I noiosi e i molesti: un caso di scuola – di Mark Adin

C’è differenza, come no. E anche una certa distanza tra una categoria e l’altra. Una distanza sull’ordinata del divenire, poiché spesso i due atteggiamenti sono l’ evoluzione il secondo del primo. Si nasce noiosi e si finisce molesti. C’è poi una ulteriore evoluzione, che si contempla nel passare da molesto a ossesso, la quale condizione, per fortuna, è molto meno frequente e alla sua comparsa si chiama il medico, meglio se un bravo specialista. E’ sulla ascissa temporale che un semplice atteggiamento si trasforma in nevrosi, si intende la quantità di tempo a cui resta esposto il soggetto malato.

Alla persona noiosa  è difficile sfuggire a causa del suo comportamento subdolo, per il poco allarme che ne scaturisce, blande reazioni  ad un disturbo considerato erroneamente trascurabile e di poco conto; e sotto certi aspetti, essendo una fattispecie spesso legata alla propria indole, è persino civile sopportarla. Sembra non ci sia dolo nell’essere noiosa o noioso, e tutto sommato c’è poca differenza se la persona noiosa sia, appunto, femmina o maschio; dico questo anche per non espormi a rilevanti questioni di genere.

Non c’è sostanziale differenza neppure se la noiosa/o sia di destra o di sinistra, laico o religiosa,  alfabeta o illetterata, ricco o povera in canna. La persona noiosa risponde perfettamente al dettame costituzionale e non incorpora alcunché di eversivo. Esistono invece luoghi nei quali alberga, la noiosa o il noioso, più che in altri: ad esempio la televisione, i giornali, i libri delle persone di spettacolo e dei politici. E non dimentichiamo i cineforum, Sanremo e le farfalle di Amato che sbattono le ali deqquà e diventano cicloni dellà. Diciamoci la verità: sappiamo bene dove si annidano le noiose e i noiosi: tutto attorno a noi, pericolosamente, anche nei blog.

Tutte e tutti incorriamo nel pericolo di diventarlo, noiosi, ma c’è sempre chi primeggia. Come il colore dei capelli, l’altezza, il peso, così la noiosa o il noioso diventano umana caratteristica, ma la persona noiosa sta a quella molesta come la stitichezza sta alla dissenteria. Quando il noioso compie la metamorfosi e diventa molesto, allora serve un argine, una forma di contrasto, una qualche difesa che ci permetta di salvarci, cosa peraltro piuttosto difficoltosa. La coazione a ripetere è lo stigma del suo nocivo comportamento. Il noioso è tenace, ma il molesto è inarrestabile. Ecco perché la cosa si fa seria. E talvolta è già tardi.

E’ bene valutare con attenzione, su una scala che indica la progressione del male, la serietà e la perniciosità di ciò che, da semplice afflizione alla quale si sbuffa, si agitano le mani accompagnando il gesto dalla esclamazione: “che palle”, diviene poi rischio di resa di fronte alla molestia. Si parla di “rischio di resa” quando la molestia ci sorprende e non siamo preparati. Se a nostra volta non siamo tendenzialmente, anche noi, dei molestatori, gente con l’abitudine connaturata a infastidire, potrebbe persino intervenire il senso di colpa, e ci si arrenderebbe alla aggressione. Di fronte a ciò che non si conosce, o non si riconosce da subito, ci si può confondere, interpretando come reazione a qualcosa di sbagliato nel nostro comportamento, l’atteggiamento dell’altro: “cosa mai avrò fatto perché Maria (o Mario) agisca in questo modo?”. L’errore diventa, così, fatale, e noi ci trasformiamo in vittima.

Scansiamo invece da subito il noioso o la noiosa. Insistono sulle nostre gonadi esterne? Scrolliamoceli di dosso come fa il cane inzuppato d’acqua, divincoliamoci da quel malefico tentativo di abbraccio, resistiamo a quelle prime timide insistenze e ribelliamoci senza sprecare tempo a combattere e senza  il pericolosissimo, retorico, dannoso ricorso alla pazienza.

Vediamo ciò che ben si può considerare un caso di scuola: il bravo presentatore Fabio Fazio. Fin dall’inizio delle sue apparizioni televisive era connotato da qualche tratto soporifero, ma pareva derivasse dal suo incedere oratoriale, quale pretino che si alza il sottanone per scambiare due tiri al pallone con i suoi ragazzi, in letizia e graziadiddio. Simpatico con riserva, disegnava sul video una figurina buona e meritevole di cauta attenzione. Poi ha cominciato a inerpicarsi su strade a lui impervie, col coraggio della bontà, quelle culturali, e sono iniziate le prime avvisaglie del male: inanellarsi di stanche battute, il continuo ricorso alla evocazione di tristezze rintracciate tra le sue consuetudini di vita privata, il suo voler apparire sommessamente normale, autenticamente “ciula” (dal milanese: ragazzo sempliciotto e un po’ ingenuo).

La metamorfosi è avvenuta nel tempo, passettino da chiostro dietro passettino da chiostro, circondandosi di parenti, amici di infanzia, scherani. Attorno a sé ha costruito una fortezza amicale e familistica che si è via via organizzata, alacremente e silenziosamente, fino a costituire attualmente la più forte compagine della Rai. E sono arrivate le interviste confezionate con evidente bontà, approntate con troppa cura per sembrare vere. Si ricordino quelle magnifiche e innovative domande poste a bruciapelo (per spiazzare l’intervistato con inusitata cattiveria giornalistica da manuale) allo scrittore di turno: “Lei (premi Nobel, vincitori del Pulitzer, re delle vendite, etc.) dove scrive i suoi romanzi? Intendo dire: la finestra, quando scrive, la tiene alle spalle, di fronte o di lato?” e noi tutti in silenzio, religioso, ad aspettare risposta, e via di questo passo.

Poi venne Saviano, e fu subito pera. Il più che meritevole scrittore di Gomorra, con la Fatwa casalese appresso, apparve da subito nel posto sbagliato. Dalla parola scritta ai tempi televisivi, infatti, ce ne corre. La mutazione non era possibile, ma la bontà del Nostro, ancora una volta prevalse, e, forse suo malgrado, Saviano diventò personaggio tivù. Leggere davanti a una telecamera è diventata la sua attività preferita, e la noia dei primi sermoni si è trasformata nella disperazione degli ultimi, interminabili, pistolotti (fino trentacinque minuti impallato dalla telecamera)  che nessuno al mondo si può permettere, ed ecco affacciarsi la molestia.

Se l’autore di un grande libro come Gomorra è stato trasformato nel molesto (e modesto) tele narratore, non sono apparsi meno allarmanti le performances di altrettanto bravi autori come Gramellini e Serra, impacciati e pieni di tic. Salvateli. L’operazione, lo dico da semplice spettatore, non pare proprio riuscita, e neppure il professionale critico Aldo Grasso, sulle pagine del Corriere, mi risulti l’abbia mai benedetta, anzi.

E’ pur vero che si può sempre cambiare canale. Una vecchia canzoncina televisiva, di arboriana memoria, recitava “Ma la notte no”. Sostituire subito con “Ma la noia no”.

Mark Adin

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