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La Bottega del Barbieri

Bugiardi di guerra

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articoli di Carlo Tombola, Manlio Dinucci e Raniero La Valle e interviste a Ennio Cabiddu e Antonio Mazzeo

AZIENDE ITALIANE SEMPRE PIÙ IMPLICATE NELLE GUERRE IN CORSO – Weapon Watch

Con due articoli sulla Leonardo Spa, l’osservatorio the Weapon Watch inizia la pubblicazione di analisi dedicate ad alcune aziende operanti in Italia, tra quelle più implicate nei conflitti armati in corso, soprattutto in quelli che registrano gravi violazioni  dei diritti umani e crimini di guerra.   Questa serie di articoli, in parte basati sull‘Atlante dell’industria militare in Italia in via di pubblicazione a cura di Weapon Watch, vuol essere anche una risposta concreta ai ripetuti attacchi governativi alla Legge 185 del 1990 e alla trasparenza che questa impone in materia di esportazione di armamenti: una trasparenza che evidentemente disturba, e non da oggi, operatori privati e decisori pubblici, ma che ora potrebbe rendere cosciente l’opinione pubblica italiana del rapido scivolamento verso uno stato di guerra permanente. Più volte aggirati, quando non apertamente violati nella lettera e nello spirito, la Legge 185 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi del 2014 sono gli ultimi baluardi per un’informazione indipendente nei riguardi di un settore economico colluso con la politica, e la cui crescita incontrollata mina alle fondamenta tanto lo stato sociale quanto le garanzie democratiche.

LA MENZOGNA DI LEONARDO IN RISPOSTA AL PAPA – Weaponwatch

 

Dobbiamo smentire l’azienda delle armi sotto controllo governativo: nella guerra di Israele contro la popolazione palestinese non solo sono presenti armi di Leonardo, ma queste sono state impiegate in azioni di bombardamento indiscriminate su aree urbane densamente abitate.

 

Su siti specializzati anche italiani è circolato un breve filmato attribuito alle Forze armate israeliane (IDF), in cui si mostrano navi da guerra al largo dalla costa di Gaza che sparano e colpiscono le aree urbane settentrionali della Striscia. Il bombardamento su aree abitate da popolazione civile è stato effettuato con cannoni navali super rapidi Oto Melara 76/62 Multi-Feeding da 76mm, costruiti nello stabilimento Leonardo (ex Oto Melara) della Spezia.

Tali cannoni sono stati consegnati alla Marina militare israeliana nella base navale di Haifa il 13 settembre 2022 con apposita cerimonia, e montati su due nuove corvette della Marina militare israeliana.

Fotogramma del bombardamento di Gaza effettuato da una corvetta israeliana, utilizzando il cannone di prua Oto Melara 76/62, il 14 ottobre 2023.
Fonte: IDF, https://youtu.be/8pd3gp746vM.

Le corvette impegnate nella loro prima azione in battaglia sono INS Magen INS Oz, le unità navali più grandi e più moderne della Marina militare israeliana.

Appartengono a una commessa di quattro corvette della classe Sa’ar-6, ordinate nel maggio 2015, costruite in Germania dai cantieri ThyssenKrupp e consegnate tra dicembre 2020 e maggio 2021. All’ordine, il costo di ciascuna era stimato di poco inferiore ai 600 milioni di dollari, sostenuto per due terzi dal governo israeliano e per un terzo da quello tedesco. La ragguardevole spesa era stata a suo tempo giustificata con la necessità di difendere i giacimenti di gas metano che Israele controlla nel Mediterraneo e che sono rivendicati dagli stati confinanti.

Ora sono state impiegate per la prima volta nella guerra interna contro i palestinesi di Gaza, occasione propizia per testare sistemi ed equipaggio, e potranno essere impiegate anche in azioni di guerra contro le postazioni di Hezbollah in Libano.

 

Ora sono state impiegate per la prima volta nella guerra interna contro i palestinesi di Gaza, occasione propizia per testare sistemi ed equipaggio, e potranno essere impiegate anche in azioni di guerra contro le postazioni di Hezbollah in Libano.

 

I cannoni Oto Melara 76/62 sono adottati da numerose marine militari nel mondo, tra cui dal 1969 da quella israeliana.

 

A seconda del tipo di munizionamento, hanno una gittata dai 20 km (munizioni convenzionali) ai 35 km (munizioni Vulcano guidate o non guidate), fino ai 50-70 km raggiunti dai missili antiaerei Barak-8 MR-SAM montati sulle nuove corvette.

