PNRR: cinquecentoventotto condizioni

articoli di Andrea Zohk, lorenzo merlo, coniarerivolta, Alberto Capece, Francesco Marabotti and L’Indispensabile:  su PNRR e non solo

PNRR: una, nessuna o cinquecentoventotto condizioni – coniarerivolta

Il cosiddetto Recovery Fund, noto anche come Next Generation EU, attribuisce all’Italia 191 miliardi di euro che saranno trasferiti al Paese tra il 2021 e il 2026, suddivisi in 69 miliardi di euro a fondo perduto e 122 miliardi di euro di prestiti, da rimborsare alle istituzioni europee. Queste risorse vanno a finanziare gli interventi raccolti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

In un mondo dominato dal denaro si sente spesso dire che seguendo i soldi – focalizzando l’attenzione sui soli flussi finanziari – si possono svelare le dinamiche fondamentali della società. Seguire la traccia dei soldi porterebbe dritti al cuore delle meccaniche del sistema. Nel caso del PNRR questa massima perde buona parte della sua credibilità: i soldi del PNRR sono forse la parte meno rilevante del Piano, e proveremo a dimostrarlo concentrando la nostra attenzione sulle centinaia di condizioni a cui è stata subordinata l’erogazione dei fondi. I soldi, insomma, sono solo l’esca, mentre il contenuto politico del PNRR è racchiuso nelle clausole che vanno rispettate per ottenere quelle risorse.

Abbiamo già avuto modo di sottolineare l’assoluta inadeguatezza del finanziamento  messo a disposizione dalla Commissione Europea: quei soldi, nonostante le apparenze, sono insufficienti a garantire qualsiasi ripresa. Nel dibattito pubblico, però, si è fatta strada un’idea di apparente buon senso: fossero anche pochi, sono comunque un contributo alla crescita del Paese, ed un contributo finalmente libero dalle condizioni capestro che, nel decennio passato, hanno messo in ginocchio la Grecia e tutti gli altri Paesi che si sono imbattuti nei fatidici “aiuti” europei. Insomma, si dice, il Recovery Fund fornisce finanziamenti incondizionati: niente austerità, solo soldi, perché avremmo dovuto rifiutarli?

Semplicemente, perché – come proveremo a mostrare sulla base della documentazione istituzionale disponibile – questi soldi portano con sé la vecchia austerità in una forma nuova e ancora più pervasiva. Infatti, le risorse del PNRR arriveranno all’Italia sotto forma di dieci rate semestrali di prestiti e dieci rate semestrali di contributi a fondo perduto, e l’erogazione di ciascuna rata è subordinata, da un lato, alla solita disciplina di bilancio (per l’appunto, la vecchia austerità fatta di tagli alla spesa pubblica e tasse), e dall’altro ad un dettagliatissimo piano di riforme – illustrate nel PNRR – che convergono sull’obiettivo di abbattere gli ultimi residui di stato sociale e trasformare il nostro modello economico in una moderna economia di mercato al servizio del profitto privato. Dunque, ogni euro di PNRR porta con sé decine e decine di euro di tagli alla spesa sociale, per via delle rigide regole di bilancio europee che impone, accompagnati a quelle riforme del sistema economico che servono a ridurre ulteriormente il perimetro dei diritti sociali per favorire l’espansione, senza limiti, del profitto di pochi.

Dopo circa un anno di dibattito in cui ci è stato raccontato che il Recovery Fund sarebbe stato un aiuto incondizionato, ha fatto irruzione la realtà, sotto forma dell’Allegato riveduto della Decisione di esecuzione del Consiglio relativa all’approvazione della valutazione del piano per la ripresa e la resilienza dell’Italia, un documento che illustra nel dettaglio ben 528 (già, cinquecentoventotto!) condizioni negoziate tra Italia e Commissione Europea per l’erogazione delle 20 tranche del finanziamento. Il documento riporta con precisione tutte le condizioni suddivise per tranche di finanziamento: sappiamo, insomma, cosa dobbiamo esattamente fare per ricevere ogni sei mesi una parte di quei 191 miliardi di euro.

L’Italia si è quindi impegnata a realizzare una serie di riforme nei prossimi sei anni, su un arco temporale che supera abbondantemente l’orizzonte politico del governo in carica. Non importa quali siano i prossimi governi, cosa votino i cittadini, quali maggioranze parlamentari possano affermarsi: fino a che l’Italia resta nel campo della compatibilità con la cornice istituzionale dell’Unione Europea, il Paese ha già tracciato davanti a sé un programma politico che, passando per le tappe forzate scandite dal PNRR, eroderà i residui diritti sociali e imporrà, in misura ancora più pervasiva, l’interesse privato di pochi sul benessere collettivo della popolazione. Il principio che si afferma con il PNRR è chiaro: la politica economica del nostro Paese viene esplicitamente determinata all’infuori del processo democratico. Non più solamente per quanto riguarda i livelli di spesa pubblica, limitati entro i vincoli di bilancio imposti da Maastricht in poi, ma anche il suo contenuto e tutte le riforme che fanno da contorno al processo di deregolamentazione dei mercati in favore dei profitti privati.

Le 528 condizioni si suddividono in 214 traguardi da raggiungere e 314 obiettivi quantitativi da conseguire per il tramite di 63 riforme e 151 investimenti. Per avere un’idea di quello che significa aver accettato il ricatto del PNRR, basta soffermarsi sulla prima tranche da 24 miliardi che sarà erogata entro il 31 dicembre 2021, suddivisa in una rata di prestiti (12,6 miliardi) ed una rata di contributo a fondo perduto (11,4 miliardi) che saranno erogati solo subordinatamente al rispetto di ben 51 condizioni, puntualmente definite nel documento citato. Cosa ci siamo impegnati a fare entro la fine dell’anno per ottenere questi 24 miliardi di euro?

Un primo pacchetto di condizioni riguarda alcune riforme di contesto, in primis  semplificazione delle procedure amministrative, appalti pubblici e concessioni e giustizia. Rientra in tale ambito il Dl 77/2021, recentemente approvato dal Parlamento e che deregolamenta pesantemente le procedure di appalto, derogando ad una serie di prescrizioni poste a tutela dell’ambiente e della legalità delle procedure. La parola d’ordine, come si può leggere nel PNRR, è velocizzare le procedure. Ma questo che cosa significa, concretamente? Ce lo dice l’art. 44 del Dl 77/2021, scritto apposta per onorare questo impegno con l’Europa: significa eliminare una serie di controlli e verifiche preliminari della fattibilità tecnica, ambientale e archeologica dei lavori pubblici, in modo tale da consentire quel selvaggio sviluppo urbano che insegue le speculazioni edilizie – servendo aree deserte con stazioni della metropolitana – a discapito del patrimonio pubblico fatto di ambiente, paesaggio e cultura, tutti beni sacrificabili sull’altare del PNRR. Dunque, per arrivare a questi miliardi promessi dell’Europa abbiamo smontato di fatto le norme che limitano il sub-appalto – una tutela contro la criminalità organizzata e in difesa della sicurezza sul lavoro – e quelle che impongono le Valutazioni di Impatto Ambientale (VIA) degli investimenti, aprendo la strada alla sistematica distruzione dell’ambiente da parte della speculazione. Si potrebbero velocizzare i lavori moltiplicando gli sforzi per garantire che le opere pubbliche rispettino i vincoli paesaggistici, archeologici, ambientali ed urbanistici, sviluppando ad esempio una rete di trasporto pubblico locale in armonia con il tessuto urbano. Ma perché spendere tante risorse per il bene comune, se si possono velocizzare le procedure tagliando controlli e verifiche di sicurezza, ovvero quei lacci che spesso rallentano la corsa alla speculazione?

In tema di giustizia, le istituzioni europee hanno preteso una riforma lampo del processo civile e del processo penale: per accelerare i tempi della giustizia, tempi oggettivamente troppo dilatati, si è scelta la via della mera semplificazione delle procedure, una scelta tutta politica che favorisce, puntualmente, la parte più forte. Per esempio, la riduzione dei termini di durata dei processi penali consentirà, a chi ha le risorse per organizzare al meglio la propria difesa, di cavarsela trascinando il processo per le lunghe. Alla stessa maniera, l’accelerazione delle procedure per l’esecuzione immobiliare consentirà alle banche e ai palazzinari di realizzare molto più rapidamente i pignoramenti delle case dei debitori che – spesso per difficoltà lavorative – perdono la capacità di onorare un mutuo: ridurre i tempi per il pignoramento e lo sfratto dei nuclei famigliari insolventi significa erodere le possibilità che queste famiglie recuperino una fonte di reddito. Ma non possiamo certo perdere tempo dietro all’emergenza abitativa delle famiglie povere, vogliamo la prossima rata del Recovery Fund!

