Leoncavallo vive: dal passato al futuro
di ERMANNO GUARNERI aka “GOMMA” (*)
Essendo ormai over sessanta, e avendone viste e vissute parecchie su questo tema, mi genera un po’ di noia la tiritera mediatica che si innesca allo sgombero di un centro sociale occupato e, soprattutto, i connessi dibattiti sulla sua importanza nella città, sul tema della “legalità” per esempio. Noia e anche un po’ di fastidio; penso che la legalità sia un concetto non assoluto ma relativo, e che il potere, spesso, piuttosto che gestire con responsabilità certe situazioni spinose le lasci a macerare, sperando che si decompongano nel compost. Qui finisce l’analisi politica. Il Leoncavallo poteva/doveva essere “legalizzato” trent’anni fa. O venti. O di sicuro dieci. Nessuno se ne è mai preso la responsabilità. E oggi siamo ancora qui a parlare della “questione Leoncavallo”, mentre la destra ci balla sopra le sue ributtanti danze, pestando i piedi.
Per quanto mi riguarda, ho frequentato e mi sono “impegnato” in luoghi del genere dal 1980 fino più o meno al G8 di Genova del 2001. Poi ho mollato. Un po’ per stanchezza, un po’ perché mi era diventato chiaro che oltre un certo limite non si poteva andare. Nel senso che, se ti andava bene, ti rendevano la vita impossibile oppure, se ti andava male, ti facevano fuori. Quel limite si è peraltro recentemente ridotto. A oggi sono incensurato, ma con tutti i posti che in gioventù ho occupato e i vari casini combinati… beh, con la legislazione attuale ammetto che mi sentirei parecchio in ansia sul mio futuro: potrei accumulare potenzialmente almeno vent’anni di condanne. Per fortuna sono vecchio.
Però, quando mi chiedono se – avendo l’età giusta – rifarei oggi le stesse cose, penso che probabilmente le rifarei. Tipo “occupare” posti per farci dentro dei “laboratori di comunicazione”, termine che preferisco a “centri sociali”, che mi è sempre suonato un po’ triste. Considerando che mio padre faceva l’operaio, che di soldi in tasca ne avevo pochi, che le prospettive professionali erano oscure, penso di aver fatto quello che dovevo fare, e di averlo fatto per le cose che più mi piacevano: i libri, la musica e i posti selvaggi. Queste tre cose mi piacciono ancora e penso di aver buon fiuto se devo tirare su carte da quel mazzo.
Passiamo al memoir. Intorno al 1980 dopo alcuni tristi mesi …
[…]
Se ci sono persone che hanno bisogno, occupano per farci uno spazio sociale, necessariamente non sono delinquenti e non si meritano la galera. Ma riporto, perché ci credo fermamente, anche quello che mi ha insegnato il mio maestro, il libraio Primo Moroni: “Quando occupi, visto che togli un diritto a qualcun altro, ti devi fare carico di portare avanti un progetto verso la comunità. Devi restituire quello che togli. Allora va bene.”
Mi pare che sia questo il caso del Leoncavallo. E allora che facciano l’accordo, invece di agire con la forza.
QUESTO PICCOLO BLOG ADERISCE ALLA MANIFESTAZIONE DEL 6 SETTEMBRE
In “bottega” cfr Leoncavallo: «Giù le mani dalla città»



Mi pare che sia questo il caso del Leoncavallo.
Ma davvero? peccato che l’autore non abbia detto, non riportare Moroni, ma in che modo Daniele Farina e soci, abbiano fatto quel che diceva Moroni: “Quando occupi, visto che togli un diritto a qualcun altro, ti devi fare carico di portare avanti un progetto verso la comunità. Devi restituire quello che togli. Allora va bene.”
Se a Milano c’è un “centro Sociale ” che NON seguiva quanto diceva Moroni era proprio quello di Daniele farina e soci.