Guerre vere, false paci e diplomazia muta

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Il verdetto di Ramstein: l’Europa è sacrificabile nella visione del padrone – Giuseppe Masala

Dopo la riunione dei paesi donatori-alleati dell’Ucraina in “Formato Reimstein” svoltasi ovviamente nella grande base americana in territorio tedesco di Reimstein non pare azzardato dire che ci aspettano anni di guerra. I paesi della Nato hanno deciso di continuare a fornire armi sempre più potenti all’Ucraina anche se i tedeschi fanno muro: per ora niente Leopard II nonostante le pressioni degli americani.

Altra questione apparentemente secondaria: il protocollo. Grandi bandieroni USA e dell’Ucraina nella sala delle riunioni allestita, tutta la tavolata principale occupata da ucraini e americani. I paesi europei – tutti – trattati come vassalli che devono solo ubbidire agli ordini. Di fronte all’impero non hanno manco una bandiera, manco una identità nazionale. L’Europa è sacrificabile nella visione di Washington.

Ci torneremo in questi giorni. Sarà chiaro in questi anni. Se sopravviveremo, si capisce.

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L’obiettivo dei prossimi aiuti occidentali all’Ucraina: la fine della guerra di trincea

In Ucraina il conflitto assomiglia da circa due mesi alla Prima Guerra Mondiale. Trincee scavate nel fango, artiglieria che combattono incessantemente, avanzate che si misurano nelle decine di metri e non nei chilometri, uomini che muoiono senza avanzare di un centimetro.
Questo tipo di confronto militare logora in maniera significativa le parti in conflitto ma sta logorando maggiormente la parte ucraina, la quale dispone in complesso di meno uomini e di minori capacità di rimpiazzare gli equipaggiamenti militari che vanno perduti nella guerra di attrito. A dimostrazione di questo fatto osserviamo quotidianamente piccole avanzate tattiche delle forze russe, ottenute a costo di molti uomini, ma allo stesso tempo costringendo Kiev a sacrificare altrettanti soldati.

La modalità di guerra nel lungo periodo potrebbe far sì che la Russia abbia la meglio. Per questo motivo, perlomeno a nostro avviso, da domani sarà palese il cambio di passo a degli aiuti occidentali forniti all’Ucraina. I momenti prettamente difensivi non saranno più al centro dei pacchetti di aiuto, ma assisteremo alla fornitura di centinaia di veicoli blindati per il trasporto di truppe, centinaia di carri armati pesanti, decine e decine di obici d’artiglieria a lungo raggio, l’arrivo di ordigni come le GBU-39, che se impiegate da postazioni fisse posseggono un raggio utile di circa 160 km con un’accuratezza di circa quattro metri nella versione e base, e rappresentano lo stato dell’arte delle munizioni plananti, una delle punte di diamante dell’industria bellica occidentale, i lanciatori terresti potrebbero essere disponibili entro l’estate.

I veicoli blindati che verranno forniti all’Ucraina saranno di vario tipo, ruotati e cingolati, dotati di capacità anfibie oppure di cannoncini pesanti o torrette mitragliatrici automatiche. Tutti questi veicoli hanno però una caratteristica comune, sono moderni, non residuati ex sovietici, sono perfettamente manutenuti e soprattutto sono tutti molto veloci. I carri armati, di diversa costruzione e concezione, posseggono anch’essi caratteristiche comuni: sono carri armati pesanti con corazze di ultima generazione, massima capacità di protezione per l’equipaggio, ed una elevata potenza di fuoco.

Veicoli blindati e carri armati saranno supportati dalla migliore tecnologia di artiglieria posseduta dall’Occidente, munizioni guidate per gli obici da 155 mm, sistemi missilistici ad alta precisione HIMARS, bombe plananti GBU-39, con una densità e concentrazione mai vista prima in Europa se non ai tempi della guerra fredda.

È quindi evidente che il concetto di aiuto militare all’Ucraina è cambiato. È cambiato nella sua essenza più profonda. Lo scopo, se la nostra analisi è corretta, non è più quello di impedire l’avanzata delle truppe di Mosca ma rompere l’equilibrio della guerra di trincea e permettere alle forze armate di Kiev di sfondare le linee russe nel Donbass, in Crimea, e a Melitopol, per tentare di riconquistare, con la forza di questo sistema combinato di armamenti, tutto il territorio che, prima della rivolta del Donbass e dell’occupazione militare russa della Crimea, apparteneva all’Ucraina.

Se la nostra visione è corretta domani 20 gennaio 2023 a Ramstein in Germania si deciderà che è giunto il momento per l’Occidente di passare all’offensiva in Ucraina. È evidente che questa scelta è dettata dal fatto che Kiev non può permettersi anni di questa guerra di attrito, e nemmeno l’Occidente avrà probabilmente le capacità per supportare indefinitivamente lo sforzo bellico dell’Ucraina. Da questo assunto probabilmente é sorta la decisione di giocarsi il tutto per tutto nella prossima primavera-estate. Quando i terreni saranno asciutti, quando sarà possibile per i carri armati pesanti avanzare senza rischiare di rimanere impantanati nel fango nero dell’Ucraina, una grande offensiva scatterà ad est, una offensiva di movimento, una blitzkrieg di antica memoria, giocata con nuovi armamenti ma con le medesime tattiche di ottant’anni fa imperverserà in Ucraina e a quel punto vedremo carro contro carro, Leopard contro T-90, blindato contro blindato, uomo contro uomo non più nelle fangose trincee che oggi osserviamo ma negli spazi aperti della pianura verso le maggiori città del Donbass e verso la fortezza di Sebastopoli.

Questo concetto di guerra, e l’ipotesi che le forze russe verranno soverchiate dal dispositivo messo in campo dall’Occidente in Ucraina, trova giustificazione nella supposizione che la Russia accuserà il colpo della sconfitta in terre che Mosca ritiene terre russe (Donetsk, Lugansk, Sebastopoli), senza ricorrere, anzi senza mai nemmeno pensare di ricorrere, alle armi nucleari. Tutto il piano occidentale della conquista militare delle aree che abbiamo menzionato (naturalmente considerando il presidente Putin ancora in vita) considera impossibile il ricorso del Cremlino alle armi atomiche. Questo assunto (ripetiamo ancora con il presidente Putin vivente) è del tutto, a nostro avviso, infondato. L’attuale leadership russa, e in tutta sincerità non ci riferiamo unicamente al presente Putin, ritiene il destino stesso dell’intera federazione legato alla capacità di mantenere un’area di sicurezza lungo i confini occidentali della Russia, senza dimenticare l’eterno desiderio, mai appagato interamente, di avere accesso ai cosiddetti mari caldi. Sebastopoli in questo desiderio e necessità di accesso ai mari caldi è un punto cruciale, senza Sebastopoli Mosca non può avere possibilità di agire nel Mediterraneo che sarà nei prossimi decenni un fulcro del commercio e dello sviluppo mondiale, una Russia senza accesso al Mediterraneo è una Russia destinata a non avere alcuna voce in capitolo in Europa meridionale e a perdere la propria influenza nei Balcani occidentali, mentre il Donbass garantisce profondità alla difesa russa, oltre a milioni di nuovi cittadini in un’Europa che lotta contro la depopolazione.

Anche per questi motivi, in caso di sconfitta, questa guerra convenzionale, questa sconfitta convenzionale, si trasformerà in una guerra nucleare, e una sconfitta nucleare, perché non c’è vittoria in una guerra atomica. Ma la sconfitta nucleare sarà sconfitta per tutti, non solo per la Russia. Questo concetto di sconfitta relativa unicamente alla Federazione Russa può essere applicata nei confronti di una potenza nucleare? Lo stesso ragionamento vale per ogni potenza nucleare di questo pianeta: una sconfitta convenzionale, ad esempio della Corea del Nord, sarebbe la fine di quel conflitto? Oppure dinnanzi alla debacle delle proprie truppe Pyongyang deciderebbe di portare una sconfitta anche a casa del nemico?
Perché Mosca dovrebbe escludere in questo caso, dopo una guerra di anni e temendo (giustamente o meno, razionalmente o meno) uno scenario yugoslavo per la Federazione, l’uso della sua arma più potente e dell’arsenale più efficiente di cui dispone?

A quel punto, se e quando le armi atomiche verranno massicciamente impiegate sul suolo ucraino sorge una domanda, sarà ancora senza limiti il nostro supporto a Kiev, saranno ancora valide tutte le promesse di eterna alleanza tra noi e l’Ucraina? Saremo disposti noi a mettere in gioco tutta la nostra società per onorare quel patto? Oppure stiamo solo scommettendo sul fatto che Mosca non ricorrerà mai all’arma definitiva?

Chi domani sarà a Ramstein giocherà una scommessa, oppure ha messo in conto di andare fino in fondo? Da questa domanda dipende il futuro dell’Europa.

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La partita a poker dei mandanti – Francesco Masala

La gentaglia che governa il mondo occidentale (un miliardo di persone, dicono, su otto miliardi; in realtà molti di meno, visto che di quel miliardo solo metà, più o meno, è d’accordo con l’invio delle armi) continua la sua partita a poker.

La guerra degli Usa contro la Russia continua, all’Europa, utili idioti, fanno credere che con una coppia di 10 si ha la vittoria in tasca, e che la guerra contro la Russia era solo una guerra come quella contro Panama.

Ad aprile, quando i morti dell’operazione speciale erano solo poche migliaia, Zelensky stava per firmare la resa contro la Russia, poi gli inglesi hanno riempito Zelensky di stupefacenti e altre cose, e non ha capito più niente.

Da allora chi ha la coppia di 10, prima di accettare la sconfitta, continua a scommettere sempre di più.

Gli stati europei hanno perso competitività a favore degli Usa, il gas russo a buon prezzo è un ricordo, l’esoso gas Usa sarà una realtà, le armi europee regalate al regime corrotto dello stato ucraino (e distrutte dall’esercito russo) saranno rimpiazzate da armi Usa, nel prossimo futuro.

E gli stati europei continuano la partita a poker, sempre meno convinti di vincere, ma la libertà di agire dei servizi segreti ucraini è sacra, finché dura.

L’Europa è disposta a morire per il suonatore penico Zelensky? Vuole continuare fino alla disintegrazione della Russia?

Ci vorrebbe Samuel Beckett, a dichiarare la Fine della partita, purtroppo è morto alla fine del 1989.

 

La prassi delle “anime morte”. Come l’Ucraina “spende” i soldi dell’UE – Vittorio Nicola Rangeloni*

Qualche giorno fa sul canale telegram JockerDPR, gestito da hacker russi, sono stati pubblicati alcuni documenti che dimostrano come in Ucraina in molti ministeri si prosegue ad appropriarsi dei fondi stanziati al Paese dai partner occidentali.

Nella fattispecie è stata resa pubblica una nota del Ministero delle finanze (https://t.me/JokerDPR/322) indirizzata ai loro colleghi del Ministero dell’Energia in cui viene chiesto di non continuare falsare platealmente il numero dei lavoratori a cui versare gli stipendi, coperti dalla Banca Mondiale. Nel Ministero dell’Energia, così come in altri settori, si è consolidata la prassi delle “anime morte”, ossia vengono previsti gli stipendi di persone che risultano presenti sul posto di lavoro solo formalmente, mentre fisicamente si trovano temporaneamente altrove, ad esempio mobilitate nell’esercito, percependo quindi un altro stipendio. Nella nota viene comunicato che, al fine di contrastare questo fenomeno, i partner occidentali che finanziano il progetto (copertura stipendi ai funzionari del ministero dell’energia) hanno disposto una serie di controlli da parte di una compagnia statunitense.

Un altro modo per intascare i soldi dei contribuenti statunitensi ed europei, secondo i documenti ucraini (Ministero della Difesa) pubblicati dagli hacker russi è quello, è quello degli aggiornamenti ai mezzi militari. Il documento appare come un semplice contratto per la manutenzione di officine mobili per la manutenzione dei carri armati (TRM80) installate su vecchi Zil-131 di epoca sovietica, se non fosse per le cifre: per aggiornare 100 camion sono stati stanziati oltre mezzo miliardo di grivne, ossia oltre 140 mila euro a veicolo. Una cifra decisamente gonfiata ed ingiustificata per questo tipo di interventi.

Le modalità per rubare i fondi pubblici in Ucraina, però, sono talmente numerose che anche i giornalisti locali talvolta sono costretti a parlarne. Su alcune testate ucraine sono stati pubblicati i contratti annuali per l’acquisto dei generi alimentari per l’esercito, ammontante a circa 400 milioni di euro. Anche in questo caso i prezzi sono stati gonfiati in modo esagerato. Alcuni giornali hanno confrontato i prezzi di diversi alimenti venduti in una catena di supermercati del paese (quindi già maggiorati rispetto ai prezzi dei grossisti) con le cifre spese dall’esercito per gli stessi prodotti, riscontrando un’enorme differenza. Ad esempio la bietola che finisce in tavola ai soldati viene acquistata a 25 grivne al chilo, mentre al supermercato costa 11; per un uovo vengono spese 17 grivne quando al supermercato ne bastano 7; la verza viene a costare 30 mentre presso il negozio costa 12 grivne. Questa differenza viene riscontrata praticamente in tutto il paniere.

Oggi è prevista una riunione del comitato per la Difesa del parlamento ucraino, presieduto dal Ministero della Difesa Reznikov, proprio per discutere della pubblicazione online di documenti segreti legati ai contratti del Ministero della Difesa, tra i quali quello sull’acquisto dei generi alimentari.

*Dal Suo canale Telegram

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Stati Uniti a Ramstein per dettare la linea all’Europa sui carri armati all’Ucraina -Ennio Remondino

In Germania, anzi no, nel pezzetto di Stati Uniti in Europa, base militare e territorio americano di Ramstein, l’incontro tra gli Stati ufficiali Nato e quelli associati per la guerra in Ucraina, a decidere, o forse più vero, anche se indelicato dirlo, a prendere ordini su come sostenere una guerra senza diventarne parte combattente.
Ma non tutto sembra fili liscio visto che Washington preme ancora su Berlino per i carri Leopard, pochi e usati, ma diventati singolo delle ritrosie europee, molto più diffuse di quanto appare. E il cancelliere tedesco Olaf Scholz che avverte apertamente Washington del «Rischio di guerra mondiale».

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È l’ora dei carri armati

Il presidente ucraino sa come tenere la scena e non resiste ad anticipare una vittoria certa, almeno sul campo della propaganda: carri armati europei a spinta americana. «Prima di Ramstein ci siamo preparati a fondo, abbiamo tenuto decine di conversazioni importanti. Ci sono Paesi ai quali ci inchiniamo, perché danno tutto ciò che hanno per permetterci di mantenere tutto ciò che è nostro, cioè il nostro popolo. Le aspettative sono positive», dichiara Volodymyr Zelensky a proposito dell’incontro in Germania di oggi e riferisce Sabato Angieri sul Manifesto.

La Nato allargata

Gli Stati ufficialmente della Nato, quelli dell’Ue e di altri alleati dell’Occidente, sono stati convocati nella base aerea americana a Ramstein per discutere i prossimi passi. ‘Padrone di casa ospite’, così leggiamo sul sito della Nato, «l’incontro è ospitato dal segretario alla Difesa degli Usa, Lloyd J. Austin III, e si concentrerà sulla crisi in corso in Ucraina e sulle relative questioni di sicurezza che gli alleati e i partner della Nato devono affrontare».

Il segretario generale Stoltenberg, sempre ‘a margine’, «parlerà col ministro ucraino della difesa Oleksii Reznikov», forse a frenare qualche troppo facile sulla forza risolutiva dei carri armati europei.

