Confini e contadini

L’agricoltura bio e gli steccati: i saltafossi di Bruno e i dubbi di Giorgio

di Sergio Mambrini (*)

Ormai loro due erano invecchiati, ma non rinunciavano a confrontarsi anche sui temi più spinosi. Invecchiare non significava rimbambirsi con la televisione o confondere il valore delle cose.

Per questo amavano ragionare insieme.

Bruno portava i soliti baffi spinosi. Il bianco di quei peli marcava gli anni trascorsi a valorizzare la sua fattoria con le coltivazioni biodinamiche dei cereali, ma anche con quelle del dolce e tenero radicchio trevigiano.

Giorgio, invece, non teneva più i suoi e anche i capelli s’erano diradati. Soprattutto la fronte alta parlava dell’esperienza accumulata nell’impegno ideale continuo. Mese dopo mese, anno dopo anno, a grattarsi la parte anteriore della propria zucca. Quando al mattino si guardava allo specchio percepiva da lì le stagioni della vita, con una sola occhiata.

Bruno aveva masticato lentamente e adesso aveva concluso la cena. Si rivolse a Giorgio per spiegargli che aveva appena ultimato una ricerca negli archivi storici della marca trevigiana:

– Attraverso la visione dei registri di leva ho saputo due notizie importanti. La prima è quella che certifica, in maniera costante, il mestiere di contadino, per tutti i maschi dell’ottocento della mia stirpe.

– Forse devi tradurre il termine contadino con la parola “bracciante”. Mi sembra più adeguata.

Giorgio non perdeva occasione di precisare, chiarire e puntualizzare. Era l’eredità più vistosa e sfacciata che gli aveva trasmesso suo padre. Anche per questo motivo in molti lo consideravano un rompiballe, spesso abbastanza fastidioso.

– Sì, infatti, è un termine più adatto. I miei antenati, da quanto ne so, non hanno mai posseduto terre proprie. Giravano per le fattorie affittando le loro braccia quando c’era da fare un raccolto oppure, giorno per giorno andavano a eseguire altri lavori, finché anche questi duravano. Fra l’altro, diversi di loro non sapevano nemmeno leggere e scrivere.

– …e qual è la seconda notizia?

– Probabilmente dipende dalla prima. Cioè, tutti, o quasi, erano nati e vissuti sempre negli stessi luoghi o nei dintorni, per oltre duecento anni almeno. Anch’io sono ancora qui. Solo qualcuno di loro ha avuto la forza di scappare per emigrare. Capisci?

– Che cosa devo capire?

– … Dopo te lo spiego… l’importante è che afferri il ragionamento che sto per farti. Dunque… braccianti o contadini che fossero, espressero il loro impegno in una terra segnata da molteplici confini naturali: i fiumi, i sentieri, gli argini, le paludi, i filari di piante, le siepi, i boschi, le strade polverose percorse da carri, i fossi. Ancora oggi chiamiamo saltafossi chi cambia spesso mestiere e vive all’avventura. Con tale immagine archetipa cerchiamo d’esprimere l’idea di una predisposizione individuale alla fuga e al cambiamento repentino.

Tutte queste semplici configurazioni dell’ambiente delimitavano i campi arati con il bue, zappati a mano, disseminati di vitigni e alberi da frutta nelle zone più opportune. Arbusti come il sambuco e il prugnolo, circoscrivevano le cascine e gli orti, designavano gli spazi per gli animali da cortile, non solo le galline, ma anche le anatre, i piccioni, le oche, le faraone, i maiali, i gatti e i cani, oltre a fornire il rifugio ideale per i piccoli animali selvatici della pianura: le lepri, le puzzole, le talpe, i ricci, le api, i topi, le faine, le volpi, le poiane, i passeri, i fagiani, le allodole, le folaghe e altri uccelli di palude, nella quale vivevano pesci di svariate tipologie, rane, bisce e svariati molluschi più o meno voluminosi.

Ai bordi dei campi o nei campi stessi crescevano in consociazione con le colture molteplici erbe spontanee, come la camomilla, il tarassaco, il papavero, la canapa, l’ortica, il rafano, il luppolo selvatico, la cicoria, la ruchetta, la bardana, l’iperico, la citronella, l’acetosella e il topinambur, senza dimenticare i tartufi e le diverse tipologie di funghi.

Ogni contadino si formava anche come pescatore, cacciatore, boscaiolo, falegname, macellaio, veterinario.

Le donne raccoglievano, separavano, pulivano con attenzione e scrupolo il terreno da ogni traccia commestibile. Nessuno produceva scarti inutili. Approfittavano di tutte le risorse, anche le più banali: le pelli, le piume, le ossa, le cortecce, la paglia, il legname, le canne palustri, la segatura, le fascine di ramaglie secche, i ceppi delle piante, la ghiaia, la sabbia. Soprattutto avevano bisogno dell’acqua: di fiume, di fosso, piovana, di palude, di laghetto, da neve, di pozzo, di piscia animale. La stessa merda era utile per fertilizzare i terreni da coltivare.

Anche il calore animale delle piccole stalle era sfruttato d’inverno per le riunioni comunitarie serali, quando le donne anziane lavoravano la lana con i ferri, gli uomini giocavano a carte e i giovani conversavano scherzando, mentre i bambini più piccoli ascoltavano le storie dei grandi.

Le relazioni che si riuscivano a costruire in tale situazione erano effettivamente ricche, inesauribili e sconfinate.

