La Tierra Blanca

un racconto di Maurizio Cometto (*)

XIX settembre

Piaccia sapere a Sua Maestà Cristianissima che oggi ho preso formalmente possesso di questa terra, battezzata “Tierra Blanca”. Brevemente narrerò le vicissitudini che condussero l’equipaggio della “Rosa del Sol” a sbarcare sulle coste di quella che si sarebbe rivelata essere un’isola.

In rotta per il Nuovo Mondo ci sorprese la tempesta dopo soli quattro giorni di navigazione. Fu, quella, una notte terribile. L’equipaggio era spossato, le onde altissime e minacciose non davano tregua, la “Rosa del Sol” imbarcava acqua dappertutto e rollava pericolosamente. D’improvviso fummo scagliati sopra un banco di scogli affioranti; lo scafo si ruppe con un secco rumore di morte. Alcuni dell’equipaggio, disperati, si gettarono in mare. Altri, tra cui io, restarono a bordo, decisi a trovare una morte più eroica. Non mi si chieda ciò che successe in quei frangenti. E’ tutto un vorticare di corpi stremati, un gridare le ultime preghiere nel frastuono, un seguire l’affondamento con turbinante esaltazione.

Nell’istante in cui fummo sommersi piombammo nel buio dell’incoscienza. Sua Maestà Cristianissima mi perdoni se parlo a nome dell’intero equipaggio, ma in seguito, confrontando le nostre testimonianze, appurammo che a tutti era accaduto più o meno nel medesimo tempo.

Quando rinvenimmo, ci ritrovammo su una “Rosa del Sol” intatta, sani e salvi, naviganti di un mare pacifico illuminato da una luce bianca. La luce bianca era il Sole, un Sole diverso dal consueto. Più luminoso, eppure meno accecante, lo si poteva guardare fissamente ma gli occhi non bruciavano, e anzi il cuore si riempiva di beatitudine.

Ci guardammo in faccia, riconoscendoci. Non c’erano feriti. Uniche perdite: i codardi gettatisi tra le onde prima del presunto affondamento. Non li piangemmo: in fondo, se lo erano voluto.

Subito capimmo che qualcosa di misterioso ci era accaduto. Quel luogo non era neppur lontanamente imparentato con quello dell’affondamento. Gli strumenti di bordo erano impazziti, il cielo stellato incomparabile a qualunque altro visibile da qualsivoglia punto della Terra. Inoltre lo scafo della “Rosa del Sol” appariva come nuovo, e questo era forse l’aspetto più inquietante.

Si narra che al largo dell’arcipelago scoperto da Bermudéz, e in mari inesplorati dalle parti del remoto Catai, misteriose forze artiglino le navi per scaraventarle in mondi lontani, inconcepibili dall’umano raziocinio. Ciò che ci successe non può non appartenere a un tal genere di accadimenti. Che si tratti di Volontà Divina o di Scherzo Diabolico non spetta a me giudicare, tuttavia…

La calda soavità di quel Sole bianco, la mitezza del clima sia diurno che notturno, suggeritori di abbandono estatico; di notte una luna incomparabile, generosa dispensatrice della sua argentea luce, avvolgente come un abbraccio materno; e inoltre, mai una tempesta, mai una bonaccia; tutto questo faceva pensare a un intervento benefico piuttosto che maligno.

Quando infine oggi abbiamo abbordato la “Tierra Blanca” (banale appellativo tuttavia appropriato), ci è venuto in mente quello che le Sacre Scritture definiscono “Paradiso Terrestre”. Per la feconda e rigogliosa vegetazione, di genere tropicale ma in tutta evidenza governata da mano intelligente. Per la fauna inoffensiva, costituita soprattutto da variopinti uccelli e da piccoli mammiferi. Per la presenza di alcune capanne, vuote ma predisposte ad accogliere, curiosamente dotate di un numero di giacigli corrispondenti all’equipaggio, me compreso. E per altri particolari ancora.

