Scor-data: 5 marzo 1931

I fascisti alzano un reticolato di 270 chilometri

di d. b. (*)  

Italiani, brava gente? Non certo in Africa (o nei Balcani). Genocidio è il termine che gli storici Angelo Del Boca e Giorgio Rochat utilizzano per le “imprese” dei generali Badoglio e Graziani in Libia (o Cirenaica, come allora si diceva).

Fra il 1930 e il 1933 la repressione, avallata da Mussolini, tocca punte terrificanti: quasi 100mila persone – esattamente metà della popolazione – vengono deportate, dall’agosto 1930, in 6 grandi campi di concentramento e in 11 più piccoli. Come scrive Matteo Dominioni su «Storie in movimento» è chiaro cosa accadrà, al punto che il generale Pietro Badoglio annota: «non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla sino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica». Una profezia vicina alla verità: furono circa 70 mila i morti di quella deportazione e della successiva prigionia.

Nel libro (del 2005) intitolato proprio «Italiani, brava gente?» – con il sottotitolo «Un mito duro a morire» – Angelo Del Boca parla di Soluch e degli altri campi di concentramento come di un’Auschwitz. E di «genocidio in Libia» aveva parlato Eric Salerno nel libro omonimo (da poco ristampato) riferendosi a tutta «l’avventura coloniale» o meglio al periodo 1911-1931.

Però nonostante la repressione feroce restano in circolazione alla fine del 1930 qualche centinaio di guerriglieri capaci, a volte, di colpire le truppe italiane anche grazie all’abilità di Omar al-Mukhtar, «il leone del deserto». Schiumante di rabbia, il generale (e vice-governatore) Rodolfo Graziani ordina di costruire un reticolato di 270 chilometri per bloccare i guerriglieri e il contrabbando (dall’Egitto) che in qualche misura li aiuta. Nel gennaio 1931 il preventivo è pronto e il 5 marzo Graziani dà ordine di cominciare i lavori che vengono affidati alla Silcep (Società italiana costruzioni e lavori pubblici). Furono impiegati – ricorda Dominioni – 2500 operai indigeni sotto la sorveglianza di 1200 soldati. Ci vollero milioni di paletti di ferro e 20 mila quintali di cemento. Il tutto controllato da linea telefonica, 3 ridotte, 6 fortini e 3 campi d’aviazione. Quando 6 mesi dopo “il muro spinato” è ultimato si capisce che Omar al Mukhtar ha i giorni contati. E infatti il 12 settembre il vecchio (73 anni) capo guerrigliero viene catturato e dopo un processo-farsa impiccato, il 16 settembre, davanti a 20 mila persone.

(*) Gran parte dei materiali utilizzati vengono dal citato articolo di Matteo Dominioni su «Storie in movimento» poi ripreso – con il titolo «Il muro libico eretto dai fascisti» – dal quotidiano «il manifesto» del 13 novembre 2004.

Su codesto blog si è più volte parlato dei misfatti italiani (non solo fascisti) in Africa e dell’assassinio di Omar al-Mukhtar; una immonda scia che si allunga sino alla censura, 50 anni dopo, del film «Il leone del deserto». Che gli italiani non sappiano è la parola d’ordine che purtroppo domina ancor oggi, nonostante il coraggio degli storici che tutto ci hanno svelato di quelle infamie. Ovviamente qui in blog si è denunciata la vergogna del “sacrario” eretto al boia Graziani: non è questione solo del sindaco di Affile visto che i denari sono arrivati dalla Regione Lazio e molti altri promessi sono stati bloccati (si spera per sempre) solo dopo lo scandalo che è stato soprattutto internazionale visto che in Italia i “grandi” media e le forze politiche hanno a lungo taciuto anche quando persone sia italiane che migranti africani hanno protestato contro il sindaco di Affile.

Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili ma sinora sempre evitati) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 5 marzo avevo, fra l’altro, ipotizzato: 1179: Alessandro III contro gli albigesi; 1827: muore Alessandro Volta; 1896: Crispi si dimette: 1922: prima di «Nosferatu»; 1938: nasce Lynn Margulis; 1943: scioperi alla Fiat contro i nazisti; 1946: Churchill parla di una «cortina di ferro»; 1955: Pontecorvo ricompare a Mosca; 1957: «L’Osservatore romano» contro libertà di stampa; 1968: ultima esibizione di Duchamp; 1940: in vigore Trattato non proliferazione nucleare; 1993: Ben Johnson radiato per doping; 2008: muore Joseph Weizenbaum… e chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.

Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su www.radiazione.info.

Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… vi aggiorneremo. (db)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • Nocra, un lager africano.

    Colonialismo prima e fascismo poi crearono in Eritrea un sistema carcerario spietato. I campi di lavoro e di internamento furono molti, Assab, Massaua , Asmara, Cheren , Addi Ugri, Addi Caleh. Tra questi spicca il famigerato campo di concentramento di Nocra nell’omonima isola dell’ arcipelago Dakhlat, uno dei meno conosciuti orrori del dominio italiano in Africa.
    L’ isola, fu scelta perché i 55 km di distanza dalla dalla costa, rendevano impossibile la fuga. Vi fu nel marzo 1893 il solo tentativo di fuga di massa, ma i fuggitivi furono catturati e passati per le armi. Il campo fu costituto da un fabbricato di mattoni per le guardie e 200 tra tucul e tende per i prigionieri.
    Un paradiso tropicale nel Mar Rosso che si trasformò in un inferno lungo cinquant’anni : caldo e umidità provocavano una sete che la poca acqua salmastra proveniente da un pozzo aumentava. Oltre che con la sete la morte arrivava con la fame, erano concessi pochi grammi al giorno, e non tutti i giorni di farina, tè e zucchero, con le malattie, malaria, scorbuto e dissenteria e con la fatica. In queste condizioni i prigionieri erano costretti a lavori forzati in una cava di pietra. Si sa che il numero di prigionieri arrivò a 1000 e la media fu 500, ma non esiste una contabilità di quanti morirono.
    Un capitano della marina militare che la visitò nel 1901 la descrisse così: “I detenuti, coperti di piaghe e d’insetti, muoiono lentamente di fame, scorbuto e di altre malattie . non un medico per curarli, 30 centesimi per il loro sostentamento, inscheletriti, luridi, in gran parte hanno perduto l’uso delle gambe ridotti come sono a vivere costantemente sul tavolato alto un metro dal suolo.” La realtà che trovarono gli inglesi dopo quarant’anni, quando la liberarono nel 1941, non fu molto diversa.
    Nocra fu per le crudeli condizioni di prigionia un vero e proprio campo di sterminio, una Auschwitz tropicale.

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