La trasformazione dei Gilet Gialli

un testo di WU MING (*)

Dire che in Francia ci sono «i forconi» rivela un approccio italocentrico. Tutto molto semplicistico e frettoloso.. In realtà tra i Gilet Gialli si sono aperti spazi, e le contraddizioni che si acuiscono vanno sfruttate anziché rigettate

Nelle scorse settimane, su Twitter abbiamo segnalato diversi #ff6600;">testi e video che ci sembravano rendere conto della situazione francese, della sua complessità e della sua ricchezza, proponendo chiavi di lettura non banali. Ora abbiamo risegnalato tutti di fila i materiali più significativi, costruendo anche un «momento». Si intitola In cosa si trasformeranno i Gilets Jaunes?→ si trova qui.

La descrizione è: «Analisi da dentro e “da accanto”, da punti di vista anticapitalisti o comunque problematizzanti, #ff6600;">contro la narrazione dominante in Italia (ma ormai scomparsa in Francia) #ff6600;">secondo cui quella dei Gilet Gialli sarebbe solo una lotta “destrorsa”».

Quando, ormai un mese e mezzo fa, sono partiti i primi blocchi stradali, in Italia si è pensato subito ai cosiddetti «#ff6600;">Forconi». Vedendo che il casus belli riguardava una nuova tassa “ecologica” sul carburante proposta dal governo, e vedendo la composizione inevitabilmente “spuria” della mobilitazione, ci si è lanciati in ogni sorta di paragone coi nostri qualunquismi: non solo i Forconi ma il Partito degli automobilisti, i#ff6600;"> grillini ecc.

In un oggettivo gioco delle parti, da un lato#ff6600;"> le destre italiane hanno subito cercato di appropriarsi del movimento, dall’altro#ff6600;"> i benpensanti #ff6600;">liberal#ff6600;"> – quelli che hanno come modello di giornalismo #ff6600;">Repubblica#ff6600;"> – lo hanno tacciato di fascismo, sovranismo, antiecologismo, negazionismo climatico e quant’altro. Hanno dato la colpa ai social, all’ignoranza, al razzismo e chi più ne ha più ne metta.

#ff6600;">Tutto molto semplicistico e frettoloso.

Lasciamo perdere l’incoerenza della destra che, simultaneamente, applaude i blocchi stradali e il Decreto Salvini (che criminalizza i blocchi stradali). Come hanno fatto notare molti studiosi, la cultura di destra non è basata sulla coerenza e sulla logica, è una pentola dove ribolle una poltiglia di simboli e miti gettati dentro a cazzo di cane. È una brodaglia di cazzi di cane. È importante invece soffermarsi sul provincialismo e sui riflessi condizionati tanto dei nostri fascioleghisti quanto dei nostri liberal: entrambi hanno subito pensato che la mobilitazione francese fosse «di destra», perché entrambi #ff6600;">credono che le sinistre e i movimenti francesi siano ridotti come i nostri. Cosa che è molto, molto lontana dal vero.

Nel caso dei liberal, c’è un elemento in più: meno di due anni fa hanno fatto l’apologia di #ff6600;">Macron in quanto presunto «argine al populismo», e #ff6600;">il Pd renziano lo ha sempre indicato come modello. A giugno Renzi ha annunciato un’alleanza europea tra lui, Macron e il partito di destra spagnolo Ciudadanos. Insomma l’investimento su «Manu» è stato ingente.

Ora che#ff6600;"> la conflittualità sociale ha #ff6600;">disintegrato#ff6600;"> la popolarità e la reputazione di Macron (e chissà che non c’entri qualcosa anche il «tocco di Mida al contrario» del PD), che i suoi fan italiani abbiano il dente avvelenato è comprensibile; dunque, che taccino di «fascismo» quel che si muove contro l’Eliseo è normale.