Mentre giravamo per la spiaggia, appena sbarcati, confusi ma felici, il Capomastro mi si è accostato, e mi ha detto queste parole:

– Ammiraglio, parlo a nome dell’intero equipaggio, come ho sempre fatto e come sempre farò. È opinione generale che abbiamo trovato il Paradiso Terrestre. Questo mare, questa spiaggia dorata, ciò che sono certo troveremo più avanti. Per non parlare poi di questo Sole. Ebbene, perché allora non fermarci, domandiamo? Perché non gettarci alle spalle i nostri affanni, e inebriarci di questa beatitudine? Perché non spendere i pochi anni che ci rimangono da vivere, Ammiraglio, in costante adorazione di questo benefico e pacifico Sole?

Mi sono guardato d’attorno, poiché la luce dei suoi occhi mi era fonte di inquietudine. Era una luce inusuale per l’anima di un forte, scaltro e avvezzo al bere uomo di mare. Una luce simile dovevano averla avuta gli occhi di Mosè, di fronte alle acque del Mar Rosso che al suo comando si aprivano, ho pensato.

Buona parte degli uomini era sdraiata sulla soffice sabbia, e teneva gli occhi fissi verso il Sole. Non ho risposto subito alle parole del Capomastro. Ero confuso.

Una forza irresistibile cospirava dentro me a sciogliermi le membra, ad abbandonarmi sulla spiaggia per guardare il Sole, per inebriarmi della sua luce. Questa forza era d’accordo con il Capomastro: voleva che rimanessi. D’altro canto la voce del mio spirito, quella che alcuni chiamano “lucidità”, era ancora forte e ben viva in me.

Allora finalmente sono riuscito a rispondere:

– E i nostri cari, che ci stanno aspettando laddove nel cielo le stelle sono al posto giusto? Non pensate a quanto soffrirebbero? E a cosa penserebbero se sapessero della nostra rinunzia, del nostro abbandono, della nostra caduta?

Ma mentre così parlavo mi chiedevo: davvero si tratterebbe di una caduta?

Il Capomastro ha semplicemente scrollato le spalle. Non è sembrato smosso né turbato dai miei dubbi. Anzi ha poi detto forte, quasi che tutti potessero sentirlo:

– Inoltriamoci nell’isola. Dobbiamo trovare le capanne. Dobbiamo trovare i nostri giacigli.

Subito non ho compreso a cosa si riferiva. Ma in seguito, quando abbiamo trovato le capanne, i giacigli, forse è stato lì che ho cominciato a cedere. Sua Maestà Cristianissima perdoni la mia franchezza, eppure è così: ho cominciato a cedere, e insieme al cedimento è esplosa la gioia. E temo, come tutti, che presto mi abbandonerò.

Un senso di rispetto quasi ci impediva di occupare le capanne. Tuttavia, setacciando l’isola, non abbiamo trovato altri esseri umani. Allora ci siamo insediati, trovandole confortevoli.

XXVI settembre

Prima settimana di permanenza sull’isola. Sua Maestà Cristianissima perdonerà la debolezza di un Ammiraglio prossimo al pensionamento, e di un equipaggio stremato da mille avventure. Come temevo, abbiamo trascorso i primi giorni nell’ozio più completo, saziandoci dei frutti della Tierra e inebriandoci della luce del Sole. Proprio da quest’ultimo mi giungono segnali inquietanti. Egli è fonte – per me come per tutti – di sublime beatitudine, non paragonabile ad alcuna esperienza “terrestre”, se posso usare il termine. Parrà forse eccessivo quanto andrò a descrivere, ma corrisponde esattamente a ciò che sta accadendo. Il Capomastro e l’equipaggio, e insieme a loro io – sì, proprio io, Carlos Guillermo Rodriguez -, consumiamo le giornate distesi sulla spiaggia, seguendo l’astro diurno nel suo cammino attraverso il cielo. E tanta è la gioia che esso ci infonde, sia singolarmente a ciascuno di noi sia collettivamente a tutto il gruppo, che ci dimentichiamo perfino di mangiare. Ho quasi l’impressione che una fame “spirituale”, se mi è consentito l’aggettivo, che rende l’idea pur essendo (forse) fuori contesto, si stia sostituendo alla più terrena fame “del corpo”.