Un cannone OTO Melara 76/62 Super Rapido in azione, montato su una fregata della Marina norvegese.

 

Mentre stigmatizza la scelta dei portavoce di Leonardo di negare l’evidenza e persino la storia dell’azienda, l’osservatorio the Weapon Watch ribadisce il proprio impegno a rendere pubbliche le connivenze e gli interessi nascosti dalle aziende italiane più implicate nell’economia di guerra. Invita anche lavoratori e rappresentanti sindacali delle aziende Leonardo a prendere le distanze dalla politica commerciale del gruppo, oggi materialmente a sostegno di regimi autocratici e di paesi gravemente colpevoli di crimini di guerra e di violazioni ripetute del diritto internazionale.

da qui

 

 

COSA PRODUCE LEONARDO PER ISRAELE – weaponwatch

Leonardo Spa è il primo produttore di armi nell’Unione Europea, il secondo in Europa, il 13° nel mondo (SIPRI).

Però non ama dare di sé un’immagine militarista e ‘muscolare’, preferisce collocarsi in un generico mercato ADS (aerospazio, difesa, sicurezza) e insistere sul proprio profilo ‘sostenibile’, sebbene fare armi significhi alimentare guerre, l’attività umana più distruttiva e senza dubbio insostenibile, per non parlare di quanto sia devastante sul piano energetico e ambientale.

 

Nei fatti, l’ex Finmeccanica ha perseguito negli scorsi decenni la dismissione di quasi tutti i settori produttivi civili, per dedicarsi al core business della guerra. Nell’ultimo bilancio del 2022 (pubblicato a fine marzo 2023) dichiara che realizza l’83% del proprio fatturato nel settore difesa, avendo quasi solo clienti governativi (88%). Non è neppure davvero un’azienda a capitale ‘italiano’: a parte la quota del 30,2% detenuta dal Ministero delle finanze, il 51,8% del capitale è nelle mani di investitori istituzionali (cioè banche, fondi d’investimento, fondi pensione) per la gran parte britannici e statunitensi.

 

Quanto Leonardo sia profondamente partecipe dei conflitti armati in corso, lo dimostra la forte connessione con il sistema militare-industriale di Israele. Prendiamo sempre dall’ultimo bilancio, laddove Leonardo definisce in sintesi il proprio profilo: «Leonardo è leader industriale e tecnologico del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza, forte di una presenza industriale in Italia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Polonia e Israele». Israele non è solo un cliente, ma ospita stabilimenti e dipendenti di Leonardo.

 

La presenza diretta di Leonardo in Israele si deve a un’operazione conclusasi nel luglio 2022 con l’acquisizione della società israeliana RADA Electronic Industries, specializzata in radar per la difesa a corto raggio e anti-droni (vedi il comunicato della Campagna BDS Italia), e alla conseguente nascita della nuova società israeliana DRS RADA Technologies, che è – si noti – controllata da Leonardo DRS Inc. con sede negli Stati Uniti. Ha 248 dipendenti in tre sedi israeliane (uffici a Netanya, stabilimento principale a Beit She’an, centro ricerche presso il Gav-Yam Negev Tech Park di Beer Sheva), oltre ai nuovissimi uffici a Germantown, Maryland, ai margini dell’area metropolitana di Washington, D.C.

 

DRS RADA Technologies ha partecipato alla realizzazione di ‘Iron Fist’, un sistema di protezione attivo montato sui nuovi armoured fighting vehicles (AFV, mezzo corazzato da combattimento) delle Israel Defence Forces (IDF), gli ‘Eitan’ a otto ruote destinati a sostituire i vecchi M113. La prima consegna dei nuovi blindati è avvenuta nel maggio 2023, alla 933a Brigata ‘Nahal’, con previsione di effettivo impiego operativo nel corso del 2024. Tuttavia, l’attacco a sorpresa di Hamas, il 7 ottobre scorso, ha comportato un immediato utilizzo dei nuovi mezzi nella battaglia di Zikim, circa 3 km a nord della Striscia di Gaza, nei pressi di una base militare israeliana attaccata dai militanti palestinesi. Successivamente gli Eitan hanno partecipato all’invasione e alle operazioni militari di Gaza. D’ora in avanti, anche i nuovi blindati israeliani e i sistemi di protezione che montano – tra cui i radar tattici di DRS RADA, del gruppo Leonardo – potranno definirsi battle tested.

 

Un AFV ‘Eitan’ delle forze armate israeliane in azione nella Striscia di Gaza, novembre 2023. Fonte: Israel Defence Forces.

