessere, le macchie sulla pelle, il terrore che gli oggetti quotidiani, familiari prendessero fuoco e diventassero un pericolo, una trappola quasi, sembravano aver scosso le coscienze molto più della preoccupazione per una ipotetica e lontana leucemia. Anche il “Veneto profondo” stava prendendo coscienza, se pur tardivamente, che ripetitori e nucleare non fanno proprio bene alla salute.

A costo di apparire cinico, ricordo di aver pensato che “forse non tutto il male vien per nuocere. Chissà – mi dicevo – che l’incredibile sequenza di incendi misteriosi non riesca, più di tante petizioni, dichiarazioni e prediche, a far riaprire l’archivio della questione basi americane, sotterranee e non, degli ordigni nucleari qui sepolti in abbondanza, dell’uso criminale che è stato fatto della nostra terra: svenduta all’occupante, degradata a cantiere logistico dell’imperialismo, a deposito e supporto dell’apparato militare e tecnologico”. Scusate per il pistolotto ma di motivi per preoccuparsi (magari incazzarsi, possibilmente “ridiscutere” la militarizzazione del territorio) in questa provincia dell’Impero ce n’erano già a sufficienza.

Cavie involontarie

In quei giorni, mentre si parlava insistentemente sia di “campo elettromagnetico” che di misteriosi “esperimenti militari” (quali bipedi sarebbero state le cavie?), l’attenzione dei media era comunque puntata soprattutto sulla Contrada Calore.

Ma i dintorni potevano forse considerarsi immuni? Da tempo era stata rilevata l’anormale alta frequenza di decessi per tumori fra queste ridenti (almeno apparentemente) contrade. Come a Pianezze, a Costozza, a Lumignano… tutte località note fin dall’antichità perché salubri e amene; apprezzate fra gli altri dal Petrarca e da Galileo (verrebbe quasi da aggiornare il detto di quest’ultimo: “EPPUR SI MUORE”).

Intanto dalla contrada Calore era cominciato l’esodo. In un primo momento ci si preoccupò di allontanare («mettere in salvo» mi aveva detto una mamma preoccupata assai) soprattutto i bambini e gli anziani.

Naturalmente c’era anche chi non poteva andarsene neanche volendo, perché qui aveva i suoi campi, gli animali, il lavoro, la terra…

Come appunto Paolo Carmignato che però aveva già portato altrove la moglie e la figlia: «Per adesso muoiono le bestie, ma domani?» si chiedeva. Non si era certo sentito rassicurato dalle dichiarazioni di una funzionaria dell’USL che, dopo un rapido sopralluogo, aveva dichiarato: «È un fenomeno di entità sconosciuta ma non bisogna preoccuparsi».

Invece si preoccupava, eccome, Carlo Franzina. Gestiva (e gestisce tuttora, tanto per la cronaca: ottime birre irlandesi!) un’osteria a Fimon – nella valle sottostante, presumibilmente fuori portata – ma abitava a Villa, una contradina pericolosamente prossima ai luoghi “infestati”. Dichiarava testualmente: «Con un figlio piccolo e mia moglie incinta non c’è da stare molto allegri. Soprattutto dopo aver sentito gli esperti dare per scontato un certo “inquinamento strisciante”, non immediato, a causa dei campi magnetici prodotti dai ripetitori».

Se c’è qualcosa che sembrava preoccupare effettivamente le autorità (a parte i due sindaci benemeriti) era proprio l’aspetto spettacolare – “pirotecnico” quasi – del fenomeno; in grado forse, con la sua indiscutibile evidenza, di alimentare proteste clamorose.

Che circolasse insistentemente il timore di essere le involontarie cavie di qualche esperimento militare non contribuiva certo a rasserenare gli animi.

