Hibakusha

di Riccardo Dal Ferro

hiroshimaCiò che più mi ha colpito durante la lettura dei numerosi articoli di Kenzaburō Ōe riportati nel volume “Note su Hiroshima” è la mia impossibilità di comprendere la figura degli hibakusha.
Nella trascrizione occidentalizzata del giapponese, “hibakusha” significa “sopravvissuto”, ma un sopravvissuto molto particolare, facente parte di quella larga schiera di vittime che hanno subito il bombardamento di Hiroshima, tanto nello spazio quanto nel tempo.
La cosa sorprendente è che “hibakusha” è un termine affibbiato da noi occidentali.
Sì perché questo gruppo di persone, il quale ha sofferto ingenti perdite e danni psicofisici insostenibili nell’arco degli ultimi sessant’anni, rifiuta categoricamente di lasciarsi definire sulla base di un tragico evento come quello del bombardamento atomico statunitense.
Se questa giornata in Bottega ha avuto inizio con una presa di distanza dal concetto di “vittima”, non posso che proporvi un esempio di come sia possibile vivere senza fare uso di vittimismi, siano essi reali e storici, oppure trascendentali e affabulatori.

Lo hibakusha urla contro chi gli chiede conto della tragedia. Lo hibakusha si ribella alla stigmatizzazione della sua sorte. Urla contro il moralista dicendo: “Io non sono un prodotto della mia tragedia!”

Con queste parole, Kenzaburō ci mostra quanto distante sia diverso il nostro atteggiamento nei confronti del sopruso rispetto a quello di un giapponese. E io, da filo-nipponico quale sono, mi trovo a fare l’apologia di una filosofia che da sempre viene a torto definita “cripto-fascista” o di “estrema destra”, definita dal nostro bisogno di occidentalizzare qualsiasi cosa.
In un giubilo di superficialità, il concetto di “essere-per-la-morte” heideggeriano viene affiancato al culto della guerra nipponico, come se un kamikaze giapponese avesse letto “Essere e Tempo” e perciò sposato gli ideali nazisti che giacciono al suo interno. Quel piccolo capolavoro intitolato “Hagakure”, nel quale si ritrovano i precetti (in parte distorti da traduzione e palesi interventi evoliani) dell’etica samurai, diventa il ricettacolo del buon fascista, come se un guerriero giapponese non aspettasse altro che il suo Duce affacciato al balcone imperiale. Ma tutto questo è un esorcismo inconscio che noi occidentali operiamo nei confronti di una cultura etica che parte da presupposti totalmente diversi rispetto alla nostra, una caricatura di scarsa qualità per nascondere quanto risalti quella diversità che ridicolizziamo solo per non affrontarla. Come sempre, non è giusta l’una o l’altra parte, è giusta la differenza tra le due parti.
Alla fine di tutto quel percorso storico del Giappone, fatto di norme rigide per il combattimento, riti secolarizzati, cerimonie alle volte incomprensibili (avete visto “Tokio-Ga” di Wim Wenders?), c’è lo hibakusha, il sopravvissuto. Non la vittima, non il succube, non colui che definisce la propria identità sulla base della tragedia che l’ha investito, bensì una persona sopravvissuta. La differenza è abissale.
Alla fine di tutto quel codice di norme samurai, c’è l’uomo gracile e malato che urla: “Io non sono il prodotto della tragedia!” E dietro a lui c’è la possibilità ancora viva di diventare qualche cosa di diverso, di trasformarsi, di cambiare. In pratica, di diventare umani, di nuovo.
Non voglio cadere in generalizzazioni, ma nemmeno addentrarmi nei particolari di una storia che meriterebbe almeno un milione di pagine per essere sviscerata. Ma quando mi trovo di fronte a un’immagine come quello di un hibakusha, io non posso capire. Posso solo ammirare, proprio come Kierkegaard di fronte ad Abramo che porta Isacco al sacrificio. Ammirare la prontezza d’animo con cui una persona può agire (non re-agire) per cambiare una condizione terribile nella quale, per sua sfortuna, è caduta. Ricordate il disastro di Fukushima e la velocità con cui le persone normali, quelle che abitavano vicino a quella zona, hanno agito per limitare i danni e ricominciare? Ricordate le immagini di Hiroshima e Nagasaki? Avete ascoltato il discorso dei sopravvissuti durante le commemorazioni del disastro? No? Beh, quelle persone dicono: “Non celebrateci” e noi, nella caricatura occidentalizzata che facciamo di ogni cosa che non comprendiamo, l’abbiamo chiamata “rimozione”. Guardiamo gli uomini che dopo il disastro si rimboccano le maniche senza fermarsi a versare una lacrima e li chiamiamo “robot”.
Ma lo hibakusha non rimuove, lo hibakusha ricorda e conserva. Ma al tempo stesso non accetta di farsi definire da qualcosa che, per un piccolo maledetto istante, l’ha reso vittima di un ingranaggio terribile. Lo hibakusha va avanti, conservando il ricordo ma decidendo di non farsi sottomettere dal vittimismo, colpo di coda del potere.
Credo che noi, succubi come siamo delle nostre finte tragedie, dovremmo riflettere un po’ di più quando finiamo per accontentarci di definire la nostra identità sulla base di “quello che ci hanno fatto”. Dovremmo fermarci per un attimo, guardarci negli occhi e riconoscerci per ciò che siamo: sopravvissuti. E un sopravvissuto ha sempre la possibilità di alzarsi e fare qualcosa di diverso.
Solo così potremo guardarci attorno, osservare le macerie e finalmente agire per rifare un mondo che ha davvero bisogno di noi.

Riccardo DAL FERRO

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