Castità verbale – di Mark Adin

La definizione è di Ettore Mo, l’inviato del Corriere definito maestro di giornalismo da Milena Gabanelli. Fu, se non coniata, dichiarata alla telecamera tra i morti di Grosny abbandonati nelle strade: castità verbale.

Quando un giornalista sceglie il “binario della disperazione”, come lo chiama Ettore Mo, ovvero quando racconta di guerre, disastri, massacri, catastrofi, deve perseguire la nettezza lessicale, deve tradurre il rispetto per l’essere umano e i suoi drammi con una lingua fatta di purezza ed esente da corruzione, riducendo al minimo il suo coinvolgimento. L’assenza di aggettivi è forse una condizione impraticabile, sosteneva, ma è necessario lo sforzo teso, almeno, a realizzarla il più possibile: pulendo, asciugando, distillando.

Il reporter nasconde in ogni ruga del suo viso, e sono ormai tante, uno sforzo di attenzione che rinsalda l’obiettivo, felicemente raggiunto, di una prosa che più si avvicini al sentimento di giustizia. In ciascuna piega della sua espressione si cela questa tensione.

Il concetto di castità è perfetto: non vi sono sfumature, esiste solo il suo contrario. Non esiste la possibilità di essere casti “così così”.

Il linguaggio della verità ha dunque una sua forma? L’astensione dalla qualificazione? Il fatto deve essere denudato, privato di tutto ciò che appartiene allo sguardo di chi lo racconta. Nulla si deve aggiungere, perché è di per sè eloquente.

Si può immaginare che l’esperienza diretta della atrocità sia una specie di percorso di purificazione che esprime i suoi progressi astenendosi sempre più dall’aggiungere, passando via via dalla rinuncia alla ridondanza per poi passare alla frugalità della parola, e infine per perfezionarsi nella rinuncia ad ogni e qualsiasi sfumatura contenente il benché minimo giudizio. Se ben capisco.

Sembra una pratica di compassion, attraverso la quale si intende fare giungere al lettore la nitidezza di un punto di vista che vuole essere non di chi racconta, ma della stessa realtà raccontata, come se essa stessa potesse, autonomamente, diventare soggetto narrante.

Qualcuno dirà che si tratta di artificio stilistico, una cosa già vista. Può darsi. Si rifletta però se e quanto lo si trovi applicato nei resoconti dei giornalisti che siamo soliti leggere. (Credo di poter dire: ben poco) Bisogna, per ottenere certi risultati, saper frenare l’ego, il protagonismo, il bisogno di dire la propria che ci vellica nel profondo. E’ difficile resistere a commentare, è difficile rinunciare alla vanità di interpretare il mondo. Per questo Ettore Mo è più giornalista di altri: persino nel cognome non eccede.

Ci sono foto che non hanno bisogno di didascalie: quando sono fatte da un fotografo che si possa chiamare tale, parlano, anche se sono in bianco e nero, non vi è necessità dell’interprete. Volere a tutti i costi, estremizzando parecchio, “spiegare” la terribilità delle vicende umane, non consiste soltanto nel provocare ridondanza alla notizia, ma in qualche modo ne involgarisce e ne contraddice il contenuto di sacralità, lo bestemmia. Togliere dunque, piuttosto che mettere. Davanti a una bambina che fugge, alle cui spalle allarga la vampa del napalm, che altro c’è da aggiungere? Il terrore nei suoi occhi è forse da spiegare?

C’è qualcosa di speciale nella pratica sacrificale di lasciare nel taccuino decine, o magari centinaia di appunti, di impressioni, di proprie emozioni, abbandonarle, forse con dolore, lasciarle sul campo, in favore di poche cose che avranno la capacità di superare, con il loro potere evocativo, con la loro nudità, attraverso l’ essenzialità, la forza delle emozioni dell’osservatore, di trascenderle, di renderle superflue, liberando il fatto dalle sue catene.

Questa è la scuola che ha formato anche Milena Gabanelli, per ciò il riferimento a Ettore Mo è tanto riconoscente.  Nel suo Report non c’è autocompiacimento, bensì l’estrusione dei fatti, in tutta la loro forza, la loro elezione a soggetti in grado, una volta evocati, di esprimere la loro indipendenza.

Quel viaggio di cui, ieri sera, abbiamo visto pochi fotogrammi, con rigore di taglio e di montaggio, nella sua narrazione è stato esemplare ma tradiva, forse volutamente, tradiva l’attitudine a non mai nominare i propri sentimenti, nella fattispecie l’amore: intendo quello del discepolo verso il proprio maestro.

Una concessione che a Milena, in nome della devozione discipulare, si può ben perdonare.

Mark Adin

Redazione
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2 commenti

  • Mi viene in mente una frase di Luigi Pintor. Fortunosamente la trovo e la copio qui:
    La semplicità è smisurata ambizione ed è l’essenza della libertà. (da “Azione è uscire dalla solitudine”, Manifestolibri)

  • Per fortuna abbiamo giornalisti che hanno lasciato un’ eredità e giornalisti capaci di raccoglierla con onestà. Voglio associare Riccardo Jacona in questo quadro consolatorio

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