Passo le notti a domandarmi se questo sia bene oppure male. Non esortano forse le Sacre Scritture al distacco dalla materia in favore dello spirito? Ma ha a che fare con lo spirito, potrebbe obiettare Sua Maestà Cristianissima, l’eretico Sole di una terra aliena?

Intanto il Capomastro si è calato totalmente nelle vesti del profeta. E’ come se al capolinea di tanto peregrinare fosse giunto finalmente alla sua Terra Promessa. E’ l’unico dell’equipaggio che mostra visibili segni di inquietudine. Ogni tanto si aggira in mezzo ai nostri corpi stesi al Sole, e pronuncia frasi che bestemmie suonerebbero, se mai sopraggiungessero al delicato orecchio di Sua Maestà Cristianissima.

Non posso trattenermi dal riportarne una, confidando nella Sua infinita clemenza. Il Capomastro, soprattutto nei minuti che precedono l’alba, e in quelli che seguono il tramonto, piomba in uno stato di gioia esaltata, al contrario di noi, che siamo presi da angoscia sottilissima. E in quello stato di esaltazione, egli sussurra, poi declama, poi urla, la sua ipotesi definitiva.

Secondo questa ipotesi, l’astro non sarebbe altri che… altri che… altri che…

Ecco, mi vien meno perfino il coraggio di vergare il Sacro Nome dell’Altissimo.

Ma Sua Maestà Cristianissima perdonerà la debolezza di un Ammiraglio in fase calante, e di un Capomastro reso pazzo dal naufragio.

XXIX settembre

Decimo giorno di permanenza. L’Astro si è fermato. Sua Maestà Cristianissima perdonerà la poco ortodossa sintassi di questi appunti. L’Astro si è fermato adagiandosi sull’orizzonte. E da lì non si è più mosso, e da lì ci sta guardando. Era il tramonto. Io e i miei compagni, sdraiati sulla sabbia, attendavamo che scomparisse, come ogni sera. Con la pelle bruciata dai raggi dell’Astro, che ormai da più giorni passava sui nostri corpi. Pelle bruciata senza dolore. E gole prosciugate senza bisogno di acqua, corpi indeboliti senza bisogno di cibo, menti sovraccariche senza bisogno di sonno. Attendavamo che scomparisse. Attendeva il Capomastro, unico in piedi. Capomastro profeta selvaggio e imprevidente, lo sguardo sconvolto immerso nella Sua luce. Fu lui a innalzare le mani verso il cielo. Fu lui a urlare, ad accorgersi per primo. E’ giunta la fine, urlava, è giunta la fine. Lui si sta fermando. Giunto al termine è il nostro peregrinare. Attendavamo che scomparisse. Ma Egli non scomparve, per nostro assoluto tripudio. E quando fu certo, quando le ore passarono senza che nulla mutasse, ci alzammo in piedi. Ci alzammo in piedi, mentre il Capomastro, come sfinito, crollava sulla sabbia. Ma non badammo a lui. E’ là sull’orizzonte, e sembra che ci chiami. Oh, gioia inesprimibile! Non dormiamo più, non mangiamo più. L’uomo non ha bisogno di queste zavorre. Una viziosa abitudine le fa apparire indispensabili. E quanta leggerezza in cambio! E’ come se avessimo varcato una soglia. Ce ne resta ancora una da varcare. Laggiù, Lui. Presto i Messaggeri verranno ad accoglierci. Il Capomastro aveva ragione, povero Capomastro. Sua Maestà Cristianissima perdonerà la poco ortodossa inclinazione di questi appunti.