La realizzazione delle centinaia di progetti contenuti nel PNRR da parte delle amministrazioni pubbliche, inclusi gli enti locali, imponeva una qualche forma di rafforzamento della loro capacità amministrativa: forze fresche per gestire il piano nel rispetto dei tempi stabiliti con l’Europa. Poteva essere, questo, un felice effetto collaterale della trappola del Recovery: un generalizzato rafforzamento della macchina statale. Ovviamente non sarà così, perché è fatto divieto di impiegare le risorse del PNRR per finanziare assunzioni a tempo indeterminato. Di conseguenza, tutti i rinforzi chiamati a collaborare all’attuazione del PNRR saranno assunti sì nel pubblico impiego, ma con contratti a tempo determinato, realizzando la più grande operazione di precarizzazione del lavoro pubblico mai vista. A partire dalla prossima scadenza del 31 dicembre 2021, quando siamo impegnati ad assumere 2.800 tecnici a tempo determinato per la gestione dei fondi europei nel Mezzogiorno e 1.000 incarichi professionali per la gestione delle procedure complesse connesse all’attuazione del PNRR; unitamente al concorso per 500 esperti a tempo determinato per la rendicontazione dei progetti, e considerando lo scorrimento delle graduatorie, si tratta di circa 5.000 nuove unità di lavoratori del settore pubblico reclutati a termine, una trasformazione radicale che va a devastare l’ultimo avamposto del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, ovvero il pubblico impiego. Ecco un’altra condizione capestro: la creazione di precari ricattabili in luogo di lavoratori tutelati, a tutto vantaggio dell’industria privata, che sul ricatto dell’insicurezza lavorativa fonda i suoi profitti.

Il quadro fin qui tracciato è già sufficiente a smentire la favola propagandistica dei soldi che piovono dal cielo per risollevare le economie europee colpite dalla pandemia. Il problema, però, è che non siamo neanche a metà del guado per quanto riguarda le condizioni da rispettare per accedere esclusivamente alla prima tranche di aiuti…

Abbiamo provato a delineare quali sono alcune delle principali condizioni che l’Italia si è impegnata a soddisfare per avere accesso ai fondi del Recovery Fund. Ci eravamo però lasciati senza finire il discorso, che purtroppo ha ulteriori aspetti dirompenti e preoccupanti.

Per il profitto privato, il PNRR è anche un’occasione d’oro per consumare qualche vendetta, come quella sul referendum per l’acqua pubblica del 2011, quando 26 milioni di italiani sancirono la natura pubblica di questo bene di prima necessità e della sua gestione. Tra le condizioni da rispettare per il prossimo dicembre, infatti, si legge anche di una “Riforma del quadro giuridico per una migliore gestione e un uso sostenibile dell’acqua”, una misura “per garantire la piena capacità gestionale per i servizi idrici integrati”. Basta approfondire la documentazione del PNRR per scoprire che questo significa “rafforzare l’industrializzazione del settore favorendo la costituzione di operatori integrati, pubblici o privati e realizzando economie di scala per una gestione efficiente degli investimenti e delle operazioni”. Ecco che la prima tranche di Recovery Fund diventa un grimaldello per riformare la normativa sulla gestione dell’acqua favorendone la privatizzazione, affermando un modello di multiutility (da qui l’enfasi sulla natura integrata del servizio) che calpesta il diritto all’acqua per garantire l’accumulazione di profitti e rendite monopolistiche (da qui, invece, l’enfasi sulle economie di scala).

La foga liberalizzatrice e privatizzatrice del PNRR non si ferma, ovviamente, qui. Ci siamo, infatti, impegnati a riformare i dottorati “al fine di coinvolgere maggiormente le imprese e stimolare la ricerca applicata”, con lo scopo di “semplificare le procedure per il coinvolgimento di imprese e centri di ricerca e rafforzando le misure per la costruzione di percorsi di dottorato non finalizzati alla carriera accademica”. Questo significa orientare la ricerca pubblica verso quei settori che sono in grado di produrre profitti, ovviamente privati, a discapito della ricerca nei settori di interesse collettivo. Ma il PNRR in tema di università contiene dell’altro: entro la fine dell’anno, deve entrare in vigore una “legislazione volta a modificare le norme vigenti in materia di alloggi per studenti”. Il Piano prevede poco meno di un miliardo di euro per la realizzazione di nuovi alloggi per gli studenti, il che sarebbe sicuramente utile. Però, prima che i soldi siano spesi, pretende – per l’appunto come condizione per l’erogazione di questa prima tranche – che siano modificate le norme sugli alloggi in modo da garantire che quelle risorse vadano a fine nelle mani giuste, cioè a ditte private che fanno profitti sull’erogazione di quello che dovrebbe essere il diritto allo studio assicurato dallo Stato. Basta leggere il testo del PNRR (p. 187) per capirlo: “La misura si basa su un’architettura innovativa ed originale, che ha l’obiettivo di incentivare la realizzazione, da parte dei soggetti privati, di nuove strutture di edilizia universitaria attraverso la copertura anticipata, da parte del MUR, degli oneri corrispondenti ai primi tre anni di gestione delle strutture stesse.” Ottimo: i soggetti privati prendono i finanziamenti, e lo Stato copre le spese di gestione della struttura per i primi tre anni, dunque costi pubblici e profitti privati. Tutto chiaro, fuorché il carattere “innovativo e originale” della misura. Questo è il ruolo centrale della riforma che siamo impegnati a realizzare entro dicembre, per modificare le norme in materia di alloggi studenteschi (L. 338/2000 e d.lgs. 68/2012) in modo tale da garantire “l’apertura della partecipazione al finanziamento anche a investitori privati, o partenariati pubblico-privati”. Ma non solo: perché la tavola per gli speculatori privati sia ben apparecchiata, la misura va ben oltre il mero accesso ai finanziamenti, e prevede “supporto della sostenibilità degli investimenti privati, con garanzia di un regime di tassazione simile a quello applicato per l’edilizia sociale, che però consenta l’utilizzo flessibile dei nuovi alloggi quando non necessari l’ospitalità studentesca” ed anche “adeguamento degli standard per gli alloggi, mitigando i requisiti di legge relativi allo spazio comune per studente disponibile negli edifici in cambio di camere (singole) meglio attrezzate”. Dunque, i fortunati gestori privati di queste strutture potranno usufruire delle agevolazioni riservate all’edilizia sociale, con addirittura la possibilità di destinare gli alloggi ad usi diversi dall’ospitalità degli studenti fuori sede e, infine, la ciliegina sulla torta di un “adeguamento degli standard” che consentirà di massimizzare il numero di alloggi a discapito dello spazio comune, proprio perché quegli alloggi devono potersi trasformare in vere e proprie camere d’albergo da affittare a chiunque. Se vogliamo questa prima tranche, dunque, possiamo definitivamente dire “ciao” a quella parte fondamentale del diritto allo studio che richiede la moltiplicazione degli alloggi per gli studenti fuori sede.

Un destino simile attende la sicurezza di strade, autostrade, ponti, viadotti e cavalcavia, infrastrutture per la cui manutenzione sono stati stanziati nel Piano più di un miliardo di euro, denaro che sarà erogato solo dopo un’opportuna modifica del quadro normativo, inclusa tra le condizioni della prima tranche di contributo. La riforma “prevede il trasferimento della titolarità di ponti, viadotti e cavalcavia sulle strade di secondo livello a quelle di primo livello (autostrade e strade statali), in particolare dai Comuni, dalle Province e dalle Regioni allo Stato”. Dal momento che, per effetto della riforma, “la manutenzione di ponti, viadotti e cavalcavia sarà di competenza dell’ANAS e/o delle società concessionarie autostradali”, questo significa di fatto regalare alle società concessionarie autostradali anche la gestione della miriade di strade di secondo livello (comunali, provinciali e regionali) proprio nel momento in cui vengono stanziati fondi per la manutenzione. Quindi prima si fanno crollare i ponti per carenze di manutenzione, e poi, quando lo Stato – e non i privati – finanziano la manutenzione, di colpo i privati vengono investiti anche della titolarità di ponti, viadotti e cavalcavia di competenza degli enti locali.

