Il mestiere di cooperante

Considerazioni in margine alla tragedia dell’aereo di Ethiopian Airlines

di Kumba Diallo

Domenica scorsa, 10 marzo, alle 8.44 ora locale, il volo ET 302 è uscito dai radar della torre di controllo dell’aeroporto di Addis Abeba e ha finito la sua brevissima traiettoria di volo sprofondando in fiamme a sei minuti dal decollo. Nessun superstite fra le 157 persone a bordo. Mentre ancora si indaga sulle cause del disastro che sempre più pesantemente puntano a un software del  nuovo modello di Boeing 737 che non permette la correzione del pilota (e quindi a pesanti responsabilità della stessa Boeing) la presenza fra le vittime di 8 italiani, donne e uomini impegnati in veste diversa nella cooperazione internazionale, ha dato la stura sui quotidiani del giorno successivo a un coro di compianti viziati da una visione che ritengo assai distorta, sia della cooperazione che dei Paesi africani presi “tout court”. 

Un inno a eroi campioni di bontà che aiutavano Paesi in preda alla fame, che si dedicavano agli ultimi (La Repubblica dell’11 marzo, pag 4): il titolo dell’articolo di Concita de Gregorio è «Il sacrificio dei buoni»; in un altro articolo a pag. 5 si parla delle «grida d’aiuto di un intero continente». La Stampa proclama: «Otto eroi del paese dei giusti»; Il Giornale: “Strage della bontà”; il Corriere: «Il volto buono del nostro Paese». Fa eco sia pure con toni e taglio un po’ diverso il manifesto di martedì 12 marzo: «Bentornata Bontà», che almeno fa notare la diversità degli accenti usati da alcuni degli stessi giornali pochi mesi prima, quando si trattava di accogliere i migranti salvati dalle rare ONG rimaste a pescarli dalle onde mortifere del Mediterraneo.

A prescindere dal fatto che proprio l’Etiopia è protagonista attualmente di una crescita che marcia attorno al’8% (https://www.africanews.com/2018/09/27/imf-projects-ethiopian-economic-growth-rising-to-85-pct-in-201819/), da tali articoli e titoli emerge da un lato una persistente visione miserabilista dell’Africa in blocco, che non distingue fra Paesi in preda alla guerra civile come il Sud Sudan (sgovernato da una classe che non oserei chiamare dirigente, ignobile e criminale) e Paesi emergenti come la Costa d’Avorio o il Kenya o il Rwanda, oltre all’Etiopia, dove esiste tutta un’altra dinamica sociale ed economica[1], o Paesi che sono arretrati negli ultimi dieci anni come il Mali e il Burkina Faso grazie alle guerre jihadiste alimentate dall’invasione della Libia, guarda caso originata in Europa. Oppure Paesi potenzialmente ricchissimi depredati da decenni come la Repubblica Democratica del Congo,[2] con cricche di potere legate a doppio filo al grande business globalizzato. 

Da quegli articoli emerge un’Italia che poco e male si occupa di politica extra-europea o extra-atlantica e che continua a trattare le ondate migratorie che marginalmente la coinvolgono come “emergenze” e non realtà strutturali di un pianeta sempre più meticcio. E accanto a tale specchio deformante di un’Africa fantasmatica si celebrano come eroi che si sacrificano persone che fanno semplicemente il proprio mestiere; c’era chi lo iniziava e chi ormai in pensione continuava a esercitarlo altrove, certo con passione e professionalità. Persone che non avevano scelto di “sacrificarsi” bensì di vivere realizzandosi come esseri umani in un orizzonte mondializzato.

Ho cominciato a lavorare nella cooperazione internazionale nel 1978 e ho smesso fra il 2015 e il 2016, non senza amarezza di fronte alle trasformazioni che questo àmbito aveva subìto e nel quale mi ritrovavo ormai a disagio, da parecchi anni. Certo anche in ragione dell’età, avanti le nuove leve. Ma in tutti questi decenni, quando in Italia mi si chiedeva che mestiere facessi, non ricordo una singola persona che capisse di primo acchito cosa fosse questa misteriosa «cooperazione internazionale» e dovevo sempre spiegare, parlare di progetti specifici, di lavoro in «Paesi poveri», nemmeno in via di sviluppo, troppo complicato [3]. Era veramente frustrante, mi sentivo negata nella mia professionalità. 

Questo anche dopo che le emergenze create da rivolgimenti politici come il crollo del regime di Enver Hoxha nel 1990 e l’arrivo dei primi profughi albanesi, o la disastrosa guerra nei Balcani, avrebbero dovuto accendere qualche lampadina, poiché all’inizio furono le stesse ONG che si occupavano di cooperazione internazionale a coinvolgersi nelle missioni di solidarietà sull’altra sponda dell’Adriatico. E disgraziatamente si avviò la stagione degli “aiuti umanitari” e dei progetti di emergenza che hanno da allora progressivamente e durevolmente stravolto il panorama precedente, mutando logiche e attori degli interventi sul terreno.  Orizzonte sviluppo sostituito da supporto emergenziale grazie al susseguirsi dei conflitti e delle guerre post-1989, semine e raccolti mancati, lavoro inesistente, quindi carestie e “aiuti umanitari” a catena.