Non è questo il solo recente contributo di Leonardo alla guerra di Israele contro Gaza e la sua popolazione.

Secondo una tattica già utilizzata in altre precedenti invasioni di Gaza, l’avanzata delle truppe israeliane è accompagnata o seguita da giganteschi bulldozer blindati Caterpillar D9, che utilizzano un’impressionante potenza e un ragguardevole peso (450 HP per oltre 70 tonnellate, nell’ultima versione ‘T’) per il movimento terra, lo sminamento e per distruggere le abitazioni e le strutture palestinesi. Soprannominato in Israele ‘Doobi’ (‘orsacchiotto’), è una macchina temibile, al cui impiego si dovette tra l’altro la morte della militante nonviolenta statunitense Rachel Corrie (1979-2003), schiacciata da un bulldozer militare nei pressi del confine tra Gaza e l’Egitto mentre si opponeva alla distruzione di abitazioni palestinesi.

 

Anche i bulldozer blindati dell’esercito israeliano saranno dotati dei sistemi di protezione attiva e dei radar tattici di DRS RADA.

 

IN ALTO: un bulldozer blindato Caterpillar D9 ‘Doobi’ delle IDF su un trailer, fotografato nel settembre 2015 in Israele. A DESTRA: due fotogrammi delle immagini riprese dal sito palestinese Middle East Monitor, che mostrano un bulldozer delle IDF impegnato nella distruzione di case nel nord della Striscia di Gaza, dicembre 2023.
Inoltre, il gruppo Leonardo – tramite le società controllate negli Stati Uniti – supporta la mobilità dei mezzi pesanti delle IDF fornendo gli speciali carrelli a due assi capaci di un carico utile di 77 tonnellate, cioè più di quanto pesi un carro armato da combattimento Merkava (65 t) e il bulldozer corazzato ‘Doobi’ (70 t). Si tratta di un modello nuovo di heavy-duty tank trailer (HDTT) prodotto dalla DRS Sustainment Systems Inc., con sede a Bridgeton, Missouri, azienda del gruppo Leonardo.

Lo scorso 27 dicembre il Dipartimento della difesa USA ha annunciato l’assegnazione di un nuovo contratto alla DRS Sustainment Systems, per un valore di oltre 15 M di $. L’utilizzatore finale non sarà l’esercito americano, bensì quello di Israele, attraverso il meccanismo finanziario delle Foreign Military Sales (VEDI). In sostanza, Israele ha “bloccato” 15.375.000 $ sul conto del credito aperto dal governo americano per poter acquistare questi carrelli, che saranno fabbricati nello stabilimento Leonardo/DRS di West Plains, Missouri. L’ordine non lo specifica, ma potrebbe trattarsi di 70-75 esemplari di HDTT da fornire alle IDF entro l’anno 2026.

 

La DRS Sustainment Systems, del gruppo Leonardo, ha 7.500 dipendenti e fornisce HDTT alle forze armate di Israele almeno dal 2007, quando mise a punto un prototipo adatto alle esigenze dell’esercito insieme a un partner israeliano, Shladot Metal Works, un’azienda di Haifa che produce soprattutto veicoli militari leggeri e pesanti per le IDF. L’innovativo carrello ha solo due assi, e sta sostituendo i precedenti modelli a 3-4-5 assi di più costosa manutenzione.

da qui

 

 

 

Guerra totale? – Raniero La Valle

Mentre è in corso un genocidio a Gaza non dimentichiamo l’Ucraina e il futuro stesso del mondo. Le notizie sono gravi. Stanno preparando la guerra totale con la Russia. Dovrebbero combatterla la NATO, gli Stati Uniti e l’Occidente. Chi sono i soggetti di questo “stanno” non è del tutto chiaro e interamente noto, altri ce ne sono a cui ognuno può cercare di dare il nome in base alle informazioni oggi disponibili. Il nostro compito qui è di darvi queste informazioni, peraltro assai facilmente fruibili dalla semplice lettura dei giornali. Esse trattano tranquillamente l’ipotesi di una guerra totale con la Russia, (previa a quella con la Cina), a ciò preparando l’opinione pubblica sulla base di verbi tutti usati al condizionale, recanti ardite supposizioni non corroborate da alcun dato di fatto ma solo da pregiudizi e da voci. Se poi sono millanterie si vedrà, ma anche queste possono sfuggire di mano.

Citiamo da queste fonti (nel virgolettato che segue il neretto è una sottolineatura dell’originale, le nostre interpolazioni sono in corsivo).