Gli impegni presi in sede europea interessano anche il mercato del lavoro, dove siamo impegnati a varare il decreto interministeriale che istituisce il programma nazionale “Garanzia di occupabilità dei lavoratori” (GOL) ed il decreto interministeriale che istituisce il Piano Nazionale Nuove Competenze. Sappiamo che i nostri governanti, nazionali ed europei, non dormono la notte a causa del reddito di cittadinanza. Quello strumento era stato pensato non certo per aiutare i lavoratori, concedendogli una piccola quantità di denaro in cambio dell’impegno ad accettare i peggiori lavori in circolazione, ma è stato attuato solo per la parte che garantisce un reddito a chi il lavoro non ce l’ha, senza implementare mai il secondo pilastro della misura, quello che subordina l’erogazione del reddito all’accettazione di lavoretti precari e mal pagati. Il GOL allude a questa garanzia di occupabilità: assicurare che i percettori di reddito di cittadinanza, ma anche di NASPI e di cassa integrazione straordinaria, siano costretti – pena la perdita immediata del contributo – ad accettare le proposte di lavoro più misere. Riportare il reddito di cittadinanza nell’alveo delle armi da usare contro lavoratori e disoccupati, questo è l’obiettivo dello sforzo riformatore delle politiche attive del lavoro che dobbiamo varare entro fine anno.

Un’altra condizione da rispettare per ottenere la prima tranche è la “semplificazione delle procedure e il rafforzamento dei poteri del Commissario nelle Zone Economiche Speciali”. Le ZES, Zone Economiche Speciali, sono tutte quelle aree del Mezzogiorno in cui è stato istituito un regime di semplificazioni e agevolazioni fiscali pensato per attrarre investimenti privati. Si tratta di una deregolamentazione selvaggia del Sud, imposta con una forma di stato di emergenza governata da un Commissario che agisce in deroga ad una serie di prescrizioni del codice degli appalti, delle procedure di fattibilità (con un’estensione sconsiderata del dispositivo del silenzio assenso) e addirittura della normativa antimafia, con il solo scopo di favorire il profitto privato al di là delle regole valide nel resto del Paese, e con la scusa che questo trattamento di favore si dovrebbe riverberare poi in un maggiore sviluppo del Mezzogiorno. Il messaggio dell’Europa, su questo versante, è chiaro: se vogliamo i soldi del PNRR, dobbiamo potenziare il meccanismo delle ZES, ovvero un modello di sviluppo basato sull’idea che la crescita si produce solo a discapito della sicurezza del lavoro, dell’ambiente, della lotta alla criminalità, delle regole urbanistiche e di tutto ciò che determina il benessere collettivo.

Concludiamo questa rapida disamina delle più significative tra le 51 condizioni associate alla prima tranche di finanziamento del PNRR con un capitolo dedicato ai soldi destinati alle imprese. Perché i progetti infrastrutturali partano, cioè affinché le successive tranche del PNRR siano sbloccate, l’Europa ci chiede in prima battuta di assicurare una pioggia di denaro ad alcuni specifici settori industriali. Con la proroga del Superbonus, si regala il famoso 10% dell’investimento a banche e multinazionali del settore delle costruzioni, che garantiscono le ristrutturazioni ecosostenibili anticipando il 100% delle risorse necessarie (è il lavoro delle banche, ci mancherebbe), ma accaparrandosi il 10% aggiuntivo gentilmente messo a disposizione dallo Stato. Siamo poi impegnati a varare l’invito per individuare i beneficiari di 1,5 miliardi di aiuti di Stato autorizzati dalla Commissione Europea nel settore della microelettronica tramite il Fondo IPCEI, a rifinanziare il Fondo 295/81 gestito dalla SIMEST per favorire l’internazionalizzazione delle imprese con 1,2 miliardi di euro, a sostenere l’imprenditorialità femminile con 20 milioni di euro a fondo perduto e a sovvenzionare, con una serie di fondi, le imprese del turismo con oltre 1,8 miliardi di euro. Ecco che la prima tranche condiziona la destinazione di una quota cospicua delle risorse da sbloccare a trasferimenti al mondo delle imprese, rafforzandone i margini di profitto.

Il viaggio nelle 528 condizioni del PNRR è appena iniziato, siamo solo alla prima delle dieci tranche previste, eppure dovrebbe essere chiaro quale sia la posta in gioco. Dietro alla promessa di infrastrutture per il Paese e un ritorno alla crescita si cela un tessuto di riforme e investimenti che convergono sullo scopo di rafforzare la profittabilità delle imprese private a discapito del benessere collettivo e dei diritti sociali, minacciati da un programma di privatizzazioni e deregolamentazioni che si impone sull’agenda politica delle singole forze parlamentari, proprio in virtù del meccanismo di condizionalità che caratterizza il PNRR. Le riforme che ci siamo impegnati a varare entro il prossimo dicembre, di cui abbiamo qui brevemente discusso, non sono contenute nel programma politico di alcun partito, non sono sottoposte ad alcun dibattito, sono la costituzione materiale di una nuova forma di austerità che sta determinando gli assetti fondamentali della nostra organizzazione economica e sociale mese dopo mese, condizione dopo condizione, tranche dopo tranche di questo grandioso piano di aiuti europei.

da qui

 

La catastrofe – Andrea Zhok

Forse è venuto il momento di riconoscere un semplice fatto: la gestione sanitaria della pandemia da parte delle istituzioni italiane non è stata problematica, non è stata difettosa, è stata semplicemente catastrofica. Nonostante l’abnegazione e la volontà di numerosi medici a 19 mesi dallo scoppio della pandemia di Covid-19 possiamo concludere che fare peggio sarebbe stato assai arduo.

Quest’amara constatazione diviene particolarmente doverosa oggi, nel momento in cui sulla scorta di una ridicola equazione tra “Scienza” e “Istituzioni della politica sanitaria nazionale” si continuano a far passare per verità accreditate nozioni prive di fondamento scientifico, ma gradite agli indirizzi governativi.

Partiamo da qualche dato.

L’Italia ha i peggiori dati al mondo in termini di letalità da Covid.

Diversamente dalla mortalità, che è più soggetta a variabili incontrollabili, il dato della letalità, cioè il rapporto tra il numero delle persone contagiate e il numero delle persone decedute, è un indicatore piuttosto affidabile circa la qualità degli interventi terapeutici messi in campo nei confronti delle persone ammalate.

Vediamo così che per gli USA a fronte di 44,214,497 casi di Covid troviamo 714,098 decessi, per una letalità del 1,61%;

per la FRANCIA abbiamo 7,008,228 casi con 116,657 morti, per una letalità dell’1,65%;

per la SPAGNA abbiamo 4,959,091 casi e 86,415 morti: letalità 1,74%;

stessa letalità dell’1,74% per il REGNO UNITO (7,807,036 casi – 136,662 morti);

il BELGIO, il paese con la gestione sanitaria più scadente, dove il virus è stato lasciato circolare liberamente nelle case di riposo troviamo una letalità del 2,05% (1,242,821 casi – 25,595 decessi)

il confronto con i vicini olandesi è impietoso: OLANDA: 2,003,050 casi – 18,170 morti, letalità 0,90%;

la SVEZIA, il paese che ha preso la strada molto discutibile di non fare alcun intervento straordinario, accettando un elevato prezzo in termini di vite umane ha una letalità complessiva dell’1,28% (1,152,886 casi – 14,822 morti)

Qualcuno ora dirà, come si disse all’inizio, che i nostri molti decessi erano dovuti all’età avanzata della popolazione italiana, tuttavia l’età media italiana, che è davvero tra le più elevate al mondo, è sostanzialmente identica a quella del Giappone (che è in effetti un po’ più anziano) e della Germania (che è un po’ al di sotto).

E invero la GERMANIA ha dati di letalità poco brillanti: 4,235,721 casi – 94,214 decessi: letalità 2,21%, peggiore del Belgio; il GIAPPONE tuttavia presenta una letalità clamorosamente inferiore 1,699,636 casi – 17,605 decessi, letalità 1,03% (praticamente la metà di quella tedesca).

E che dire dei dati italiani?

Diciamo che non c’è competizione: con 4,668,261 casi e 130,870 decessi la letalità del Covid in ITALIA batte strepitosamente tutti i concorrenti con un bel 2,80%.

