Fernando Coratelli – Spiccioli e fisarmonica

Resti di vita in metrò


È un giorno come un altro, quando escono di casa. Lui porta a tracolla la fisarmonica come sempre. Lei lo segue. Quella di lui è un’arte di arrangiarsi che dà i suoi frutti – non hanno di che lamentarsi. In passato è stato un calciatore, faceva l’attaccante, segnava gol, era bravino. Ma si sa che nel calcio non serve essere bravi, per diventare ricchi e famosi bisogna essere dei fenomeni e ci vuole pure tanta fortuna, e lui non aveva né l’una né l’altra cosa. Così si è dato alla fisarmonica, alla musica, se la cava e sbarca il lunario.
Lei lo accompagna, di solito lo segue con un bicchiere di Coca-Cola da McDonald’s, piegato, tenuto in tasca che spiega quando lui ha finito di suonare. In genere battono la metropolitana, è più redditizia. Si sale sul primo vagone e lui prende a suonare. Arriva la prima fermata e lui continua a suonare, poco dopo che le porte si sono chiuse, che il convoglio è ripartito, lui sfuma la musica, ringrazia e cede il proscenio a lei che avanza con incedere timido fra i passeggeri chiedendo i resti di un caffè, di un giornale, spiccioli contati rapidi fra le dita, centesimi residuali di biglietti della metropolitana – niente per chi li dona, tanto per chi li può accumulare.
Anche stamattina sono arrivati di gran lena alla fermata della Cumana a Montesanto. Salteranno su un treno, si faranno tutte le stazioni fino al capolinea e poi indietro, un paio di volte, dopodiché pausa pranzo e nel pomeriggio si ricomincia il giro, poi si finisce a qualche angolo di strada a raccogliere le ultime monete dagli avanzi di shopping di signore ingioiellate.
Sono arrivati dalla Romania, per regalare malinconiche note mitteleuropee agli assolati napoletani. Sono simpatici, gli abitanti di questa città, risponderebbe lui se qualcuno glielo chiedesse. Certo qualche volta ci chiamano zingari, rom, ma noi non lo siamo, e non perché abbiamo qualcosa contro di loro, ma semplicemente perché non siamo rom, anche se veniamo dalla Romania e siamo romeni. Ma rom e romeno hanno apparentemente la stessa desinenza, la radice è del tutto diversa. Casualità vuole anche che si viva in campi nomadi come i rom. È un problema di case, non di condizioni concettuali di vita.
Intanto, lui e lei sono davanti all’ingresso della Cumana.
È allora che succede. Le traiettorie della vita spesso si incrociano con quelle dei proiettili, così, dei colpi esplosi per il capoclan dei Mariano da quelli di Sarno di Ponticelli prendono alla gamba e al torace lui. Lei miracolosamente li schiva. Si precipitano all’interno della stazione della metro. Lui con le ultime forze caracolla verso i tornelli dell’ingresso, ma poi perde le forze, vede annebbiarsi il mondo, in quella città solare. Sente freddo e gli mancano le forze. Lei grida, chiama aiuto, ma chi è all’intorno li guarda schifati, questi due rom sporchi, ladri, e pure feriti da qualcuno che se ha sparato loro avrà avuto le sue ragioni. Napoli è già immersa nell’immondizia per potere soccorrere anche due rom che vivono di espedienti.
E scavalcano quell’uomo che scivola sempre più nello stato di cadavere. Dimenticato, perduto nella sua identità di romeno – confuso con un colpo di pistola camorristico, spazzato via da chi fa dei rifiuti di vita un affare colossale.
Eppure Petru Birladeanu quella mattina voleva solo suonare la fisarmonica.

Fernando Coratelli http://www.tornogiovedi.it/

 

 

clelia pierangela pieri – xdonnaselva@yahoo.it
luigi di costanzo       – onig1@libero.it

Clelia

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