IMMERSIONE

terrazza

di Gian Marco Ibba

Sparizioni. Tutto sembrava girare intorno a questa novità, ormai.

Dopo le ultime telefonate con Tomas, ormai sull’orlo di un collasso nervoso, già sentivo la mancanza della mia vecchia vita di sbandato sulla via del prepensionamento.

Ammetto che ci fosse poco da rimpiangere di quella vita ma, ogni tanto, la pur modesta posizione che occupavo nelle forze dell’ordine mi consentiva di prendermi delle piccole soddisfazioni contro qualche pezzo di merda locale ben vestito. Inutile consolazione? Forse. Come quando chiudemmo l’operazione terrazza selvaggia, in onore della magnificenza con cui il pezzo di merda di turno aveva abbellito illecitamente la sua tenuta.

Era una bella terrazza davvero, comunque. Ampia, soleggiata, con piscina olimpionica. La squadratissima casa bianca che la dominava, quasi interamente ricoperta di porte a vetri scorrevoli, dovevo averla vista di recente in qualche periodico di architettura. Il proprietario, avvolto dal fumo di un surrogato elettronico di sigaro, mi si piazzò davanti, sbarrandomi la strada. Era lui, l’imprenditore rampante, il giovane dalle mille speranze di arricchimento, ovvero la persona che io non ho mai avuto né la volontà, e forse la capacità di diventare.
Avevo appena fatto irruzione con la mia pattuglia quando lo sguardo mi cadde sulle piacevolezze di quella residenza sontuosa. Il ragazzo aveva gusto, o forse si era semplicemente fatto ben consigliare. Il giovane scambiò la mia distrazione per esitazione, pensando bene di affondare qualche colpo.
“E’ facile per lei venire qui, vero, tenente? Con il suo registro di intercettazione, a rilevare piccoli errori, discrepanze di contabilità… complimenti. Complimenti davvero… Deve essere un lavoro soddisfacente il suo…” – osò rinfacciarmi il giovane baffuto, sfidandomi persino con lo sguardo.
“Poco generoso di soddisfazioni, in realtà, ma a volte è divertente…” – gli risposi, mentre i miei uomini lo ammanettavano.
“Lo immagino. E’ più facile scovare la pagliuzza che costruire qualcosa. Più facile distruggere che creare. Approfittare delle debolezze altrui piuttosto che scommettere sulle proprie capacità…”
Il giovinastro era in vena di far polemica. D’altronde, era ben consapevole che sarebbe stato rilasciato nel giro di poche ore. Il paparino non avrebbe tardato a mobilitare i migliori studi legali per scovare un appiglio sufficiente ad invalidare tutta l’operazione.
Migliaia di ore di intercettazione per smascherare un’imponente manovra di riciclaggio di denaro a beneficio dell’azienda paterna.

“Ma cosa avete voialtri contro la libera iniziativa? Cosa vi spaventa in un uomo che cerca di costruire qualcosa con le proprie forze, sfidando le difficoltà dove altri preferiscono rifugiarsi nell’assistenza pubblica? Ovviamente non è facile, e qualcosa può sfuggire all’attenzione. Si fanno errori quando si tenta di costruire. E’ il prezzo che si paga quando si agisce…”
Già, bel quadretto davvero. Il giovane privilegiato Gaspar Souza si dipingeva come una specie di eroe. L’eroe del liberoscambismo contro il drago della pubblica mediocrità. Uno schema trito, ma ancora molto in auge tra i pezzi di merda.
“Certo, vedo che sei molto ricco… Ma non credi di dovere qualcosa anche a noi per tutta la ricchezza che sei riuscito ad accumulare?”

“Direi di no. Devo tutto al mio coraggio, semmai. Alla mia volontà di sacrificarmi, di non piangermi addosso, di lavorare anche quando potrei tirare i remi in barca, di guardare avanti sempre, senza mai fermarmi, di scomm…”

“Frena, frena… non c’è bisogno di rifilarmi tutto il pezzo, lo conosco bene. Adam Smith per lestofanti, giusto?”

“…Adam chi?”
“Lascia perdere, e comunque hai ragione sui tuoi meriti, sai? Chi sono io per negarli? Iniziativa, coraggio, responsabilità eccetera…”

L’idiota figlio di papà si compiaceva dietro a quei ridicoli baffi. Che ci credesse davvero?

“Tuttavia, mentre parlavi mi sono domandato una cosa… probabilmente non è nulla d’importante ma… mi chiedevo cosa saresti tu senza le strade, ad esempio, dove puoi scorrazzare gratis con la tua Amarantha 107 special quando non ci trasporti i carichi di caffè del paparino fino al porto…”

“Le strade?”

“Già, non ci si pensa, vero? E cosa saresti senza l’acqua corrente, o senza gli ospedali, che pur con le loro mancanze ti fanno comodo quando ne hai bisogno… o senza la gente comune disposta ad acquistare di buon grado i tuoi prodotti e a crederli indispensabili, oppure a lavorare per te in cambio dei quattro soldi che spacci per stipendio… allora? Cosa saresti tu senza tutto questo?”

Il ragazzo non rispose. Mi fissava invece un poco stranito, senza dire una parola. Lo guardai sorridente, prima di proseguire.

“Vedi, noialtri povera gente comune, lo Stato, siamo la condizione necessaria perché il tuo grande genio imprenditoriale si possa dispiegare pienamente, in tutta la sua grandezza…”

Lo scemo, non disturbato dal mio sarcasmo, continuava a guardarmi strano. Che fosse in corso una epifania?

“Noi siamo l’acqua dove tu nuoti, siamo l’aria che respiri e che ti tiene in vita, anche se non te ne accorgi…”
Mentre lo caricavano sulla camionetta blindata e la sua baldanza si dissolveva quasi del tutto, lo apostrofai ancora.
“Ecosistema…”
Il ragazzo si girò, poco prima che gli abbassassero la testa per farlo entrare nel vano passeggeri.
“Come?”
“Ecosistema, ragazzo. Siamo in un ecosistema. Quando lo imparerete?”
La portiera si chiuse con un clangore sordo, e con lei la mattinata.

Quell’arresto importante fece un po’ di scalpore sui media e diede diversi grattacapi al gran magnate del caffè, suo padre, regalandomi qualche ora di buon umore.

A niente di più si riduceva, temo, il massimo cui potessi aspirare col mio lavoro, prima che il nuovo incarico mi piovesse addosso con la delicatezza di un’incudine, stravolgendo per sempre ogni cosa.

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

Un commento

  • Racconto intelligente che fa riflettere su come tutto sia collegato; anche ciò che sembra tanto lontano da noi e dalla nostra quotidianità in realtà influenza il nostro modo di vivere più di quanto pensiamo.

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