La “Repubblica” (18 gennaio) riferisce che il giornale “Bild” «ha pubblicato documenti dell’intelligence tedesca sul timore di un attacco (russo) per prendere il Suvalki Gap, corridoio che collega la Bielorussia a Kaliningrad (l’ex Konigsberg)Potrebbe avvenirenel 2025 o anche nel 2024, giustificato per soccorrere i cittadini di origine russa. Il corridoio passa per Polonia e Lituania la cui capitale Vilnius è a 33 chilometri dal confine con la Bielorussia. Quindi un’invasione farebbe scattare l’Articolo V della Nato sulla difesa collettiva. L’Alleanza lo sa bene e ha convocato l’ultimo vertice proprio a Vilnius lo scorso luglio. Da febbraio a giugno (5 mesi) terrà l’esercitazione “Steadfast Defender”, la più grande dalla fine della guerra fredda a cui parteciperanno tutti i 31 Paesi membri in Polonia, Germania e Paesi baltici. La Gran Bretagna ha annunciatoche fornirà 20.000 soldati ma il totale è destinato a superare 40.000 uomini e mezzi» (è ciò che papa Francesco e il capo di Stato europeo che glielo suggerì, chiamerebbero “andare ad abbaiare sul confine della Russia» e che Churchill direbbe “una cortina di ferro innalzata in Europa”).

Ancora “Repubblica”: «Il presidente Biden ha detto che “se non fermiamo Putin in Ucraina il suo appetito crescerà oltre”. La candidata repubblicana (alla Casa Bianca) Nikki Haley ha commentato così: “Putin ha già detto che se vincerà in Ucraina poi toccherà a Polonia e Paesi baltici (quando lo ha detto?). A quel punto saremmo in guerra perché sono Paesi Nato e dovremmo mandare i nostri figli a combattere». E ancora: «Il presidente del Military Committee (della NATO), l’ammiraglio Rob Bauer… ha aperto così la riunione dei 31 leader militari della Nato; “Kiev avrà il nostro sostegno ogni giorno a venire perché l’esito di questo conflitto determinerà il destino del mondo…La Russia teme qualcosa di molto più potente di qualsiasi arma fisica sulla terra: la democrazia…Questa è la vera ragione per cui Putin teme il successo di Kiev, come modello politico e di vita che insidierebbe la stabilità di Mosca. Per difendersi dal pericolo il Cremlino sfrutta la retorica nazionalistica, che ha prima applicato all’Ucraina, ma ora l’allarga ai paesi baltici  (dunque l’oggetto della guerra sarebbe ideologico) nella speranza dichiarata (quando?) di ricostruire l’impero sovietico».

Sempre “La Repubblica”: «l’Estonia è in allerta. Nei giorni scori la premier Kaja Kallas ha detto di ritenere probabile un attacco russo all’Europa “nei prossimi tre o cinque anni” confermando vari rapporti dei servizi tedeschi e polacchi. I timori riguardano in particolare i Baltici, dove il Cremlino potrebbe tentare di sobillare le minoranze russofone». Domanda: «“E cosa suggerite per consentire a Kiev di respingere le truppe russe?”. “Un recente documento del nostro ministero della Difesa sostiene che l’Ucraina potrebbe vincere questa guerra se i 40 Paesi del gruppo di contatto di Ramstein stanziassero ciascuno lo 0,25% del loro Pil annuo per l’Ucraina. Il governo estone ha dato l’esempio e ha deciso un aiuto militare a lungo termine all’Ucraina: per i prossimi quattro anni (lungo termine?) l’Estonia è pronta a stanziare lo 0,25% del suo Pil per gli aiuti militari all’Ucraina. Lavoriamo per convincere gli altri Paesi a seguire il nostro esempio”». Domanda: «il presidente ucraino Zelensky ha annunciato a Davos di voler organizzare una conferenza di pace in Svizzera, possibilmente con la Cina (senza la Russia!). È il momento giusto?”. “Per quanto riguarda la pace in Ucraina vediamo il piano di pace di dieci punti proposto dall’Ucraina come l’unico praticabile”».

La stessa “Repubblica riferisce poi delle dichiarazioni fatte da Putin ai sindaci: «Putin ha fatto risalire alle porte aperte dalla Nato a Ucraina e Georgia nel 2008 non solo l’inizio del conflitto in Ucraina, ma anche “una serie di decisioni che hanno portato a ciò che sta accadendo ora in Lettonia e in altre repubbliche baltiche: quando i russi vengono cacciati via. Cose molto serie che influiscono direttamente sulla sicurezza del nostro Paese”». E il giornale commenta: «Se Putin applicasse la sua versione armata della storia imperiale russa, l’elenco dei suoi potenziali obiettivi spazierebbe dalla Finlandia all’Asia centrale fino all’Alalaska… Putin semina. Pianta germogli nello spazio informativo per future aggressioni con il pretesto di difendere i suoi “compatrioti”».

