Il mare aperto dell’unità delle sinistre e la difficile navigazione

Piccolo cabotaggio e bisogno autentico di una nuova sinistra decente

di Giorgio Riolo

Le recenti tragiche vicende greche ed europee mostrano ancora una volta il volto barbaro, ma “pulito”, dei rapporti di potere. I tedeschi hanno una espressione, “tutto pulito”, per indicare il lavoro fatto bene, senza strepiti, senza sparare un colpo, senza sangue evidente ecc. La tecnica-tecnologia e la “razionalità conforme allo scopo” come strumenti principe dell’ammazzamento su scala industriale, dell’imperio, del dominio, del comando.

Tutto ciò naturalmente come strutturazione gerarchica senza l’incomodo della democrazia, anche solo della democrazia rappresentativa, dei referendum, della partecipazione e della volontà dei popoli, delle nazioni, delle comunità, dei gruppi umani. Le procedure, l’apparenza, le troike, le trattative, i tavoli ecc. come teatrino e spettacolo, orchestrato e amplificato dal prezzolato circo mediatico, vero potente braccio armato nel senso del “tutto pulito”, offerto ad uso degli ignari, del popolo bue, dei cosiddetti, un tempo, “ceti medi riflessivi” ecc.

La premessa per andare al cuore del problema. La classica contrapposizione tra “sinistra di governo” e “sinistra di testimonianza”, operata soprattutto da chi si ritiene “nuovo soggetto politico”, aperto, includente ecc. Essendo invece “chiusi”, identitari, settari ecc. chi si attarda a voler essere “sinistra di testimonianza”. Ora, proprio la faccenda del governo e del governare è il problema. Nell’era del capitalismo neoliberista e dello spossessamento politico e democratico che questo tardo capitalismo comporta.

È il gran movimento in corso in Italia per giungere alla tanto agognata sinistra unita, all’unificazione delle tante sinistre disperse e frammentate. E soprattutto per rimotivare e ridare coraggio alla ampia sinistra diffusa, la sinistra sociale di organismi, associazioni, movimenti e singole persone. Al popolo disperso e disorientato in cerca di rappresentazione politica e che si è rifugiato nell’ampio astensionismo di sinistra.

A che punto siamo? E soprattutto, una sinistra unita per fare cosa?

L’accelerazione l’ha impressa l’assemblea nazionale di Sel di sabato 11 luglio. Ma da tempo erano in corso le manovre. Prima “Possibile” di Civati, poi l’esigenza posta da Stefano Fassina e dal suo gruppo di procedere a creare un nuovo partito entro le amministrative del prossimo anno. Da molto l’esigenza posta della “costituente della sinistra” dalle due anime principali del Prc, Ferrero e Grassi (anche se parte della corrente Essere Comunisti lavora per la costituenda “Unità dei Comunisti”). Parallelamente, dal lato sociale, delle associazioni e dei movimenti, si svolge il processo della “Coalizione Sociale”, appunto da sinistra sociale, promosso dalla Fiom e da Landini.

È interessante vedere come è stata impostata la cosa in Sel. Essendo Sel il pezzo più consistente dei vari pezzi, Sel prende la primogenitura. Dice che si scioglierà in un “nuovo soggetto politico”, senza naturalmente, giammai, perdere niente del proprio patrimonio, della propria esperienza ecc. Il solenne annuncio del “nuovo soggetto politico” ha subito affrontato il problema della “sinistra del risentimento e del rancore”. Nella neolingua postmoderna di Sel ciò equivale a “sinistra di testimonianza”, vale a dire Prc e simili.

Invece poca o nessuna problematizzazione della questione “sinistra di governo”. È facile contrapporre al “partito della nazione” l’esigenza di ricreare il centrosinistra. Renzi, nella sciagura che rappresenta, possiede comunque una virtù. Ha il potere di radicalizzare anche chi non è tanto propenso a radicalizzarsi. Da Cofferati alla Cgil della Camusso. Li tira proprio per i capelli. E ha tirato fuori Sel dall’illusione di fare qualcosa di sensato alleandosi con il Pd.

Allora, per favore, capiamo cosa significa governare, cosa significa, nell’era del neoliberismo, fare, mentre si è al governo, cose di sinistra o cose decenti, utili. Il buongoverno, di liberale memoria, almeno. Le varie sinistre nostrane arrivano, come minimo, impreparate all’appuntamento, quand’anche si riuscisse a vincere alle elezioni. Soprattutto quando si debbono affrontare problemi infinitamente più facili e meno gravi di quelli che hanno affrontato e stanno affrontando Tsipras e Syriza in questi giorni.