Ora, nel momento della prima emergenza era di cattivo gusto far notare il ruolo plausibilmente giocato dalla precedente strage di risorse sanitarie, di posti letto, ecc. Non solo. Scoprimmo anche ben presto che il piano pandemico nazionale mancava, e che le critiche mosse da ricercatori dell’OMS a questo fatto erano state fatte rimuovere sollecitamente dai siti da un intervento di alte cariche istituzionali.

Però, con grande senso di responsabilità, nel momento della difficoltà quasi nessuno insistette su queste clamorose mancanze: ci siamo stretti assieme e abbiamo evitato polemiche, per quanto ce ne fossero ampiamente gli estremi.

Poi però il tempo è passato, i protocolli che consigliavano interventi sanitari precoci erano noti, ma rimasero completamente ignorati. Si proseguì con “tachipirina e vigile attesa”, concentrando i pochi sforzi sulla sola fase terminale, la terapia intensiva, e ignorando tutti gli interventi che potevano ridurre a monte l’accesso alle terapie intensive.

Nonostante gli interventi draconiani di limitazione della circolazione, il sistema sanitario ha sostanzialmente ceduto di schianto. Dalla prima crisi della primavera 2020 il nostro sistema sanitario non si è più ripreso: le liste d’attesa per gli esami attraverso il SSN sono esplose. Nel 2020 sono stati assistiti 700.000 pazienti non Covid in meno rispetto alla gestione ordinaria, già lungi dall’essere particolarmente sollecita. Nel 2021 l‘arretrato non è stato recuperato, portando di fatto ad una criptoprivatizzazione della sanità (chi se lo può permettere si rivolge senz’altro al privato).

Il sistema è stato lasciato in una condizione di paralisi.

Tutto questo fino all’affacciarsi dei ‘vaccini’, finanziati con versamenti anticipati dall’UE, ordinati con contratti secretati, che sono stati presentati al popolo come la sola via di salvezza.

A questo punto qualunque proposta di non concepire il vaccino come sola ed unica via è stato attaccato scompostamente, distrutto mediaticamente, screditato in ogni forma possibile. Con una torsione semantica degna dei tempi gloriosi dell’Istituto Luce chiunque, laico o medico, cercasse di argomentare la sensatezza di un approccio non unilaterale, che abbinasse sviluppo delle terapie precoci alla campagna vaccinale, è stato etichettato come “No-vax”. E milioni di cittadini diversamente svegli hanno seguito le parole d’ordine dei capi, scatenando la caccia morale al fantomatico “No-vax”: il maledetto cacadubbi che non partecipava alla sforzo bellico.

I dati di agosto-settembre 2021, in presenza del vaccino sono stati massivamente peggiori dei dati di agosto-settembre del 2020, in assenza di vaccino: la media dei decessi giornalieri è stata di 6 volte superiore (media decessi del periodo 5-10 nel 2020, 50-70 nel 2021). Dovremmo forse trarne qualche ammonimento? Proprio nulla?

La replica canonica a questa constatazione numerica è che è tutta colpa della variante delta, e che altrimenti sarebbe stato molto molto peggio. Già, può darsi, chi può dirlo; come sempre nei fenomeni storici, non c’è la controprova, però qualunque soggetto che abbia ancora un ancorché moderatissimo senso critico, di fronte a questi dati dovrebbe almeno intrattenere il sospetto che la soluzione “extra vaccinum nulla salus” potrebbe non essere stata una trovata risolutiva e geniale. (E Dio non voglia che gli indizi che emergono da altri paesi sulla ‘perforabilità’ dei ‘vaccini’ siano confermati, perché potremmo trovarci a novembre nel mezzo di una nuova catastrofe sanitaria.)

In molti, da tempo, hanno segnalato che il protocollo “tachipirina e vigile attesa” era un’assurdità, un vero e proprio gesto di abdicazione, di rinuncia alla cura. In questi ultimi giorni si è aggiunto infine persino il dubbio scientifico che la tachipirina, lungi dall’essere semplicemente inutile, sia addirittura positivamente dannosa nella cura del Covid (vedi link[1]).

Ora, dopo la pressione e le denunce di inerzia rispetto allo sclerotico protocollo attendista, l’AIFA ha finalmente dato il via libera ad alcune cure con prodotti farmaceutici “riconvertiti” da precedenti usi. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire. Tuttavia, incidentalmente, dalle mie scarse conoscenze di profano compulsatore di riviste scientifiche, non posso non notare come uno dei farmaci ora approvati sia oggetto di uno studio che ne illustrava l’apparente efficacia pubblicato su Lancet sin dal maggio 2020 (14 mesi fa; vedi link[2]).

Il meno che si possa dire è che con i farmaci riconvertiti le nostre istituzioni sanitarie si sono mosse con piedi piombati, straordinaria cautela e sviluppatissimo principio di precauzione. Dovevano essere devastati all’idea di poter suscitare nei malati di Covid degli effetti collaterali ignoti, con prodotti in commercio da decenni.

Curiosamente invece per vaccini nuovi di zecca (con brevetti in vigore) prodotti con tecnologie innovative, le approvazioni sono fioccate in capo a poche settimane sulla base di dati dichiarati incompleti dalle stesse case farmaceutiche. Ecco, qui tutti i dubbi delle nostre istituzioni sanitarie relativi a possibili effetti collaterali di una somministrazione su individui sani si sono sciolti come neve al sole, anzi – diciamolo – non si sono proprio mai affacciati.

Ma naturalmente, visto il trionfo, visto lo strabiliante successo della nostra politica sanitaria ad oggi, chiunque sollevasse dubbi o sospetti su queste apparenti incongruenze sarebbe una malalingua, anzi un nemico della Razionalità e della Scienza.

E noi mai e poi mai vorremmo essere considerati nemici della Razionalità e della Scienza.

Così come mai vorremmo credere alle parole del virologo Crisanti quando l’altro giorno si è lasciato sfuggire che i membri del CTS sono “incompetenti e lottizzati”, aggiungendo che «l’istituzione non è una religione», e che il fatto che i componenti del Cts «rappresentino le istituzioni non significa che siano depositari della verità.»

E in altri momenti sarebbe suonato strano, ridondante, che un uomo di scienza debba ribadire che il principio di autorità istituzionale non è la Scienza, e tantomeno può essere considerato alla stregua di una religione, di un credo. Sarebbe suonato strano, ma non suona strano oggi, perché l’esperimento sociale dentro il quale stiamo nuotando come pesci rossi in una boccia ha davvero trasformato l’appello ai verdetti delle istituzioni scientifiche nazionali in articoli di fede da ripetere come l’Ave Maria e da ribadire in ogni sede mediatica. E su cui crocifiggere per blasfemia i dissenzienti.

Ecco, è forte l’impressione che il muro di questa narrazione sistematicamente manipolatoria stia iniziando a sgretolarsi. Ma saranno tempi interessanti – nel senso della maledizione cinese “Che tu possa vivere in tempi interessanti” – perché è improbabile che i costruttori del muro lasceranno il campo senza opporre strenua e feroce resistenza.

Note

[1] Sestili, et al., Paracetamol-Induced Glutathione Consumption: Is There a Link With Severe COVID-19 Illness?

https://www.frontiersin.org/…/fphar.2020.579944/full

[2] https://www.thelancet.com/…/PIIS2665-9913(20…/fulltext

da qui

 

528 capestri per l’Italia – Alberto Capece

Un amico che si occupa di numeri e di economia avverte che stiamo entrando dentro un programma di spoliazione senza precedenti: il piano per la ripresa e la resilienza che suona quasi come una pernacchia, Pnrr va ben oltre i soliti vincoli dell’austerità perché in questo modo, il Governo ha appaltato alla Commissione Europea la politica economica dell’Italia per un periodo ben superiore alla durata del suo mandato e questo indipendentemente dalle scelte che gli italiani esprimeranno attraverso le elezioni che prima o poi si faranno. Le condizioni imposte saranno lacrime, sangue e taglio di quel che resta degli ultimi trent’anni di conquiste sociali. Questo appare chiaramente dall’articolata analisi del documento nel quale sono descritte le condizioni del Pnrr: il Next Generation EU  attribuisce all’Italia 191 miliardi di euro (69 a fondo perduto e 122 come prestiti da restituire) in varie rate, fino al 2026. Li attribuisce però a patto che vengano rispettate 528 condizioni concordate tra Italia e  Commissione. Le condizioni si suddividono in 214 traguardi da raggiungere e 314 obiettivi quantitativi da conseguire per il tramite di 63 riforme e 151 investimenti. Già da questi numeri allucinanti si trae una tragica impressione di dove il Paese sia finito.