Grandi attese, forse troppe

«Il clima di attesa stavolta è molto alto, sia da parte del governo di Kiev sia dagli altri attori coinvolti. Il primo incontro del genere si era tenuto a due mesi dall’inizio della guerra, il 26 aprile 2022, quando Usa e Ue si erano rese conto che i piani della Russia rispetto alla ‘vittoria lampo’ erano oramai naufragati», la valutazione di Angieri. Allora era nato un ‘gruppo di contatto globale’ -parolone-, ‘per coordinare le forniture volte a rafforzare le capacità di difesa dell’Ucraina’.

La guerra si trasforma, la politica rincorre

Droni, missili da crociera e missili balistici da Mosca e nuova strategia comunicativa di Kiev. La richiesta insistita di sistemi antiaerei, di missili a più lungo raggio e, soprattutto, di carri armati per far fronte allo scontato attacco russo di primavera. E di questo si parlerà oggi, con qualche informazione in più da satelliti e spie in carne ed ossa, ma la partita è e resta quella.

Quali, quanti e quando i carri armati

Ciò che non verrà detto stamane a Ramstein, se tutto questo ‘ambaradan’ sui carri armati europei e soprattutto tedeschi, che cvi sono e non ci sono, avrà qualche risultati reale sul campo visti i numeri, pochi, i soprattutto i tempi di consegna dei primi Leopard 2 previsti per fine anno. Nel frattempo questi dannati ‘super carri’ diventano l’occasione di attacchi politici. La Polonia vorrebbe fornirne un intero squadrone che ha in licenza tedesca, e i Paesi baltici premono genericamente per ‘tutto e di più’.

A cingoli verso la guerra mondiale?

Ieri dal consigliere presidenziale di Zelensky, Mikhaylo Podolyak, a proposito dei carri armati europei, sono uscite parole grosse: «Carri armati: la chiave per porre fine alla guerra in modo appropriato», cioè vincerla. Come? «È ora di smettere di tremare davanti a Putin e fare il passo finale». E non serve interprete dall’ucraino per capire che la sollecitazione è alla guerra diretta dell’Occidente contro la Russia.

Non allargare la guerra

«Lo stesso passo finale che il cancelliere tedesco Olaf Scholz in un intervento di mercoledì diceva di non voler compiere in quanto bisogna a tutti i costi evitare una guerra tra Russia e Nato».

Perché in carri europei non quelli Usa?

Secondo l’agenzia Reuters, un anonimo funzionario tedesco avrebbe dichiarato che il suo Paese acconsentirà alla fornitura dei Leopard se gli Usa invieranno i loro tank Abrams. Ma Washington finora non si è mai sbilanciata sui suoi mezzi. Ieri –notizia lasciata ai margini-, la delegazione statunitense è volata in Germania in anticipo, per incontrare faccia a faccia il nuovo ministro Boris Pistorius. Uno degli obiettivi del vertice, convincere la Germania ad archiviare il veto che impedisce ai governi che li possiedono di inviare i carri Leopard 2 in Ucraina.

Pressioni e furberie

Gli Stati Uniti hanno interesse a che sia la Germania a farsi carico delle consegne di carri armati Leopard 2, proprio per scansare i solleciti ucraini per il trasferimento di carri armati Abrams di produzione statunitense. Sostenendo piuttosto l’invio di blindati leggeri, come gli Stryker e i Bradley, il consigliere politico del Pentagono Colin Kahl è stato chiaro:«Il carro armato Abrams è un equipaggiamento molto complicato. È costoso. È difficile addestrarvisi. Ha un motore a reazione».

Tradotto: i russi non devono studiare sul campo come neutralizzarlo, né metterci le mani sopra per praticare ‘reverse engineering’ (ingegneria inversa, studio della tecnologia altrui).

Escalation Usa in conto Europa

La pressioni statunitensi e l’influenza della strategia Biden sull’Unione europea è evidente fin dai primi mesi di guerra e oggi rischia di inasprirsi, lasciando il finale sempre più incerto oltre che minaccioso. Difficile, a questo punto, per noi europei, negare chi decide realmente sulla nostra strategia estera.

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Ecco la Quarta guerra mondiale: l’Ucraina è la prima linea europea – Domenico Quirico

Il conflitto iniziato con la brutale invasione russa è uno scontro classico di imperialismi. Da un parte il capitalismo liberale dell’Occidente, dall’altro quello autocratico sino-russo

Sì, è proprio una reazione simile a quella di un ramo piegato e improvvisamente slegato. Il ramo riprende la posizione con tanta maggiore violenza quanta è stata la forza con cui è stato ritorto. Negli anni Novanta del Novecento la Terza guerra mondiale finì con la auto dissoluzione dell’Unione sovietica. Il grande nemico su cui poggiava l’equilibrio del sistema globale del secondo dopoguerra sparì in un modo inedito e apparentemente irrazionale, per implosione e non per sconfitta sul campo. C’era proficuo spazio per il millenarismo del trionfo dell’Occidente, o meglio degli Stati Uniti, e la fine di ogni possibile matassa ingarbugliata di Storia. Dopo trent’anni con la Quarta guerra mondiale in corso, di cui ci si avvicina l’anniversario del primo anno, il ramo torna violentemente al suo posto.

Evitiamo il solito catechismo di bugie sull’ampiezza limitata del conflitto. Gli ucraini sono soltanto la prima linea europea e ne sopportano le tragiche conseguenze. Ma la presenza anglo americana sul terreno si accresce in battaglie ormai telecomandate. Si combatte più silenziosamente negli Stati proletari del terzo mondo, Africa, Vicino oriente, secondo lo scenario della competizione tra i blocchi per le zone grigie, un classico che fu della Guerra Fredda. In attesa che la Cina, sempre cauta, apra i suoi fronti. Si torna alla contrapposizione frontale, guerresca, economica, direi umana, tra due schieramenti globali fondati su immaginari accuratamente cesellati dalla propaganda delle due parti come portatori del Bene e del Male assoluti. Qualcosa di primitivo che sembrava appartenere semmai alle guerre di religione e di cui si è fatta la prova nella fase più brutale della guerra al terrorismo.

Da una parte l’Occidente capitalistico liberale, saldamente tenuto in pugno da Washington senza cui Europa e satelliti asiatici sarebbero sguarniti dell’unica cosa che conta, la forza militare come avvenne contro l’Urss staliniana. Dall’altra l’Eurasia russo cinese con le insegne del capitalismo autocratico; che riprende la sfida alla superpotenza americana dal punto in cui l’aveva interrotta negli anni Novanta del secolo scorso. Primo assalto portato a riguadagnare quella che era la fascia di sicurezza, l’impero interno con Ucraina e Taiwan.

La Russia, a cui è sempre stato riconosciuta, anche nella Terza guerra mondiale, la caratteristica di potenza europea, questa volta, tagliata fuori dall’ Europa centrale dalla avanzata della Nato, deve volgersi alla componente asiatica: per necessità o per scelta. Perché quella immensa parte del suo impero, per risorse, territorio e vicinanza alla alleata ormai indispensabile, è più ampia e ricca.

Che guerra è questa, la quarta con scenario mondiale? Se Lenin fosse a Zurigo a scrutare come nel 1915 l’Europa in fiamme, sarebbe soddisfatto. Potrebbe riscrivere, con qualche marginale aggiornamento, il saggio L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Altro che geografia politica arcaica!

La guerra iniziata in Ucraina con la brutale, e disastrosa, aggressione russa è uno scontro classico di imperialismi. Qualcuno, appena uscito con qualche lacrima furtiva dalla “Belle epoque”’, ammette che gli imperi esistono ancora. Omettendo, per pudore, un diabolico “ismo”. Gli imperialismi esistono eccome. Russia, Cina, Stati Uniti, come in modo scolastico constatò Lenin (confessò che l’aveva scritto in fretta quel saggio perché aveva bisogno di denaro nell’esilio svizzero) ricorrono alla guerra come conclusione obbligata delle loro evoluzioni economiche. Il rivoluzionario russo esulterebbe nel verificare che, anche cento anni dopo, la guerra è la conseguenza del crescere della oligarchia finanziaria e di categorie parassitarie, che siano gli oligarchi di Stato putiniani o i capital-comunisti cinesi o i plutocrati del libero mercato occidentale.

La guerra è il consumarsi sanguinoso della crisi della globalizzazione, il progetto di un sistema economico mondiale, a parole, inclusivo, in cui tutti, o quasi tutti, dovevano diventare soci o complici. Il tempo in cui economisti sentenziavano: «Due paesi che esibiscono i loghi di McDonald’s non possono farsi la guerra». E infatti c’era allora un posto a tavola anche per Putin e i signori di Tiananmen. Prevaleva, non dimentichiamolo, una grande svogliatezza per le ideologie della libertà. Non ci si assillava certo sulla questione prioritaria di dittature ora definite mostruose. Si pontificava di una civiltà orizzontale, diffusa, decentrata, di densità omogenea. Incantevole. Ma non ha funzionato.

Altro che spengleriana crisi dell’Occidente! Semplicemente alcuni soci di questa globalizzazione “aperta’’ ne hanno approfittato, per riarmarsi come la Russia o per passare dall’economia volontaristica degli altoforni alimentati con le padelle a prima potenza economica mondiale come la Cina. Hanno chiesto ad alta voce e in modo prepotente il riconoscimento dei nuovi equilibri.

I custodi del tempio del libero mercato intanto si coprivano di debiti e contemplavano il panorama tetro delle loro economie. All’imperialismo dei vecchi soci di affari era il momento di opporre quindi l’imperialismo della virtù, le etichette di impero del Male. Niente di originale per Biden. Nel 1917 un altro presidente democratico, Wilson, portò gli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, mischia sanguinosa di voraci imperialisti, dichiarando che agiva «per assicurare la democrazia sulla terra». L’essere missionari purtroppo torna di moda.

È già pronta la nuova globalizzazione bellica, quella che viene definita “friendshoring”. La si farà con i Paesi su cui gli americani possono contare, quelli che accetteranno, riconoscenti e obbedienti, i cantucci e lo spartito della integrazione economica senza alzare pretese geopolitiche. Si esigono di nuovo omologazioni, ratifiche, consacrazioni che fino a ieri si praticavano con indulgenza, a manica larga. La tessera di ingresso sarà il premio, innanzitutto, per l’eroico Volodymyr Zelensky. Lo ha ben meritato.

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Armi, il dilemma che divide la Nato e riscrive l’Europa – Alberto Negri

Dopo il vertice di ieri a Ramstein del «gruppo di sostegno» a Kiev, resta il dilemma americano e della Nato: fino a che punto bisogna armare l’Ucraina? Soprattutto restano i dubbi nell’Alleanza di fronte a una escalation militare pericolosa ma che ormai sembra scontata. Forse troppo, mentre i tedeschi rifiutano ancora i loro Leopard all’Ucraina. È vero che gli Usa hanno stanziato altri 2,5 miliardi di dollari di armi- Washington ha armato Kiev per circa 30 miliardi.
Ma è anche vero che la questione dei Panzer tedeschi Leopard acuisce le divisioni tra una Nato «atlantica», quella di Berlino che per ora esita assai a inviare i suoi tank all’Ucraina, e una Nato «baltica» dove la Polonia scalpita per schierare i Leopard e addestrare gli ucraini.
La Germania, come ha fatto capire il neoministro della difesa Boris Pistorius, potrebbe concedere l’export dei suo Leopard venduti alla Polonia (più di 300) e ad altri Paesi come la Finlandia (in attesa del via libero turco a entrare nella Nato) ma condiziona l’invio dei panzer tedeschi (non operativi prima di qualche mese) a un’analoga decisione Usa. Per altro gli stessi americani hanno escluso di dare a Kiev i loro sofisticati e potenti Abrams, che non vorrebbero mai vedere finire in mano a Mosca come accadde con gli iracheni a Baghdad nel 2003. Leopard che, pur veloci e potenti, senza un appoggio di protezione sono vulnerabili: l’Isis ne decimò qualche dozzina ai turchi nell’assedio della città siriana di Al Bab nel 2017. Sembrano guerre di un secolo fa ma sono i lampi sanguinosi e dimenticati del disordine mondiale arrivato fino a oggi.
Ma quando dovrebbe essere pronta la nuova armata ucraina? Entrando ieri a vertice di Ramstein con il segretario alla Difesa Lloyd Austin, il capo di stato maggiore americano Mark Milley ha dichiarato che «in primavera gli ucraini potrebbero essere in grado di riprendere i territori perduti 11 mesi fa». Il generale non ha fatto cenno alla Crimea, come invece è tornato a chiedere di recente Zelenski ponendo come condizione per le trattative il ritiro delle truppe russe alle frontiere del 1991. Come del resto lo stesso presidente ucraino all’inizio del conflitto aveva aperto la porta a uno status di neutralità dell’Ucraina e a un limite alla cooperazione militare con la Nato, mentre adesso punta esplicitamente a vincolare Kiev strettamente all’Alleanza Atlantica, come insiste Stoltenberg. Uno scacco che il Cremlino non sembra pronto ad accettare, soprattutto ora in una fase agitata e difficile da decifrare, caratterizzata dalla sostituzione del generale Sergei Surovikin con il capo di stato maggiore generale Victory Gerasimov e dall’ascesa del Gruppo Wagner e delle milizie cecene.
Il Pentagono, più della Casa Bianca, si è fatto promotore della diplomazia di Washington. Secondo le dichiarazioni di Milley delle scorse settimane durante l’inverno un allentamento dei combattimenti avrebbe potuto aprire «una finestra di opportunità per i negoziati». Per il momento non sembra sia così, anche se i militari americani hanno maturato la convinzione che nessuno dei due campi possa infliggere una sconfitta definitiva all’altro, pur evidenziando la rispettiva determinazione a proseguire i combattimenti. Parlando a novembre davanti all’Economic Club di New York il generale Milley era stato stato abbastanza esplicito: «Devono riconoscere entrambi che probabilmente non ci sarà una vittoria militare, nel senso stretto del termine, realizzabile per vie militari. E quindi è necessario volgersi verso altre opzioni». Quale potrebbe essere allora, se esiste, la «strategia» del Pentagono? Forse il fallimento (o meglio il contenimento) di tutte e due le offensive, trasformando il conflitto in una guerra di logoramento e creando le condizioni di un congelamento delle operazioni militari con un successivo cessate il fuoco.
Vengono in mente gli esempi della guerra di Corea, Cipro o del conflitto Iran-Iraq, quando gli Usa adottarono la politica del «doppio contenimento»: nessuno doveva vincere sullo Shatt el Arab. Il problema oggi è che la Russia ha tentato con la forza di ridisegnare le frontiere violando gravemente la Carta dell’Onu e la sua condanna è stata generale anche da parte di potenze legate a Mosca come Cina, India e Iran.
E veniamo a noi europei. L’osservazione più interessante forse l’ha fatta ieri su France Inter il collega Pierre Haski (da noi tradotto su Internazionale). Quale paese europeo avrà l’esercito più potente nei prossimi anni? In condizioni normali la risposta sarebbe la Francia, unica potenza nucleare dopo l’uscita di Londra dall’Unione. Ma le cose cambiano. Se mettiamo da parte il nucleare, l’esercito principale dell’Unione sarà presto quello della Polonia che di recente ha investito 15 miliardi di euro nella difesa. Ma non è l’unica conseguenza della guerra in Ucraina. A cambiare profondamente sono tutti gli equilibri interni della Ue, con uno sbilanciamento a favore del fronte orientale. Anche di questo dovranno parlare Scholtz e Macron quando dopodomani celebreranno a Parigi i sessanta anni della riconciliazione franco-tedesca del 1963. C’è poco da festeggiare. E quanto all’Italia cosa farà? Il ministro della difesa Crosetto ha confermato che aiuteremo l’Ucraina nei sistemi di difesa antimissile (Eurosam) aggiungendo però che «tutto, come prima, resterà secretato». Passano le stagioni, cambiano i governi ma i metodi restano gli stessi.

