Le cose belle

Il film di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno in cofanetto: due dvd, un cd e un libro.

di Giuliano Spagnul

A tre anni dall’uscita nelle sale del film di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno «Le cose belle», arriva ora in vendita il cofanetto, distribuito dall’Istituto Luce – Cinecittà, con due dvd, un cd e un libro.1 I due dvd sono rispettivamente: il film «Intervista a mia madre» girato per la Rai nel 1999, in cui quattro adolescenti napoletani, invertendo il rapporto registico, intervistano le proprie famiglie e in particolare le loro madri; il secondo a dieci anni di distanza riprende le vite degli stessi protagonisti che nel frattempo hanno perso quell’innocenza che “li metteva in pace con se stessi e conferiva loro quella forza vitale (…) necessaria per resistere”2 alla “catastrofe della loro città.3 Sono storie di ragazzi, che poi diventano adulti, marginali ma non totalmente emarginati; appartengono alla non-classe dei disoccupati. Un’appartenenza che a Napoli “può raggiungere il paradosso per cui detenere un’identità data dalla disoccupazione è molto meglio che averne una relativa ad un lavoro di merda.”4 Ci sono due grandi assenti ne «Le cose belle» (intendiamo d’ora in poi col titolo del secondo entrambi i film, considerandoli nella loro unitarietà): il primo è la camorra: esaltatore di sapori facile da usare quando si racconta Napoli fa sì che “anche se non sai esattamente di cosa parli, se infili qui e là un po’ di camorra, qualche apprezzamento lo ottieni”5. Ma la sua assenza è talmente insistita da ottenere quasi l’effetto opposto: l’idea di una Napoli libera dallo Stato, in cui chi vuole può associarsi/sottostare al potere della camorra e chi no continuare a vivere la propria vita di stenti, precarietà, illusioni, fallimenti. Che non è poi la vera realtà di Napoli?

Il secondo grande assente è la religione, o la magia, o comunque sia quelle tecniche protettive da sempre patrimonio culturale delle nostre “Indie di quaggiù”: il Meridione, nel suo complesso. E Napoli in particolare dove come ci ricorda Ernesto De Martino la “perdurante potenza del negativo si traduce dal punto di vista esistenziale, nella ricorrente esperienza della precarietà dei beni vitali elementari, nella insicurezza delle prospettive, nel caos di cozzanti interessi particolaristici e individualistici, e in generale nell’ininterrotta pressione di forze non dominabili – naturali o sociali che siano – prementi da tutte le parti e schiaccianti l’individuo senza che la cultura nel suo complesso e la società nella sua tessitura offrano la possibilità di comportamenti realistici efficaci per fronteggiare il negativo e ridurlo a misura umana”6. Le consuete risposte magiche/religiose ne «Le cose belle» vengono espunte e viene subito da chiedersi cosa possa averle sostituite (almeno nella realtà finzionale del film)7. L’appiglio per cercare di rispondere lo prendiamo ancora dalle pagine del libro allegato “Parlami delle cose belle. Storie di fiori tra le rovine (sedici autori che hanno amato il film in questo libro ci raccontano ‘Le cose belle’) come recita la quarta di copertina. Antonella Gaeta ci dice che “una canzone da cantare insieme c’è sempre ne ‘Le cose belle’ e su quelle parole, su quei pentagrammi melodrammatici, tutto si riannoda, come brevi prodigi quotidiani”8. I prodigi per superare la ‘potenza del negativo’ oggi si trovano forse più in una comunione capace di “trasformare il canto dolente dell’amore separato in un rito collettivo, in un cortocircuito poetico-melodico. Il passato non passa, è sussurro inquietante, pulp song, roba da post-chansonnier capace di (con)fondere Laurie Anderson e Sergio Bruni, Filipponio e gli Alunni del Sole, Tom Waits e Toni Astarita. Grande la confusione sotto il sole, la situazione quindi è eccellente”9 . La musica, la canzone, quella che il bambino Enzo canta andando a fare la ‘posteggia’ nei ristoranti e che da adulto si rifiuterà di continuare a fare, preferendo un lavoro servile come quello della vendita di contratti telefonici porta a porta. Ma alla fine, come il miracolo del sangue di san Gennaro che si scioglie, anche “Enzo alla fine, canta.”10 È una Napoli, quella che viene raccontata qui, in sintonia e in opposizione al tempo stesso con le parole di Pier Paolo Pasolini che equipara i napoletani a una tribù (simile ai Tuareg del deserto o agli zingari) che ha deciso “senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quello che chiamiamo la storia, o altrimenti la modernità. (…) un rifiuto sorto dal cuore della collettività”11. In realtà le mutazioni coatte sono avvenute, come scrive uno studioso del postumano, Cristian Fuschetto dell’Università Federico II di Napoli: “la trasformazione dei media umanizzati da media di addestramento a biopolitici media di allevamento”12 fa sì che a questi nuovi orizzonti culturali (moderni, postmoderni?) spettino nuove forme sia di assoggettamento che di resistenza ad esso. Ciò verso cui indaga questo gioiello documentaristico-finzionale è in definitiva proprio, per dirla ancora con Fuschetto, l’esistenza, le tracce di un possibile “profilo di un umanesimo dell’avvenire”13.