***

Qui Rodriguez. I Messaggeri sono sbarcati sull’isola. Ce ne sono tre o quattro per ogni membro dell’equipaggio. Tranne il Capomastro: per lui non è sbarcato nessuno. Perché non ne ha bisogno? Perché a differenza degli altri conosce già la via? Ma allora per quale motivo adesso lui sta indietro, mentre noi gioiamo insieme ai nostri Messaggeri? Io ho visto il mio Vecchio, papà Rodrigo, vivere! E Delfino, e Marcela, la pupilla dei miei occhi… Ma il peggio è stato Conte. L’avevo ucciso in duello, nella mia turbolenta giovinezza, a causa di una donna. Ne avrei uccisi molti altri, negli anni già trascorsi. In battaglia, tra i pirati, nelle bische. Ma Conte rimaneva dentro me come una macchia, un rimorso a cui senza volere si torna, nei momenti di calma degli eventi. Conte è sbarcato, mi ha stretto la mano, e mi ha detto: – Di te avrei fatto lo stesso. Le lacrime spuntavano ai miei occhi. Prima l’ho abbracciato, contento. Poi ho guardato l’Astro, mi sono genuflesso, e ho esclamato: – Per servirvi!

Sentivo alle mie spalle, sulla mia schiena, lo sguardo muto e forse deluso del Capomastro.

Adesso ci imbarchiamo. Loro sono qui per guidarci verso la Luce. La Luce, ho scoperto, è diversa per ognuno. Io sono contento di avere la mia Luce. E’ impossibile descriverne il colore. Forse da dove veniamo – dove Sua Maestà vive ancora – non esiste neppure. – La tua Luce è molto simile alla mia -, mi ha confidato Marcela. In fondo è come fossimo tutti bambini.

Tranne il Capomastro. Lui era bambino. Ora è diventato vecchio.

***

Maestà, qui Guillermo. Luce bianca all’orizzonte. Sempre più senso di pace. Perdona sintassi blasfema. Qui meraviglioso. I tuoi regni sono niente al confronto di questo. Non è forse il bianco la somma di tutti i colori? E poi Marcela, papà Rodrigo; Conte con la ferita che profuma di crisantemi; Delfino che gioca con la spada, mena fendenti, tutto trapassa senza perire. Senza ferire. Perdona Cristianissima parole dallo spirito. Navighiamo nell’aria. Il mare non c’è più, sparito sotto noi. Se chiudo gli occhi vedo il mio corpo. E’ in fondo all’oceano, trattenuto dal sartiame. Non si dibatte più. Non respiro più. Sono morto. La nave colò a picco, noi trovammo pace. I codardi morirono, ma in modo diverso dal nostro. Un modo più cieco. Pregherò per loro.

Siamo tutti morti, tranne il Capomastro. Ecco perché non si è imbarcato con noi. Vedo il Capomastro durante il naufragio, scaraventato fuori dalla Rosa del Sol. Eccolo spuntare tra le onde, aggrappato a un frammento dell’albero di trinchetto. Esausto, stremato, ma vivo, infine è raccolto da un brigantino di passaggio dopo la tempesta.

Il Capomastro, unico superstite dell’affondamento della Rosa del Sol.

Vedo ancora la sua mano che saluta dalla spiaggia, poi la schiena, poi più nulla.

Chi ha voluto che il suo fantasma, fantasma di un vivo tra i morti, ci indicasse la via?

Eppure dobbiamo a lui se abbiamo creduto.

Prima di abbandono sempiterno. Chiudere in bottiglia carte, gettare in mare bottiglia. Altezza, qui Carlos. Adios.

(*) Questo racconto è tratto dall’antologia «L’incrinarsi di una persistenza» (in blog se ne è parlato) del bravissimo Maurizio Cometto che da anni si muove, come fosse Thelonius Monk, su tutti i “tasti” del fantastico. Qui c’è il senso e la speranza dell’ignoto, che per gli esseri umani è come l’ossigeno: «e purtroppo l’era informatica, pur dandoci molto altro – scrive Cometto – ce ne priva man mano sempre di più». A pochi giorni da Rosetta che aggancia la cometa esce confermata la mia teoria che Cometto (il cognome conferma) sia sceso da qualche astro. (db)

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