L’Ucraina non entrerà nella Nato

articoli, video e canzoni di Marco D’Eramo, Carlo Rovelli, Francesco Masala, Anonimo Tergestino, Marina Montesano, Francesco Gesualdi, Roger Waters, Maurizio Acerbo, Ciccio Auletta, Giovanni Bruno, Gregorio Piccin, Franco Astengo, Luigi G. de Anna, Vincenzo Costa, Alessandro Ferretti, Raoul Kirchmayr, Angelo Gaccione, Cristina Giudici, Alessandro Orsini, Bob Dylan

I cattivi hanno sicuramente capito qualcosa che i buoni ignorano! – Woody Allen

 

Premesso che sono contro tutte le guerre, contro tutte le occupazioni (in Ucraina, in Palestina, in Iraq, in Afghanistan, ecc. ecc.), gli esodi forzati, ed è vero che non esistono poteri buoni, provo a fare alcune considerazioni.

 

 

1 – Quando la coraggiosa Marina Ovsyannikova, apparsa durante il tg della tv russa Channel One esponendo il cartello “non credete alla propaganda, vi stanno mentendo” sapendo di rischiare fino a 15 anni di prigione (ma per ora se la cava con una multa, qui), viene osannata in tutto l’Occidente come eroina, mi è venuto in mente Julian Assange (e Wikileaks).

Assange non solo ha detto “non credete alla propaganda, vi stanno mentendo”, ma l’ha anche mostrato e dimostrato.

Purtroppo non è diventato l’eroe del Mondo, anzi è chiuso in carcere di massima sicurezza, e verrà estradato negli Usa per scontare 175 anni di galera, d’accordo tutti i governi (siano maledetti!) che amano adesso Marina.

 

2 – Se il Kosovo vuole diventare indipendente e il governo di Belgrado non vuole, la Nato interviene a suon di bombe (mai intelligenti), ma se il Donbass vuole diventare indipendente e il governo di Kiev non vuole la Nato e l’Onu fanno gli indifferenti.

E quando toccherà alla Scozia, o alla Catalogna, o ai Paesi Baschi?

Qualcuno dirà, e sempre il Kosovo, ma nel diritto internazionale (quello che esiste quando non c’è la guerra) i precedenti pesano come macigni.

 

3 – Ci preoccupiamo per tutte le persone che fuggono dall’Ucraina (giustamente), ma per le persone scappate negli ultimi otto anni dal Donbass bombardato e rifugiate in Russia ci siamo preoccupati?

E per tutte le persone che arrivano dall’Africa e dall’Afghanistan e dalla Siria, ecc. ecc,.  via mare e via Balcani ci preoccupiamo allo stesso modo?

 

4 – E che dire della divisione dei ruoli, lo Stato, maschio, lo dice l’articolo, fa la guerra, la società civile, femmina, lo dice l’articolo, accoglie i rifugiati.

E dopo la società civile interverranno i professionisti dell’accoglienza, che gioiscono come chi gioiva per il terremoto dell’Aquila (ascolta qui).

 

5 – Con tutte le risorse economiche destinate, in maniera crescente, alle armi e al ministero della Difesa (più spesso dell’Offesa, diciamoci la verità) che cosa si sarebbe potuto fare, in Italia?

Per esempio far sparire tutti i ticket sanitari, assumere personale sanitario a tempo indeterminato, potenziare la sanità pubblica, eliminare tutte le tasse scolastiche, comprese quelle universitarie, aumentare le pensioni, finanziare una parte delle spese per i consumi essenziali per le famiglie, dall’energia elettrica all’acqua.

Ma questo andrebbe contro le regole del capitalismo, diranno. Allora si fotta il capitalismo.

 

6 – Quando Lenin scrisse “L’imperialismo ultima fase del capitalismo” era un ottimista, il cancro del capitalismo si rinnova, trova nuove strade, per esempio l’oikocrazia (I principali protagonisti di questa fase storica non sono più gli stati-nazione, ma gruppi che agiscono come clan: mafie, gang, terroristi, signori della guerra, ma anche partiti e alte sfere della finanza e delle corporation multinazionali. l network di questi gruppi ha dato vita a una nuova forma di governo, che Fabio Armao (nel libro”L’età dell’oikocrazia”) definisce “oikocrazia”: la prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici, ripreso dal sito della casa editrice Meltemi).

