Il potere, l’informazione e la museruola

di Davide Fabbri (*)

PERCHE’ HO SMESSO DI PUBBLICARE INCHIESTE

Qualcuno dei miei assidui 25 lettori mi chiede da tempo le motivazioni che mi hanno spinto a sospendere la pubblicazione delle consuete inchieste scomode sul potere delle oligarchie a Cesena e dintorni.

Inchieste sull’esercizio arrogante e autoreferenziale del potere nei nostri territori: che ha condizionato le scelte della politica e dell’economia; che ha manipolato comunicazione e informazione, sottacendo le vere motivazioni delle scelte e offrendo informazioni o dati non corretti (crisi e crac del sistema bancario docet).

Un mio attivismo infaticabile, documentato, sfacciato e diretto… di una persona non abituata a stare buona e zitta. Le inchieste sono state pubblicate sul mio profilo e pagina Facebook oltrechè sul blog «La bottega del Barbieri» (le trovate ancora tutte su https://www.labottegadelbarbieri.org) come atto di ribellione nei confronti delle continue ingiustizie, narrando con rigore l’esercizio autoritario del potere.

Mi considero una persona libera e intransigente e come blogger indipendente ho prodotto inchieste per l’amore che da sempre coltivo verso la giustizia sociale e la trasparenza nella gestione del potere. Inchieste anche molto lunghe, non adatte alla superficialità dei social, scritte a volte in diverse puntate, perchè non si può dire tutto in due parole. Inchieste scomode e inusuali: maledettamente ho sempre fatto i nomi e i cognomi dei protagonisti delle vicende narrate. Una modalità estremamente rischiosa, che si è posta in alternativa a un certo giornalismo inginocchiato sulle posizioni del potente di turno, “informazione” patinata e di regime.

Il perché abbia rischiato – investendo tempo, fatica, passione nel tentativo di analizzare gli intrecci affaristici e clientelari (soprattutto fra politica, imprese e banche) – è così connaturato alla mia persona che chi mi conosce bene non si interroga sulle motivazioni. Ho svolto dunque l’attività di blogger con rigore e serietà, disposto a smentirmi e a correggermi se qualche volta pubblicavo notizie errate o imcomplete.

Da un paio di anni ho smesso di pubblicare inchieste (e pensare che avrei tanto materiale a disposizione). E’ stata una scelta obbligata: non potevo fare diversamente avendo ben 11 cause giudiziarie sul groppone per l’ipotetico reato di diffamazione a mezzo stampa, dunque 11 cause da seguire personalmente, senza tutele legali di editori o di redazioni. Non potevo continuare a rischiare nuove denunce penali o atti di citazione in sede civile. Perchè 11 cause signific studiare, assieme ai miei avvocati: la documentazione processuale, preparare relazioni e memorie, presenziare alle udienze nei tribunali. Un dispendio di tempo, energia e danaro.

Lo scrivo per esperienza personale: pubblicare inchieste facendo i nomi e i cognomi dei protagonisti significa quasi automaticamente ricevere in cambio querele penali o atti di citazione in sede civile sotto forma di richieste di risarcimento danni, indipendentemente da come siano scritte quelle inchieste. Anche se gli articoli vengono scritti con la massima accortezza antiquerela, il potente di turno spesso e volentieri ti denuncia lo stesso, con una querela infondata, solo per il fatto di averlo chiamarlo in causa pubblicamente.

Gli effetti collaterali alla mia attività di inchiesta sono pertanto evidenti. Ho patito in alcuni casi denunce dal sapore intimidatorio, con citazioni in sede civile e con richieste di risarcimento pazzesche perché spropositate, che avrebbero “ammazzato anche un toro”. In alcuni casi l’obiettivo era plateale: sfiancarmi e logorarmi, facendomi vivere nella tensione, indebitandomi economicamente per le ingenti spese legali.

Non mi aspetto di essere ringraziato per il servizio faticoso e coraggioso che ho reso alla mia comunità: mi ha gratificato rendere onore a una visione nobile e antica dell’informazione indipendente, al servizio dei cittadini.

Ne esco però ovviamente sconfitto. Il potere ha vinto. Ma come ben sanno i letterati esiste «la nobiltà della sconfitta».

(*) Le riflessioni di Davide Fabbri sono state stimolate anche da questa recente lettura: https://peruncamminoecopax.blogspot.com/2022/01/indipendenza-pluralismo-di-stampa-e.html

Il titolo – come la scelta delle immagini (“rubate” al grande Mauro Biani) – è della “bottega”.

 

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