Il concetto stesso di cooperazione come scambio tra attori di eguale statura e dignità è stato sempre più spesso messo da parte a vantaggio di un rapporto sbilanciato, fra chi “aiuta” e chi riceve, un rapporto passivizzante. Si sono moltiplicate le ONG in funzione dei fondi pubblici disponibili per l’emergenza. Data l’urgenza, molti progetti si allestiscono in fretta, i contratti vengono rinnovati di sei mesi in sei mesi a volte per… anni. Colpa dei donatori, anche. Emergenza perpetua, come ho constatato nel 2007 lavorando in Ciad. Un libro del 2002 di Giulio Marcon, «Le ambiguità degli aiuti umanitari: indagine critica sul terzo settore» analizza con cognizione di causa gli aspetti meno limpidi di questa sfera di attività. Non tutte le ONG vanno in paradiso. A volte ti mettono i bastoni tra le ruote e mi sono imbattuta in colleghi, pochi fortunatamente, che erano veri bastardi. 

In Italia la cooperazione internazionale non è mai entrata a fare parte del ritratto della nazione, né ad essere una costola a pieno titolo della politica estera, come recitava la legge 49 del 1987, che fu salutata da noi cooperanti come una porta finalmente aperta, un’innovazione salutare nella concezione ancora improntata al volontarismo e al fai da te che allignava tra le prime ONG impegnate nella cooperazione allo sviluppo, poche decine fra gli anni ’70 e ’80, tipicamente divise in due campi tuttora esistenti: da un lato le organizzazioni nate e cresciute in aerea cattolica, e dall’altro quelle laiche nate sulla spinta dell’impegno socio-politico post-sessantotto. E’ sempre rimasta relegata in un canto per addetti ai lavori, poco compresa e poco pubblicizzata, dibattuta nei convegni. Oppure coltivata con micro-interventi in migliaia di parrocchie. 

Quella del cooperante è una carriera professionale complessa, che riesce a sposare impegno professionale con impegno sociale e politico: tale è stata per me. Svolgendo il mio lavoro, posso dire con passione, sempre diverso e sempre da reinventare (studiando) a seconda dei progetti e dei Paesi, sono riuscita a colmare il vuoto enorme che la fine della plausibilità dell’impegno puramente politico aveva lasciato. Mai, mai e poi mai, ho pensato di essere “buona” perché lavoravo sul terreno in Guinea, in Angola, in Libano, in Pakistan o in Sri Lanka; tanto meno di essere “eroica” anche se è vero che si rischia probabilmente la pelle lavorandoci più che non a Milano o a Bologna. Non tanto l’aereo: i pericoli maggiori sono la malaria o altre infezioni, le aggressioni e soprattutto gli incidenti stradali in piste e strade dove non ci sono regole, dove enormi camion stracarichi vagolano di notte con un solo fanale se va bene. Ma è pura retorica di accatto parlare di questo lavoro in termini quasi epici, prova di cattiva e falsa coscienza. O di pura incomprensione di quello che cooperazione significa. Ancora, dopo tanti anni, i cooperanti sono strani animali in un recinto a parte, elogiati come “buoni” quando si crepa, ma per lo più ignorati, oppure infidi e con doppi fini quando si va in mare per salvare qualcuno che affoga.

[1] Ovviamente ciò non vuol dire che non ci siano sacche più o meno importanti di povertà e squilibri, o problemi con le classi dirigenti o più seriamente con i termini di scambio commerciali. Ci vorrebbero fiumi di inchiostro per parlarne.

[2] Il presidente Mobutu, grande predatore, si è installato al potere grazie al Belgio e agli Stati Uniti nel 1965 e vi è rimasto fino al 1997. Le cose non sono andate certo meglio con Kabila padre né con Kabila figlio.

[3] A proposito di sviluppo: provare a tradurre e soprattutto spiegare cosa può significare concretamente per chi ne dovrebbe approfittare può essere una sfida notevole: Ricordo un episodio stupendo: in un villaggio maliano in cui lavoravo: con un’équipe di animatori locali stavamo facendo un’assemblea serale intorno a una delle centinaia di pompe d’acqua potabile installate dal nostro progetto. L’animatore parlando in bambara cercava appunto di spiegare che l’acqua era una componente essenziale per le prospettive di sviluppo della zona e non trovando un corrispettivo linguistico bambara usava continuamente la parola francese “développement”. Dopo almeno 20 minuti, giustamente irritata, una vecchia lo interruppe: “Développement? I nhe mu nhe?” (Sviluppo? Che cos’è?). Il ragazzo ammutolì, io sapevo ben poche parole di bambara, ed era tardi: chiudemmo la riunione in quattro e quattr’otto. Non credo che un super esperto se la sarebbe cavata meglio.

(*) ripreso da croceorsa.blogspot.com

 

 

 

Redazione
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2 commenti

  • Donata Frigerio

    lo condivido fino all’ultima lettera…. quindi lo condivido sul mio profilo fb. Che è frequentato da molti cooperanti, quindi darà voce sicuramente a molti loro pensieri.

  • condivido in pieno, brava!
    Sarebbe interessante, a latere, indagare l’universo del cosiddetto “cosviluppo”, cioè quel complesso di azioni che spesso sono i migranti che lavorano nei paesi industrializzati a mettere in campo per supportare le dinamiche di sviluppo nei loro paesi d’origine. Una forma di ‘agency’ poco conosciuta che risponde anche a un bisogno di senso e di riconoscimento da parte dei migranti. Ma è un discorso molto lungo.

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