Joseph (Roth) si ricorda…

e scrive del 30 gennaio 1933, il giorno in cui Hitler divenne cancelliere del Reich

liberamente trascritto da Giuseppe Gallegari

Mi chiamo Joseph Roth, sono nato in Galizia, vicino a Brody, nel 1894 e nel 1939 sono morto, a Parigi, sullo zenith dell’alcolismo. Ho fatto il giornalista e lo scrittore. Mia madre, Maria, era ebrea e mio padre, che mi è stato descritto come un gran brav’uomo, era totalmente incapace di intendere e di volere. In parole semplici e prosaiche: era matto. Mi piaceva raccontare di aver sofferto la povertà e la miseria, ma devo confessare che frequentavo il ginnasio e prendevo lezioni di violino. Amavo i colori e privilegiavo il bianco e il nero, alternando l’uno all’altro. Infatti, ero pacifista convinto e poi mi arruolai volontario per partecipare alla Prima Guerra Mondiale e mostrarne le drammatiche conseguenze.

Sono stato sicuramente un uomo molto contraddittorio, mi piaceva e mi inebriava il successo che avevo come giornalista e come scrittore ma, dentro di me, ho sempre dovuto combattere, come ciascun essere umano, con colui che non si sa di possedere ma che è presente e vigila su ogni nostra decisione e, il più delle volte, è in totale disaccordo. Questo si sconta con l’angoscia e la paranoia. Non mi lascio ingannare da chi riesce a vivere felice e tranquillo, perché ha sposato la moderazione; infatti, fino a quando ci saranno partiti moderati, ci saranno sempre persone che possono permettersi il lusso dell’indifferenza. Sono stato un sostenitore del popolo, però con la convinzione che fosse molto più facile morire nel suo nome piuttosto che vivergli accanto. Mi sono sposato con Friedl, una donna bella e intelligente, ma le cose si misero quasi subito male, perché mostravo una gelosia morbosa. Poi, forse per punirmi, lei impazzì, fu ricoverata in varie cliniche, ma le cose peggioravano. E’ allora che mi rifugiai nell’oasi dell’alcool per combattere quel severo giudice che mi dichiarava colpevole. Cercai conforto in altri letti e mi innamorai, come un bambino, della dolce ed esotica Andrea, che era capace di dirigere e di domare quelle che per me erano ostacoli insormontabili: le piccole cose della quotidianità. Lei era in grado di costruire le fondamenta dei castelli che andavo a erigere ma il mostro della gelosia si era solo nascosto e, senza preavviso, apparve più feroce di prima lasciando, come sempre, un cumulo di macerie.

E il mondo stesso si preparava a diventare una cloaca piena di rottami. Infatti il 30 gennaio 1933, il giorno in cui Hitler divenne cancelliere del Reich, io lascio la Germania e scrivo a Stefan Zweig: «Intanto le sarà chiaro che ci avviciniamo a grandi catastrofi. A parte quelle private – la nostra esistenza letteraria e materiale è annientata – tutto porta a una nuova guerra. Io non do più un soldo per la nostra vita. Si è riusciti a far governare la barbarie. Non si illuda. L’Inferno comanda».

E lui risponde «Inerme e impotente, dovetti essere testimone della inconcepibile ricaduta dell’umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece col suo potente e programmatico dogma dell’anti-umanità».

Da allora, ho vissuto prevalentemente a Parigi e viaggiando per l’Europa ma le cose peggioravano e il 23 maggio #00000a;">1939 fui trasferito all’ospizio dei poveri, dopo uno svenimento al Café Tournon. Il 27 maggio sono morto per una #00000a;">polmonite bilaterale. L’esito fatale della malattia fu favorito da una crisi di #00000a;">delirium tremens, che era lo zenith del mio rapporto con l’alcool. Davanti al mio corpo ci furono ressa e rissa, tutti se lo contendevano: cattolici, ebrei, comunisti. Io intanto finalmente libero dal mio compagno di viaggio e, nello stesso tempo, immedesimandomi in lui mi rivolgevo a quell’entità superiore – che molti sperano esista, ma, nello stesso tempo, si augurano che non sia vero – sbattendogli in faccia la mia rabbia e la mia impotenza: “Dio, se io fossi vivo e non qui al tuo cospetto, vorrei rinnegarti. Ma giacché ti vedo con i miei occhi e ti sento con le mie orecchie, dovrò far di peggio che rinnegarti. Dovrò ingiuriarti! Milioni di esseri, come me, metti al mondo, Dio, nella tua fecondissima insensatezza, ed essi crescono creduli e codardi, e nel tuo nome sopportano le bastonate, nel tuo nome salutano gli imperatori, i monarchi, i governi, nel tuo nome si fanno bucare dalle pallottole, infliggere ferite purulente, trafiggere il cuore da baionette a tre spigoli, oppure strisciano sotto il giogo delle tue giornate lavorative, e le amare domeniche coronano di uno squallido smalto le loro atroci settimane, e hanno fame, ma tacciono, e i loro figli avvizziscono, e le loro donne diventano brutte e false. Le leggi proliferano sul loro cammino come perfida gramigna, e i loro piedi si confondono nel garbuglio inestricabile dei tuoi comandamenti, sicché cadono e ti implorano, ma tu non li sollevi. Ad altri uomini, che tu ami e nutri, è lecito castigare noi senza neanche l’obbligo di cantare le tue lodi. A costoro tu condoni preghiere e sacrifici, equità e umiltà, in modo che essi ci possano ingannare. Noi trasciniamo il peso delle loro ricchezze e dei loro corpi, dei loro peccati, e dei loro castighi, noi li sgraviamo dei dolori e dell’obbligo di espirare, delle colpe e dei crimini, e purché essi lo vogliano, noi ci ammazziamo… Ma tu, che ci sei, perché non ti muovi? … Tu sei il colpevole, non i tuoi scherani. Possiedi milioni di mondi e non sai cosa fare. Com’è impotente la tua onnipotenza! Hai da sbrigare miliardi di cose, e alcune le sbagli? Ma che Dio sei, allora! Se la tua crudeltà è una saggezza che noi non comprendiamo, allora sì che ci hai fatti imperfetti! Se siamo condannati a soffrire, perché non soffriamo tutti nella stessa misura? Dato che le tue benedizioni non bastano per tutti, distribuiscile almeno con equità!… Ma tu sei qui, unico, onnipotente, inesorabile, l’istanza suprema, eterna…e non si può sperare che il castigo ti colga, che la morte ti svapori in una nuvola, e neppure che il tuo cuore si desti. La tua grazia non la voglio! Mandami all’inferno!».

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

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