 

Limitandosi alle condizioni per la prima tranche di denaro erogata ad agosto (11,4 miliardi a fondo perduto e 12,6 miliardi di prestiti) -, si nota che l’erogazione è subordinata al rispetto di 51 condizioni. che rappresentano un esempio del prezzo che ci siamo impegnati a pagare per il piatto di lenticchie delle politiche UE – che il Financial Times ha descritto come ampiamente insufficienti (“nane”) rispetto a quelle attuate negli Stati Uniti. Dopo, oltre a queste prime 51 condizioni, ce ne saranno altre 477. Dopo averle rispettate, l’Italia sarà un’altra Grecia o forse peggio ancora. Salta agli occhi che i soldi del Pnrr sono la parte meno rilevante del piano, anzi non sono che l’esca, mentre il vero contenuto politico è racchiuso nelle clausole che stravolgeranno le regole con cui è amministrato il Paese. E’ stato realizzato un capolavoro mediatico  – attraverso una comunicazione propagandistica, degna delle dittature –  secondo la quale i soldi della Commissione anche se fossero – insufficienti a garantire qualsiasi ripresa sono comunque un contributo alla crescita del Paese, ed un contributo libero dalle condizioni capestro che nel decennio passato hanno messo in ginocchio la Grecia e tutti gli altri Paesi che si sono imbattuti negli “aiuti” europei. Insomma, si fatto credere che il New Generation EU fornisca finanziamenti incondizionati: niente austerità, solo soldi, perché dunque avremmo dovuto rifiutarli come peraltro hanno fatto tutti gli altri?

Invece sulla base della documentazione istituzionale disponibile, questi soldi portano con sé la vecchia austerità, in una forma nuova e ancora più pervasiva. Infatti, le risorse del PNRR arriveranno all’Italia in 10 rate semestrali di prestiti e 10 rate semestrali di contributi a fondo perduto e l’erogazione di ciascuna rata è subordinata, da un lato, alla solita disciplina di bilancio (la vecchia austerità fatta di tagli alla spesa pubblica e tasse), e dall’altro al dettagliatissimo piano di riforme – illustrate nel Pnrr – che convergono sull’obiettivo di abbattere gli ultimi residui di stato sociale e trasformare il nostro modello economico in una economia di mercato al totale servizio del profitto privato. Dunque, ogni euro del piano porterà probabilmente con sé decine e decine di euro di tagli alla spesa sociale. Per poter rendersi conto di tutto questo basta dare  all’ Allegato riveduto della Decisione di esecuzione del Consiglio relativa all’approvazione della valutazione del piano per la ripresa e la resilienza dell’Italia, un documento che illustra nel dettaglio le citate 528 condizioni negoziate tra Italia e Commissione. Il documento riporta con precisione tutte le condizioni suddivise per tranche di finanziamento.

Venendo ai dettagli, il primo pacchetto di condizioni riguarda alcune riforme di contesto, in primis semplificazione delle procedure amministrative, appalti pubblici e concessioni e giustizia. Ma questo che cosa significa, concretamente? Significa eliminare una serie di controlli e verifiche preliminari della fattibilità tecnica, ambientale e archeologica dei lavori pubblici, in modo tale da rendere possibile uno sviluppo urbano che favorisca gli investimenti edilizi, a discapito dei vincoli pubblici in fatto di ambiente, paesaggio e cultura, beni di nuovo sacrificabili.

  • In tema di giustizia, riforma lampo del processo civile e del processo penale. Per accelerare i tempi della giustizia, tempi oggettivamente troppo dilatati, si è scelta la via della mera semplificazione delle procedure, una scelta frettolosa e tutta politica in questioni estremamente delicate per la vita del Paese.

La realizzazione di centinaia di progetti da parte della amministrazioni pubbliche imporrebbe il rafforzamento della loro capacità amministrativa., ma non sarà così, perché è fatto divieto di impiegare le risorse del Pnrr per finanziare assunzioni a tempo indeterminato. Di conseguenza, tutti i rinforzi chiamati a collaborare all’attuazione del Pnrr saranno assunti nel pubblico impiego con contratti a tempo determinato, realizzando la più grande operazione di precarizzazione del lavoro pubblico mai vista che farà da apripista verso una più globale precarietà E pensare che l’Italia ha un numero di dipendenti pubblici ben inferiore a Paesi come Germania, Francia e Spagna.

Impegno a cancellare gli effetti del referendum per l’acqua pubblica del 2011, quando fu sancita la natura pubblica di questo bene e della sua gestione. Tra le condizioni da rispettare per il prossimo dicembre, infatti, si legge di una “Riforma del quadro giuridico per una migliore gestione e un uso sostenibile dell’acqua” Si noti come questa espropriazione di un bene comuna venga sostenuto con la magica parolina sostenibilità che non significa nulla.

Altre clausole prevedono il trasferimento della titolarità di ponti, viadotti e cavalcavia sulle strade di secondo livello a quelle di primo livello (autostrade e strade statali), da Comuni, Province e Regioni allo Stato. Dal momento che, per effetto della riforma, “la manutenzione di ponti, viadotti e cavalcavia sarà di competenza dell’ANAS e/o delle società concessionarie autostradali”, questo significa di fatto poter regalare alle società concessionarie autostradali anche la gestione della miriade di strade di secondo livello (comunali, provinciali e regionali). Ma come saranno pagati i concessionari, trattandosi di strutture non a pedaggio? Semplicemente con lo spossessamento degli Enti locali di ogni potere sul sistema viario di loro competenza ed i soldi statali e regionali, tolti a Comuni e Province.

Poi c’è il Gol, ossia il programma nazionale “Garanzia di occupabilità dei lavoratori” una naturale evoluzione del ‘reddito di cittadinanza che tuttavia subordina l’erogazione del reddito all’accettazione di lavoretti precari. Poi c’è la semplificazione delle procedure nelle Zone economiche speciali leggi Mezzogiorno con commissari che agiscono in deroga ai contratti di appalto. Possiamo immaginarci.

Si tratta solo di alcuni punti anche per non fare un post monstre, ma emerge che dietro alla promessa di infrastrutture per il Paese e un ritorno alla crescita si cela un tessuto di riforme – a discapito del benessere collettivo e dei diritti sociali – realizzate da un programma di privatizzazioni e deregolamentazioni che si impone sull’agenda politica delle forze parlamentari, proprio in virtù del loro meccanismo di condizionalità. Queste riforme che ci siamo impegnati a varare entro il prossimo dicembre, qui brevemente illustrate, non sono contenute nel programma politico di alcun partito, non sono sottoposte ad alcun dibattito, sono la costituzione materiale di una nuova forma di austerità, che sta determinando gli assetti fondamentali della nostra organizzazione economica e sociale tranche dopo tranche di questo “grandioso piano”  di aiuti europei.

da qui

 

Senza dignità – lorenzo merlo

Siamo sul fondo del barile a raschiare qualcosa che sia ancora vero, ma non si trovano che tossiche croste di muffe

Senza dignità 1.

La messe di controinformazione, meglio, di giornalismo dal basso, internazionalmente e nazionalmente disponibile, fatto salvo poche e rare eccezioni, è stata ignorata dai grandi media d’informazione.

L’informazione filogovernativa si è autoproclamata la sola attendibile. Lo stimolo al dibattito che sarebbe potuto derivare da una loro più aperta, meglio, giornalistica politica, avrebbe giovato alla cultura italiana, al giornalismo, alla fiducia nelle istituzioni e negli uomini.

Non contenti e sospinti dai ciclostili istituzionali non hanno esitato ad alzare il livello. Se prima ignoravano le voci non allineati sono passati a censurarle e poi a colpevolizzarle.

Non è dunque frutto di se stesso se quelle voci che lamentavano emarginazione, che si chiedevano perché venissero tanto ignorate, che si ponevano e pongono domande elementari, giornalisticamente ineludibili, per i grandi media siano divenute criminali e pericolose. Superfluo è ricordare quanto enfatizzino il malato novax, che dal letto d’ospedale diviene paladino del vaccino; quanto siano taciuti gli eventi avversi, quanto non sia dato spazio a medici e ospedali che hanno avuto successo sul Covid, quanto di quelle voci si faccia solo un numero, private di contenuti e argomenti, a seconda della strumentalizzazione necessaria, definito tra il dieci e il trenta percento dei vaccinabili. E non c’è premio Nobel che possa dire la sua senza divenire bersaglio di gentili ma radical-contumelie.