Sulle stesse dichiarazioni di Putin “Il Fatto quotidiano” del 17 gennaio riferisce quanto segue: «”L’Ucraina si rifiuta di negoziare con la Russia”, ha detto Putin aggiungendo: “idioti, tutto sarebbe finito da molto tempo”, e ricordando ancora una volta che erano “d’accordo su tutto” riferendosi ai negoziati poi interrotti, “ma il giorno dopo hanno deciso di gettare tutti gli accordi nella spazzatura, lo hanno ammesso pubblicamente, compreso il capo di quel gruppo di negoziatori… Eravamo pronti, poi è arrivato l’allora primo ministro britannico Boris Johnson e ci ha convinto a non attuare gli accordi”. Questo, secondo Putin, dimostrerebbe che gli ucraini non sono un popolo indipendente”». Ancora di più dimostrerebbe che quando si rifiuta di uscire da una guerra con un negoziato, un accordo o una riconciliazione, resta solo la vecchia logica della guerra, secondo cui se ne esce solo con la vittoria decisa sul campo, e lì decide chi ha vinto, gli Alleati certo non concessero niente alla Germania sconfitta, addirittura la fecero a pezzi. Nessuno l’ha detto a Zelensky (o forse lui non gli ha dato retta) e ora i falsi amici che l’hanno mandato allo sbaraglio, la guerra la devono vincere loro, a spese di tutto il mondo, oppure abbandonarlo, mentre ora Putin dichiara, sempre secondo “Il Fatto”: «”Se la guerra dovesse proseguire così lo Stato ucraino potrebbe subire un colpo irreparabile e molto grave”. Sarebbe infatti “impossibile”, stando al capo del Cremlino, portare via alla Russia i progressi militari effettuati sul campo. Né Mosca cederebbe mai i territori conquistati». Quanto al “destino del mondo” che secondo questi strateghi sarà determinato dall’esito di questo conflitto, esso è così progettato nei documenti sulla Strategia e la Difesa nazionale americane pubblicati nell’ottobre del 2022 dalla Casa Bianca e dal Pentagono (le istituzioni che restano mentre presidenti e ministri passano): si tratta del decennio o dei due decenni decisivi «per far avanzare gli interessi vitali dell’America e per plasmare il futuro dell’ordine internazionale», quando «non c’è nazione meglio posizionata degli Stati Uniti d’America per guidare con forza e determinazione». Saranno loro a superare i loro concorrenti geopolitici e vincere, con il corteo dei loro alleati e partner, la “competizione strategica” con la Russia, considerata come un pericolo immediato, e con la Cina considerata come il vero antagonista a lungo termine capace di reggere la “sfida culminante” lanciatale dagli Stati Uniti, forti della più grande forza militare che ci sia mai stata sulla terra, che nessuno dovrà mai non solo superare, ma nemmeno eguagliare ed è tale da prevalere in ogni possibile conflitto.

Queste sono le informazioni di cui disponiamo e questa la minaccia che grava sul mondo. Per contrastarla ognuno usi la fionda che ha. Una volta c’era la fionda del diritto, oggi la vogliono togliere di mano perfino a Guterres.


Pubblicato sulla Newsletter del Gruppo “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”


Antonio Mazzeo: come fa la Leonardo a dire che non è implicata nei teatri di guerra?

Abbiamo fatto su questo alcune domande a Antonio Mazzeo, giornalista pacifista specializzato in questioni militari ed editorialista di Pressenza.

 

Antonio, sulla base di cosa Leonardo può fare un’affermazione del genere? E con quale credibilità?

Beh, bisognerebbe chiedere ai manager di Leonardo perché si siano inventati una risposta che non trova alcun fondamento né tra i comunicati stampa emessi in tutti questi anni dalla holding armiera a capitale pubblico, né tra le relazioni ufficiali periodiche delle autorità governative sulle attività di esportazione delle aziende belliche italiane.