Il frazionamento del territorio e i suoi innumerevoli ingombri, invece di ridurre le potenzialità vitali, le arricchivano. Gli occhi non conoscevano vasti orizzonti grandiosi, ma proprio per questo maturavano conoscenze sempre fresche, originali e diverse, non ripetitive e piatte.

Finché si mantenne tale modo di vivere, il contadino formò la propria cultura in autonomia, attraverso l’osservazione della natura e il rispetto della tradizione trasmessa oralmente dai genitori ai figli. Il lavoro fisico e la sua utilità assorbivano l’universalità d’ogni gesto e lo sviluppo del pensiero cosciente.

Procreavano con disinvoltura sia con amore, sia per necessità. Esponevano la propria vita al pericolo di soccombere, tuttavia ogni singola persona mostrava solidarietà. Era proprio questo comportamento caratteristico che spingeva l’intera società verso un progressivo rinnovamento.

Tutti insieme osavano emanciparsi dall’oppressione che negava i diritti elementari dell’individuo, si nutrivano di riti archetipi mai trascurati o scordati, sposavano antiche ricorrenze pagane con feste partecipate, magari accostandole a uno schema religioso ormai acquisito, più accettabile convenzionalmente.

Insomma, erano gente stabilmente comunitaria.

In questo magma esistenziale nascevano anche rivalità e conflitti non sanabili, estinguibili, spesso, con la violenza primitiva della guerra, maledetta dalle donne, vittime dell’abbandono allo stupro, di nascite rischiose, di carestie.

Proprio il territorio frantumato e spezzettato le poteva salvare. La fuga oltre confine era sempre valida e ipotizzabile. Superato un fiume, il mondo riusciva a mostrarsi ancora ragionevole.

I luoghi dove tutti erano nati avevano generato un legame profondo con le loro storie, in uno scambio continuo di influenze, amplificate sia dalla permanenza fisica, sia dal suolo calpestato con rispetto e leggerezza da ognuno.

La fertilità dei campi era riprodotta e mantenuta con cura, per utilizzarne ogni risorsa subito, ma anche in futuro.

La vera ricchezza di quei lontani progenitori diventava proprio questa qualità vitale. La lasciavano ai figli, ai nipoti, e ai figli dei nipoti dei nipoti. I contadini appartenevano alla propria terra. Erano una casta separata dal resto della società, sia borghese, sia operaia.

Non si erano alienati dalla natura, anzi, si nutrivano proprio dei suoi ritmi giornalieri e stagionali. Per questo resistevano alla fatica, sapendola gestire tra una stagione e l’altra, dosandola ogni giorno come la stessa forza celeste chiedeva. –

– Tu parli di confini naturali, mentre oggi sperimentiamo solo, o quasi, quelli artificiali, creati da noi stessi per spezzare i rapporti, frapporre ostacoli tra le persone, per plasmare un’identità nazionale con una demarcazione.

Se non esistono blocchi, creiamo le frontiere invalicabili con una legge fatta apposta, per inserire delle barriere virtuali e penose fra i popoli. –

Giorgio riusciva sempre a vedere l’aspetto negativo dei fenomeni che, seppur autentici, potessero spegnere la seduzione della speranza anche in un’onesta anima buona.

– Del resto, quando il corpo non percepisce più i limiti e gli steccati, ci si trascina nella triste e omogenea condizione di chi ha già solcato tutti i mari, non ha più nulla da scoprire e rinuncia anche all’esplorazione della sua anima, poiché la ritrova con più facilità in ogni seducente icona pubblicitaria e televisiva, cui s’è volontariamente piegato, eccitato dal possesso del nulla e allettato da un confuso appagamento stordente.

L’omologazione degli spazi anonimi mostra ogni luogo come un’identica prigione.

Non esiste più fuga per noi occidentali.

Anche i popoli oppressi naufragano alla ricerca d’approdi già guastati, quando sono respinti con spirito presuntuoso, prepotente, egoista e proprio per questo compiaciuto.

E’ l’illusione dell’assenza del limite che li affonda. Il mondo è globale soltanto per le speculazioni finanziarie, non per le persone. La libertà illimitata del capitalismo diventa la prigione degli esseri umani.

In questa fragile situazione l’unica arma pacifica per difenderci dalla desolazione spirituale e materiale resta il dubbio, un impulso emozionante, raro in un’epoca saccente come la nostra.

Dovremmo cercare di mettere in discussione, fare delle riserve e diffidare di ogni situazione consolidata, di molti dogmi che ostacolano, vincolano e bloccano l’individuo, lo condizionano in comportamenti privi d’autentico valore.

Il dubbio può muovere con slancio il pensiero e l’azione verso il cambiamento, necessario e desiderato.

– E’ strano sentirti chiudere il tuo pensiero con un’idea di speranza. Ogni volta mi stupisci.

Sorrisero e si strinsero le quattro vigorose mani. Tante volte giudicavano i fatti da aspetti contrapposti, ma riuscivano sempre a osservare e descrivere un fenomeno in forma unitaria, anche se da angolature diverse.

(*) Sergio Mambrini è autore di «Fango nero» (recensito in blog). Nel 2014 uscirà un suo libro di «proposte, consigli e ricette per una cucina più naturale». Questo è il suo terzo  eco-gastro-racconto in blog e rimanda ai personaggi di «Fango nero» (db)

 

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