Il (mio) posto dei calzini

Lella Di Marco riflette su ruoli, urine e altre minuzie

Io ho sempre i calzini spaiati.

Vivo nel mio spazio domestico come in un campeggio. Non ho il senso del ruolo che la società si aspetta da me. Forse non ho il senso del limite. Megalomania? Auto-esaltazione? Senso di onnipotenza? Non saprei. Vedo spiegazioni plausibili in ricerche-riflessioni di intellettuali maschi che trovano probabilmente sempre i loro calzini nel “posto dei calzini” senza porsi soggettivamente il problema.

Il mio riferimento teorico è Christian Marazzi con la sua ricerca «Il posto dei calzini» (Casagrande, 1994): una puntuale analisi della svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti nella politica. Ovviamente grande è il fascino di un economista dall’animo sensibile e dal volto umano che descrive le trasformazioni del modo di produzione capitalistico soprattutto con l’entrata di un linguaggio nuovo riguardante la comunicazione legata all’uso della tecnologia, dalla produzione al consumo di massa. Marazzi costringe l’analisi a slittare oltre gli steccati specialistici e separati dei saperi, per capire il tempo in cui viviamo. «Con i suoi effetti molteplici tra crisi economica dirompente e gli spazi conflittuali che si vanno aprendo per scegliere come stare nel Mondo. Urgente politicamente che riflette irrequietezza esistenziale, il bisogno di una transizione senza sapere ancora dove approdare, non avendo categorie di riferimento si erra da soli. Riemergono visi,volti, affetti, a sostenere la propria ricerca, la propria lotta».

Nella rilettura mi colloco subito nel paragrafo in cui Marazzi – dopo avere analizzato contraddizioni e disillusioni della globalizzazione con il ritorno di tutti i valori negativi che si ritenevano superati (etnia, razza, stato/nazione, famiglia) e con il bisogno di dare un senso alla propria esistenza – affronta uno dei luoghi dove si costruiscono le regole a cominciare dal principio costituzionale che garantisce la parità dei GENERI. Parità uomo-donna nella famiglia, nei ruoli, con i figli e nel lavoro domestico, rivendicata a viva voce nelle piazze e in analisi e studi, dal movimento delle donne che segnò la nascita del femminismo. Ricordo le infinite discussioni all’epoca per la retribuzione del lavoro di cura, di riproduzione e domestico come fosse una rivendicazione sindacale. Ricordo le prese di posizioni radicali (che non mi hanno appassionata a dire il vero) e gli slogan urlati durante le manifestazioni rivolti ai maschi sui marciapiedi; tipo “maschio maschio non stare lì a guardare in casa ci sono i piatti da lavare” oppure “maschio represso masturbati nel cesso”. Molte donne, su tali rivendicazioni non realizzate, hanno deciso di fare scoppiare la coppia spesso accorrendo poi in aiuto (non richiesto?) di uomini ai quali le mogli avevano affidato “la cura” – magari temporanea – dei figli. Del resto quando non si riesce a contenere i sentimenti la lotta rimane dura e anche con molta paura, per le perdite e i sensi di colpa. Un discorso vecchio ma sempre attuale… Nel tempo anche le donne autonomamente hanno messo a fuoco le loro qualità ma anche i talenti da immettere sul mercato del lavoro e fra queste la pazienza, la capacità a trovare facilmente soluzioni pratiche ai problemi, il senso dell’accoglienza, la capacità a relazionarsi, la comunicazione diretta ed efficace. Ormai sono numerosi i settori in cui si preferisce assumere una persona di genere femminile per rendere più produttiva l’azienda. Nel senso che essendo quasi del tutto automatizzata la produzione – dalla distribuzione sul mercato fino al consumatore – occorrono proprio i talenti femminili per la “comunicazione-persuasione occulta”.

Entra in ballo anche la pubblicità; una vera e propria scienza che ha bisogno di uno staff di esperti, specialisti in campi diversi soprattutto nel conoscere e saper decifrare spinte, mutazioni antropologiche e culturali del sociale. Io negli ultimi tempi sono molto attenta alle suggestioni pubblicitarie e soprattutto alla “scientificità” e modernità che esprimono. Non è il prodotto in sé che si vuole vendere ma il senso innovativo nello stile di vita. Ovviamente i soggetti sono le potenze economiche che possono ripetere all’infinito lo stesso messaggio. Intanto per pochi secondi non c’è dialogo ma un contesto che muta subito. Non più donne seducenti per comprare alimentari o auto di lusso e nessuna didascalia. Un tempo venivamo bombardat* con visioni di donne di mezza età che perdevano i loro liquidi fisiologici in ascensore lasciandolo maleodorante o erano rappresentate sempre dolenti e impossibilitate ad andare a lavorare nel periodo mestruale. Ricordo una denuncia del movimento delle donne considerando quegli spot di pessimo gusto e irrispettosi. Chiaramente l’industria pubblicitaria vede e provvede, impara la lezione; così ci restituisce, a suo uso e consumo, una pubblicità come quella che è presente in questo periodo.

Appare sullo schermo un professore che scrive alla lavagna sottolineando la frase «dopo i quarant’anni gli uomini hanno perdite urinarie». Poi sempre lui (forse un pedagogista) gira su un campo da tennis e in un circolo dopolavoristico alla ricerca di “uomini bagnati come testimonial”. Tutti scuotono la testa e nella sequenza successiva è in un pulman con quarantenni a bordo con la faccia da pesce lesso, come a indicare che loro non c’entrano con il fenomeno… A questo punto dall’abitacolo salta fuori una testina di uomo che dice rivolto all’autista «un uomo solo al comando, dove andiamo»?

Ecco la parità di genere conquistata nell’incontinenza con la scritta «lasciati contenere» per inneggiare a pannolini e a mutande contenitive con tanto di campioni gratuiti.

Sono contenta che, gli uomini adesso, grazie al movimento delle donne, possano nascondere il loro problema ma penso che dovrò escludere dalle mie frequentazioni maschili i quarantenni e oltre. Almeno in presenza, a distanza ci sto riflettendo.

La Bottega del Barbieri

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