Israele è uno dei partner strategici di Leonardo Spa o delle società controllate interamente o parzialmente che hanno sede sociale in paesi terzi (in particolare negli Stati Uniti d’America). Sono stati realizzati negli stabilimenti di Alenia Aermacchi (Leonardo) di Venegono Inferiore (Varese), i caccia-addestratori M-346 “Master” dove si formano i top gun dell’Aeronautica militare israeliana, prima di operare nei cacciabombardieri di IV e V generazione (come i famigerati F-35 che sono stati predisposti per l’uso di armi nucleari tattiche) che stanno sterminando morte e distruzione a Gaza, Libano meridionale e Siria.

Negli stabilimenti AgustaWestland di Leonardo sono stati realizzati gli elicotteri d’addestramento che le forze armate israeliane hanno acquistato un paio di anni fa per “formare” i reparti elicotteristici destinati alle operazioni di guerra. E a bordo dei carri armati che hanno raso al suolo tanti quartieri di Gaza sono stati predisposti sofisticati sistemi di “autoprotezione” realizzati in joint venture dalla controllata USA di Leonardo (DRS) e aziende israeliane leader nel settore bellico.

Questo per quello che riguarda solo il caso di Israele. Ma possiamo dimenticare l’apporto di Leonardo al potenziamento bellico delle forze armate turche? Al regime di Erdogan è stato fornito il know how per realizzare in Turchia gli elicotteri d’attacco “Atak”, la versione nazionale degli Agusta Westland A129 “Mangusta” di Leonardo, costantemente impiegati dalle forze armate di Ankara per bombardare i villaggi kurdi in territorio turco, iracheno e siriano. Ed oltre a questi sistemi di morte, Leonardo SpA, attraverso la controllata Telespazio, ha fornito alla Turchia componenti vitali per la realizzazione del programma aerospaziale militare “Göktürk-1”, basato su un satellite di osservazione della Terra con un sensore ottico ad alta risoluzione, un centro per l’integrazione satellitare e i test (costruito ad Ankara) e un segmento terrestre responsabile del controllo missione, della gestione in orbita, dell’acquisizione e processamento dati. Il satellite “Göktürk-1” è stato lanciato in orbita il 5 dicembre 2016 dallo spazioporto europeo di Kourou, in Guyana francese, con un lanciatore italiano VEGA, sotto il controllo del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio.

E’ possibile sapere con una ragionevole approssimazione che parte delle attività di Leonardo è dedicata alla produzione di armamenti o di sistemi direttamente legati alla guerra?

Soprattutto il settore aerospaziale transnazionale si sta caratterizzando per la ricerca, sperimentazione e produzione di sistemi cosiddetti “dual”, che cioè possono operare in qualsiasi momenti in contesti di tipo “civile” o di tipo “militare” o in quell’area grigia rappresentata dalle operazioni di “soccorso” in caso di eventi bellici, pandemie, catastrofi, ecc.

Ciò rende davvero impossibile quantificare le percentuali di produzione a fini bellici di un’azienda che operi in questo settore. Tuttavia ci sono comparti produttivi di Leonardo che continuano a caratterizzarsi per l’esclusiva realizzazione di sistemi d’arma. Penso in particolare agli stabilimenti ex OTO Melara di La Spezia dove si costruiscono cannoni terrestri e navali, carri armati e blindati, spesso in joint venture con il gruppo privato IVECO Defense Systems con quartier generale a Bolzano. C’è poi il settore della cybersecurity i cui prodotti sono destinati alle forze armate e gli apparati sicuritari statali. Nelle guerre cibernetiche Leonardo e le aziende controllate hanno assunto un ruolo chiave in Italia e a livello internazionale.

Le produzioni della compartecipata (il 30% di Leonardo è capitale pubblico) che andamento hanno avuto negli ultimi anni?

Gli ordini di prodotti Leonardo sono cresciuti progressivamente negli ultimi anni (il loro valore era di 11.595.000,000 euro nel 2017, mentre sono stati per 17.226.000.000 euro nel 2022).

Anche in termini di ricavi i bilanci di Leonardo hanno evidenziato una forte crescita: 11.527.000.000 euro nel 2017, 14.713.000.000 euro cinque anni dopo. Nel 2023 fatturati e dividendi sono ulteriormente cresciuti per cui c’è da attendersi un ulteriore salto in avanti di quella che è ormai si è consolidata nella classifica “top ten” delle grandi aziende produttrici di sistemi di guerra.

