La signora in rosso: O(c)casio(ne) o farsa?

di Gianluca Cicinelli

Come si cambia la realtà? Protestando. Per cominciare. Lottando. Inscenando cioè forme di ostruzionismo e opposizione finanche dei corpi. Votando. Infine. Per votare e cambiare qualcosa devi però avere o costruire una maggioranza. Ecco, il problema storico, non soltanto italiano, del rapporto tra elettori ed eletti è proprio questo. Quando c’è qualcosa che non va e riesci, raramente, a interloquire con chi fa parte di una maggioranza o addirittura di un governo, locale o nazionale che sia, scopri all’improvviso che la persona con cui parli fa sì parte di quella maggioranza, capisce le tue ragioni, ma la maggioranza della sua maggioranza non è buona e aperta al problema come lui/lei e quindi le cose probabilmente continueranno così a lungo, ma lui/lei ti capisce e ti sostiene.

All’inizio del gioco democratico magari ci credevamo pure. Pensavamo a quel povero deputato/a, sindacalista, costretto a ingoiare bocconi amari, dai tagli al salario all’espulsione dei poveri dalle città, pur di far passare un emendamento o un ordine del giorno che restituisse almeno 1 euro al lavoratore angariato o una coperta al povero allontanato. Poi però la sensazione di vivere quella che a Roma viene volgarmente chiamata “coglionella” (essere presi in giro reiteratamente e con cinismo da parte di chi ha già deciso in partenza di fregarti) si è fatta sempre più forte. Ho provato questa sensazione guardando la foto di Alexandria Ocasio-Cortez, in arte AOC, deputata di New York in quota Partito Democratico (l’originale) che lunedì scorso all’Oscar della moda del Met Gala, 35 mila dollari per entrare e 300 mila dollari per un tavolo, è arrivata con un abito con giacca di lana avorio Brother Vellies personalizzato con una balza in organza e il messaggio “Tax the Rich” impresso in rosso sulla schiena, con un’assistente personale a reggerle lo strascico del vestito.

La notte stessa ho sognato, I had a dream, Martin Luther King che si presentava a una riunione del Ku Klux Klan con un completo Armani con cucita sulla camicia la scritta “One race, the human one”. Non contesto la presenza di una persona che si autodefinisce “socialista”, ricordandoci la parabola discendente del termine in questo secolo, a un evento di ricconi stronzoni. Una ricerca della Reuters/Ipsos su 4.441 intervistati negli Usa, ha scoperto che il 64% concorda sul fatto che i super ricchi dovrebbero contribuire con una quota extra della loro ricchezza totale per sostenere i programmi pubblici; il 77% dei favorevoli tra i Democratici e il 53% tra i Repubblicani.

In sostanza la Ocasio-Cortez ha cercato facile fama sfondando una porta già aperta presso l’opinione pubblica; non è stato un gesto di rottura, come dimostra anche l’accoglienza favorevole che ha ricevuto dai ricconi/stronzoni che con un solo bottone d’oro del loro vestito potrebbero pagare la vita universitaria di almeno cinque studenti meno abbienti. La tamarrata di AOC avviene, a sottolinearne la ridicolaggine, a dieci anni esatti da quel settembre 2011 in cui il movimento Occupy Wall Street conquistò e mantenne come quartier generale della sua protesta anticapitalista Zuccotti Park, un parco pubblico a pochi passi dalla Borsa di Wall Street. “We are the 99%” era lo slogan, amplificato dai 2 mila arresti a New York e altri 8 mila in iniziative di solidarietà lungo tutti gli Stati Uniti.

Secondo i commentatori del New York Times, Occupy ha influenzato in maniera decisiva gli scioperi dei lavoratori dei fast-food nel 2013 e contribuito alla lotta dei lavoratori di Hot and Crusty per salari più alti e il diritto di formare un sindacato. Una campagna di Occupy Wall Street chiamata “Strike Debt” ha cancellato 4 milioni di dollari di prestiti per 2761 studenti strozzati dai debiti. Allo sciopero generale proclamato da Occupy nel maggio del 2012 parteciparono almeno 50 mila persone. Cosa c’entra tutto questo con il vestito della Ocasio-Cortez? Niente. Un bel niente, e proprio questo è il punto.

Sostengono gli adulatori di AOC che in questo modo, la scritta sul vestito, ha lanciato un messaggio sul problema della diseguaglianza. Un messaggio non certo scandaloso, come abbiamo visto dal consenso che la tassazione maggiore dei ricchi trova tra gli statunitensi, e di sicuro ininfluente dal punto di vista pratico, come abbiamo visto in merito ai reali movimenti per porre fine alle diseguaglianza quale è stato Occupy. Lei, Alessandra, sostiene di aver potuto così porre il problema parlando direttamente con quegli stessi ricchi che non vogliono tasse sulla ricchezza. Poi per raccogliere fondi sulle sue campagne politiche ha messo in vendita la maglietta con scritta “tax the rich” a 27 dollari e la felpa con cappuccio a 58 dollari. In fondo vive pur sempre nella patria del capitalismo. Cosa direbbe, oggi che è deputata, Alessandra Ocasio-Cortez ai rappresentanti di un prossimo auspicabile Occupy Wall Street? Spiegherebbe loro che lei ce la mette tutta ma il suo partito non la segue; d’altronde, avete visto?, hanno piazzato Kamala Harris dietro a Biden proprio per frenare i progressisti tra i dem… Bernie è ormai un po’ rinco, Obama parla solo con Bruce Springsteen e a me m’hanno rimasta sola. Insomma, senza un movimento reale alle spalle, senza essere espressione di un’agitazione sociale spontanea, senza essere in grado di promuovere leggi nel Paese pur facendo parte della maggioranza che ha eletto il Presidente e controlla la Camera la povera Ocasio-Cortez è finita a fare la parte di quel vostro/nostro deputato di Canicattì o della Val Brembana che vorrebbe fare tante cose belle ma purtroppo il partito non gliele fa fare.

ciuoti

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