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Divide et impera – Salvatore Fazio

La guerra in Ucraina è solo un espediente messo in atto dall’America per eliminare il vero problema: l’Europa e l’Euro.

Entrambi costituiscono per l’America un problema seppur di diversa natura: l’Euro ha tolto centralità al Dollaro diventando la seconda valuta più importante a livello internazionale in termini di pagamenti globali. Nel novembre 2020, la quota dell’euro nei pagamenti globali era del 38%, allo stesso livello del dollaro. La quota dell’euro nelle riserve in valuta estera ammontava a circa il 20% nel giugno 2020, a fronte del 60% circa del dollaro USA. Accrescere il peso dell’euro come valuta internazionale di riferimento ha avvantaggiato sia le imprese che i cittadini dell’UE contribuendo ad aumentare l’autonomia strategica e l’influenza dell’UE nel mondo.

Il tutto a discapito dell’Economia Americana che oggi oltre all’Euro rischia di doversi difendere da attacchi più insidiosi come la nuova moneta che adotteranno i BRICS.

Quindi l’aspetto monetario assume primaria importanza per ridare centralità e slancio ad un America in forte sofferenza, la quale vede messa in discussione la centralità del Dollaro (Dedollarizzazione).

Relativamente all’Europa, in quanto Unione di Stati, non è più di interesse Americano; sono cambiati troppi equilibri rispetto al periodo di concepimento originario, sono cambiati i confini strategici storicamente rappresentati dalle due Germanie e oggi slittati di centinaia di chilometri.

L’importante impegno finanziario che gli Americani stanno sostenendo per foraggiare l’Ucraina aveva ed ha importanti obbiettivi, alcuni già raggiunti e altri ancora da raggiungere.

Il primo obbiettivo raggiunto è stata la distruzione delle linee di approvvigionamento di gas dalla Russia in favore della Germania, obbiettivo primario del conflitto.

Già Trump lamentava: “Per il terzo anno consecutivo, il surplus commerciale della Germania è risultato il più ampio al mondo”. Le cifre pubblicate, relative all’anno 2018, non fecero che dare ragione a Donald Trump, quando accusò le autorità tedesche di pratiche commerciali ai limiti della legalità.

Il Dipartimento statunitense del commercio concluse l’inchiesta sulle importazioni di auto europee negli Stati Uniti, consegnando il dossier alla Casa Bianca. Il Dipartimento stabilì che l’import di auto europee negli USA rappresentava una minaccia alla sicurezza nazionale e indicò tre possibili contromisure: dazi del 20-25% (la misura più dura), dazi mirati (per esempio solo sulle auto elettriche), dazi inferiori al 20%, accompagnati da sostegni all’industria automobilistica nazionale.

Il secondo obbiettivo è rappresentato da Olanda e Lussemburgo i quali hanno interpretato nello scenario globale degli ultimi decenni il ruolo di giurisdizioni privilegiate di ‘transito’ (‘conduit’) e ‘d’approdo’ per multinazionali e grandi investitori esteri desiderosi di ridurre il proprio carico fiscale nei diversi Paesi del mondo in cui generano i profitti o in cui risiedono, il tutto a discapito del Delaware e degli USA stessi, i quali già contribuirono fortemente a far saltare il sistema Panama sempre in favore del Delaware.

Gli Americani manterranno, come loro costole subalterne, solo i paesi che hanno una reale utilità al sistema USA, di tanti altri potranno farne a meno.

*Dīvĭdĕ et ĭmpĕrā, dividi e comanda, è una locuzione latina utilizzata per indicare il migliore espediente di una tirannide o di qualsiasi altra autorità per controllare e governare un popolo, ovvero dividerlo in più parti in modo tale da provocare rivalità e fomentare discordie tra esse.

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La giustizia imperialista si sgretola – Thierry Meyssan

In tempo di pace, com’anche in tempo di guerra, la dominazione occidentale sul resto del mondo, nonché quella degli Stati Uniti sui loro alleati, passano attraverso la strumentalizzazione del diritto. Ragion per cui i tribunali internazionali non applicano la giustizia, hanno solo il compito di confermare l’ordine del mondo e di punire chi lo contesti. Il diritto statunitense e il diritto europeo servono a costringere il resto del mondo a rispettare le politiche di Washington e di Bruxelles. Questo sistema però comincia a logorarsi

Dal crollo dell’Unione Sovietica gli Occidentali utilizzano i tribunali internazionali e la giustizia statunitense per imporre la propria legge. Fanno condannare coloro contro cui combattono, mai i propri criminali. Una concezione della giustizia che è diventata l’esempio per eccellenza della peculiare politica occidentale dei “due pesi, due misure”. Tuttavia, dopo la vittoria della Russia in Siria, e ancor più con la guerra in Ucraina, l’indebolimento della dominazione occidentale comincia ad avere ripercussioni sul sistema.

La fine della dominazione occidentale è iniziata nel 2016

Il 5 maggio 2016 il presidente Vladimir Putin proclamava la vittoria della civiltà sulla barbarie, ossia della Siria e della Russia sugli jihadisti, armati e sostenuti dall’Occidente. Organizzò un concerto sinfonico televisivo sulle rovine di Palmira, antica città dove la regina Zenobia riuscì a far convivere in armonia tutte le religioni. Il concerto dell’orchestra Mariinskij di San Pietroburgo era simbolicamente intitolato «Preghiera per la pace». Putin tenne un discorso in videoconferenza.

Le popolazioni occidentali non compresero la valenza dell’evento perché non avevano consapevolezza che gli jihadisti altro non erano che marionette nelle mani dei servizi segreti occidentali: li consideravano, in particolare dopo gli attentati dell’11 Settembre, loro nemici. Non capivano che i danni degli jihadisti in Occidente non avevano la stessa portata che nel resto del mondo. Per fare un esempio: gli attentati dell’11 Settembre – attribuiti contro ogni logica agli jihadisti – fecero 2.977 morti; Daesh ha ucciso centinaia di migliaia di arabi e africani…

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In Ucraina si parla di ‘decolonizzazione’: così si rischia un’economia asservita all’Occidente – Roberto Iannuzzi 

Il conflitto ucraino è stato ripetutamente descritto in termini di una contrapposizione fra i valori di libertà e democrazia, difesi dall’Ucraina e dall’Occidente che la sostiene, e l’autocrazia e l’imperialismo che sarebbero incarnati dalla Russia. La schematizzazione della narrazione, la cancellazione delle sfumature, la rimozione dell’intricato retroterra storico favoriscono la mobilitazione politica e compattano l’opinione pubblica occidentale, ma al tempo stesso irrigidiscono le posizioni, radicalizzando lo scontro e precludendo ogni sbocco negoziale.

In accordo con questa narrazione semplificata, in Ucraina si arriva a parlare di “decolonizzazione” del paese dalla presenza imperiale russa, intesa come cancellazione di ogni influenza russa dalla cultura, dall’istruzione e dalla sfera pubblica in nome di una supposta “peculiarità” nazionale ucraina. Questo approccio trascura il fatto che Ucraina e Russia hanno, almeno in parte, condiviso secoli di storia e cultura comuni, e ha l’effetto di emarginare all’interno del paese tutti coloro che (soprattutto nel sud e nell’est) non si sentono alieni da questa condivisione di patrimonio e di valori.

Ucraina, gli interessi di Prigozhin e dei mercenari della Wagner: il Cremlino dietro il caso di Bakhmut

Come ha osservato il sociologo ucraino Volodymyr Ishchenko, esiste anche un altro aspetto sotto il quale la cosiddetta “decolonizzazione” ucraina si distingue dal processo di emancipazione dagli imperi coloniali europei che ebbe luogo dopo la seconda guerra mondiale.

Gli stati emersi dalla lotta anticoloniale puntavano alla propria emancipazione  economica, oltre che politica, attraverso una rivoluzione sociale e produttiva che intendeva rimuovere gli squilibri generati dalla dipendenza coloniale. Sebbene abbiano poi fallito, gli stati postcoloniali lanciarono una sfida tanto all’imperialismo quanto al modello capitalista che lo sottendeva.
Nel caso ucraino, come in quello di altre repubbliche ex sovietiche, si è assistito a un processo per certi versi opposto, con la transizione dal comunismo all’economia di mercato che, attraverso lo smantellamento dello stato e una fase di privatizzazioni a tappe forzate, ha visto l’emergere di una classe oligarchica che ha monopolizzato lo spazio politico ed economico di questi paesi…

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Il Regno Unito supera la linea rossa in Ucraina: e ora? – Giuseppe Masala

  • La strategia occidentale contro la Russia appare evidente. Il primo step è stato che prevedeva di logorarla con una guerra contro l’Ucraina il cui esercito è stato potentemente armato in questi anni e che agiva trincerato nelle fortificazioni costruite in Donbass.Un secondo step (che secondo me sta per partire) dove una coalizione di volenterosi si batterà contro la Russia usando l’Ucraina (ormai stremata e pronta al collasso) come campo di battaglia. E’ di oggi la notizia che la Gran Bretagna trasferirà in Ucraina non solo i carri Challenger2 ma anche degli elicotteri d’attacco Apache. Sempre più difficile sostenere che non c’è un intervento diretto dei britannici, bisogna essere davvero ingenui a credere che degli elicotteri Apache possano essere pilotati da dei piloti ucraini che su sistemi d’arma così complessi della Nato non hanno alcuna competenza, che peraltro si matura in anni e non certo in un training di 1 mese. Allo stessso modo possiamo dire del sistema antiaereo SAMP-T che gli italiani stanno per cedere a Kiev…difficile credere che il personale che dovrà usarlo sia ucraino.

 

Insomma, a mio avviso sta per partire (entro qualche mese) l’ondata della coalizione dei volenterosi composta, nelle mie aspettative, da Uk, Polonia, paesi baltici, Romania, Cechia-Slovacchia e forse Bulgaria. Poi è da vedere cosa succederà, se i russi risponderanno attaccando il territorio Nato potrebbe intervenire subito la Nato, altrimenti andrà ancora per le lunghe.

Situazione gravissima, peraltro chiaramente visibile a causa dei sommovimenti politici come per esempio le inaspettate dimissioni del Ministro della Difesa tedesco Lambrecht che evidentemente non se la sente, perchè sa bene cosa sta maturando.

In Italia, tutto tace. Tranne il Papa che parla apertamente (e giustamente) di terza guerra mondiale in corso e pochi altri definiti complottisti che ci provano a parlare attraverso gli scarsi mezzi a disposizione.

 

 

La guerra per procura provocata in Afghanistan e le analogie con il caso Ucraina

Sostenere l’Ucraina, secondo la propaganda d’Occidente, è un “imperativo morale”, oltre che “strategico” perché Kiev rappresenterebbe la “prima linea in una lotta globale tra democrazia e libertà da una parte e brutale autoritarismo dall’altra”.

“Ucraina: autocrazia corrotta e repressiva”

Secondo Ted Galen Carpenter, che ne scrive su Antiwar, tale legittimazione è irreale per due ragioni. “In primo luogo, l’Ucraina è un’autocrazia corrotta e repressiva, non una democrazia amante della libertà, anche prendendo l’accezione più flessibile ed espansiva del termine ‘democrazia’. In secondo luogo, la guerra Russia-Ucraina è una brutta lotta per questioni concrete, non parte di un confronto globale esistenziale tra il bene e il male”.

Eppure, politici, analisti e media potrebbero anche credere a quanto affermano, prosegue Carpenter, ma certo c’è chi ha interesse ad alimentare tale narrazione.

Infatti, l’enorme flusso di denaro verso l’Ucraina sta arricchendo le industrie delle armi Usa, “Raytheon, Lockheed Martin e altri comparti industriali” (e, si potrebbe aggiungere, i tanti analisti, giornalisti, media e politici, americani e non, a esse collegate).

Tali industrie non lucrano solo sulle armi inviate. Svuotando gli arsenali Usa e Nato, si è creata la necessità di altri e più proficui investimenti per ripristinarli, come sta già chiedendo “la solita combriccola di falchi”.

Ma, continua Carpenter, “il Segretario alla Difesa Lloyd Austin potrebbe aver inavvertitamente rivelato un motivo più profondo e ignobile per questa guerra per procura”, quando ha dichiarato che essa serve per “indebolire la Russia”.

La guerra per procura provocata in Afghanistan

Interessante anche il parallelo tra questa guerra e quella in Afghanistan, quando gli Usa sostennero i mujaheddin contro gli invasori sovietici per indebolire Mosca.

Sul punto Carpenter accenna a come gli Stati Uniti si stessero preparando per quella guerra, inviando armi in Afghanistan già prima dell’invasione. Cenno che va integrato con quanto abbiamo riferito in una nota precedente, nella quale abbiamo ricordato come il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa Zbiegnew Brzezinski si vantò, in un’intervista rilasciata al Nouvel Observateur, del suo capolavoro: “il programma segreto della Cia di armare i mujaheddin contro il legittimo governo afghano, che era riuscito nello scopo di convincere l’Unione Sovietica a invadere il Paese confinante, attirandola in una trappola che l’avrebbe logorata”.

Tanto che, quando Mosca invase Kabul, Brzezinski indirizzò questa esultante nota a Carter: “Abbiamo l’opportunità di dare all’URSS la sua guerra in Vietnam” (d’altronde, la stessa Hillary Clinton, madrina dei pargoli che ora siedono al Dipartimento di Stato Usa, all’inizio delle ostilità dichiarò che l’Ucraina sarebbe stato il nuovo Afghanistan russo).

“L’obiettivo in Afghanistan allora – commenta Carpenter -, analogo a quello attuale in Ucraina, era semplicemente quello di infastidire e dissanguare l’avversario di Washington. Allora, come oggi, c’era davvero poca preoccupazione per l’impatto [del conflitto] sugli sventurati abitanti del paese, il quale fungeva da arena per una guerra per procura”.

La stretta analogia tra i due conflitti porta Carpenter a osservare che si sono create “le condizioni per una lunga guerra di logoramento, che porterà l’Ucraina alla rovina totale” e farà un numero impressionante di vittime, una cifra che “dovrebbe far inorridire qualsiasi persona onesta”.

Questa la conclusione dell’articolo: “Sorge, dunque, la domanda se l’amministrazione Biden sia abbastanza cinica da portare avanti la sua guerra per procura fino all’ultimo ucraino. Sfortunatamente, data la condotta di Washington in Afghanistan negli anni ’80, questo scenario sembra fin troppo plausibile”. Servirebbe un cambiamento di rotta, dal momento che “l’attuale politica è avventata e crudele”.

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“O la Nato entra in campo o Kiev perderà”:” ci troviamo di fronte all’auspicio della Terza Guerra Mondiale? – Andrea Zhok

Oggi ho curiosato sulla stampa mainstream (ogni tanto è utile fare una passeggiata dietro le linee nemiche) e mi sono imbattuto in un titolo interessante su “La Stampa” di Torino: TITOLO. “La Russia ha più uomini, mezzi, risorse; o la Nato entra in campo o Kiev perderà.” SOTTOTITOLO. “Usa ed Europa sono davanti a scelte difficili: l’ipotesi di inviare truppe occidentali non può essere scartata.”