 

7 – il capolavoro delle armi date agli ucraini è una sconfitta per l’Europa-zerbino, la Comunità Europea tornerà a fare il lavoro che sa fare, misurare la lunghezza delle banane, la dimensione delle vongole, la curvatura dei cetrioli (qui)

 

8 – il riarmo della Germania è terribile, per chi conosce la storia, il 2% del Pil tedesco, non del Lussemburgo, per la difesa è un’ottima notizia, per le guerre che verranno.

Si aggiunga che nelle Forze Armate tedesche i neonazisti godono di ottima salute (qui e

qui)

 

Un’ipotesi interpretativa per capire cosa succede (secondo me, naturalmente)

 

se è vero quello che scrive Giuseppe Cassini, ex ambasciatore e diplomatico, che

Lo stillicidio di morte potrebbe essere fermato se l’Occidente negoziasse alcune richieste di Mosca: 1° la neutralità dell’Ucraina garantita per trattato internazionale; 2° l’annessione della Crimea se confermata da un nuovo e libero referendum; 3° l’autodeterminazione del Donbass a statuto speciale. Gli Usa – oggi miracolosamente uniti agli europei di fronte all’orrore della guerra – potrebbero negoziare con Mosca e con noi un nuovo sistema di sicurezza europea, dal momento che l’intero continente, Russia inclusa, si trova ora pericolosamente esposto.”

da qui

 

E quando poi si farà la pace, speriamo presto, i punti da discutere saranno quelli che elenca Giuseppe Cassini.

 

e allora, perché la guerra?

 

Quando sento Vittorio Feltri dire una cosa saggia, dal primo giorno, e cioè è meglio che l’Ucraina si arrenda, per evitare danni enormi a quel paese, e che ceda alle richieste della Russia, cosa fa in comico teleguidato Zelensky, che ha i suoi soldi nei paradisi fiscali (qui)? Chiama il paese alle armi, contro l’invasore, sapendo lui e i suoi burattinai cosa sarebbe successo.

 

So che è come una bestemmia in chiesa, fare un esempio calcistico, ma non troppo.

Quando un giocatore subisce calci alle caviglie, spinte, sgambetti e l’arbitro mai fischia, e quando quel giocatore reagisce l’arbitro lo espelle.

Fuor di metafora, quando Eltsin l’ubriacone vendeva a prezzi di saldo o regalava la Russia alle imprese occidentale, Usa soprattutto, la Russia era molto simpatica. Quando la Russia ha deciso che bisognava smetterla con questa politica di saldi, allora la Russia è diventata il nemico.

In questi anni l’arbitro che si chiama Onu non ha ascoltato le proteste del capitano della Russia, non ha mai visto niente, non è mai intervenuto, molto impegnato fra un happy hour e l’altro.

 

Intanto Zelensky dice adesso che non si può entrare nella Nato, cioè Zelensky è d’accordo con la Russia.

Fra qualche giorno dirà che di avere il Donbass dentro l’Ucraina gli fa schifo, vedrete.

 

 

Lasciamo perdere l’Europa, beata nel girone degli ignavi.

Passiamo agli Usa, paese guidato da un sonnacchioso presidente, che parla solo se ha l’auricolare, padre di un giovanotto che ha fatto affari di qualche tipo con l’Ucraina negli anni scorsi.

Crozza ricorda qui che Biden, quando era in sé, escludeva allargamenti della Nato.

(che Vittorio Feltri e Crozza dicano cose molto più sensate del governo italiano è preoccupante, ma da anni l’Italia ha governi senza qualità)

 

Chi comanda a Washington?

Ricordate Dick Cheney, vicepresidente degli Usa dal 2001 al 2009, “famoso per la sua dottrina dell’un per cento (che recita: «se esiste un per cento di probabilità che qualcosa costituisca una minaccia, gli Stati Uniti sono tenuti a reagire come se la minaccia fosse certa al cento per cento»)” (qui)?