Ma attenzione, non sono tutte “rose” quello che governi e partiti di maggioranza e opposizione ci fanno credere quando esaltano le capacità produttrici di Leonardo e i suoi benefici per la società e l’economia italiana. I bilanci del gruppo rivelano infatti anche il boom dell’indebitamento della holding, passato da 2.351.000.000 nel 2018 a 3.016.000.000 nel 2022. Come dire cioè, che i benefit vanno ai manager e agli azionisti, mentre il pagamento dei debiti a banche e gruppi finanziari internazionali spetta ai contribuenti italiani.

da qui

 

 

Il disarmo nucleare nelle agende politiche dei potenti del mondo?

intervista di Laura Tussi a Ennio Cabiddu

Marianne Williamson: disarmo e denuclearizzazione alla Casa Bianca?

Una delle candidate democratiche alle presidenziali americane 2024 è la scrittrice e attivista Marianne Williamson, che recentemente ha preso impegni concreti per la ratifica del Trattato per la proibizione delle armi nucleari. Con Ennio Cabiddu di Disarmisti Esigenti analizziamo questa candidatura per capire se e come può incidere concretamente sul processo globale di pace.

Si potrebbero definire “quasi rivoluzionarie” le dichiarazioni di Marianne Williamson, scrittrice, attivista da anni impegnata nel sociale e nel disarmo e candidata alle primarie del Partito Democratico che hanno preso il via il 23 gennaio in New Hampshire e si concluderanno l’8 giugno 2024, quando verrà designato il candidato democratico per la corsa alla Casa Bianca che culminerà con le elezioni presidenziali americane del 5 novembre.

Di questa candidatura abbiamo parlato con il professor Ennio Cabiddu, membro dell’associazione ecopacifista Disarmisti Esigenti, una rete di attivisti che – fra le altre cose – partecipa attivamente alla campagna internazionale ICAN per il disarmo nucleare universale, insignita nel 2017 del Premio Nobel per la pace. Uno degli strumenti principali della campagna è il Trattato Onu TPNW per la proibizione delle armi e degli ordigni di distruzione di massa nucleari, che Marianne Williamson ha dichiarato di voler ratificare in caso di vittoria elettorale – 93 Paesi sinora hanno firmato il trattato e fra essi non figurano gli Stati Uniti né l’Italia.

 

 

Sulle quasi rivoluzionarie dichiarazioni della candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti Marianne Williamson abbiamo raccolto le delucidazioni del professor Ennio Cabiddu membro dell’associazione ecopacifista Disarmisti Esigenti una rete di attivisti parte della Campagna internazionale ICAN Premio Nobel per la pace per il disarmo nucleare universale grazie al Trattato Onu TPNW per la proibizione delle armi e degli ordigni di distruzione di massa nucleari.

Una candidata degli Stati Uniti Marianne Williamson  comincia con il disarmo nucleare? Potrà essere il vero cambiamento?

 

 

La campagna internazionale Ican per il disarmo nucleare universale e Premio Nobel per la Pace comincia a rientrare nelle agende politiche di una superpotenza come gli Stati Uniti? ma è un sogno?

 

Vogliamo accogliere e commentare questa dichiarazione dell’Associazione ecopacifista “Disarmisti Esigenti”, in quanto accogliamo con grande soddisfazione e altrettanta speranza le dichiarazioni della candidata democratica alla Casa Bianca Williamson. Soddisfazione perché la campagna Ican, premio Nobel per la Pace di cui i Disarmisti Esigenti sono parte insieme ad altre realtà di attivismo per la pace e il disarmo e la nonviolenza, sta cominciando ad essere apprezzata in tutta la sua storica portata anche da una parte significativa del ceto politico della più grande potenza nucleare al mondo: gli Stati Uniti.

 

Finalmente il cittadino medio comprende che l’investimento continuo in armi sottrae incentivi allo Stato Sociale.

 

Basta con l’eliminazione di incentivi al welfare per incrementare l’armamentario nucleare. Vi è forse un po’ di speranza? Speranza perché stanno maturando i tempi in cui il cittadino americano che più soffre della carenza di welfare comincia a vedere chiaro lo stretto legame della sua qualità della vita con le scandalose risorse finanziarie destinate al mantenimento dell’arsenale militare a cominciare, ovviamente, da quello nucleare.

 

La proposta di una fondamentale e rivoluzionaria e innovativa riconversione economica per politiche di pace.

 

E’ quanto la Williamson afferma, ossia di voler sottrarre risorse finanziarie agli armamenti nucleari. La candidata sta praticamente proponendo una radicale riconversione economica e sociale per consentire al genere umano di continuare a essere parte integrante del pianeta terra.

 

La Williamson, candidata democratica alla Casa Bianca, può essere sostenuta dal mondo dei movimenti pacifisti a livello internazionale?