Per non dilungarci troppo potremmo chiudere qui, ma rimane una domanda… quella che dà il titolo al film: quali sono le cose belle? Dimmi le cose belle! E due sono le risposte: una da parte di Silvana quando le viene chiesto, appunto, di parlare delle cose belle della sua vita e un’altra fornita da Ferrente nella lunga intervista a conclusione del libro. In quest’ultima Ferrente dice che i quattro protagonisti, Silvana, Adele, Enzo e Fabio “è come se avessero trasformato il loro film e tutto il tempo passato insieme in una sorta di ciclo di psicanalisi dove, se non altro, hanno trovato o ri-trovato la consapevolezza di se stessi e della loro vita e del loro ambiente che li ha amati e ostacolati. Comunque ci hanno vissuto come una cosa bella e questo per noi è stato il premio più importante”14.

Nel film invece dice Silvana: “Le cose belle ripete a se stessa, prendendosi un tempo lunghissimo e aggrinzando gli occhi, per fissare un punto nel vuoto. Come chi prova a mettere a fuoco un miraggio”15.

E qui il film vero, documentarista coincide alla perfezione col più fiction dei film, quello dell’happy end di Frank Capra ‘La vita è meravigliosa’, in cui, come ci dice il filosofo americano Stanley Cavell, si può paragonare l’espressione di James Stewart a quella dello zar Ivan di Eizenstein: “(nella sequenza in cui James Stewart, accogliendo alla stazione ferroviaria il fratello che torna, capisce che questo ritorno per lui non significa la liberazione dagli odiati obblighi professionali ma il suo definitivo coinvolgimento in essi) che accompagna Stewart mentre si defila dalla scena dei felici scambi di saluti, barcolla sotto il crollo dei suoi sogni, cerca di rientrare in sé abbastanza da trovare una faccia presentabile. Qui ci viene regalata una visione del ragazzo americano che invecchia, intima e melodrammatica quanto quella di uno zar”16.

Nella galleria dei grandi ritratti del cinema, d’ora in poi, potrà starci a pieno titolo anche il volto di questa ragazza, Silvana, precocemente adulta che non sa trovare le cose belle della propria vita.

Nota 1: il libro è edito da DeriveApprodi (150 pagine) a cura di Christian Raimo con i contributi inediti di altri 16 autori che hanno amato il film.

Nota 2: p. 119 del libro (intervista a Ferrente di Camilla Ruggiero)

Nota 3: p. 117 (idem)

Nota 4: p. 46 (Maurizio Braucci)

Nota 5: p. 31 (Diego De Silva)

Nota 6: Ernesto De Martino, “Sud e magia”, Feltrinelli, 1983, p. 132-3

Nota 7: p. 7 Christian Raimo: Le cose belle è un documentario o un film di finzione? Ecco una domanda che, per chi ha visto il film, si rivela pleonastica. Le cose belle è un documentario creativo o narrativo, per come Ferrente e Piperno intendono la narrazione del reale, cioè come un uso poeticamente strumentale della finzione finalizzato a raccontare una verità. Ovvero l’esatto opposto di quanto avviene in tv nelle cosiddette docu-fiction o nei reality, dove c’è un uso strumentale della realtà finalizzato a raccontare una (non) verità, asservita alle esigenze di sponsor e share”.

Nota 8: p. 42 (Antonella Gaeta)

Nota 9: p.30 (Federico Vacalebre)

Nota 10: p. 27 (Elena Stancanelli)

Nota 11: Pier Paolo Pasolini, La napoletanità in “Saggi sulla politica e sulla società”, Mondadori 1999, p. 230-1

Nota 12: Cristian Fuschetto, “Darwin teorico del postumano”, Mimesis 2010, p.130

Nota 13: Cristian Fuschetto, ivi p.135

Nota 14: p. 121 (intervista a Ferrente di Camilla Ruggiero)

Nota 15: p. 82 (Giuseppe Sansonna)

Nota 16: Stanley Cavell, “Alla ricerca della felicità”, Einaudi 1999, p. LXV

 

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