Era presidente della Halliburton (qui), che ha fatto un sacco di soldi per le commesse del governo, dopo l’invasione dell’Iraq del 2003 (a proposito, gli stati europei avevano inviato armi agli iracheni che lottavano contro l’invasore?).

 

Probabilmente è successa una cosa semplice, un insieme di imprese potenti, Halliburton e Blackwater (qui), e le imprese di armi, fra le altre, che attente al saggio di profitto (di marxiana memoria) e mai passato di moda, anzi, sanno che i (maledetti) dollari si fanno non con il turismo, la cultura, la pace, si fanno con la guerra, meglio se fatta dagli altri.

Cosa c’è di meglio che ricostruire un paese, le sue infrastrutture, i suoi palazzi, produrre nuove bombe per fare i soldi, una montagna di soldi come l’Everest (sarebbe brutto dire Cayman), riuscendo a farsi pagare dai russi che hanno creato le macerie?

L’Onu, a comando, finirà gli happy hour e si risveglierà per un nuovo Trattato di Versailles per le riparazioni attribuendo l’onere alla Russia.

Zelensky, quello dei paradisi fiscali, perfetto rappresentante delle classi dirigenti dell’Occidente, lo preannuncia: “la comunità internazionale vi spoglierà di tutto ciò che avete guadagnato negli anni. Ci stanno lavorando.” (da qui)

 

Chi vivrà vedrà.

 

nel 1992 Franco Battiato andò a Baghdad sotto embargo Usa ed europee per fare un concerto (qui), qualche musicista italiano romperà il fronte delle sanzioni e andrà a fare un concerto a Mosca?

 

Francesco Masala

 

 

 

dice Marco D’Eramo:

 

Tito era riuscito a fare una cosa incredibile, mettere insieme tante piccole realtà apparentemente inconciliabili, una parte proveniente dall’impero austro-ungarico, un’altra dall’impero turco e un’altra ancora indipendente (ricordate che all’inizio del ‘900 la prima guerra mondiale era stata preceduta, come pericolosa avvisaglia, dalle Guerre Balcaniche). La Federazione creata da Tito era riuscita a convivere per 45 anni.  Poi è successo lì ciò che sta succedendo in Ucraina adesso, cioè una guerra tra gente che parla la stessa lingua. Il serbocroato era una lingua sola, poi le lingue si sono differenziate a mano a mano. Ci sono poi elementi del tutto differenti: mentre adesso si dice che le regioni russofone del Donbass non possono essere indipendenti perché rovinerebbero l’unità territoriale ucraina, allora invece Bosnia e Kosovo dovevano essere separate per ragioni identitarie, etniche. Quando fa comodo, gli indipendentisti vanno bene; quando no, vanno male. Il fatto è che la Bosnia è qualcosa che non esiste. Lo sanno anche loro, che sono incasinati, e come per ogni soluzione artificiale, ci vorranno altre due tre guerre perché poi la storia faccia il suo budino umano. Ma a parte le similitudini, io insisto che quel che va tenuto sempre presente è che la Russia non è l’obiettivo principale degli USA. Tutt’al più può essere un esempio di punizione di come va castigata una marca di frontiera ribelle e riottosa che non ha saputo stare al posto suo. Gli obiettivi sono l’Europa per un motivo e la Cina per un altro.

In generale, per tornare alla guerra di questi giorni, è deprimente guardare la tv oggi perché non ci sono mai notizie. Non possiamo considerare notizia il fatto che venga aperto un corridoio umanitario, non ci dice niente su come stanno andando le trattative… Gli israeliani dicono che i loro colloqui a Mosca erano andati benissimo (l’ho saputo tramite la tv cinese): chissà cosa volevano dire… All’Onu, nella condanna alla Russia si sono astenuti oltre a Cina, India e Pakistan (comunque 3 miliardi di persone) Emirati Arabi e Sauditi (che di solito in diplomazia sono cagnolini obbedienti degli Stati uniti): nessuno ci ha spiegato il perché. Tu, Elisa, ponevi il problema della propaganda. Il padre di un mio amico, Claud Cockburn, giornalista comunista che aveva coperto la guerra di Spagna, coniò un grande slogan: “non credere mai a nulla che non sia stato ufficialmente smentito”…

da qui

 

 

