Il disarmo della critica – di Mark Adin

Questo è un Paese dove non si è più in grado di apprezzare, comprendere una idea, anche solo riconoscerla, prenderla a modello, se questa non è correlata al nome del suo creatore. Compriamo il nome, oppure la funzione sociale dell’autore, e se queste due condizioni, o almeno una, non vengono soddisfatte, la nostra mente non si dispone a capire e prendere in considerazione.

“Chi” l’ha scritto (Chi è? Cosa fa nella vita?) diventa ben più importante del “che cosa” è stato scritto (E’ utile? Interessante?). Se l’idea, il pensiero, l’invenzione sono portati da uno sconosciuto, o da un non addetto ai lavori, non viene di fatto valutata o presa in considerazione, spesso neppure esaminata, nonostante possa essere utile o innovativa. La capacità critica si è ormai atrofizzata. Eppure l’idea, la forma, il contenuto, la tesi, dovrebbero essere autonome, dovrebbero “star ritte da sé”. Ma così non pare proprio.

Si potrebbe, se mai, adottare un percorso inverso?

Scoprire, ad esempio, ex post chi ha avuto l’intuizione (di cosa si occupa, a quale livello), soltanto dopo aver valutato l’idea?

Certo bisognerebbe dedicare tempo, e soprattutto sarebbe indispensabile essere preparati a farlo. Persino la competenza, oggi, può non dipendere dalla posizione professionale, visto che le carriere sono rarissimamente meritocratiche e, in gran parte, dipendono dalle relazioni sociali (familismo, raccomandazioni, nomine politiche, etc). E’ facile dimostrarlo in ogni campo: primari che diventano tali solo perché figli di noti clinici o graditi alla Curia,  sfaccendati di nessun talento scelti dalla politica a presiedere Consigli di Amministrazione e rappresentarci nelle sedi istituzionali, docenti universitari figli di baroni, professionisti laureati a pagamento in improbabili istituti esteri, insegnanti somari blindati da punteggi e sindacati, raccomandati di ogni genere e grado non soltanto nel settore pubblico.

La scuola ha esasperato il problema, invece di risolverlo, perché non forma più la persona a emettere un giudizio, a criticare in piena autonomia, non fornisce metodo né presupposti etici.

Applicando all’editoria questi punti di vista, non ci si meravigli del fatto che i best seller siano, in gran parte, rappresentati dalle produzioni di personaggi televisivi (giornalisti, comici, sportivi, attori), mentre sono quasi scomparsi dagli scaffali delle librerie i classici.

Non stupisce, riferendosi alla letteratura, che le vetrine abbondino di titoli di buoni autori stranieri, tradotti, e al contempo offrano campionari di autori italiani tra i quali non si può affermare che sia impossibile – ma difficile sì – rintracciare opere non dico di genio, ma di buon livello. Ma la letteratura, ovvero l’esercizio delle lettere, non dovrebbe afferire, prima di tutto, alla lingua? E visto che la conoscenza di altre lingue è, nel nostro paese, assai mortificata – rendendo così impossibile o estremamente faticosa la lettura in lingua originale – non sarebbe normale leggere prima di tutto opere scritte nella lingua madre, piuttosto che traduzioni, spesso poco curate e infedeli, di romanzi adottati dalle case editrici italiane solo perché già venduti con successo in altri paesi?

Le colpe degli editori sono evidenti e riassumibili in poche parole: nonostante sia comprensibile, da un punto di vista industriale e specie in tempi di crisi, una politica di investimento “sicuro”, è inammissibile che una visione industriale non preveda anche un impegno nel reperire opere originali, sapendo distinguere il grano dal loglio, anche in ragione dei lauti contributi pubblici percepiti negli anni.

L’editoria italiana mostra la corda: fino a quando la lettura dei manoscritti, parlo del primo vaglio, sarà affidata a incompetenti, a stagisti, a contrattisti, a mediocri – per il solo fatto di risparmiare sui costi – le librerie avranno le vetrine piene di autori del nulla – ma titolari di passaggi televisivi che ne assicurano la notorietà – o rimasticazioni di successi editoriali altrui, che consentono di puntare su test di vendita fatti altrove, nell’intenzione di replicarli almeno in parte.

Del resto, i cosiddetti ‘lettori professionisti’ sono stati formati in vigenza di atteggiamenti presenti un po’ dovunque. Non sanno distinguere, criticare, scegliere, apprezzare, formarsi una opinione autonoma semplicemente perché non ne hanno i mezzi. Ecco allora che passa l’autore e non l’opera: o è già noto, per aver già pubblicato con successo, o è conosciuto in qualche altro campo o è assurto agli onori della Tivù o è presentato da Tizio e segnalato da Caio. Così si sceglie sempre più l’artefice e non il prodotto.

Esiste forse una ulteriore spiegazione: la responsabilità è esercitabile solo scegliendo e rischiando la propria credibilità, mentre ci si trova  oggi in un momento nel quale in ogni ambito, industriale, professionale, politico, culturale, tutto incoraggia a non esercitarla. Perché “rischiare del proprio” significa non solo assumersi il rischio, ma comporta doti di autonomia, di generosità, di capacità visionaria, di forza morale, di sostanziale competenza, la quale ultima si conquista, matura e consolida con tempo, disciplina, impegno e fatica, e oggi si ritiene che, invece, sia più utile perseguire le scorciatoie della mediocrità.

Una politica scolastica che privilegia sempre di più l’istruzione tecnica a discapito di quella umanistica è la madre di questo declino culturale, che non è difficile profetizzare pagherà la collettività intera. Vengono i brividi a pensare che questa tendenza non sia per niente casuale, bensì funzionale a nuovi modelli societari sempre più difficili da contrastare.

 

Mark Adin

 

Redazione
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Un commento

  • Condivido, come del resto quasi sempre, le sue analisi, che trovo stimolanti e lucide, mi permetto di aggiungere, da lavoratrice del settore scuola che questa assenza di competenza critica e ‘ una scelta dei governi ultimi. Tutto cio’ sta avvenendo nella piu’ assoluta indifferenza, anzi direi con una inconsapevole complicita’ dell’ opinione pubblica. Si sta andando verso una formazione che obbliga gli insegnanti a diventare ” addestratori di crocette” in ossequio agli Invalsi, figli di un sistema che mai e’ stato condiviso. Anche la liberta’ di insegnamento ne viene condizionata, ci si preoccupa infatti di non fare ” brutta figura” e quindi si trascura la parte critica per quella automatica. Per fortuna si cerca di resistere e anche nella formazione professionale si prova a continuare a lavorare in questa direzione. Coloro che lo fanno pero’ rischiano di essere tacciati di fare politica. Questa ” orribile ” parola che a seconda di chi la pronuncia ha significati diametralmente opposti. L’ editoria poi canta la Sua canzone, che non e’ la nostra.

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