Questo titolo campeggia su un articolo nientepopodimeno del prestigioso analista Lucio Caracciolo. Ora, leggendo l’articolo, come c’era da aspettarsi, gli argomenti di Caracciolo sono di carattere analitico e descrittivo, pesati attentamente, e presentano tre scenari possibili: “(1) Ridurre il sostegno militare a Kiev fino a convincere Zelensky dell’impossibilità di vincere, dunque della necessità di compromettersi con Mosca; (2) entrare in guerra per salvare l’Ucraina e distruggere la Russia a rischio di distruggere anche sé stessi; (3) negoziare con i russi un cessate-il-fuoco alle spalle degli ucraini per imporlo agli aggrediti.”

Queste opzioni vengono considerate da Caracciolo: “Scenari molto improbabili (primo e terzo) o semplicemente assurdi (il secondo).”

L’articolo prosegue e dice cose di buon senso, cose che, spiace per i prestigiosi analisti geopolitici, quelli che sono stati derisi come “complottisti putiniani” hanno sostenuto dal primo minuto del conflitto: la Russia non può perdere. Questo per due motivi: perché la sua superiorità in termini di risorse, mezzi e uomini è netta nonostante il fiume di armi e denaro fornito dalla Nato, e soprattutto perché si tratta per la Russia di un conflitto esistenziale, un conflitto letteralmente in casa propria, non un remoto conflitto imperialista come quelli che sono abituati a gestire gli USA in terre esotiche (dal Vietnam all’Afghanistan). Una sconfitta in un conflitto del genere vuol dire nel migliore dei casi, un ritorno agli anni orribili di Eltsin, in cui la Russia era impotente terreno di sfruttamento per oligarchi interni ed esterni, nel peggiore la disgregazione civile e il caos.

Non è bello infierire sui vinti e dunque non ricorderemo la infinita trafila di besuaggini che le testate nazionali – quelle “serie”, mica la controinformazione “complottista” – ci ha ammannito da nove mesi a questa parte.

Non ricorderemo perciò come la Russia abbia già esaurito i missili una ventina di volte, come Putin sia in fin di vita dalla nascita, come i soldati russi siano dopati con tutte le droghe pazze che tipicamente usano gli Imperi del Male nei film di Hollywood, come la politica ucraina incarni esemplarmente i valori europei (invero chi potrebbe negare che il NASDAP sia stato un prodotto europeo), come la Russia sia isolata sul piano internazionale e distrutta su quello economico, come da questo conflitto l’Europa uscirà più forte di prima, e via delirando in caduta libera.

No, lasciamo stare tutto questo, tralasciamo i primi segni di ingresso della realtà nella fantanarrativa ufficiale, e concentriamoci invece sul titolo.

Già, perché come tutti sanno il titolo degli articoli sui giornali è scelto dal titolista, non dall’autore. E il titolo dice – come al solito – una cosa che nell’articolo non c’è: dice che un ingresso diretto in guerra della Nato (dunque anche dell’Italia) è la strada che dovremmo prendere, se non vogliamo che l’Ucraina perda (e noi non vogliamo che perda, nevvero?)

Per chi avesse bisogno di un chiarimento, ci troviamo di fronte all’auspicio della Terza Guerra Mondiale, cui l’opinione pubblica deve trovarsi preparata.

Ora, dopo gli anni della pandemia, in cui abbiamo imparato che l’unica regola affidabile della stampa mainstream è quella di mentire strumentalmente sempre, niente ci dovrebbe più stupire.

E tuttavia un titolo di una testata nazionale che auspica serenamente un’opzione che nel migliore dei casi significherebbe una strage europea senza precedenti, nel peggiore la fine del mondo, rimane qualcosa su cui meditare.

Fino a che punto, fino a quale livello di irresponsabilità sono disposti ad arrivare i sedicenti “professionisti dell’informazione” mainstream? Esiste ancora un limite morale non in vendita?

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Incidente o scontro di potere? La morte del ministro ucraino e il surge di Ramstein

L’incidente costato la vita al ministro dell’Interno ucraino e al suo intero staff potrebbe essere tale. Di certo non è stato abbattuto da un missile russo, dal momento gli ucraini l’avrebbero denunciato su tutte le piazze del mondo. Lo stesso Zelenky ha parlato di una “terribile tragedia”. Insomma, incidente, punto. Ma la tempistica interpella.

Incidente o scontro di potere?

Infatti, l’incidente è avvenuto il giorno successivo alle dimissioni del potente primo consigliere di Zelensky,  Alexey Arestovich. Certo, Arestovich si è praticamente suicidato, affermando che il missile russo che si abbattuto su un edificio di Dnipro (oltre ottanta morti), era stato intercettato dalla contraerea ucraina, confermando la versione di Mosca.

Ma si era corretto, aveva rettificato, umiliandosi anche. Avrebbe dovuto bastare dato il potere che in questi mesi aveva acquisito il personaggio. Invece, è diventato un caso politico, con alcune forze di governo che hanno chiesto che la SBU indagasse sul suo conto.

Nessuno l’ha difeso, anche perché indifendibile essendosi macchiato di una colpa gravissima (ha incrinato l’immagine dell’equivalenza tra russi e male assoluto). Così non ha potuto fare altro che dimettersi. Ed ecco che, il giorno dopo, un’altra figura chiave del governo ucraino fa una brutta fine.

Tempistica che suscita domande, appunto. Tanto da indurre a ritenere che a Kiev si stia consumando una sorda quanto feroce lotta di potere. O quantomeno a reputare che tale ipotesi non si può escludere, un’ipotesi avvalorata, peraltro, dall’ulteriore stretta sui media avvenuta alcuni giorni fa.

Una stretta che, ovviamente, fa supporre, stavolta non come ipotesi ma come dato di fatto, che sui media circolassero notizie non gradite al governo. Visto che la censura delle voci filo-russe era già vigente e attuata con zelo è ovvio che la stretta riguardasse voci ucraine non in sintonia con Zelensky, presumibilmente supportate da cerchie di potere altrettanto non sintoniche.

Gli ingredienti di uno scontro di potere ci sono tutti: una situazione in cui le élite sono intoccabili a motivo del loro ruolo in difesa della patria; la spinta a nazionalizzare aziende importanti; l’afflusso di miliardi di euro e di dollari senza alcun controllo da parte dell’Occidente, con ulteriori montagne di soldi in arrivo da privati (vedi incontro tra Zelensky e Fink, il patron di Blackrock, il più importante gruppo finanziario del mondo); le tante oscurità di un apparato militare e di sicurezza che intrattiene rapporti, confessabili e non, con apparati analoghi di mezzo mondo e altro meno importante…

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La Tempesta Perfetta: come il mondo di Davos cammina nel sonno verso la Terza Guerra Mondiale – Pepe Escobar

[Traduzione: Nora Hoppe]

Sebbene la sua diagnosi della “frammentazione più critica” in cui si trova ora il mondo impantanato è prevedibilmente cupa, Herr Schwab sostiene che “lo spirito di Davos è positivo” e che alla fine potremo vivere tutti felicemente in una “economia verde e sostenibile”.

Questa settimana Davos è stata brava a inondare l’opinione pubblica di nuovi mantra. C’è “The New System” [“Il nuovo sistema”] che, visto l’abissale fallimento del tanto sbandierato Great Reset, sembra ora una questione di aggiornamento frettoloso dell’attuale sistema operativo scombussolato, che ha subito un’alterazione.

Davos ha bisogno di nuovo hardware, di nuove capacità di programmazione, persino di un nuovo virus. Eppure, per il momento, tutto ciò che è disponibile è una “policrisi”: o, per dirla nel linguaggio di Davos, un “aggregato di rischi globali correlati con effetti composti”.

In parole povere: una tempesta perfetta
Gli insopportabili cerotti di quell’isola di Divide et impera del Nord Europa hanno appena scoperto che la “geopolitica”, ahimè, non è mai entrata nel pietoso tunnel della “fine della storia”: con loro grande stupore è ora centrata – di nuovo – sull’Heartland, come è stato per la maggior parte della storia registrata.

Si lamentano della geopolitica “minacciosa”, che in codice significa Russia-Cina, con Iran annesso.

Ma la ciliegina sulla torta alpina è l’arroganza/stupidità che di fatto svela il gioco: la City di Londra e i suoi vassalli sono furiosi perché il “mondo creato da Davos” sta rapidamente crollando.

Davos non ha “fatto” nessun mondo, a parte il suo simulacro.

Davos non ha mai azzeccato nulla, perché queste “élite” erano sempre impegnate a elogiare l’Impero del Caos e le sue “avventure” letali nel Sud Globale.

Davos non solo non ha previsto tutte le recenti, grandi crisi economiche, ma soprattutto l’attuale “tempesta perfetta”, legata alla deindustrializzazione dell’Occidente Collettivo generata dal neoliberismo.

E, naturalmente, Davos non sa nulla del vero “Reset” in atto verso il multipolarismo.

Gli autodefiniti opinionisti sono impegnati a “riscoprire” che “La montagna incantata” di Thomas Mann era ambientato a Davos – “sullo sfondo di una malattia mortale e di una guerra mondiale in corso” – quasi un secolo fa.

Ebbene, al giorno d’oggi la “malattia” – completamente armato con armi biologiche – non è esattamente mortale di per sé. E l'”imminente Guerra Mondiale” è di fatto attivamente incoraggiata da una cabala di neoconservatori e neoliberisti straussiani statunitensi: uno Stato Profondo non eletto, non rendicontabile e bipartisan, non soggetto nemmeno all’ideologia. Il centenario criminale di guerra Henry Kissinger non l’ha ancora capito.

Un panel di Davos sulla de-globalizzazione è stato pieno di non-sequitur, ma almeno una dose di realtà è stata fornita dal ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto.

Quanto al vicepremier cinese Liu He, con la sua vasta conoscenza di finanza, scienza e tecnologia, almeno è stato molto utile nel definire le cinque principali linee guida di Pechino per il prossimo futuro – al di là della consueta sinofobia imperiale.

La Cina si concentrerà sull’espansione della domanda interna, sul mantenimento di catene industriali e di approvvigionamento “fluide”, sullo “sviluppo sano del settore privato”, sull’approfondimento della riforma delle imprese statali e sull’obiettivo di “attrarre gli investimenti stranieri”.

Resistenza russa, precipizio americano
Emmanuel Todd non era presente a Davos. Ma è stato l’antropologo, storico, demografo e analista geopolitico francese a finire per arruffare tutte le piume del caso in tutto l’Occidente collettivo nei giorni scorsi con un affascinante oggetto antropologico: un’intervista basata sulla realtà.

Todd ha parlato con Le Figaro – il giornale preferito dall’establishment e dall’alta borghesia francese. L’intervista è stata pubblicata venerdì scorso a pagina 22, tra i proverbiali strali russofobici e con una brevissima menzione in fondo alla prima pagina. Quindi uno ha dovuto faticare non poco per trovarla.

Todd ha scherzato sul fatto che in Francia ha l’assurda reputazione di un “rebel destroy“, mentre in Giappone è rispettato, compare nei media tradizionali e i suoi libri sono pubblicati con grande successo, compreso l’ultimo (oltre 100.000 copie vendute): “La Terza Guerra Mondiale è già iniziata”.

È significativo che questo best seller giapponese non esista in francese, considerando che l’intera industria editoriale parigina segue la linea dell’UE/NATO sull’Ucraina.

Il fatto che Todd abbia azzeccato diverse cose è un piccolo miracolo nell’attuale panorama intellettuale europeo, abissalmente miope (ci sono altri analisti, soprattutto in Italia e Germania, ma hanno molto meno peso di Todd).

Ecco quindi il sintetico Greatest Hits di Todd.

– È in corso una nuova Guerra Mondiale: “Passando da una guerra territoriale limitata a uno scontro economico globale, tra l’Occidente collettivo da una parte e la Russia legata alla Cina dall’altra, questa è diventata una Guerra Mondiale”.

– Il Cremlino, dice Todd, ha commesso un errore, calcolando che una società ucraina decomposta sarebbe crollata subito. Naturalmente non entra nel dettaglio di come l’Ucraina sia stata armata fino al midollo dall’alleanza militare della NATO.

– Todd ha ragione quando sottolinea come Germania e Francia siano diventati partner minori della NATO e non fossero a conoscenza di ciò che si stava tramando in Ucraina dal punto di vista militare: “Non sapevano che gli americani, i britannici e i polacchi avrebbero potuto permettere all’Ucraina di combattere una guerra prolungata. L’asse fondamentale della NATO ora è Washington-Londra-Varsavia-Kiev”.

– Il principale indizio di Todd è da urlo: “La resistenza dell’economia russa sta portando il sistema imperiale americano verso il precipizio. Nessuno aveva previsto che l’economia russa avrebbe retto di fronte al ‘potere economico’ della NATO”.

– Di conseguenza, “il controllo monetario e finanziario americano sul mondo potrebbe crollare, e con esso la possibilità per gli Stati Uniti di finanziare per nulla il loro enorme deficit commerciale”.

– Ed è per questo che “siamo in una guerra senza fine, in uno scontro in cui la conclusione è il crollo dell’uno o dell’altro”.

– Per quanto riguarda la Cina, Todd potrebbe sembrare una versione più combattiva di Liu He a Davos: “Questo è il dilemma fondamentale dell’economia americana: non può affrontare la concorrenza cinese senza importare forza lavoro cinese qualificata”.

– Quanto all’economia russa, “accetta le regole del mercato, ma con un ruolo importante per lo Stato, e mantiene la flessibilità di formare ingegneri che consentano adattamenti, industriali e militari”.

– E questo ci porta, ancora una volta, alla globalizzazione, in un modo che le tavole rotonde di Davos non erano in grado di comprendere: “Abbiamo delocalizzato così tanto la nostra attività industriale che non sappiamo se la nostra produzione bellica potrà essere sostenuta.”

– Su un’interpretazione più erudita della fallacia dello “scontro di civiltà”, Todd punta sul soft power e giunge a una conclusione sorprendente: “Nel 75% del pianeta, l’organizzazione della genitorialità era patrilineare, ed è per questo che possiamo identificare una forte comprensione della posizione russa. Per il collettivo non-occidentale, la Russia afferma un rassicurante conservatorismo morale”.

– Quindi, ciò che Mosca è riuscita a fare è “riposizionarsi come l’archetipo di una grande potenza, non solo ‘anticolonialista’ ma anche patrilineare e conservatrice in termini di costumi tradizionali”.

Sulla base di tutto ciò, Todd sfata il mito venduto dalle “élite” dell’UE e della NATO – Davos compresa – secondo cui la Russia sarebbe “isolata”, sottolineando come i voti all’ONU e il sentimento generale del Sud Globale caratterizzino la guerra, “descritta dai media mainstream come un conflitto di valori politici, in realtà, a un livello più profondo, come un conflitto di valori antropologici”.

Tra luce e tenebre

È possibile che la Russia – insieme al vero Quartetto, come l’ho definito (con Cina, India e Iran) – stia prevalendo nella posta in gioco antropologica?

Il vero Quartetto ha tutte le carte in regola per sbocciare in un nuovo fulcro interculturale di speranza in un “mondo frammentato”.

Mescolate la Cina confuciana (non dualistica, senza divinità trascendenti, ma con il Tao che scorre in ogni cosa) con la Russia (cristiana ortodossa, che venera la divina Sophia); l’India politeista (ruota delle rinascite, legge del karma); e l’Iran sciita (l’Islam preceduto dallo Zoroastrismo, l’eterna lotta cosmica tra Luce e Tenebre).