 

Andiamoli a prendere, i profughi ucraini, ma non dimentichiamo le donne afghane – Cristina Giudici

 

Andiamoli a prendere, i profughi ucraini, ma non dimentichiamo le donne afghane. Si aspetta con febbrile attesa la carovana che è andata a prendere in Polonia i rifugiati individuati grazie alle rete dei Bambini dell’Est che per anni ha ospitato i bambini di Chernobyl. Un viaggio umanitario reso possibile da Refugees Welcome Italia che ha avviato una staffetta di volontari per fare la spola fra il confine polacco, a Przemysl, e Milano e portare i profughi dalle prime famiglie milanesi che hanno deciso di spalancare le porte delle loro case, oltre che il cuore. Stamane è partita un’altra carovana organizzata da Refugees Welcome Italia, I bambini dell’Est e i cuochi di Rob de Matt.

 

L’emergenza ucraina ci sta portando a sperimentare un nuovo modello di “accoglienza diffusa” grazie a cui un’intera comunità si mobilita per prendersi cura delle persone, ha spiegato Valentina La Terza di Refugees Welcome.

 

Un pullman, quattro furgoni e cinque automobili, con 25 persone a bordo, carichi di aiuti umanitari per il popolo ucraino, sono partiti con destinazione Przemysl, la cittadina polacca vicino al confine con l’Ucraina. A bordo anche una brigata di cucina del bistrot Rob de Matt che cucinerà un pasto caldo per duemila rifugiati. Una mobilitazione senza precedenti che solo fino a qualche anno fa sarebbe stata bersaglio di polemiche e considerata dai detrattori populisti come push factor dell’immigrazione. E invece la guerra “europea” ha costretto tutti a farsi carico di un esodo di cui ancora non conosciamo le proporzioni. Sul sito di Refugees Welcome, 350 famiglie milanesi si sono candidate per accogliere le madri in fuga con i loro figli di cui sono state già state contattate e considerate idonee 200.

L’associazione I bambini dell’Est da 12 anni organizza i soggiorni estivi e invernali di orfani originari delle città di Kharkiv, Zhytomir e Berdichev. «Stiamo cercando di far uscire dall’Ucraina il maggior numero possibile di persone», ha raccontato Federica Bezziccheri, presidente dell’associazione. Oggi dal confine tra Polonia e Ucraina è partito un pullman, a bordo del quale stanno viaggiando 47 persone tra donne e bambini, che arriveranno a Milano domani mattina presto e che saranno accolte nelle case delle famiglie milanesi.  «Parlandone con il mio aiuto cuoco abbiamo pensato che sarebbe stato bello andare a cucinare per i profughi ucraini al confine con la Polonia», ha detto Edoardo Todeschini, fondatore del bistrot sociale Rob de Matt.

 

Per noi non ci sono rifugiati di prima o di seconda classe: questa estate alcuni di noi erano su una nave per salvare le persone che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo. Durante il primo lockdown, abbiamo cucinato per i senza fissa dimora di Milano. Oggi partiamo per dare il nostro contributo a questa drammatica emergenza umanitaria.

 

Andiamoli a prendere, i profughi ucraini, ma non dimentichiamo le donne afghane. 

A guardare le prime immagini dei giovani, assonnati e smarriti, a bordo dei primi pullman che siamo andati a prendere per aiutarli a casa nostra, mi rendo conto che è successa una cosa straordinaria perché l’invasione russa ha svegliato le coscienze di tanti che hanno sonnecchiato durante la lunga fase pandemica non ancora conclusa. Costretti a fare i conti con uno tsunami che non avevamo previsto. Come sarà possibile sostenere nel lungo periodo l’accoglienza diffusa di un popolo diviso fra chi fugge e chi resiste all’aggressione di Vladimir Putin? Per quanto tempo le famiglie potranno accogliere i profughi che arrivano per restare a tempo indeterminato?  E poi cosa succederà agli altri profughi che premono per essere accolti in Europa?…

continua qui

 

 

 

A PROPOSITO DI ARMI BIOLOGICHE – LUIGI G. DE ANNA

 

