Change.org: appelli pubblici, soldini privati

di Giorgio Chelidonio


Già da qualche anno mi capita di sostenere gli appelli diffusi da change.org, ma non li firmo senza prima leggerne la sostanza, specie in quei casi che mi pervengono, via WhatsApp, da amici e/o conoscenti. Questo perché frequentemente mi accorgo che forse sono stati rilanciati con una certa superficialità: deduco questa sindrome da copia-incolla quando i motivi sono molto, se non troppo, peculiari per non localistici. Quanto al rendermi conto se il sito che ospita queste petizioni non ho mai dubitato che si sostenesse economicamente con le donazioni dei singoli: se la petizione si aspettasse che le donazioni andassero a favore di singole cause dovrebbe almeno premetterlo.
Dunque mi è sempre sembrato implicito che un’organizzazione di dimensioni internazionali esistesse per fornire un servizio gratuito alle persone che, per suo tramite, lanciano appelli.
Questo tipo di siti (come, ad esempio, avaaz.org chiedono di aderire con nome e cognome, dettaglio che potrebbe suggerire che poi le “firme” venissero trascritte a corredo della petizione stessa.
Quando, però, viene richiesto anche un CAP mi è subito sorto il dubbio che poi quei nomi potessero diventare (insieme alla email) elenchi da smerciare per comparti territoriali. Ma, se ritenevo meritevole quella causa, non mi sono mai ritratto dall’aderire.
Mi restava però un dubbio sulle “firme” (che poi, prive di dati e registrazione notarile, potevano valere solo come espressione di opinione da indirizzare collettivamente, diventando perciò solo una forma di pressione mediatica.
Certo che la dimensione quasi-planetaria raggiunta dalla petizione sul caso George Floyd amplifica la domanda suddetta: a chi verranno presentati, se lo saranno, quegli elenchi? E nel caso di esiti macroscopici non sarebbe più limpido dichiarare anche le dimensioni delle somme raccolte dai sostenitori on-line? E magari anche quale percentuale debba andare alle spese dell’organizzazione e come il resto venga poi impiegato? Sarebbe “meno opaco” e l’organizzazione stessa ne guadagnerebbe in credibilità e, conseguentemente, in sostenitori.
Mentre mi facevo queste domande, il 14 giugno, ho ricevuto (credo come tutti i sostenitori della suddetta petizione) una email dalla direzione italiana di change.org: vi si precisava che con le donazioni raccolte si era:
“- investito in oltre 100 cartelloni pubblicitari sui palazzi di Minneapolis e New York, dove viene
mostrato il link alla petizione, il numero di firmatari che cresce di giorno in giorno e la foto di
George. Li abbiamo messi dove tutti possono vederli e dove le autorità non possono ignorarli;
– pubblicizzato la petizione sui social media ad oltre 
1 milione di persone;
– investito in oltre 100 cartelli sui taxi di New York, per chiedere alle persone di firmare.”
Iniziative certamente concrete e utili a far crescere la pressione mediatica.
Resta però irrisolto il dubbio se e a chi le “firme” siano presentate.
Sono convinto che una pubblicizzazione del totale dei fondi raccolti per singola causa (o almeno per quelle che raggiungono un’adesione rilevante) gioverebbe alla credibilità. Anche la percentuale devoluta ad impieghi mediatici migliorerebbe “l’opacità”, ancor meglio se destinata alle eventuali vittime e/o a sostegno delle spese giudiziarie.

Petizioni online, il lato oscuro di change.org

di Stefano Bocconetti (*)

L’azienda privata che ospita gli appelli per cause nobili vive di donazioni fatte da utenti spesso ignari dell’assetto della piattaforma. Lo rivela una lettera aperta di alcuni ex dipendenti.

Le piazze piuttosto che le petizioni on line. Le strade di Minneapolis piuttosto che le inutili mobilitazioni col mouse. Che oltretutto arricchiscono chi con quelle strade non c’entra nulla.

È di pochi giorni fa una “lettera aperta” firmata da un numero enorme di ex dipendenti, di #0000ff;">change.org. Più di centrotrenta nomi, molti con ruoli apicali.

Sì, change.org, nome che tutti abbiamo imparato a conoscere, visto che dall’omonima piattaforma quasi quotidianamente ci arrivano messaggi o e-mail per invitarci a firmare questa o quella richiesta. Al governo, ai partiti, all’Onu, al consiglio di quartiere, alla presidenza europea.

Dopo l’assassinio di George Floyd, negli States – e nel mondo – è stato un fiorire di petizioni.
Solo fra i cittadini americani, sono state raccolte oltre
#0000ff;">diciassette milioni di firme. Molte in calce alla richiesta di far diventare Floyd “eroe nazionale”.
Spesso, queste petizioni sono accompagnate da un link a fondo pagina: fai una donazione a
change.org. Soldi che però non finiscono nelle tasche di chi ha promosso le petizioni, né tantomeno arrivano nella disponibilità dei soggetti al centro delle campagne. Soldi, insomma, che non finiranno né a sostegno della famiglia Floyd, né alle comunità dei neri. Resteranno nella società che gestisce il sito. Ed è proprio questo che chiede la #0000ff;">lettera aperta: per una volta almeno di redistribuire un po’ dei dollari e dei soldi raccolti. I guadagni di change.org (che nonostante la desinenza del suo indirizzo web non ha nulla di “non profit” ma è semplicemente #0000ff;">un’azienda classificata come “B-Corporation”, che cioè dovrebbe avere “standard social”) sono da tempo oggetto di polemiche. Che comunque non ne hanno scalfito la popolarità visto che solo in Italia hanno un “pubblico” di undici milioni di persone.