Questa unità nella diversità è certamente più attraente ed edificante dell’asse della Guerra Perenne.

Il mondo imparerà da essa? O, per citare Hegel – “ciò che impariamo dalla storia è che nessuno impara dalla storia” – siamo irrimediabilmente condannati?

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Tug of War – Enrico Tomaselli

In inglese, tiro alla fune si dice ‘tug of war’, che letteralmente sarebbe ‘tipo di guerra’. Un espressione che si addice perfettamente a quanto sta accadendo in Ucraina, ma non perché le parti si stiano reciprocamente tirando dall’una e dall’altra parte, in un sostanziale stallo; il vero tiro alla fune vede infatti da una parte la realtà e dall’altra la narrazione, da un lato i fatti e dall’altro la propaganda. E più va avanti il conflitto, più i due capi della fune si allontanano, come se questa fosse elastica.

E questa divaricazione tra la guerra ed il suo racconto è ciò che oggi racchiude la vera minaccia di escalation.

* * * *

Soledar, la piccola cittadina appena a nord di Bakhmut, è nel suo piccolo un paradigma di molte altre cose. È, innanzi tutto, un esempio ormai classico di come procede l’esercito russo, in questa campagna d’Ucraina. Una volta identificato un punto del fronte che abbia una certa rilevanza tattica o strategica, comincia a premere in forze, impegnando il nemico in una battaglia di logoramento e contemporaneamente inizia a premere ai lati, sviluppando una manovra di aggiramento. Quando le ali della manovra si sono spinte abbastanza in avanti, tanto da minacciare le linee di rifornimento dell’obiettivo principale, il gioco è già sostanzialmente fatto. Sganciarsi e ritirarsi diventa estremamente complicato per il nemico, che quindi prova a resistere e lanciare controffensive. Finché la situazione si fa drammatica e l’aggiramento rischia di chiudere in un calderone l’intera forza dispiegata. A quel punto, inevitabilmente, ciò che accade è che una parte delle truppe viene sacrificata, lasciata sul posto a coprire la ritirata, mentre il grosso si sottrae all’accerchiamento.

Ma Soledar racconta anche come funzioni lo storytelling propagandistico. La prima fase è all’insegna del “non molleremo di un centimetro!”, l’eroica resistenza prevarrà sull’orso russo. Ed affinché l’affermazione resista almeno un po’, mano a mano che la battaglia decima i reparti, se ne inviano continuamente di nuovi; che a loro volta vengo decimati. Quando ciò non è più possibile e comincia la ritirata, dapprima si alza la cortina fumogena (“la città non è caduta, si combatte ancora”), quindi si ammette la perdita ma “non era importante”, “non ha alcun valore strategico”… Infatti era tanto inutile che si sono sacrificati migliaia di uomini e mezzi pur di provare a non perderla.

Last but not least, la battaglia di Soledar rappresenta plasticamente la differenza abissale che caratterizza la condotta di guerra delle parti presenti sul terreno. Per la Russia, vale il principio per cui è meglio perdere terreno (Kherson) e preservare gli uomini, così da poterlo poi riprendere, mentre per l’Ucraina è l’opposto: preferisce perdere migliaia di uomini per difendere terreno, che poi inevitabilmente perde perché non è in grado di difenderlo. E questo non è semplicemente un diverso approccio strategico, ma attiene al senso profondo della guerra in corso.

Per la Russia, si tratta di un passaggio esiziale, dal quale o esce vittoriosa o esce distrutta. Quindi, tutta la sua capacità, tutta la sua volontà, tutta la sua esperienza sono finalizzate a questo esito supremo.

Diversamente, per Kyev l’obiettivo della vittoria semplicemente non esiste (se non, appunto, nella propaganda). Come ha detto giustamente Vasily Nebenzia, rappresentante permanente della Russia presso l’ONU, l’Ucraina è oggi a tutti gli effetti una PMC della NATO, una private military company, che combatte in nome e per conto dell’Alleanza Atlantica, e che quindi persegue gli obiettivi di quest’ultima, non avendone di propri. E l’obiettivo della NATO non è la vittoria – che sa bene avrebbe un costo insostenibile – né tantomeno la riconquista dei territori ucraini perduti – che sa impossibile – ma una guerra di logoramento il più lunga possibile.
In questo senso, appunto, la guerra della NATO è esattamente un tug of war: tirare la corda allo spasimo un po’ per volta, sempre un po’ di più, cercando di arrivare il più vicino possibile al punto di rottura (ma per quanto possibile evitandolo ad ogni costo), e mantenendo la trazione per un tempo idealmente infinito.

Ovviamente, nella realtà dei fatti Soledar è invece importantissima dal punto di vista strategico e, non a caso, i russi vi hanno impegnato battaglia per mesi pur di prenderla, anche a costo di perdite non lievi – anche se infinitamente inferiori a quelle inflitte al nemico.
Anche tralasciando il fatto che nella cittadina si trova la più grande miniera di sale d’Europa (ed è quindi un altro pezzo di economia del paese che passa di mano) e senza ovviamente considerare il valore simbolico che proprio la narrazione ukroNATO ha finito con l’attribuirle, la caduta di Soledar apre a sua volta la strada all’accerchiamento dell’ancora più importante piazzaforte di Bakhmut.
Se dovesse cadere anche questa città, infatti, verrebbe meno una importantissima linea di difesa (altamente fortificata), aprendo la strada verso il Dniepr. Anche se, alcuni chilometri più ad ovest si trova una seconda linea, incentrata sulle città di Slovyansk e Kramatorsk, le forse russe potrebbero agevolmente aggirarla a sud, e sfondare in direzione di Zaporizhya…

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Prospettive 2023 per l’Ucraina – Scott Ritter

Data la duplice storia degli Accordi di Minsk, è improbabile che la Russia possa essere dissuasa diplomaticamente  dalla sua offensiva militare. In quanto tale, il 2023 sembra preannunciarsi come un anno di continui scontri violenti

Dopo quasi un anno di azioni drammatiche, in cui le prime avances russe si sono scontrate con impressionanti controffensive ucraine, le linee del fronte nel conflitto russo-ucraino in corso si sono stabilizzate, con entrambe le parti impegnate in una sanguinosa guerra di posizione, schiacciandosi a vicenda in una brutale gara di logoramento. in attesa della prossima grande iniziativa da entrambe le parti.

Con l’avvicinarsi del primo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, il fatto che l’Ucraina sia arrivata a questo punto nel conflitto rappresenta una vittoria sia morale che, in misura minore, militare.

Dal presidente dei capi di stato maggiore congiunti degli Stati Uniti al direttore della CIA , la maggior parte degli alti funzionari militari e dell’intelligence in Occidente ha valutato all’inizio del 2022 che un’importante offensiva militare russa contro l’Ucraina si sarebbe tradotta in una rapida e decisiva vittoria russa.

La resilienza e la forza d’animo dei militari ucraini hanno sorpreso tutti, compresi i russi, il cui piano d’azione iniziale, comprensivo delle forze assegnate al compito, si è rivelato inadeguato ai compiti assegnati. Questa percezione di una vittoria ucraina, tuttavia, è fuorviante .

 

La morte della diplomazia

Mentre la polvere si deposita sul campo di battaglia, è emerso uno schema riguardo alla visione strategica alla base della decisione della Russia di invadere l’Ucraina. Mentre la principale narrativa occidentale continua a dipingere l’azione russa come un atto precipitoso di aggressione non provocata, è emerso uno schema di fatti che suggerisce che l’argomento russo per l’autodifesa collettiva preventiva ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite può avere valore.

Recenti ammissioni da parte dei funzionari responsabili dell’adozione degli accordi di Minsk sia del 2014 che del 2015 ( l’ex presidente ucraino Petro Poroshenko , l’ex presidente francese Francois Hollande e l’ ex cancelliere tedesco Angela Merkel ) mostrano che l’obiettivo degli accordi di Minsk per il la promozione di una soluzione pacifica al conflitto post-2014 nel Donbass tra il governo ucraino e i separatisti filo-russi era una bugia.

Invece, gli accordi di Minsk, secondo questa troika, erano poco più che un mezzo per far guadagnare all’Ucraina il tempo di costruire un esercito, con l’assistenza della NATO, in grado di mettere in ginocchio il Donbass e cacciare la Russia dalla Crimea.

Vista in questa luce, l’istituzione di una struttura di addestramento permanente da parte degli Stati Uniti e della NATO nell’Ucraina occidentale , che tra il 2015 e il 2022 ha addestrato circa 30.000 soldati ucraini secondo gli standard della NATO al solo scopo di affrontare la Russia nell’Ucraina orientale, assume una prospettiva del tutto nuova.

L’ammessa duplicità di Ucraina, Francia e Germania contrasta con la ripetuta insistenza della Russia prima della sua decisione del 24 febbraio 2022 di invadere l’Ucraina affinché gli accordi di Minsk fossero attuati integralmente.

Nel 2008, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Russia William Burns, l’attuale direttore della CIA, avvertì che qualsiasi sforzo della NATO per portare l’Ucraina nel suo ovile sarebbe stato visto dalla Russia come una minaccia alla sua sicurezza nazionale e, se perseguito, avrebbe provocato un attacco militare russo. intervento. Quel promemoria di Burns fornisce il contesto tanto necessario alle iniziative del 17 dicembre 2021 della Russia per creare un nuovo quadro di sicurezza europeo che tenga l’Ucraina fuori dalla NATO.

In poche parole, la traiettoria della diplomazia russa è stata quella di evitare i conflitti. Lo stesso non si può dire né dell’Ucraina né dei suoi partner occidentali, che perseguivano una politica di espansione della NATO legata alla risoluzione delle crisi del Donbass/Crimea attraverso mezzi militari.

 

Cambio di gioco, non vincitore del gioco

La reazione del governo russo all’incapacità dell’esercito russo di sconfiggere l’Ucraina nelle fasi iniziali del conflitto fornisce importanti informazioni sulla mentalità della leadership russa riguardo ai suoi scopi e obiettivi.

Negata una vittoria decisiva, i russi sembravano pronti ad accettare un risultato che limitasse le conquiste territoriali russe al Donbass e alla Crimea e un accordo dell’Ucraina a non aderire alla NATO. In effetti, la Russia e l’Ucraina erano sul punto di formalizzare un accordo in questo senso nei negoziati che si sarebbero svolti a Istanbul all’inizio di aprile 2022.

Questo negoziato, tuttavia, è stato affondato in seguito all’intervento dell’allora primo ministro britannico Boris Johnson , che ha collegato la continua fornitura di assistenza militare all’Ucraina alla volontà dell’Ucraina di forzare una conclusione del conflitto sul campo di battaglia, al contrario dei negoziati. L’intervento di Johnson è stato motivato da una valutazione da parte della NATO secondo cui i fallimenti militari russi iniziali erano indicativi della debolezza russa.

Lo stato d’animo nella NATO, riflesso nelle dichiarazioni pubbliche del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg (“Se [il presidente russo Vladimir] Putin vince, questa non è solo una grande sconfitta per gli ucraini, ma sarà la sconfitta, e pericolosa, per tutti di noi”) e il Segretario alla Difesa americano Lloyd Austin (“Vogliamo vedere la Russia indebolita al punto da non poter fare il genere di cose che ha fatto invadendo l’Ucraina”) doveva usare il conflitto russo-ucraino come una guerra per procura progettata per indebolire la Russia al punto che non avrebbe mai più cercato di intraprendere un’avventura militare simile all’Ucraina. [Assieme a una sfortunata guerra economica, era anche progettato per far cadere il governo russo, come ha ammesso la scorsa primavera il presidente Joe Biden.]

Questa politica è servita da impulso per l’iniezione di assistenza per un valore di oltre 100 miliardi di dollari, comprese decine di miliardi di dollari di equipaggiamento militare avanzato, all’Ucraina.

Questa massiccia infusione di aiuti è stata un evento rivoluzionario , consentendo all’Ucraina di passare da una posizione principalmente difensiva a una che ha visto un esercito ucraino ricostituito, addestrato, equipaggiato e organizzato secondo gli standard della NATO, lanciare contrattacchi su larga scala che sono riusciti a guidare le forze russe da vaste aree dell’Ucraina. Non era, tuttavia, una strategia vincente, tutt’altro…

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Intervista a Pierre De Gaulle: È possibile separare la Francia dalla Russia?

di Irina Dubois per “Dialogue Franco-Russe”
[Traduzione: Nora Hoppe]

TRASCRIZIONE del VIDEO 

Irina Dubois:

Buongiorno, signor De Gaulle. Grazie per essere qui con noi oggi al “Dialogue Franco-Russe”. Lei è un consulente in strategia e finanza aziendale, ha 15 anni di esperienza nel private banking e probabilmente non è necessario ricordare i successi di suo nonno, il generale de Gaulle. Siamo nel 2022 e si tratta di un anno senza precedenti e molto, molto complesso, difficile per le relazioni franco-russe. In un certo senso è un anno antirusso, direi, per non parlare della politica.

Eppure, da settembre-ottobre in poi, ci sono sempre più personalità, modestamente parlando, che si esprimono a favore della normalizzazione delle relazioni tra Francia e Russia, e lei è una di queste. Perché ritiene che sia così importante che la Francia non si separi dalla Russia?

Pierre De Gaulle:

Buongiorno signora. Vi ringrazio per l’accoglienza e per avermi dato l’opportunità di parlare in questa casa della cultura, che celebra tutto ciò che unisce il popolo francese e il popolo russo attraverso la cultura.

Naturalmente ritengo che sia estremamente importante per la Francia mantenere e preservare, promuovere un rapporto di comprensione e cooperazione con la Russia, innanzitutto per i legami storici, per la comunità di destini che ci unisce, e anche perché preservare e mantenere un rapporto con la Russia è garanzia di stabilità e prosperità in Europa e nel mondo, e purtroppo le conseguenze dell’attuale crisi si fanno sentire in Europa, nel mondo e in Francia, e tutti ne soffrono, Tutti soffrono e questo indebolisce notevolmente l’equilibrio che mio nonno ha sempre cercato di preservare, anche nei momenti più difficili della storia e durante tutta la guerra fredda, ma anche durante la seconda guerra mondiale. Essendo la Russia uno dei Paesi vincitori insieme alla Francia contro gli occupanti nazisti, mio nonno ha sempre cercato di preservare questo rapporto con la Russia, sempre, sempre.

E penso che sia nell’interesse della Francia continuare questa politica e portare avanti questo equilibrio perché è essenziale per la stabilità dell’Europa. Credo che l’opinione pubblica cominci a rendersi conto del gioco perverso e delle menzogne degli americani e in particolare della NATO, di usare questa crisi ucraina per destabilizzare l’Europa, che alleata della Russia rappresenta un blocco forte, politicamente, economicamente, culturalmente e socialmente, di circa 500 milioni di persone, che dalla guerra del Vietnam e dalle crisi economiche che ne sono seguite, legate in particolare all’abbandono del gold standard sul dollaro, gli americani hanno sempre cercato con la forza, con l’astuzia e con la loro politica di compensare questa perdita di influenza, sia economica che politica, di compensare la perdita di influenza del dollaro come unica moneta di scambio nel mondo, e che questa politica continua.