 

Viene anche demolita la folle dottrina della deterrenza nucleare che, come purtroppo si vede, non ha impedito le guerre anzi, a guerra appena iniziata, non sono mancate esplicite minacce di far ricorso alle armi nucleari magari con la pietosa attenuante di essere “a corto raggio”. Certo che la Williamson andrebbe sostenuta – dichiara sempre Ennio Cabiddu – in tutti i modi e con l’augurio che la rete pacifista mondiale, a cominciare da Ican, trovi la forza per incidere sull’elettorato americano.

 

Anche nel nostro Bel Paese, i pacifisti devono continuare a denunciare l’illegalità della presenza di ordigni di distruzione di massa nucleari statunitensi sul territorio italiano.

 

Ma anche noi pacifisti italiani possiamo contribuire continuando a denunciare la illegale presenza nel nostro territorio di ordigni nucleari statunitensi  come, ad esempio, a Ghedi e Aviano, e continuando nella paziente opera di educazione alla pace e quindi nell’azione nonviolenta dell’intessere, sulla base della creatività di pace, la solidarietà e la cooperazione fra i popoli, oltre i limiti artificiali frutto di un aberrante e disumano desiderio di sopraffazione. Le prossime generazioni non chiederanno conto dei confini dei nostri Stati, ma ci chiederanno delle condizioni in cui dovranno sopravivere.

 

La Williamson: un Faro di speranza per tutti gli oppositori agli armamenti nucleari.

 

La candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti, Marianne Williamson durante la campagna elettorale delle primarie  delle elezioni presidenziali nel New Hampshire ha firmato una dichiarazione che la  impegna ad abolire le armi nucleari se sarà eletta Presidentessa degli Stati Uniti.

Un segno dei tempi: nelle agende politiche di una superpotenza finalmente la presenza del trattato di proibizione delle armi nucleari.

E’ un segno dei tempi assolutamente fondamentale perché finalmente vediamo nell’agenda politica del potere e dei potenti del mondo la volontà di assumersi l’onore e l’onere dell’abolizione delle armi nucleari, ponendosi come obiettivo la ratifica del Tpnw.

La candidata afferma che se sarà eletta Presidente, firmerà il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari  e lavorerà con le altre nazioni dotate di armi nucleari per assicurare l’eliminazione irreversibile e verificabile di tutte le armi nucleari da tutti i Paesi.

Utopia o rivoluzione?

Sembrerebbe un intento utopico ma sempre più improcrastinabile, dal momento che l’arsenale nucleare mondiale ammonta almeno a 25.000 unità di armamenti atomici di cui Stati Uniti  e Russia ne posseggono 3000 pronti al lancio e la Cina vorrebbe arrivare al migliaio di ordigni nucleari entro il 2030, oltraggiando così, è proprio il caso di pronunciarsi in merito, i 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030 che al sedicesimo punto prevede la pace e le istituzioni solide per porla in essere e per attuarla.

Con i fondi destinati al nucleare vi è il progetto di destinare questi dannosi finanziamenti per fronteggiare l’emergenza climatica che minaccia il globo terraqueo.

L’impegno è anche quello di reindirizzare tutti i trilioni di dollari dei contribuenti attualmente destinati a un massiccio sviluppo di armi nucleari per affrontare invece l’emergenza climatica globale.

Si tratta del primo candidato alle primarie sia repubblicane sia democratiche che parla del tema disarmo nucleare e prende un impegno pubblico, a parte la deputata Ocasio Cortez.

Williamson è cofondatrice dell’Associazione “The Peace Alliance” ed è la seconda volta che si presenta alle primarie come candidata democratica. Purtroppo viviamo tutti perseguitati dalla paura dettata dal principio della cosiddetta deterrenza nucleare. Mentre il genere umano e l’umanità intera hanno il diritto di vivere senza il terrore dell’incubo nucleare e senza essere turbati dai demoni della deterrenza atomica.

Le testate nucleari non hanno motivo di esistere, in quanto la maggioranza delle persone non vuole la guerra.

L’Armageddon nucleare è altamente possibile. Anche come sancisce il gruppo di scienziati antinuclearisti del Doomsday Clock. Perché basta un niente, un minimo incidente delle macchine informatiche guidate dall’intelligenza artificiale, per fare partire il primo colpo e così a catena un lancio di missili che su scala ridotta porterebbero a un inverno nucleare che espanderebbe la radioattività su tutto il sistema planetario, provocando man mano l’estinzione della specie vegetale, poi animale e poi dell’intero genere umano

Redazione
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