Ci sono state polemiche su quei guadagni, e denunce che anni fa hanno costretto la società (creata da un americano, 244 persone dello staff, solo dodici neri, come c’è scritto nella lettera aperta) a fare marcia indietro, quando s’è scoperto che chi firmava una petizione doveva lasciare nome, cognome ed altri dati. Elenchi che poi la società girava a società interessate a “campagne mirate”.

Quella pratica dovrebbe essere finita – così assicurano – ma al gruppo soldi ne entrano lo stesso.

Attraverso le #0000ff;">donazioni, che molti fanno in buona fede.
Magari pensando che potrebbero servire “alle cause”, non leggendo la microscopica causale, dove c’è scritto – per chi ha la pazienza di arrivarci – che i soldi servono a garantire il funzionamento di
change.org. Stipendi ai dipendenti, pubblicità e altro.

Gli ex dirigenti della società – realisti, da buoni professionisti americani – si dicono convinti che, comunque, change.org debba far entrare nelle sue casse un po’ di denaro: “è legittimo”, scrivono.

Non del tutto questa volta: le centinaia di migliaia dollari raccolti sotto le petizioni per Floyd potrebbero essere spesi – almeno un po’ davvero per il sociale.

Non deve accadere, insomma, quel che è successo per quei milioni di dollari raccolti in calce alle petizioni per Breonna Taylor e Ahmaud Arbery.

Fino ad ora, non ci risulta che change.org abbia risposto a quella lettera aperta. E probabilmente i 130 firmatari neanche se l’aspettano. Sanno che il loro testo conta zero rispetto alla potenza mediatica del loro interlocutore. Conta zero. Esattamente come le petizioni on line. A Minneapolis l’hanno capito.

La direttrice di change.org Italia ci scrive

Buongiorno,

Sono la direttrice di change.org in Italia. Ho letto ora l’articolo #0000ff;">Petizioni, il lato oscuro di Change.org che riprende una lettera scritta da ex-dipendenti di change.org.

Non siamo stati contattati per l’articolo. Non è vero che non abbiamo risposto alla lettera. Se avete

ripreso l’articolo da Bloomberg avrete visto la nostra citazione, che non avete neanche ripreso:

In a process led by Black Staff, we’re actively working on how the record-breaking signatures

on Kellen’s petition, and the money contributed to promote the campaign can be of most service to

this historic movement. Promotions from signers contributed to how fast and far this spread, and

helped drive impact; and we know we can do much more. We’ll publicly share more as details are

finalized. Potete tradurre e pubblicare questa citazione.”
(Non abbiamo niente da nascondere, è tutto scritto in modo chiaro sul sito e su ogni pagina di petizione. Per di più, abbiamo fatto un sondaggio, chiedendo a quelli che hanno promosso la petizione il loro parere su come dovevano essere utilizzati i soldi raccolti finora (e abbiamo smesso di accettare soldi per promuovere la petizione). Potete vedere uno degli aggiornamenti ai firmatari cliccando
#0000ff;">qui.

Cordiali saluti,

Stephanie Brancaforte

La replica di Stefano Bocconetti

Probabilmente è grazie a quella “lettera” che forse change.org prenderà qualche impegno (non la sua filiale italiana che non centra nulla con la vicenda). Meglio tardi che mai.

Se nei prossimi giorni ci sarà un annuncio di sostegno a Black Lives Matter vorrà dire che la lettera aperta ha funzionato. (ste.bo.)

(*) testi leggibili su ilmanifesto.it, edizione del 13 giugno; da lì abbiamo ripreso anche l’immagine.

La vignetta in alto- scelta dalla “bottega” – è di Vauro.

 

Giorgio Chelidonio

3 commenti

  • angelo maddalena

    io credo che le raccolte di firme, anche quelle a mano senza il tramite telemativo, e parlo anche delle raccolte di firme contro la guerra che proponevo io vent’anni fa, sono un surrogato di un’azione diretta che manca e di una frustrazione per un’azione diretta mancante e necessaria, e la raccolta di firme, oltre che, spesso, inutile e infruttuosa, sia una specie di tappo per lavarsi la coscienza, questo soprattutto negli ultimi venti anni in cui sono scemate sempre di più le manifestazioni di azioni dirette individuali e collettive e sono aumentate sempre di più le possibilità indirette, virtuali e “facili” telematiche, digitali ecc.

  • angelo maddalena

    e potrei parlare anche di referendum e cose più “concrete” delle raccolte di firme: l’ultimo esempio di beffa è stato il referendum sull’acqua pubblica del 2011, bypassato poi dalla legge che ne ha inficiato e raggirato i risultati e la volontà popolare espressa che chiedeva l’acqua pubblica

  • Troppo facile, superficiale e lava-coscienza impegnarsi con un clic.
    Come sono lontani i tempi dell’impegno porta a porta o faccia a faccia.
    MALA TEMPORA CURRUNT.

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