Vorrei dire… Mi ribello e mi oppongo a questa disonestà intellettuale nella crisi ucraina, perché l’innesco della guerra sono gli americani, l’innesco della guerra è la NATO, e vorrei citare come prova le recenti dichiarazioni della signora Merkel, che ha detto che non ha mai avuto intenzione di applicare gli accordi di Minsk, gli accordi di Minsk che sono stati negoziati e firmati per garantire la sicurezza, l’integrità e il rispetto delle popolazioni russofone del Donbass e che i tedeschi e i francesi hanno sostenuto questi accordi per l’equilibrio, la stabilità e la protezione delle popolazioni di questa regione.

La signora Merkel, affermando di non aver mai avuto intenzione di applicare gli accordi di Minsk, ha fatto di tutto per permettere alla NATO di armare l’Ucraina, ha fatto di tutto per gettare le basi di questo conflitto e credo che questo sia grave perché ci sono milioni di persone che stanno soffrendo.

Consentendo questa espansione nazionalista ucraina, ha permesso che venissero uccise e bombardate tra le 16 e le 18.000 persone. Ha permesso a queste popolazioni ucraine nazionaliste di annientare la cultura russa, di annientare il loro stesso senso di appartenenza alla Russia. Ha annientato la loro possibilità di praticare la lingua e purtroppo ha permesso che questi crimini avessero luogo. Ciò significa che hanno consapevolmente contribuito a questa guerra e a questa escalation. Purtroppo, gli Stati Uniti stanno continuando questa escalation militare, di cui il popolo ucraino è il primo a soffrire, ma anche il popolo europeo.

L’ampiezza, il numero e la profondità delle sanzioni dimostrano che tutto questo è stato organizzato con molto anticipo e che si tratta in realtà di una guerra anche economica, di cui gli americani sono i beneficiari. Gli americani vendono agli europei il loro gas a un prezzo da 4 a 7 volte superiore a quello del loro paese e purtroppo tutti in Europa ne risentono nella loro vita quotidiana perché tutto questo sta causando una crisi economica e finanziaria senza precedenti e, naturalmente, la gente dirà: Ma i russi si stanno difendendo, perché sono state imposte loro 11.000 sanzioni, più una nona serie di sanzioni che è stata decisa ieri.

Siamo nel modello attuale, direi, in cui le qualità fondamentali del patriottismo, dell’amore per la patria e della difesa del popolo sono considerate anormali. Penso che questo sia molto grave e ancora una volta sono lieto che un certo numero di personalità politiche, del mondo intellettuale, del mondo economico e delle élite stiano tornando a considerazioni di equilibrio, tornando a una certa logica e tornando a quella che è sempre stata la storia delle relazioni tra Francia e Russia, cioè preservare questo equilibrio, preservare la comprensione, preservare la cooperazione, preservare il dialogo delle civiltà e penso, all’avvicinarsi del Natale, a tutto ciò che ci unisce per il futuro e per la nostra comunità di destino.

Quindi per me questa necessità, questo imperativo di mantenere un buon rapporto con la Russia e, la mia fede, non solo è perfettamente legittima ma è anche un dovere per l’Europa e per la stabilità nel mondo e in Europa.

Irina Dubois:

 

Esattamente, visto che si parla di stabilità, si parla molto di sovranità, di sovranità degli Stati. Questa famosa formula del generale de Gaulle, l’Europa delle nazioni non esiste più, non esiste. Come possiamo costruire una relazione internazionale indipendente nel mondo globalizzato di oggi?

Pierre De Gaulle:
Quindi, per quanto riguarda l’Europa, mio nonno era effettivamente favorevole a un’Europa delle nazioni, cioè dove ogni Paese avrebbe cooperato in vista di un’Unione europea, sia dal punto di vista economico che politico, ma anche con una certa autonomia, ovviamente politica e decisionale.

Ci troviamo in un sistema in cui è una tecnocrazia a imporre direttive che devono essere applicate in ciascuno degli Stati membri, una tecnocrazia che purtroppo è estremamente corrotta. Non ne parliamo ora, ma all’epoca, quando la Presidente della Commissione europea fu nominata, lasciò dietro di sé una lista di circa 100 milioni di euro di spese non giustificate per l’utilizzo di consulenti esterni, consulenze, quando era Ministro della Difesa.

Questi problemi vengono ignorati. Si è parlato molto anche dei legami tra il Presidente della Commissione europea e l’industria farmaceutica. Vi ricordo che suo figlio lavora per un’azienda americana di biotecnologie e che recentemente, per quanto riguarda i legami tra la signora Van der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, l’amministratore delegato di Pfizer è stato chiamato due volte a testimoniare, a dare la sua opinione davanti alla Commissione europea. Per due volte ha rifiutato.

Vorrei vedere un po’ più di onestà e trasparenza da parte della Commissione europea, che emana determinate leggi. Sono persone non elette, che non hanno rispetto per la parola data. Purtroppo il problema è proprio questo. I leader europei di oggi. Vorrei vedere un po’ più di trasparenza.

Recentemente, nella vicenda del Qatar, abbiamo visto valigie di denaro che erano stranamente finite a casa di uno dei presidenti della Commissione europea.

Quindi, in un momento in cui ci troviamo in una grave crisi, una crisi politica, una crisi economica, ancora una volta perfettamente voluta e deliberatamente orchestrata dagli americani e dalla NATO, vorrei ancora una volta un po’ più di trasparenza e onestà nel dialogo e soprattutto il rispetto della parola data. Ancora una volta, se la Germania, la Francia e l’OSCE, che avevano garantito gli accordi di Minsk, avessero mantenuto la parola data, non ci troveremmo nella situazione attuale…

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Convegno “Il futuro è NATO?”

Da sabato 4 febbraio alle 10:15 a domenica 5 febbraio 2023 alle 17:30

Castello dei missionari comboniani, via della Missione 12, Venegono Superiore (Va)

Evento di C.s. 28 maggioDonne e uomini contro la guerra – Brescia e Abbasso la guerra

(Foto di https://www.facebook.com/AbbassoLaGuerra)

“Le guerre condotte dalla NATO prima contro la Repubblica federale Jugoslava e poi contro la Libia possono essere assunte come l’archetipo della guerra di aggressione terroristica, abilmente coperta sotto le vesti della guerra umanitaria. Si è trattato in realtà di guerre di aggressione dirette a realizzare un progetto neo-imperialistico di egemonia globale sul terreno politico, militare e soprattutto economico.”
Danilo Zolo, 2011

La NATO nei suoi oltre 70 anni di vita ha subito profonde trasformazioni soprattutto nelle sue finalità. E’ nata nel 1949 come “strumento di difesa”, ma non risulta nella storia che qualche Paese NATO sia mai stato aggredito da nazioni belligeranti. A seguito dello scioglimento del Patto di Varsavia (1955-1991) la NATO da “strumento di difesa” dal comunismo inizia una mutazione genetica assegnandosi il compito di “fare fronte a rischi multiformi e multidirezionali”, che infatti portano gli eserciti di molti Paesi del Patto Atlantico in nuove direzioni, in Medio Oriente e Africa, mentre promuove una politica di inclusione dei Paesi ex sovietici.

Qualche anno dopo, nel 1999, la NATO festeggia il suo 50° compleanno bombardando con l’uranio impoverito la Federazione Jugoslava senza alcuna dichiarazione di guerra e al vertice di Washington di quell’anno elabora un nuovo concetto strategico, assegnandosi il compito e il potere di effettuare interventi al di fuori dell’esercizio del “diritto di difesa”, diritto oramai ritenuto obsoleto e insufficiente.

L’argine è ormai aperto e la progressione verso la funzione di “vigilantes mondiale” è sancita nel vertice di Riga del 2006, dove la NATO si attribuisce il compito di “gestire la direzione delle crisi mondiali”, sottraendolo all’ONU, compito confermato nel vertice di Madrid del giugno 2022. Crisi in cui spesso sono coinvolti direttamente i principali Paesi NATO.

L’Unione Europea la segue supinamente, sebbene ne sia vittima in qualche modo. L’Italia segue supinamente entrambe, non solo sostenendo le decine di “missioni di pace” in giro per il mondo, ma anche ritagliandosi il ruolo di Paese belligerante con le forniture di armi all’Ucraina: avvenimento che ha aperto il dibattito sulla costituzionalità della nostra adesione alla NATO, ritenuta dai governi conforme all’art. 11 della Costituzione. Ma tutto ciò è compatibile con un futuro di pace, prosperità, collaborazione tra popoli e Paesi a cui la stessa NATO afferma di voler giungere?

A queste e altre questioni cercheranno di dare risposte e approfondimenti esperti giuridici e politici, militari ed economici in una due giorni che da un lato vuole dare spazio ad una visione generale della tendenza alla guerra e del ruolo della NATO oggi, dall’altro promuovere il necessario confronto tra le realtà che lottano ogni giorno contro la guerra, la militarizzazione dei territori, la corsa al riarmo e le politiche guerrafondaie.

Per informazioni e iscrizioni: abbassolaguerra@gmail.com

da qui

 

 

Comunicato stampa – maggiori info al link: http://www.disarmistiesigenti.org/2023/01/16/nosbandatesullaguerra/

Per adesioni e info: Alfonso Navarra coordinamentodisarmisti@gmail.com – cell. 340-073687

OPPOSIZIONE ALLA GUERRA IN UCRAINA

INIZIATIVA DEL “DIGIUNO DI COERENZA PACIFISTA” (DEDICATO AD ANTONIA SANI) CON PRESIDI DI SENSIBILIZZAZIONE

GIA’ PARTITI NEL 2022 E PROLUNGANTISI NEL 2023

TERZO PASSO 23 – 24 GENNAIO 2023 (dopo quelli del 13 dicembre 2022 e 10-11 gennaio 2023)

23 gennaio dalle ore 10:30 alle ore 13:30

PIAZZA DELLA ROTONDA ROMA, vicino Pantheon

24 gennaio dalle ore 16:00 alle ore 19:00 Assemblea on line: “COME PROSEGUIRE UNA STRATEGIA NONVIOLENTA DI OPPOSIZIONE ALLA GUERRA CON IL “POPOLO DELLA PACE”CHE COINVOLGE IL “POPOLO” TOUT COURT

Abbiamo bisogno di un polo attrattivo CAPACE DI ASCOLTO, DI DIALOGO E DI ORGANIZZAZIONE RISPETTO ALLA VOLONTA’ PACIFISTA DELLA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI”

Questo che ora segue è il link alla piattaforma Zoom per connettersi:

https://us06web.zoom.us/j/81801691211?pwd=Rm44NUxQRDBDZmRydldlMUoyejVQdz09

Con presidi in varie città italiane (Firenze, Trieste, Brescia, Milano)

Promosso dai Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org) con la collaborazione di WILPF Italia, Europe for Peace, LOC, LDU, Kronos Pro Natura, Il Sole di Parigi, Marcia dei Girasoli-Comiso, Per la scuola della Repubblica, Bimbi svegli, Ban the Bomb, Odissea, Melitea, Rete IPRI-CCP (e altri gruppi che andranno aggiungendosi). Con l’adesione di COORDINAMENTO NO GREEN PASS di Trieste e del Partito della RIFONDAZIONE COMUNISTA.

L’obiettivo dei manifestanti è mettersi sul serio “ALL’ASCOLTO DEL POPOLO PER RAPPRESENTARLO”. Popolo: ossia la moltitudine degli italiani, 50 milioni di elettori, che, votante o astenuta, non è ascoltata dalle istituzioni parlamentari e governative su quattro punti, conformi ai nostri valori, cui i sondaggi degli stessi media mainstream attribuiscono un orientamento largamente maggioritario: no aiuti militari ai combattenti per non essere coinvolti nel conflitto militare, negoziato subito senza condizioni, no riarmo meno che mai nucleare, no guerra economica mediante sanzioni che oltretutto fanno danni più a noi che al “nemico” russo. Consapevoli di questo dato, abbiamo dispiegato, il 13 dicembre, in Largo Argentina e poi, il 10 gennaio, al Pantheon, lo stesso striscione che, preveggenti, abbiamo portato inizialmente al corteo del 5 novembre: “NON CI SONO GUERRE GIUSTE (PAPA FRANCESCO). Fermate subito i combattimenti, intervenga l’ONU per negoziare una tregua e prevenire una escalation nucleare. Custodiamo, esseri umani cooperanti, la Terra sofferente. Riconvochiamoci, quando si vota in Parlamento, per protestare contro l’invio di nuove armi all’esercito ucraino”.

Quei momenti di riconvocazione sono stati effettivamente messi in atto, continuano e continueranno. Il 13 dicembre sono state votate varie mozioni parlamentari, con scambi di favori tra la maggioranza di destra-centro e il PD. Noi eravamo in Largo Argentina a digiunare e protestare. Il 10 gennaio 2023 alle 16,30, nell’aula del Senato, abbiamo avuto la discussione generale ed il voto per la conversione in legge del decreto 185 del 2 dicembre 2022 che autorizza la cessione di armi all’Ucraina per tutto il 2023. Anche in questa occasione abbiamo proseguito il digiuno ed il presidio del 13 dicembre, stavolta davanti al Pantheon, proponendoci presenti anche per il voto alla Camera e durante tutte le eventuali discussioni nel 2023 sui pacchetti di aiuti militari al governo ucraino.

La discussione e la votazione alla Camera dei deputati, dopo l’approvazione data dal Senato, iniziano il 23 gennaio 2023 e decidono l’ufficializzazione in via definitiva, il 24 gennaio, del DL 185/2022, cioè la cornice giuridica che proroga il “metodo Draghi” per autorizzare la “cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle Autorità governative dell’Ucraina”.

Vanno, a questo punto, ricordate due scadenze importanti, di segno opposto, ma connesse con il contesto bellico, che tocchiamo nei nostri discorsi: il 20 gennaio la riunione dei 40 Stati donatori di armi a Zelensky e il 21 gennaio, secondo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di proibizione delle armi nucleari.

L’appuntamento, il 20 gennaio 2023, del Gruppo di contatto sull’Ucraina alla base NATO di Ramstein, in Germania, è da attenzionare, secondo gli organizzatori del digiuno e dei presidi, perché sancirà l’allineamento degli Stati europei e di altri vassalli degli USA alle direttive dell’egemone che, con lo scontro Occidente versus Oriente, lanciato dal conflitto ucraino, tenta di mantenere l’ordine unipolare in crisi in tutte le sue articolazioni dimensionali. Si prevede una forte pressione, in particolare su Germania e Italia, perché questi Stati aumentino gli aiuti militari in fondi e mezzi (missili antimissile e carri armati) e si sbrighino a fornirli.

L’incontro è preceduto dalla dichiarazione congiunta NATO-UE, firmata il 10 gennaio a Bruxelles, finalizzata a rafforzare la cooperazione tra le due organizzazioni internazionali a partire dal sostegno militare all’Ucraina. Questa dichiarazione sottolinea l’importanza di “costruire una difesa europea più forte e più operativa, che contribuisca positivamente alla sicurezza transatlantica e globale, e che sia complementare e interoperabile con la NATO”. Questo aggettivo “complementare” i presidianti e digiunatori al Pantheon lo interpretano in un significato di subalternità.

Il secondo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW), il 21 gennaio del 2023, sempre secondo digiunatori e presidianti, ripropone l’assoluta priorità del disarmo atomico nel momento in cui l’escalation nucleare rientra nel novero degli scenari della guerra combattuta in Ucraina.

