Inferni, sineddoche, incidente 228, sindacati e…

… varianti per Dorian Gray: in edicola per fare il pieno di fantastico   

Yuk-yuk. Quant’è bello trovare ogni mese una rivista (160 pagine per 5,90 euri) come l’edizione italiana di «Fantasy and science fiction» che, in edicola e a un buon prezzo, offre i migliori frutti e succhi dell’albero fantastico: produzione fresca ma anche imbottigliata con le “mejo” annate.

«Da millenni i cinesi si servono degli specchi per tenere lontano il male» e «quando c’è una così grande differenza di età fra due amici, noi cinesi la chiamiamo wang nien chi chiao, un’amicizia che dimentica gli anni»: sono questi i primi insegnamenti che la piccola Lilly riceve a Taiwan dal vecchio Kan Chen-hua. Mi ha piacevolmente sorpreso il lungo «Letteromante» (2005) di Ken Liu, nome per me del tutto nuovo: una storia tenera e apparentemente filo-yankee all’inizio ma durissima e anti-imperialista nelle sue evoluzioni. Se ancora avevate illusioni su John Kennedy questa piccola “spiata” vi riporterà nel brutto mondo reale. Due concetti vi resteranno in testa per un po’: talassocrazia e «incidente 228».

Dello stesso anno (2005) è «Scavare nelle miniere dell’anima», grandiosa puntata della rubrica di Paul Di Filippo. «Papà mi porti una sineddoche?» e «io voglio una perifrasi» urlano i bimbi di Rex quando sanno che deve tornare alla «miniera delle storie». Non è facile lavorare «giù nelle profondità della terra psichica, fino al subconscio fossilizzato dove avremmo potuto aggredire la sostanza ben poco disposta a cooperare di cui erano fatti i nostri sogni, sperando di liberare almeno un piccolo fiotto d’anima da raccogliere nel secchio e portare in superficie dove avremmo potuto manipolarlo nella fredda luce della razionalità». Bisogna anche stare attenti alle «frane di trame secondarie» sperando di incappare in un nuovo «sottogenere». Un lavoro duro ma chi ci vorrebbe rinunciare?

Il vecchio leone Robert Silverberg non molla e infatti questo «Finchè morte ci separi» è del 2014: amore o compassione? Il ritratto di Dorian Gray in versione tecnologica o invece il suo opposto? Semplice e convincente.

Geniale quanto divertentissimo, soprattutto nella seconda parte, «Soluzione infernale» (2009) di Matthew Hughes: sembrerebbe la quattromilionesima riscrittura del “patto col diavolo” ma in realtà è quasi un trattato di teologia impreziosito da perfidie, poker e da visioni che potrebbero «dare i crampi allo stomaco persino a Hieronymus Bosch» (che sulla rivista è scritto con ben due errori ma chisseneimporta). Due dubbi mi tormentano: «20 grammi di infelicità equivalgono a mezzo chilo di felicità»? è il primo; mentre il secondo è sulla «necessità del peccato» all’interno di una razionale organizzazione del lavoro e/o di una bella trama. Se avete amici sindacalisti – sia nella versione moderata che in quella battagliera – costringeteli a leggere questo racconto: in un certo senso è anche un manuale su come si conducono le trattative con i “potenti” (e qui i due antagonisti sono super-super-potenti). Se vi sfugge la differenza fra i citati Joe Hill e Jimmy Hoffa documentatevi che ne vale la pena.

Al lungo racconto di Hughes segue il fulminante (neanche due pagine) «Millennium» scritto nel 1955 da sua brevità Fredric Brown. Il maestro fece di meglio ma anche il suo peggio è buono.

Non male «Tre doni» (1995) di Dean Whitlock: se tutta la fantasy fosse così ben scritta e intelligente ne diventerei un fan.

Chiude questo fascicolo «Il paese d’autunno» (1971) di Clifford Simak. Molti appassionati lo riconosceranno dalla frase d’apertura («sedeva nella veranda, sulla sedia a dondolo, e c’era un asse che cigolava»): un racconto «morbido e quieto» come quel villaggio, come «le vecchie cose», come un certo tipo di poesia. C’è un interrogativo degno del miglior Dylan (Bob?) ovvero «Se un uomo camminasse abbastanza riuscirebbe a lasciarsi tutto alle spalle?». C’è una foto che divide il mondo reale dal sogno, c’è un Lattaio che non vuole essere pagato, c’è un finale così dolce che ai prossimi esami medici troverete che lo zucchero nel sangue è salito un po’ troppo.

La mia amata fantascienza in questo numero 7 si può dire che manca del tutto ma io son contento lo stesso perché ho letto letteratura yuk-yuk.

Attenzione. Se non soffro di “allucinazione desiderante” vedo, nelle pagine di questo numero di «F&SF» di due annunci nuovamente yuk-yuk (o forse boom-boom). Il primo annuncia che a marzo – ci siamo poffarbacco baccone – sarà «in edicola» nientemeno che «Roma eterna» del già citato Robert Silverberg; qualunque roba sia è un Silverberg, se il prezzo è ragionevole me lo cucco appena lo vedo. L’altro annuncio riguarda «F&SF» numero 8, e lo trascrivo (mentre quasi mi trema il polpastrello): «Una rara collaborazione tra due giganti del fantastico: “Runesmith” di Harlan Ellison & Theodore Sturgeon». Come da barzelletta mi prendo a ceffoni per assicurarmi d’esser sveglio. Il mio amato Sturgeon e il folle Ellison in collaborazione? Lo voglio. Forse mi faccio ibernare per ingannare l’attesa. Ma se sono ibernato poi magari sogno d’aver sognato. E sentirò la sveglia?

 

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