Vorrei ricordare solo un accadimento esemplare nella nostra storia recente. A sinistra, che vive molto di parole, si hanno sempre pronte le giustificazioni, gli argomenti per giustificare l’ingiustificabile. Si è maestri in ciò. Memorabile il comunistissimo Marco Rizzo, al tempo della guerra dei Balcani, il quale, a giustificazione del fatto che il Pdci rimaneva comunque al governo con D’Alema, e l’Italia in quel tempo partecipava a quella ignobile guerra contro la Jugoslavia-Serbia,  diceva che i comunisti, intendeva il Pdci, rimanevano al governo, perché così facendo potevano “frenare” la Nato e ridurre i danni della guerra stessa. La turlupinatura, i sofismi, i gesuitismi, il lato retorico-linguistico della faccenda, e l’immane opportunismo, la cosa vera, sono molto di casa a sinistra.

Si governa a livello nazionale e a livello locale. Che ne sarà della Tav, delle grandi opere, delle privatizzazioni, dell’Ilva di Taranto e via elencando?

Su alcuni caratteri che dovrebbe avere la nuova formazione politica ha scritto bene Guido Liguori sul Manifesto. L’esigenza che questo partito non sia il risultato dell’assemblaggio di ceti politici, di gruppi dirigenti ecc. dovrebbe essere assicurato dal principio “una testa, un voto”. Inoltre Liguori ricordava le misure da adottare subito nel senso dell’autoriforma dei partiti (i due mandati tassativi ecc.). Su tutto ciò non ci ripetiamo e rimandiamo ad alcune “note a margine” già apparse nel passato.

Vendola ha detto che il nuovo soggetto non sarà il risultato di “un accordo pattizio”, dall’alto, di gruppi dirigenti ecc. Malgrado le assicurazioni di tal fatta, sarà comunque un accordo pattizio. Non si scappa. Sarà comunque un processo di agglutinazione di oligarchie di varia provenienza. Oligarchie, secondo la visione di Roberto Michels, perché dove c’è organizzazione ineluttabilmente c’è sistema oligarchico. A sinistra però spesso il sistema oligarchico assomiglia di più al sistema feudale. Baroni, feudatari o capibastone, con il seguito feudale di uomini armati, di chierici, di servitori, di cortigiani e di cortigiane. Non si sfugge.

Tuttavia questa dinamica inevitabile dall’alto può essere temperata, se non annullata, da un’altra possibile dinamica. Quella che viene chiamata in sociologia “la costruzione del popolo”, la partecipazione e il protagonismo di classi, di ceti, di singole persone rimotivate e incoraggiate a muoversi. Una spinta dalla società, dalla storia, dallo “spirito del tempo”, come fu nell’Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza. Una spinta come è avvenuta in Grecia, alle prese con una guerra sociale e di classe, con un’emergenza umanitaria, per cui le varie sinistre hanno dovuto compiere l’impresa catartica, genuina, di Syriza, di unificarsi.

Una sinistra unita, per fare cosa? Tante cose. In questi giorni l’Istat ha fornito i dati del 2015 della povertà assoluta e della povertà relativa in Italia. Le persone per bene avrebbero reagito dicendo che è uno scandalo che in un paese sedicente avanzato, ricco, dell’Occidente, come è l’Italia, ci siano ancora così tanti poveri, assoluti e relativi. Renzi, lo “homo novus”, macchietta narcisistica disumana, di questi “nuovi” che hanno perso “identità” e “appartenenza”, considerate arcaico appannaggio di comunisti, veteromarxisti, altermondialisti ecc., per assumere altre identità e appartenenze nei poteri forti, dominanti, Renzi, appunto, ha detto che è un grande risultato, sottinteso del suo governo, perché non sono aumentati rispetto all’anno scorso.

Una sinistra unita, qualora divenisse anche “sinistra di governo”, dovrebbe subito affrontare il problema del lavoro, dell’ingiustizia sociale, del disastro ambientale, dell’Europa delle banche e della finanza, delle gravi questioni internazionali. Ma dire subito anche che la povertà è uno scandalo. E agire di conseguenza. Nel tempo in cui l’umanità ha a disposizione i mezzi, in Italia e nel mondo, per cancellarla.

 

 

 

 

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