Sto ascoltando (venerdì sera 11 marzo) il dibattito al Consiglio di sicurezza dell’ONU sul tema della presenza di armi biologiche, sollevato dalla Russia. Gli interventi, essenzialmente il fronte transatlantico vs. la Russia, seguono il medesimo trend dei dibattiti che qui dalla Finlandia seguo sulla TV italiana.
Da una parte obiezioni esposte su elementi concreti, date, accordi, indagini sul campo (ad esempio si vedano gli interventi di Franco Cardini); dall’altro la passionalità, l’irrazionalità eccitata da una accurata costruzione iconografica e mediatica (ad esempio il giornalista Maistrouk).
Il dibattito all’ONU era sinceramente deprimente, tanto che anche il giornalista di al Jazeera (seguivo la diretta tramite l’emittente del Qatar, sempre ben informata, ma comunque in questa guerra decisamente dalla parte ucraina) sembrava alquanto imbarazzato nel tirare le somme. Da una parte il dettagliato esame fatto dal delegato russo; cifre, circostanze, dati. Dall’altra la contestazione, iniziata dal delegato albanese (di nome Hoxha, ah, come cambiano le cose nei Paesi ex comunisti… fedelissimo servo di Biden) e continuata principalmente dalla delegata statunitense e da quella britannica, non dei fatti esposti dal delegato russo, ma basata su una sequela di già note accuse su chi aveva la responsabilità della guerra, dei presunti crimini compiuti, con una incattivita insistenza, con un linguaggio preso a prestito dai verbali dell’ONU degli anni Sessanta (dossier Unione Sovietica però… veramente ironico) che dipingeva le falsità da sempre raccontate da Putin e Lavrov.
Insomma, i due piani di una narrativa che non si incontrano. L’indignazione come un riflesso di Pavlov e dall’altra parte il quasi patetico tentativo di restare sui fatti. Proprio come nei dibattiti TV italiani, con gli interventi moderati e aperti alla documentazione di Cardini, Tarchi, Orsini, Bertolini ed altri. Ci si può chiedere a che cosa servano questi dibattiti, dove spesso il discorso del critico viene interrotto dall’implacabile, e censorio, “devo andare in pubblicità”.
Nel mio piccolo: faccio parte, come past president di Paneuropa/Finlandia, della mailing list di questa organizzazione, fondata da Coudenhove-Kalergi e presieduta per molti anni da Otto d’Asburgo. A un commento dell’attuale presidente Terrenoire ho (osato) esporre la mia opinione: in sintesi: Zelensky si è prestato alla manovra statunitense di aggressione alla Russia, che va eliminata economicamente (ma non militarmente per non pregiudicare la sopravvivenza stessa degli USA) per poterla escludere dalla scena come superpotenza. Il prossimo passo, aggiungevo, sarà la Cina.
Apriti internet: sono stato sommerso di insulti da quelli che, teoricamente, sarebbero i miei sodali, spesso con la semplice parola f..k you (ma scritta per esteso). Particolarmente attivo il rappresentante ucraino. Ho però avuto la solidarietà del rappresentante ungherese, che mi ha ricordato come, nel corso degli anni, gli ucraini hanno trattato, socialmente e linguisticamente le minoranze del Paese…

continua qui

 

 

 

ECCO PERCHÉ PENSO CHE MANDARE ARMI A KIEV SI RIVELERÀ UN ERRORE – Carlo Rovelli

 

La guerra vicina scatena in noi emozioni intense. Abbiamo un nodo alla gola. Brucia la domanda di come fermare l’orrore. Come arrestare la sofferenza insensata che è la guerra? C’è la solidarietà, e l’inquietudine che anche la nostra sicurezza sia fragile. È difficile districare emozioni e ragione. È facile, trascinati dall’emotività, commettere errori. Per noi, e per chi prende le decisioni collettive, rispondendo alle passioni comuni.

Tanti spingono per una immediata diminuzione dello scontro, negoziati senza pregiudiziali, aperti a concessioni reciproche. Dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres ai paesi che hanno preferito non sostenere la risoluzione Onu di condanna alla Russia: oltre trenta, che rappresentano più di 3 miliardi di abitanti. Il Papa, il Dalai Lama, generali del nostro esercito come il generale Fabio Mini, intellettuali di collocazioni diverse, voci di colori politici che vanno da sindacati di sinistra al mondo cattolico di Pax Christi, fino a chi è impegnato da anni contro la guerra, non solo questa, come la Rete italiana Pace e disarmo o Emergency.