Quanto alle parole d’ordine «qualunquiste» e «antiecologiche», #ff6600;">la nuova «eco»-tassa proposta da Macron è stata solo la scintilla iniziale. La protesta si è presto estesa a tutto il sistema.

Detto questo, è giustissimo, #ff6600;">è #ff6600;">sacrosanto#ff6600;"> lottare contro la tassazione regressiva, cioè contro il tentativo di far pagare la crisi – anche ambientale, in questo caso – solo ai più poveri. In Francia come in Italia,#ff6600;"> le politiche liberiste hanno drasticamente ridotto il trasporto pubblico, tagliato presunti «rami secchi» ferroviari, spostato gli investimenti dal servizio capillare e universale all’alta velocità che collega solo i grandi centri. Se prima non si interviene su questo, ogni tassa sul carburante colpirà solo chi, per andare a lavorare, non ha più alternative all’automobile.

Dulcis in fundo, se al principio nei blocchi stradali era dominante il ceto medio proletarizzato, bianco e di provincia (il che comunque non implica per forza appartenenza politica di destra), presto la composizione si è fatta più complessa e variegata. Anche politicamente.

#ff6600;">Quando abbiamo visto, con sempre maggiore frequenza, scene di neofascisti individuati nei cortei, picchiati, cacciati via, abbiamo capito che la composizione stava cambiando.

#ff6600;">Nelle grandi sommosse parigine degli scorsi sabati è entrata in azione la stessa soggettività che ha animato l’ultimo grande ciclo di lotte, contro la Loi Travail e non solo. C’erano le persone che si erano riunite nelle Nuits Débout e quelle che erano partite nei radicalissimi «cortei di testa»; c’erano gli studenti che hanno più volte occupato – e tuttora occupano! – licei e università e i lavoratori protagonisti dell’ultima ondata di scioperi generali (ben visibili i ferrovieri); e c’erano gli attivisti che hanno difeso la ZAD di Notre Dame des Landes. E non erano solo adesioni individuali: si trattava proprio delle stesse sigle, degli stessi collettivi e coordinamenti. Quando lo abbiamo fatto notare, qui in Italia ci hanno fatto controesempi di bandiere fasciste ai blocchi stradali, di slogan razzisti, del tal punto del «programma» dei Gilet Gialli ecc.

A parte che – lo abbiamo sempre visto – #ff6600;">quando un movimento reale si sviluppa, qualunque confuso «programma» iniziale diventa subito carta da culo. A parte ciò, non è davvero questione di «ottimismo»: è che non vogliamo semplificare, etichettare, scomunicare da lontano.

Se è bastato che anche i movimenti già in lotta indossassero il gilet giallo, ovvero ne facessero un détournement, significa che #ff6600;">si sono aperti spazi, e le contraddizioni che si acuiscono vanno sfruttate anziché rigettate.

#ff6600;">Soprattutto, non vogliamo leggere la situazione francese, che è molto più avanzata, con occhiali italiani, visto che la nostra situazione al momento è più arretrata. Siamo gli ultimi a poter giudicare le lotte altrui, e a poter fare la morale a una lotta perché “spuria”.

Dire che in Francia ci sono «i forconi» rivela un approccio italocentrico. Oltreché italocentrico, è un paragone fallace, perché#ff6600;"> i forconi furono un fuoco di paglia, un surrogato di conflitto reale tipico di quando la lotta di classe è flebile – la lotta di classe dal basso verso l’alto, perché quella dall’alto verso il basso è sempre feroce – e la sinistra, autodistruggendosi, ha lasciato un buco. In Francia, all’opposto, la lotta di classe infuria da anni e il buco di cui sopra non c’è.

Buona lettura.

E, per citare Carlo Rosselli, «oggi in Francia, domani in Italia».

(*) riprendiamo questo testo – con le immagini – da Comune-info dove ci sono anche altri link interessanti con un rimando a https://comune-info.net/2018/12/gilet-gialli-e-decrescita-delle-diseguaglianze/

 

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