L’importanza di questo strumento giuridico, che il governo italiano snobba e che dovrebbe invece ratificare, sta nel fatto che proclama l’illegalità della deterrenza nucleare, cioè si va oltre la condanna della minaccia dell’uso, lo stesso possesso degli ordigni atomici è considerato da bandire. Digiunatori e presidianti considerano la preparazione di una guerra atomica molto più di un crimine di guerra: è una presa in ostaggio delle popolazioni minacciate di rappresaglia per “dissuadere” uno Stato ostile da un attacco nucleare. Quindi siamo di fronte a un crimine contro l’umanità, ovvero, di un «genocidio programmato».  In Italia gli ecodisarmisti nonviolenti continueranno ad insistere per la presentazione di un disegno di legge di ratifica del TPNW. Al di là della approvazione immediata, non alla portata purtroppo di questo Parlamento, ritengono comunque utile che il tema del disarmo nucleare e del suo rapporto con i rischi bellici, ecologici e sociali, debba fare parte del dibattito nella campagna elettorale per le prossime elezioni europee del 2024.

I digiunatori e i presidianti auspicano che, dal 23 e 24 gennaio, una pluralità di iniziative fiorisca declinando, con i valori e le posizioni delle varie componenti dell’arcipelago, diverse impostazioni della esigenza sopra indicata di sintonizzare “popolo della pace” e “popolo”, ciascuna libera di esprimersi con le modalità che ritiene opportune. Occorre intraprendere una discussione su come rendere l’iniziativa di carattere continuativo, tenendo conto del fatto bisogna far sentire, da parte del movimento, il fiato sul collo delle istituzioni tutte le volte che si andrà a concretizzare con pacchetti di aiuti militari la “cornice giuridica” del “metodo Draghi” per tutto il 2023. Cornice giuridica, varata nel CDM del 2 dicembre 2022, che – è stato già ricordato – sarà presto convertita in legge il voto alla Camera. La discussione dovrà inoltre affrontare come possono essere attivate convergenze con altre campagne, ad esempio il sostegno agli obiettori sia russi che ucraini (il fronte bellico andrebbe prosciugato da ambedue i lati) e l’obiezione di coscienza alle spese militari anche come protesta nei confronti della corsa agli armamenti scatenata dallo scenario bellico in cui ci muoviamo.

 

DIAMOCI APPUNTAMENTO, NOI DEL 5 NOVEMBRE, PER CONTESTARE IL VOTO SULL’INVIO DELLE ARMI A KIEV!

Stiamo, oggi 5 novembre, manifestando perché tacciano le armi e l’ONU intervenga per arrivare a una tregua tra i combattenti, propedeutica a negoziati di pace.

È positivo il tentativo di riportare il tema della pace al centro del dibattito pubblico. Non può, infatti, essere ignorato il contesto politico-culturale per il quale, in Italia (ma anche per lo più nel resto d’Europa) il solo parlare di pace è tacciato di filoputinismo!

Per essere coerenti e conseguenti adesso è giusto che ci riconvochiamo, con la stessa logica e la stessa forza, per evitare che, dall’Italia, si getti benzina sul fuoco della guerra. Se ci battiamo perché le armi non sparino è doveroso battersi perché non siano passate a chi, combatte, a chi le usa per sparare. Siamo contro la guerra e quindi siamo contro a che degli esseri umani si sparino l’uno contro l’altro, a prescindere dalle ragioni e dai torti reciproci. Anche se le ragioni fossero tutte da una parte e i torti tutti dall’altra. Oggi non ci sono più guerre giuste, ci ricorda lo stesso Papa Francesco. Per due motivi: 1) perché qualsiasi impiego di armi, necessariamente pesanti e tecnologicamente potenziate, oggi danneggia più gli innocenti estranei che gli implicati direttamente nel conflitto e danneggia la Terra, cioè il corpo vivente di tutti; 2) perché esiste in moso storicamente dimostrato l’alternativa efficace dei metodi di resistenza nonviolenta.

Quindi è la guerra in sé l’aggressore che ci aggredisce tutti. E dobbiamo boicottarla in tutti i modi (nonviolenti) possibili. Per altruismo ed anche per egoismo: abbiamo capito che è in gioco la nostra stessa pelle se scattano escalation mal guidate, sino ad una possibile guerra nucleare per incidente o per errore di calcolo…

Le armi tacciano, perciò non siano apparecchiate, da chi dovrebbe mediare tra i contendenti, per chi dà loro la parola. Non le si fornisca ai russi e nemmeno le si fornisca all’esercito ucraino, che non siamo affatto obbligati a sostenere se vogliamo sostenere il popolo ucraino. La differenza, ci segnalano i sondaggi, il popolo italiano l’ha colta, quando per il 75% manifesta contrarietà al coinvolgimento armato anche indiretto dell’Italia nella guerra in corso.

Quando allora dovremmo rivederci in piazza per contestare un voto parlamentare per nuovi aiuti militari all’Ucraina? È possibile più presto di quanto non ci immaginiamo. Forse prima del 1° gennaio 2023, data in cui dovrebbe scadere la prassi instaurata dal governo Draghi: provvedimenti segretati a conoscenza solo del COPASIR. Stando alle parole del nuovo ministro della difesa Crosetto i nuovi eletti potrebbero essere presto chiamati a dimostrare con un voto l’”unità nazionale” sulle armi a Kiev.

All’”unità nazionale” dei partiti noi possiamo rispondere con l’”unità popolare” che va a fare sentire la sua voce sotto Montecitorio e Palazzo Madama. La ragione ci sembra chiara. Non vogliamo alimentare il mostro orrendo della guerra! Non un cannone, non un soldo, non un soldato per essa! L’umanità deve porre fine alle guerre o saranno le guerre, sarà questa guerra, a porre fine all’umanità!

Dobbiamo essere pronti per questa mobilitazione, che attiveremo quando l’agenda del nuovo governo Meloni sarà esplicitata. Ogni soggetto, individuale e collettivo, ci arrivi con le proprie posizioni nonviolente. Convergiamo rispettando le nostre differenze!

Per quanto ci riguarda, Disarmisti esigenti & partners, andremo in quell’occasione in piazza con la stessa piattaforma riconoscibile con la quale partecipiamo a questo 5 novembre: stop, appunto, all’invio di armi, fine delle sanzioni, disarmo atomico a partire dalla ratifica del Trattato di proibizione delle armi nucleari con il conseguente ritiro dalla condivisione nucleare NATO, apertura di spazi percorribili per la soluzione politica, lotta per lo scioglimento dei blocchi militari, e immediata connessione tra “fine del mese” e “fine del mondo”. La lotta alla guerra, in parole povere, va agganciata alle conseguenze in termini di crisi economica e deterioramento delle condizioni di esistenza, carovita e carobollette, crisi energetica e crisi alimentare.

Ma, ripetiamo, ognuno si faccia vivo e presente con le sue parole d’ordine, sotto i Palazzi del Potere! Quanti saremo? Basterebbe un decimo di questa manifestazione del 5 novembre per cominciare a costruire una storia diversa (dalle solite manipolazioni politiche di cui il movimento spesso finisce vittima, quando si rassegna a subire una direzione burocratica)!

Se siete d’accordo potete subito scrivere a: coordinamentodisarmisti@gmail.com – cell. 340-0736871

 

COMUNICATO AI MEDIA – 20 gennaio 2023

Da due anni il TPNW è la norma internazionale contro le armi nucleari: ora serve impegno concreto

I tragici avvenimenti del 2022 hanno dimostrato che la minaccia di una guerra nucleare è purtroppo pericolosamente reale. Serve un’azione corale per eliminare le testate nucleari dalla storia: il piano di azione promosso dal Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari TPNW fornisce una strada concreta.

 

Domenica 22 gennaio 2023 si celebra il secondo anniversario dell’entrata in vigore del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), la prima norma internazionale che dichiara illegali le armi nucleari. Uno strumento legale fortemente voluto dalla società civile che ne ha promosso la discussione e votazione all’ONU nel luglio 2017, operando poi per il raggiungimento delle ratifiche necessaria a farlo entrare in vigore il 22 gennaio 2021. Anche quest’anno dunque Senzatomica e Rete Italiana Pace e Disarmo, promotrici nel nostro Paese della mobilitazione “Italia, ripensaci”, vogliono celebrare questa importante data rilanciando le proposte concrete che, nel quadro del TPNW, potrebbero portare ad un disarmo nucleare concreto e globale. Una necessità resa sempre più impellente ed evidente dagli avvenimenti drammatici del 2022, in particolare dalle reiterate minacce di utilizzo dell’arma nucleare da parte della Russia. Ma un traguardo a cui ci si potrebbe realmente avvicinare implementando le 50 proposte del “Piano di Azione” elaborato a Vienna nel giugno dello scorso anno, durante la prima Conferenza degli Stati Parti del Trattato.

 

A due anni dall’entrata in vigore del TPNW

Il testo del Trattato TPNW sancisce l’illegalità delle armi nucleari e ne vieta l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione, la minaccia di usare, lo stazionamento, l’installazione o il dispiegamento. Ad oggi 68 Stati lo hanno ratificato, impegnandosi a promuovere un processo graduale e sicuro verso un disarmo nucleare totale, mentre sono 92 i Paesi che lo hanno firmato. Negli ultimi 12 mesi sono 9 gli Stati ad essere entrati a far parte dell’elenco dei ratificatori, una crescita che dimostra la dinamica positiva di rafforzamento del Trattato, come reso evidente anche dal dibattito della Conferenza di Vienna. Un appuntamento di confronto che, nonostante la grande tensione internazionale, ha condannato in modo inequivocabile “qualsiasi minaccia nucleare, sia essa esplicita o implicita e a prescindere dalle circostanze”, la più forte ed esplicita condanna multilaterale di sempre della minaccia di usare armi nucleari.

 

La “Dichiarazione di Vienna” – approvata per acclamazione e con pieno consenso – ha dimostrato che esiste una nuova alleanza globale che utilizza il quadro di riferimento del Trattato TPNW per ridurre i rischi di guerra nucleare, definendo passi concreti e collettivi per porre fine all’era delle armi nucleari. Insieme al “Piano d’azione” definito nella stessa sede costituisce un’azione concreta e mirata che coinvolge una comunità veramente globale di governi e società civile in percorsi di disarmo nucleare.

 

Purtroppo l’Italia mantiene al momento una posizione di distanza dal Trattato, evidenziata dalla decisione di non partecipare alla Conferenza di Vienna (cui invece hanno preso parte alleati UE e NATO pur non ancora parte del TPNW. Questa situazione però non ci scoraggia: Rete Italiana Pace e Disarmo e Senzatomica continueranno dunque a promuovere e rafforzare la mobilitazione “Italia, ripensaci” affinché Governo e Parlamento decidano di compiere passi concreti verso la costruzione di un mondo libero da armi nucleari, dando degno seguito all’impegno sottoscritto con il Trattato di Non Proliferazione (NPT). Siamo convinti che sia necessario trasformare la logica della giustificazione delle armi nucleari alla radice e concepire una sicurezza basata sul rispetto della dignità della vita di tutti. Come sosteniamo da anni l’Italia potrebbe iniziare a coinvolgersi in questo percorso anche solo sostenendo programmi di assistenza e compensazione per le vittime di armi e test nucleari, e per l’ambiente in cui vivono. Il stesso Piano di Azione di Vienna elaborato in seno al TPNW con l’aiuto della società civile internazionale ne prevede la possibilità, ed è in tal senso che continueremo la nostra pressione sul Governo, invitando inoltre – con una lettera che verrà inviata in occasione dell’Anniversario dell’entrata in vigore del TPNW – tutti i componente del Parlamento della XIX Legislatura a sottoscrivere l’ICAN Parliamentary Plegde a sostegno del Trattato.

 

 

Ci uniremo finalmente alla messa al bando delle armi nucleari? – Aurelio Juri (Capodistria)

“Le armi nucleari sono una delle principali minacce alla pace internazionale, alle popolazioni civili e all’umanità in generale. È il tipo di arma più pericoloso, molto peggiore di altre armi di distruzione di massa, il cui uso porta a conseguenze umanitarie catastrofiche. La minaccia delle armi nucleari rimane reale, come dimostrano la guerra di parole tra i leader degli Stati Uniti e della Corea del Nord, le tensioni tra Russia e NATO e la lotta di potere tra India e Pakistan”.

Inizia così l’Appello che abbiamo lanciato nell’autunno 2017, insieme al Giudice della Corte Costituzionale recentemente eletto, il Dr. Neza Kogovšek Šalamun, allora Direttore dell’Istituto della Pace, e il Mag. Miroslav Gregorič, uno dei più importanti e rinomati esperti di sicurezza nucleare a livello internazionale, già membro della delegazione ONU che ha rivelato come gli Stati Uniti abbiano mentito quando, prima di attaccare l’Iraq, hanno affermato che il regime di Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa che non sono mai state trovate, abbiamo scritto e indirizzato al Governo, chiedendo alla Slovenia di aderire al Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW).

Come ex iniziatore, insieme alla Svezia, dell’idea di un mondo libero da armi nucleari, anche prima dell’era Drnovšek, ci è sembrato incomprensibile che, durante la stesura di questo trattato, su proposta del movimento ICAN (Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), il nostro Paese abbia mantenuto un basso profilo e che, al momento del voto, il 7 luglio 2017, si sia astenuto. Vorrei ricordare che il documento è stato approvato con 122 voti su 193 membri dell’organizzazione mondiale e che per esso il movimento ICAN è stato insignito del Premio Nobel per la pace di allora.

Da qui il nostro appello, che ha raccolto poco più di 1.300 firme in un paio di settimane, ma non è riuscito a convincere il governo. In risposta, l’allora Primo Ministro, Miro Cerar, disse che finché la Corea del Nord aveva armi nucleari, era difficile chiedere agli altri di rinunciarvi. Ripeto, i 2/3 dell’organizzazione mondiale non avevano questa preoccupazione. Ma anche in caso contrario, l’argomentazione di Cerar era inverosimile. Almeno avrebbe dovuto essere onesto e dire che, in quanto membri della NATO, avevamo accettato anche la sua dottrina nucleare e che qualsiasi messa in discussione avrebbe offeso gli altri membri, soprattutto gli Stati Uniti. È vero che nessuna delle potenze nucleari e dei loro Stati istituzionalmente legati, che non ho difficoltà a definire Stati “vassalli”, ha accettato di vietare l’uso delle armi nucleari, eppure il Trattato di adesione all’Alleanza non vieta in alcun modo l’opposizione alle armi nucleari, in nessuna clausola o articolo.

Ma questa è storia. Da allora, sono sorti nuovi momenti: l’aggressione di Putin all’Ucraina, l’attivazione, dubito solo dei silos nucleari russi, l’adesione della Slovenia all’Iniziativa per il disarmo nucleare di Stoccolma – un’iniziativa creata nel 2019 con l’obiettivo di promuovere un esito positivo della 10a Conferenza europea sul disarmo nucleare. Il fatto che tra i firmatari dell’appello del 2017 per l’adesione al TPNW ci sia l’attuale membro del governo e ministro della Difesa, Marjan Šarec, e che il co-autore della stessa iniziativa, Mag. Gregorič, è tra i membri dell’Assemblea Nazionale del partito più forte della coalizione, il Movimento per la Libertà.

Invito entrambi, se il Primo Ministro ritiene che sia troppo poco ascoltare questa lettera, a fare tutto il necessario per garantire che il suddetto Appello arrivi al Governo, che venga naturalmente discusso dalle commissioni parlamentari competenti (per la politica estera e per la difesa) e che finalmente, dopo cinque anni, anche la Slovenia sia, coerentemente, annoverata tra i sostenitori del Trattato ONU sulla proibizione delle armi nucleari!

Entriamo nel nuovo anno a testa alta sulla scena internazionale, per una volta!