L’intelligence padronale avrà avuto il suo da fare per occultare chi desiderava solo capire le ragioni delle bugie che sentiva, solo comprendere quelle delle contraddizioni che osservava, solo spiegarsi i motivi di una politica tanto antidemocratica, solo trovare una speranza che gli impedisse di vedere la voragine tra sé e le istituzioni allargarsi sempre più.

Penso che in buona misura (sarebbe bello conoscere il pensiero di altri) il popolo privato di dignità sia tendenzialmente depoliticizzato in quanto emancipato dalle tradizionali e ormai svuotate ideologie contrapposte. Un popolo che osserva il dominio dell’economia e della tecnocrazia sulla politica. Che vede quanto questa non abbia proposte ma solo guinzagli. Che vede tutte le sovranità nazionali sul banco del mercato, nonostante la facciata istituzionale, gestito da commercianti privati, extranazionali. Le sovranità, dalla militare all’economica, dalla monetaria alla nazionale, dall’istruzione alla sanitaria non sono più beni degli italiani. E quel popolo quantificato tra il 10 e il 30 per cento di un qualche totale conteggiato dal contabile di stato lo sa. Per questo si allarma quando qualcuno con mascherina e finestrini su corre a votare per una delega della democrazia in avaria pesante. Per questo il suo mayday-mayday è un urlo nella burrasca in cui non si è trovato per merito suo.

È un popolo che vede liquefarsi la propria identità, sempre più omeopaticamente dispersa nella società dello spettacolo unico. Essere come qualcuno visto in tv, in youtube, in facebook, in twitter, è più importante che essere se stesso. Ma è un modo di dire: quando mai lungo questa china schiavistica qualcuno avrà più modo di riconoscere la farsa in cui, come gli altri, vuole recitare la sua parte?

Senza dignità 2.

Se così non fosse, ovvero, se i media e le istituzioni non avessero ignorato le voci indipendenti e alternative alla loro ma semplicemente non le avessero sentite, né, per distrazione, cercate, non ne avessero indagato il gradiente di attendibilità ovvero, se alle loro intelligence fossero sfuggite, le avessero sottostimate, e se, in sostanza i passacarte, vantando buona fede, semplicemente si fossero attenuti al compitino redazionale, allora è a questi che forse manca la dignità deontologica.

Senza dignità 1 e 2.

In ambo i casi, si tratta di quelli che nei loro giornali scrivono “solo noi siamo l’informazione”, quelli che le fake news riguardano solo gli altri. Quelli che pur di avere un click tengono on line gossip e paperissime. Quelli che “potrebbero urtare la nostra sensibilità” per immagini che non disturbano nessuno. Che pur di stare a galla sono però disposti a sbatterti in faccia qualunque pubblicità in modi sempre più invadenti e obbligati. Che per la privacy nascondono i volti dei bimbi e omettono i nomi purché, come segnala Andrea Zhok, l’argomento non sia il Covid e l’abietta campagna vaccinale. Quelli che, lo so per informazione diretta, si occupano dei temi di esclusivo interesse per la proprietà. Quelli che a qualunque informazione di rilievo non viene dato spazio o viene trattata con il minimo trafiletto, senza alcuna ripresa, solo per sottrarsi dalla responsabilità deontologica. Quelli che davanti a questi dati di fatto senza incertezze, invece di piangere vincoli, censure e autocensure si alzeranno altezzosi e con sarcastico sorrisetto ci diranno che in una proprietà privata ognuno fa ciò che vuole.

Esatto. Informazione e proprietà privata. Spero tutto sia chiaro in merito alla questione della dignità non data, la numero 1, e non in essere, la 2.

da qui

 

L’ombra del neoliberismo –  Francesco Marabotti and L’Indispensabile

«Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?».[1]

Questa è la domanda che poneva, lucidamente, Giorgio Agamben in un articolo datato 14 aprile 2020, alla quale a mio avviso non è stata ancora data una risposta adeguata.

Come è potuto avvenire – aggiungo io – che si sia passati, a partire dalla proclamazione dello stato di emergenza (il 31 gennaio 2020), in modo così repentino e convulso dalla open society al lockdown? Come è potuto avvenire che dalla libera circolazione delle persone e dei capitali siamo giunti al divieto di spostamento al di fuori del proprio comune e alla certificazione di ogni movimento sul suolo nazionale?

Come siamo potuti passare, chiedo ancora, da “quella gioiosa spensieratezza che sembra divenuta d’obbligo”[2] dell’era pre-covid, al clima di paura, terrore quotidiano e distanziamento sociale che ha reso le nostre esistenze un campo di guerra con “un nemico invisibile”?

Un così radicale capovolgimento è un fenomeno che, a mio avviso, va oltre le sole ragioni medico-scientifiche o tecnico-amministrative. È qualcosa che ci coinvolge in quanto società e direi come civiltà occidentale in toto. La tesi che cercherò di argomentare in questo articolo è che ad essere venuta in luce è l’ombra stessa del neoliberismo o se volete della post-modernità.

  1. Il ritorno del rimosso

L’opera letteraria che più di tutte ci ha fatto capire il concetto di ombra è il capolavoro di Stevenson, “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde”. Hyde in inglesevuol dire “nascosto”, e costituisce tutto ciò che Jekyll rifiuta di vedere di sé, tutto ciò che lo ripugna della propria anima. Jekyll incarna cioè quella che Jung chiama l’unilateralità della coscienza, identificatasi con un modello di razionalità scientifica e di moralità puritana che è incompatibile con la brutalità e la violenza di Hyde, con i suoi bassi istinti, ma anche con una certa vitalità e immediatezza che la sua parte nascosta esprime.

Hyde è dunque l’ombra di Jekyll, rimossa e repressa per tutta la vita, che prende progressivamente il sopravvento e porta ad un esito catastrofico, con la morte stessa del protagonista.

Anche il grande drammaturgo norvegese Henrik Ibsen ci stava profeticamente avvertendo, in quegli anni di fine ‘800, che il mondo della maschera borghese, poggiato su quelli che lui chiamava “I pilastri della società”, stava crollando. Le sue opere raccontano come da questo sfaldamento emergano i giochi meschini delle “personalità encomiabili” e le menzogne che permeano sia le relazioni sociali che familiari.

L’ombra della modernità illuminista, borghese, positivista e liberale è esplosa poi infatti drammaticamente nel ‘900, come hanno compreso, tra gli altri, Adorno, Horkheimer e Wilhelm Reich. In “Dialettica dell’Illuminismo”, pubblicato nel 1944, i primi due scrivono:

«Mentre attitudini e conoscenze dell’umanità vanno differenziandosi con la divisione del lavoro, essa è risospinta verso fasi antropologicamente più primitive; poiché la durata del dominio comporta, con la facilitazione tecnica dell’esistenza, la fissazione degli istinti ad opera di una repressione più forte. Dove l’evoluzione della macchina si è già rovesciata in quella del meccanismo del dominio, e la tendenza tecnica e sociale, strettamente connesse da sempre, convergono nella presa di possesso totale dell’uomo, gli arretrati non rappresentano solo la falsità. La maledizione del progresso incessante è l’incessante regressione»[3].

Wilhelm Reich, nel suo “Psicologia di massa del Fascismo”, del 1933, vedeva molto bene che «negli ideali etici e sociali del liberalismo si possono riconoscere i tratti dello strato caratteriale superficiale, caratterizzato dall’autocontrollo e dalla tolleranza. Questo liberalismo accentua la propria etica al fine di soffocare “il mostro nell’uomo”, il secondo strato delle “pulsioni secondarie”, “l’inconscio” di Freud. Il liberale deplora e combatte il pervertimento caratteriale umano con norme etiche, ma le catastrofi del XX secolo hanno insegnato che non ha combinato gran che»[4].

  1. La società dei consumi

Dopo la fine della seconda guerra mondiale abbiamo assistito, in Occidente, decennio dopo decennio, a un passaggio decisivo da una società di tipo repressivo/coercitivo, centrata sulla dicotomia permesso/vietato, a una di tipo permissivo, la cui dialettica fondamentale è quella invece fra possibile e impossibile, fra funzionale e disfunzionale.