Ne era convinto perfino qualche abitante della vicina, forse troppo, Perarolo. Mi confermarono che le notizie sui cavi sotterranei (forse di collegamento con la base di Longare) circolavano da tempo e che alla SIP era stato ordinato di non scavare assolutamente oltre i cinque metri di profondità. Fra quei cavi ci sarebbe stata anche l’antenna, interrata in profondità e lunga parecchi chilometri, per le comunicazioni con la flotta sottomarina (nucleare) statunitense in navigazione nel Mare del Nord. Intanto i ponti radio non venivano interrotti e i ripetitori restavano in funzione. Mano a mano che si andava precisando la condizione di insicurezza e di incertezza sulle possibili conseguenze future, fra gli abitanti di quella piccola, potenziale Chernobyl collinare aumentava la paura. La gente si sentiva abbandonata e, se non proprio la ribellione, cresceva comunque la rabbia.

Poi, altrettanto misteriosamente di come erano cominciati, gli inquietanti fenomeni si ridussero fino a scomparire.

Esperimento concluso? Vai a saperlo…

NELLA FOTO (di Gianni Sartori) un paesaggio sui Colli Berici: Lumignano fine del secolo scorso; le stalattiti vennero poi abbattute dai soliti alpinisti di plastica

 

(*) Per “striosso” si intende un groviglio inestricabile di penne, solitamente di gallina, confezionato dalla stria e dalle dimensioni di un piccolo cuscino. Chi stava male e pensava di aver subito una fattura guardava dentro al materasso per vedere se lo trovava. In questo caso poteva farlo esorcizzare, benedire con l’acqua santa. Assolutamente NON doveva distruggerlo per non subire un maleficio maggiore. Così almeno raccontava mia nonna Pina. Molto diffuso tra le popolazioni subalterne venete fino alla prima metà del ‘900: Poi il “disincanto” ci ha tolto anche gli striossi. Regalandoci in compenso magagne ben peggiori.

(**) Fortunatamente, l’altro striosso superstite venne successivamente preso in consegna dal compianto studioso Aldo Allegranzi. Costui, saggiamente e laicamente, conservò il prezioso reperto per lasciarlo in eredità, insieme al suo vastissimo archivio della storia speleologica e carsica del vicentino, a Enrico Gleria (geologo-speleologo, esperto di antropizzazione delle cavità carsiche, di leggende locali; autore, insieme a Luca Dal Molin e Gianluigi Rossettini, di un fondamentale volume: «Storia e leggenda dell’eremo di san Cassiano»). A quanto mi risulta, quindi, lo striosso è ancora al sicuro . Non così purtroppo l’archivio di Allegranzi che, prestato dal buon Gleria (sempre troppo fiducioso nell’altrui onestà) a un discusso e discutibile “esperto” dei fenomeni carsici, non venne più restituito al legittimo depositario.

(***) forse la precisazione è inutile; è il “Solitario di Providence” cioè Howard Phillips Lovecraft.

Redazione
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Un commento

  • Chelidonio Giorgio

    PEr mia pigrizia non conosco abbastanza i Berici interni e non sono riuscito ad essere presente alla presentazione (25.6.2017) degli scavi alla grotta di Zovencedo che sta restituendo tracce Neanderthaliane risalenti, pare, a 60-70 mila anni fa circa. Conservo un gradevolissimo ricordo di Aldo Allegranzi, umanamente e scientificamente. Ho però fatto u na spiacevole esperienza culturale con la scarsa affidabilità e sensibilita’ del sindaco di Barbarano di 10-15 anni fa, a cui avevo proposto un progetto di valorizzazione archeo-preistorica dei Berici. Insomma non credo alle striossade cimbriche ma sono più incline a valutare i fenomeni riferibili a installazioni militari sperimentali (la dipendenza e la subordinazione della politica italiana dalla colonizzazione anglo-americana si è constatata
    con il caso Cermis e la base Dal Molin ). Ma temo che la radice post-cimbrica (vicentina come veronese) ci metta del suo nel bloccare l’evoluzione socio-culturale di questo Veneto occidentale.
    Giorgio

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