 

NOTA DI MARCO PALOMBO – RETE NO WAR ROMA (19 GENNAIO 2023)

Si è concluso nelle commissioni della Camera Difesa e Esteri l’ iter del decreto “Invio armi all’ Ucraina”.

Sono stati presentati due emendamenti identici, riportati integralmente in fondo al mio post, da Sinistra Italiana e Movimento 5 stelle per far votare l’ assemblea prima di ogni singolo decreto ministeriale per autorizzare invio di armi.

Dal resoconto della seduta si sa che gli emendamenti sono stati bocciati, che nessuno è intervenuto e che la seduta è durata 10 minuti.  Al link

http://documenti.camera.it/leg19/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2023/01/18/leg.19.bol0046.data20230118.com0304.pdf

Probabilmente ci sarà un voto anche nell’ Assemblea prima del voto finale sulla conversione in legge. Al Senato è stato così, ma nessuno è intervenuto, né per dichiarazioni di voto né per illustrare l’ emendamento.

Nella diretta dal Senato si è sentito solo il numero dell’ emendamento, era firmato da entrambi i gruppi mentre qui sono due distinti, ma non è stato detto il suo contenuto. Quindi, anche chi ha seguito tutta la discussione, non ha saputo che cosa chiedesse.

Un voto dovrebbe esserci anche all’ Assemblea della Camera. Se così sarà, e dovrebbe essere indicato prima di Lunedì 23 gennaio,

in qualche modo dovremmo chiedere che su questo punto ci sia un dibattito, perché l’ emendamento non è di poco conto e non si capisce perché il Pd dovrebbe delegare completamente al governo per tutto il 2023  la decisione di quali e quante armi inviare all’ Ucraina.

di seguito gli emendamenti.

DL 185/2022: Disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina. C. 761 Governo, approvato dal Senato.

 PROPOSTE EMENDATIVE PRESENTATE 

 ART. 1. Dopo il comma 1, inserire il seguente: 1-bis. Ai fini di ogni singola autorizzazione di cui al comma 1 concernente l’invio di armi, il Governo rende preventive comunicazioni alle Camere, che si esprimono mediante la votazione di uno specifico atto di indirizzo per ciascuna cessione. 

 * 1.1.Fratoianni.

  Dopo il comma 1, inserire il seguente: 1-bis. Ai fini di ogni singola autorizzazione di cui al comma 1 concernente l’invio di armi, il Governo rende preventive comunicazioni alle Camere, che si esprimono mediante la votazione di uno specifico atto di indirizzo per ciascuna cessione.

  * 1.2. Pellegrini, Lomuti, Baldino, Conte, Gubitosa, Onori.

 

 

Ucraina, in carcere l’obiettore Vitaly Alekseienko

(da Azionenonviolenta)

Per la prima volta dall’invasione russa nel febbraio 2022, l’Ucraina ha incarcerato una persona per aver rifiutato, per motivi di coscienza, la chiamata alle armi. Infatti, il 16 gennaio 2023, la Corte d’Appello di Ivano-Frankivsk ha respinto il ricorso dell’obiettore Vitaly Alekseienko contro la condanna per aver rifiutato la chiamata alle armi per motivi di coscienza. “Ho detto alla corte che sono d’accordo sul fatto che ho infranto la legge dell’Ucraina”, ha detto Alekseienko a Forum 18, “ma non sono colpevole secondo la legge di Dio”. Al verdetto scritto, in arrivo tra poche ore, seguirà il carcere per un anno. Il Movimento Nonviolento, nella cornice della campagna Obiezione alla guerra, sta seguendo molto da vicino il caso: proprio su mandato del MN l’avvocato Nicola Canestrini si era recato alla prevista udienza del 12 dicembre, riuscendo a interloquire con l’imputato e rappresentanti della Corte, riuscendo a incassare anche il supporto  dall’Ordine degli Avvocati ucraini.

Vuoi sostenere la difesa legale di Vitaly e altri obiettori come lui? Sostieni le iniziative di pace in Italia, Russia, Ucraina con la Campagna “Obiezione alla guerra con un versamento all’IBAN IT35 U 07601 11700 0000 18745455, intestato al Movimento Nonviolento, causale “Obiezione alla guerra” o tramite donazione PayPal cliccando qui

Anche per questo le cattive notizie da Ivano-Frankivsk giungono inaspettate. Ecco il commento a caldo di Yurii Sheliazhenko, leader del Movimento Pacifista Ucraino:

Per ora le ragioni sono sconosciute, leggeremo più tardi il testo della decisione quando la corte lo pubblicherà (il testo completo è atteso per il 19 gennaio). È stato annunciato che uno dei tre giudici scriverà un parere separato. La corte ha deciso di ignorare la mia memoria amicus curiae con la motivazione della necessità di assolvere Vitaliy sulla base del fatto che la corte conosce meglio la legge. Uno dei giudici ha chiesto come Vitaliy possa dimostrare che il suo credo religioso è incompatibile con l’uccisione di persone, Vitaliy ha risposto che se la corte non si fida di lui, allora non può farlo. Ha spiegato di nuovo ciò in cui crede, e il giudice ha detto con disprezzo che tutti sono credenti, non importa. A quanto pare, la semplicità e la sincerità di Vitaliy non hanno impressionato la corte. Il giudice ha anche detto con dispiacere che la corte ha ricevuto molte e-mail da persone diverse ma con un solo indirizzo e-mail a sostegno di Vitaliy; le lettere sono state inserite in un volume separato e la corte ha deciso di non prenderle in considerazione, soprattutto perché non si sa chi le abbia inviate e se siano persone reali.

Pronta la reazione delle reti internazionali antimilitariste e nonviolente con una lettera appello a revocare immediatamente la condanna, cui aderisce anche il MN. L’Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza (EBCO-BEOC), War Resisters’ International (WRI), International Fellowship of Reconciliation (IFOR) e Connection e.V. considerano la condanna dell’obiettore di coscienza Vitaly Alekseenko una palese violazione del suo diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione, garantito dall’articolo 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, inderogabile in tempo di emergenza pubblica, secondo l’articolo 4.2.

Le organizzazioni ricordano inoltre la loro ferma condanna dell’invasione russa dell’Ucraina e chiedono ai soldati di non partecipare alle ostilità e a tutte le reclute di rifiutare il servizio militare. Il governo ucraino dovrebbe salvaguardare il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, anche in tempo di guerra, rispettando pienamente gli standard europei e internazionali, tra cui gli standard stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’Ucraina è membro del Consiglio d’Europa e deve continuare a rispettare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Poiché ora l’Ucraina è candidata ad entrare nell’Unione Europea, dovrà rispettare i diritti umani definiti nel Trattato dell’UE e la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’UE, che includono il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare

Leggi qui la versione inglese integrale dell’appello.

Il caso di Alekseienko non è isolato ma è il primo dal febbraio 2022 in cui la corte sta utilizzando “il pugno di ferro”. Sappiamo di almeno quattro precedenti casi penali del 2022, in cui i tribunali hanno concesso agli obiettori di coscienza la sospensione della pena detentiva e la libertà vigilata:
– 18 maggio 2022, Andrii Kucher, Mukachevo, sospensione della pena detentiva di 4 anni;
– 21 giugno 2022, Dmytro Kucherov, Oleksandriia (Regione di Kirovohrad), pena detentiva sospesa di 3 anni;
– 17 agosto 2022, Oleksandr Korobko, Mukachevo, pena sospesa di 3 anni;
– 22 agosto 2022, Maryan Kapats, Mukachevo, pena sospesa di 3 anni.

Ma di molti altri casi analoghi è difficile avere notizia. Yurii Sheliazhenko ci informa preoccupato che i verdetti di tutte e cinque le condanne per obiettori di coscienza non compaiono più nel registro pubblico online dei verdetti giudiziari gestito dall’Amministrazione del Tribunale di Stato di Kiev. “La scomparsa dal registro pubblico del verdetto [del tribunale inferiore di Alekseenko] e di altri verdetti in cui gli obiettori sono stati condannati al carcere con la sostituzione dell’incarcerazione con la libertà vigilata sembra un tentativo di nascondere al pubblico le violazioni dei diritti umani”, ha insistito.

Vitaly Vasilovich Alekseienko nato il 2 dicembre 1976 viveva a Slovyansk, nella regione orientale ucraina di Donetsk, quando la Russia ha iniziato la sua nuova invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Nel 2017 è stato registrato presso l’Ufficio ucraino di leva a Slovyansk, ma non gli è stata consegnata una tessera militare. Tuttavia, gli è stato rilasciato un certificato valido fino al 2022 che conferma che non ha prestato servizio militare negli anni ’90 in Uzbekistan, dove allora viveva, per motivi di coscienza.

Alekseienko è fuggito a Ivano-Frankivsk nel maggio 2022. L’Ufficio reclutamento della città lo ha convocato il 2 giugno. Ha detto loro che non poteva prendere le armi a causa delle sue convinzioni religiose di cristiano. “Ho detto loro che ero pronto a prestare un servizio alternativo e ho scritto una dichiarazione in tal senso”, ha detto a Forum 18. Ha anche spiegato di aver rifiutato il servizio di leva e di non essere stato in grado di fare il militare. E di aver già rifiutato il servizio militare in Uzbekistan per motivi di coscienza.

“Mi hanno detto che non c’è alcuna certezza che io sia un credente”, ha detto Alekseienko a Forum 18 il 15 dicembre 2022. “Hanno detto che solo i membri di fedi registrate hanno il diritto di svolgere un servizio alternativo”. Ha detto di credere in Gesù Cristo e nel suo comando di resistere al male senza violenza e di essere operatori di pace, come indicato nel Discorso della montagna. “Ma non vado in nessuna chiesa perché non osservano ciò che Cristo ha detto”.

L’Ufficio reclutamento ha convocato nuovamente Alekseienko il 6 giugno, comunicandogli di aver respinto la sua domanda di servizio alternativo. Quando ha rifiutato di essere mobilitato, i funzionari hanno chiamato la polizia. Alekseienko ha spiegato di non aver paura e di non aver scelto di fuggire o nascondersi dalle autorità. “Non ho paura, nemmeno della prigione”.

Un funzionario dell’Ufficio di reclutamento della città di Ivano-Frankivsk, che ha rifiutato di fornire il proprio nome, ha detto di non conoscere il caso di Alekseienko. “Non siamo competenti a rispondere alle sue domande”, ha detto il funzionario a Forum 18 il 17 gennaio 2023. “In genere offriamo un servizio alternativo ai membri delle comunità religiose”. Il funzionario si è rifiutato di dire quanti uomini hanno potuto optare per il servizio civile alternativo dopo la nuova invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022.

Il Movimento Nonviolento esprime il pieno supporto e solidarietà a Vitaly Alekseienko e a tutti gli obiettori noti e ignoti che stanno aumentando sia in Russia sia in Ucraina. 

da qui

 

L’ Europa come civiltà scomparsa – Alberto Capece

La guerra diventa ancora più sporca perché ormai la vittima designata di Washington è, senza possibilità di smentita, proprio l’Europa. Così mentre gli ucraini muoiono nel carnaio creato dagli Stati Uniti per tentare di rimanere la macchina da ricatto planetario, gli europei si impoveriscono e man mano scompaiono non solo dalla politica estera, ma anche dalla storia, capaci solo di ubbidire. La certezza di tutto questo non viene dall’informazione nostrana ormai inesistente se non come strumento di mera e sciocca propaganda, ma dal The Telegraph of India il quale conferma ciò che in qualche modo già si sapeva: Washington importa massicce quantità di petrolio russo aggirando le proprie stesse sanzioni. L’India acquista gas da Mosca: oltre 1,7 milioni di barili al giorno di oro nero che  poi viene raffinato da Nayara Energy e Reliance Industries, ed è infine  rivenduto legalmente agli Stati Uniti. Questo è anche legato a un fatto tecnico specifico: il petrolio russo degli Urali è quello ideale per produrre diesel, cosa che è più difficile, più onerosa o in qualche caso impossibile da fare con l’oro nero di altre aree e ciò rende ancora più chiaro e più perverso il livello di assurdità della Ue che si auto affondata. Infatti tutta l’industria della raffinazione continentale  è orientata all’oro nero degli urali e se volesse usare altri tipi di petrolio dovrebbe porre mano a ristrutturazioni enormi del costo di miliardi e realizzabili solo in diversi anni. Il problema della qualità del petrolio è un fatto che ho affrontato in diversi post, ma che in realtà è completamente assente dal dibattito pubblico, rendendolo così sterile e fuorviante ancor più di quanto non sia di base e non facendo comprendere quanto siano folli le scelte dell’èlite Ue.

Obbedire al padrone americano per mettere un embargo al petrolio russo che il padrone stesso non rispetta è qualcosa di talmente grottesco, che va molto oltre il servilismo, molto oltre l’ubbidienza supina a classi politiche interamente formate nelle scuole ideologiche dell’anglosfera e pagate a piè di lista dai servizi americani o dalle sue Ong che sono poi quasi la stessa cosa: prospetta invece una vera e propria scomparsa della civiltà europea nel corso di qualche decennio. E’ quello che è accaduto a vasti imperi e a floride società nel mondo antico, lasciando gli storici e gli archeologi la domanda su come sia stato possibile una loro estinzione quasi improvvisa come se fossero implosi. Se per alcuni imperi del Centro e Sud America sappiamo che la fine è arrivata con gli europei, i quali riuscirono a sconfiggere forze molto più numerose sia con l’inganno, sia sfruttando a più non posso la disposizione amichevole delle loro vittime, per altre civiltà il mistero rimane: che fine ha fatto la civiltà minoica, come e perché è stata abbandonata Petra, come è finito l’impero Khmer o la civiltà della valle dell’Indo? Oppure, esempio ancor più calzante, cosa ha prodotto il rapido crollo della potenza assira?  Erano al culmine della loro prosperità e poi sono uscite dalla storia. Probabilmente tra 2000 anni  gli storici, discuteranno sulla fine dell’Europa chiedendosi che fine abbia fatto quello che appena un secolo e mezzo prima era il centro del mondo. Nello stesso tempo adesso possiamo cominciare ad avere un’idea di queste misteriose scomparse storiche: esse non nascono tanto da eventi esterni, da cambiamenti di asse economico e crisi sociali ma da un decadere interno delle speranze, delle visioni ideali e politiche e infine della volontà che rende così facile abbandonarsi alla corrente del fiume. Sebbene potremmo vedere con chiarezza che la scomparsa dell’Europa dalla scena geopolitica sia principalmente dovuta all’invasione americana dal continente, avvenuta nel pieno della prima guerra mondiale, possiamo anche vedere come lo “scandalo” e la paura della rivoluzione in Russia abbia indotto le borghesie continentali  a vedere nell’America un baluardo piuttosto che un nemico e a cedere ad essa parte del potere.

Le stesse borghesie, una volta dissoltasi l’Unione sovietica avrebbero potuto benissimo impostare una politica di pace e di collaborazione, ma ormai  erano state contagiate dal morbo neoliberista e pensavano di poter esse stesse partecipare del benessere che le teorie dell’ultra capitalismo o per meglio dire del capitalismo liberato da Keynes e dai lacci culturali della responsabilità sociale. Così ora sono diventate le vittime di se stesse, mentre le popolazioni, ipnotizzate da decenni di propaganda, non più in grado di scorgere i propri interessi e in ogni caso non più aduse alla resistenza e alla battaglia politica vedono la nave che viene affondata gli ufficiali in sala macchine, ma invece di reagire e di salvare il vascello si scannano per trovare posto nelle poche scialuppe di salvataggio. e nemmeno il massacro medicale riesce più a scuoterli.

da qui

 

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