I valori e i modelli ritenuti fondamentali nelle società di tipo repressivo/coercitivo, quali appunto l’autocontrollo, la sobrietà, la razionalità e l’ordine, hanno lasciato il campo a quelli della società dei consumi: individualismo, godimento, performance, emotività, spontaneità, laissez faire. È tutta una logica dell’illimitato a divenire egemone, qualificata dalla possibilità continua di migliorarsi e di crescere; è come se la terra fosse divenuta una sorta di giardino delle delizie, che a margine però, già dagli anni ’80, inizia a far emergere quei mostri che Hieronymus Bosch dipinge ai lati della sua opera. Scrive a tal proposito Massimo Recalcati:

«In questo universo senza Dio non c’è salvezza, non c’è orizzonte, non c’è desiderio. Tutto si consuma nel chiuso claustrofobico della volontà di godimento. Il culto del godimento e la logica del suo puro dispendio sono divenuti un regime di amministrazione e manipolazione biopolitica dei corpi sotto la nuova Legge dettata dal discorso del capitalista: il sesso compulsivo, l’affermazione di una Libertà senza Legge, la ripetizione eternizzante di tutti gli scenari sadiani mostrano che il nostro tempo ha fatto del godimento un imperativo che anziché liberare la vita la opprime rendendola schiava». [5]

L’energia libidinale non viene più repressa né castrata, ma diventa l’elemento capace di oliare l’ingranaggio del consumo inesausto dei beni e dei servizi, e al contempo della spinta continua all’auto-miglioramento degli individui, mediante l’ideologia del successo e dell’immagine; mentre permane invincibile, come una coltre invisibile, quella che Heidegger chiamava la Machenshaft, la macchinazione universale, la gabbia d’acciaio di Weber, ovvero il mondo e la nostra mente ridotti, in definitiva, a un foglio di calcolo excel.

Paradossalmente il neoliberismo porta a quella omologazione tirannica (non solo per esempio nel modo di vestire, ma anche delle scelte alimentari, dell’architettura urbana, dei format televisivi, dei comportamenti) che originariamente era il contrappunto dell’emancipazione individuale.

La società dello spettacolo, dove ognuno è al contempo attore e spettatore, in realtà trasmette un film muto perché sordo, ab-surdus, se è vero, come ci ha insegnato Heidegger, che “ogni dire è un udire”. La cena al ristorante subito fotografata, o il panorama mozzafiato, o ciò che stai pensando o sentendo divengono istantanee di un film senza più trama e senza più protagonisti, ma solo comparse, sempre più simili le une alle altre.

Nel momento in cui tutto diventa desiderabile perciò, è il soggetto in quanto tale a non essere più oggetto di desiderio, e quindi a svuotarsi di significato. Scrive Mark Fisher:

«Questa combinazione di obiettivi di mercato e quelli che burocraticamente vengono chiamati target è un tipico tratto dello “stalinismo di mercato” che attualmente regola i servizi pubblici. Ad aver proliferato è una nuova burocrazia fatta di “obiettivi” e di “target”, di “mission” e di “risultati”, e questo nonostante tutta la retorica neoliberale sulla fine della gestione top-down».

A tutto questo sistema, prosegue Fisher, «gli studenti in genere reagiscono cedendo a un’inerzia edonistica (o anedonica): e cioè a uno stato di soffice narcosi, al confortevole oblio della Playstation, alle maratone notturne davanti alla televisione, alla marijuana». [6]

III. L’età dell’immaturità

Uno dei maggiori scrittori polacchi del secolo scorso, Witold Gombrowicz, nel suo romanzo più celebre, dal titolo alquanto bizzarro, “Ferdydurke” (pubblicato nel 1937), ha coniato un’espressione a mio avviso perfetta per comprendere il nostro tempo, ovvero “l’età dell’immaturità”.

«Il protagonista di Ferdydurke è un trentenne che, nel mezzo del cammino della sua vita, si trova, come in un incubo, sbalzato indietro nel mondo dell’infanzia; alunno di una ridicola classe scolastica. Gingio(Józek) cerca di ribellarsi a questa degradazione, ma poco alla volta si accorge che essere un bambino non è poi tanto spiacevole. L’immaturità ha i suoi vantaggi e, del resto, in un mondo che sta andando a pezzi, sembra essere un rifugio, una nuova grottesca identità.

Inoltre essere infantile a tutti gli effetti mette in luce l’infantilità degli adulti, la loro penosa e ridicola voglia di apparire giovani, nonostante la decadenza fisica e mentale. La crisi della cultura europea e dei suoi valori, alla vigilia della seconda guerra mondiale, trova in Ferdydurke una rappresentazione ironicamente spietata».[7]

La cosa interessante del romanzo è che, in un crescendo di entropia, la condizione surreale e caotica di questo trentenne immaturo, che non vuole crescere, si trasforma in una violenza arbitraria e quasi giocosa, improvvisata direi.

L’intuizione fondamentale di questa opera, così come fu prima ancora di J.M Barrie, autore di quello che all’inizio era un testo teatrale, ovvero Peter Pan or The Boy Who Would Not Grow Up, è che l’immaturità viene a caratterizzarsi come una condizione sempre più endemica, come una sindrome del nostro mondo civilizzato, industrializzato e politicamente avanzato.

L’isola che non c’è cattura simbolicamente l’oggetto del desiderio di una generazione crescente di immaturi, sia esso il mondo del virtuale, dei paradisi artificiali, o il turismo di massa. È questa la dolce vita della civiltà occidentale degli ultimi decenni, ipnotizzata da un’esistenza plasmata sempre più come una sit-com (situation comedy), i cui modelli sono in fondo personaggi dello spettacolo o “sportivi di successo”.

Ma che cosa nascondeva questa euforia collettiva, questa grande cecità? «Tanta allegria»- scrive sempre Fisher- «può essere conservata solo in un’assenza pressoché totale di riflessività critica, e solo se si è capaci di assecondare in maniera cinica ogni singola disposizione proveniente dall’autorità burocratica».[8]

«Ogni sistema totalitario è una macchina che bambinizza gli adulti. Ciò che viene proposto al popolo è dimenticare la libertà, la propria individualità, tornare bambini, smettere di occuparsi delle grandi questioni politiche. Soddisfazione dei bisogni materiali in cambio del sacrificio della libertà».[9]

Per tornare all’inizio, è come se a poco a poco l’ombra, Hyde, fosse divenuta la maschera, sempre meno trasgressiva e quindi sempre più violenta e acefala; e viceversa la maschera fosse divenuta l’ombra della società neoliberale, in realtà totalitaria, stalinista appunto. Il rigore, la sobrietà, l’austerità, il dogmatismo scientifico prendono di nuovo il sopravvento.

 

  1. L’ombra del neoliberismo

La società neoliberale, volendo rimuovere il principio di realtà che connota l’esistenza umana, lo ha fatto ritornare a poco a poco in modo onnipervasivo in ogni ambito della vita. Ci siamo illusi di avere costruito il migliore dei mondi possibili, il più progredito dal punto di vista tecno-scientifico, economico e democratico. Ci siamo illusi che l’essere umano fosse un agente razionale che massimizza il profitto e il piacere, e che bastasse comprendere intellettualmente i principi morali e costituzionali di una società equa per realizzarli efficacemente.

L’ombra del neoliberismo è l’autoritarismo, l’intervento statale in ogni dimensione dell’esistenza, a patto sempre che non contrasti l’ordine oligarchico dei mercati, la paura e il terrore irrazionali, l’interruzione coatta di ogni attività economica locale. Ciò che è puntualmente avvenuto. Dalla perdizione asinesca del Paese dei Balocchi siamo passati, senza soluzione di continuità, a qualcosa di simile alla “Repubblica dei Santi”, ovvero la Ginevra riformata da Calvino nel 1541, dove vennero emanate delle ordinanze che comportavano “la proibizione delle osterie, dei balli. (..) E prevedeva pene severe per ogni infrazione alla dottrina e alla morale”.[10]

La democrazia neoliberale a poco a poco è caduta in un immanentismo senza più direzione teleologica, con l’unica narrazione di non avere più narrazioni. Alla fine della storia ha sostituito la storia(infinita) della fine, dove l’infanta imperatrice, come nel racconto di Michael Ende, è afflitta da un male sconosciuto e rischia di morire, perché un’entità informe chiamata Nulla ha incominciato a espandersi nel regno, inghiottendo intere regioni e facendole sparire del tutto.

Il nostro mondo, dominato dall’archetipo di Dioniso, nel quale, come ci ha detto Nietzsche, “Nulla è vero e tutto è lecito”, ha fatto esperienza anche della sua natura ambivalente. Dioniso infatti, paradossalmente, è un Dio che non ama l’empietà[11], e le Baccanti al suo seguito sono in realtà caste.

Dioniso dice di sé di essere un dio assennato, in un dialogo con Penteo, mentre ad essere dissennato è quest’ultimo, l’unico che scorge il pericolo di un dissolvimento di ogni forma e legalità nel flusso indifferenziato della vita, e che alla fine della tragedia viene sbranato dalle donne tebane invasate. Dioniso è cioè un Dio della morte, del sacrificio, non della vita.

La lezione che ancora non vogliamo ascoltare è perciò che, come scrive Alain Ehrenberg, «all’interno della persona esiste, oggi come ieri, un lembo di inconoscibile, un lembo che magari può riplasmarsi ma non può sparire del tutto – perché fa parte, costitutivamente, dell’uomo»[12].

Un intero paese è crollato eticamente e politicamente di fronte a una malattia perché poggiava su fondamenta di argilla, costruite illudendosi che fosse sufficiente educare intellettualmente i cittadini affinché si edificasse una democrazia. Perché parallelamente la società neoliberale è ha dato forma a quello che molti ritengono essere il più potente sistema di totalitarismo della storia umana, capace di plasmare e cambiare le coscienze a livelli di profondità inauditi. Questa fase drammatica della storia umana ci provoca perciò ad un cambio di sguardo radicale, e ad una rivoluzione democratica che abbia come fondamento una visione non riduzionistica dell’essere umano. Stiamo forse comprendendo, drammaticamente, che esiste qualcosa che scavalca, volenti o nolenti, la nostra ragione?

Note

[1] https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-una-domanda

[2] Z.Baumann, Le sorgenti del male, a cura di Yong-June Park, p.20.

[3] Max Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, p.43.

[4] W. Reich, Psicologia di massa del Fascismo, p.13.

[5] M. Recalcati, Il complesso di Telemaco, P.24.

[6] Mark Fisher, Realismo Capitalista, p.61/3

[7] Francesco Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo, p.97.

[8] M. Fisher, Realismo Capitalista, p.111.

[9] F. Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo, p.161.

[10] C. Capra, Storia moderna, P.121

[11] Euripide, Le Baccanti.

[12] A. Ehrenberg, La fatica di essere se stessi, Depressione e società, p.319.

https://www.sinistrainrete.info/societa/21260-francesco-marabotti-l-ombra-del-neoliberismo.html

 

La recita – Andrea Zhok

A breve si riunirà, in forma ormai consuetudinariamente clandestina, la cabina di regia per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Per poter presentare il primo rendiconto e ricevere i primi fondi nel 2022, l’Italia dovrà soddisfare 42 delle 51 condizioni previste negli accordi.

Sono riforme che vanno da una riforma della giustizia, a una revisione delle politiche del lavoro, a una riforma dell’università, ecc..

In tempi normali avrei cercato di approfondire le questioni in oggetto, per vedere cosa si sta preparando, visto che impatterà sul futuro nostro e delle generazioni a venire in maniera potentissima.

Ma oggi, mi chiedo, che senso ha occuparsene?

Che senso ha continuare nella finzione di essere in una democrazia, in un luogo dove esiste un libero dibattito pubblico, giornalistico, accademico, civile?

Che senso ha affaticarsi a studiare e approfondire, quando quasi tutti (incluse persone che dovrebbero fare dell’approfondimento intellettuale la loro professione) desiderano solo che si inserisca il pilota automatico, che si deleghi ai competenti, che li si lasci in pace?

In queste settimane chi ha cercato di attivare qualche residuo di spirito critico ha percepito che gli spazi per dibattere fuori dal cerchio di gesso che delimita le credenze ortodosse (così stabilite dall’alto) sono nulla.

Radio, televisioni, parlamento, magistratura possono allinearsi in un baleno quando le pressioni giuste sono esercitate.

In questo contesto la verità pubblica si definisce attraverso il grado di ridondanza, di ripetizione di qualunque sia la menzogna più utile, utile ad una manciata di attori fuori scena.

Anche chi poteva sembrare maggiormente animato da spirito critico si attesta sull’ultima banalità del tiggì, e poi la ripete, e la ripete, e la ripete.

Abusi, coazioni, forzature, ricatti, discriminazioni, omissioni, bastonature mediatiche, distorsioni della Costituzione, censure, macchine del fango, ecc. tutto è passato in cavalleria, senza sentire neanche il bisogno di verificarne i presupposti, senza che un sussulto di indignazione (prepolitica) metta in allerta.

Per alcuni la scusa è che di fronte all’urgenza, all’emergenza, all’allarme sanitario, non ci si può mica mettere di traverso!

E’ uno sforzo di salute pubblica, vivaddio!

(Che Dio li perdoni).

Per altri, però, per i più, non c’è bisogno neanche di giocare al gioco del “vincolo esterno”, della necessità pressante e inderogabile.

No, gli sta semplicemente bene così.

Che decidano lassù, ed io speriamo che me la cavo.

E allora di cosa vogliamo parlare?

Del PNRR?

Di magistratura, fisco, finanza, università?

Come se fossimo nelle condizioni di toccare palla?

Per me basta così.

da qui

 

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

3 commenti

  • SIGH! MA NON SONO CERTO LE NOSTRE LACRIME A FAR RITORCERE SUL SISTEMA MALEDETTO LE SUE STORTURE……

    • Francesco Masala

      il punto è che gruppi politici che pesano più dello 0,qualcosa % non intercettano l’insofferenza verso questo sistema, e fino a che non esiste un partito di massa di sinistra, senza trattini davanti (come lo è stato, mutatis mutandis, il PCI), non ne usciremo

      …Non credo che a questo punto sia difficile riunire vasti gruppi sociali sul tema del ritorno alla Costituzione e alle libertà che essa garantisce, come punto necessario di ripartenza della politica che ormai è inesistente da decenni e in maniera esplicita dal 2011, ovvero dall’ascesa di Monti imposta al di fuori del Paese e di cui Draghi è il sequel. Tutti gli altri temi sono necessariamente legati a questo. Il problema è semmai comprendere chi e come possa mettere assieme mondi così diversi per un progetto che va molto oltre la pandemia, ma deve prevedere un ritorno alla democrazia e a strumenti elettorali proporzionali in ogni livello istituzionale che ne evitino la degenerazione, come è ampiamente avvenuto in occidente e in massimo modo in Italia, in comitati di affari e di lobbismo. C’è il Fronte del dissenso che comunque deve darsi ancora un’organizzazione, deve uscire dalla fase larvale e a mio modesto parere dovrebbe trovare il modo di diventare partito per cominciare a far sentire il fiato sul collo al sistema. Non ho idea di come questo possa avvenire, ma credo debba avvenire.
      (https://ilsimplicissimus2.com/2021/10/10/piazza-del-popolo-non-piace-al-potere7/)

  • in effetti quel che dice il sig. Masala è estremamente vero, necessario e opportuno. Un paese come il nostro non può non avere grandi organizzazioni di sinistra che trovino la determinazione per lottare contro il neo-liberismo. E’ una lotta difficile e pericolosa. Basta pensare alla strategia della tensione e alle stragi che hanno accompagnato la crescita delle sinistre negli anni fra il 1950 e 1990.
    I gruppi dominanti non recedono di fronte all’assassinio, alla condanna dei ceti meno abbienti a scivolare verso la miseria, a regalare grandi enti produttivi nazionali a gruppi privati senza scrupoli e per di più inefficienti e ladri (vedi le autostrade).
    La sinistra deve esistere e lottare senza alcuna remora contro tutto ciò, deve fisicamente spazzare dal parlamento e dalle strade tutti i gruppi di politicanti “moderati” e neofascisti.
    Sarebbe opportuno anche cessare di credere alla “buone intenzioni” dell’Europa e delle sue istituzioni sovra nazionali: sono permeate da una fede religiosa nel liberismo, come se non sapessero leggere in esso la violenza, la menzogna e l’obbedienza servile al capitale internazionale.
    Un’ultima cosa, di carattere culturale: bisogna battere ogni giorno sul chiodo del modello statunitense: feroce, caotico e distruttivo dei rapporti fra i popoli.
    Naturalmente mi rendo conto che per fare questo, dovremmo anche smettere di pensare che il PD, i “socialisti” di vario stampo e appartenenza, i vari partiti più o meno “progressisti” sono arnesi vuoti di senso e soggetti all’impotenza di fronte ai padroni della pace e della guerra.
    CI vuole la determinazione a far rinascere il Comunismo. Niente è facile e niente lo sarà, ma meglio morire combattendo che marcire indefinitamente.

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