Dall’altra parte c’è la reazione a un’evidente aggressione da parte di un paese con un regime politico che la maggior parte di noi detesta — io per primo —, contro un paese ridotto in macerie per essersi avvicinato alla nostra Europa. Per una volta sembra chiaro da che parte stia il torto. La reazione è concentrarsi solo su questo, condannare l’aggressore e difendere il paese aggredito con le armi. Questa reazione istintiva alimenta il «noi contro loro», lo spirito di gruppo. Cresce la belligeranza. È la logica della guerra: concentrarsi sulle nefandezze del nemico (reali) ignorando il resto, demonizzarlo, alzare lo scontro, sentirsi dalla parte della giustizia, e per questo sparare, uccidere. La stessa logica delle faide fra bande, in cui l’ultima grave offesa autorizza a far crescere lo scontro. La logica dei litigi fra individui, in cui entrambi si convincono, spesso a ragione, di essere vittime. Ogni compromesso è percepito come cedimento al male. Le voci di dubbio sono sentite come sostegno al nemico. Oggi questa seconda reazione prevale negli Stati Uniti e, con più dubbi, in Europa.

Penso sia un errore di cui ci pentiremo, soprattutto in Europa. Il primo motivo è che dare più importanza allo scontro che alla cessazione delle ostilità aumenta le sofferenze degli esseri umani. Qualcuno pensa davvero che mandando armi diminuiamo le sofferenze della guerra, il numero di morti, la quantità di devastazione? Abbiamo sentito «combatteremo fino alla morte» da giovani ucraini. Io non mi sento dalla loro parte. Rileggiamo «La Storia» di Elsa Morante per capire la guerra. Ci sono i «combatteremo fino alla morte», e c’è la folla sofferente delle Iduzze che non vuole la guerra. Mi sento più dalla parte di questi. Mandare armi in Ucraina mi sembra cadere nel gioco delle superpotenze: armare i piccoli perché facciano la guerra, per procura, contro altre potenze.

Il secondo motivo per cui penso che la reazione in corso sia un errore, è che ci spinge in una logica che rischia di rendere il XXI secolo perfino peggiore del XX. Il mondo manicheo, diviso in buoni e pericolosi cattivi, le buone democrazie e i cattivi autocrati di Russia e Cina, dove l’unica salvezza è imporre il nostro predominio con le armi, questo è un mondo che va verso catastrofi. L’alternativa è quella che ripete, fra tanti, il segretario generale delle Nazioni Unite: accettare la varietà ideologica, lavorare per la legalità internazionale, per la diplomazia. Accettare che altri paesi abbiano idee diverse dalle nostre, senza esserne spaventati.

La paura è la peggiore consigliera. La paura è la radice dell’aggressività. Leggete «Mein Kampf» di Hitler: è basato sul fatto che bisogna avere paura degli altri. Il primo passo verso la non belligeranza è uscire noi (che siamo militarmente ed economicamente molto più forti) dalla logica della paura.

L’élite al potere in Russia era terrorizzata dall’idea di missili nucleari Nato in Ucraina. Vi sembra strano? Per evitare missili sovietici a Cuba gli Stati Uniti sono stati pronti a sfiorare la guerra nucleare. Non è incomprensibile che il Cremlino faccia lo stesso. La soluzione di Kennedy e Kruscev fu che l’Urss rinunciava ai missili a Cuba in cambio del ritiro dei missili Usa dalla Turchia. Un accordo diplomatico, in una situazione più ideologicamente polarizzata di oggi. Un passo indietro. Così si va verso la pace. Perché non possiamo fare lo stesso?

Metà del pianeta si è rifiutata di condannare la Russia. Non sono d’accordo, ma credo che il motivo sia ovvio: agli occhi di molti le bombe su Kiev sono orrore, ma lo sono state anche le bombe Nato su Belgrado, Tripoli, Bagdad, o Kandahar, su paesi che non avevano aggredito nessuno, contro la legalità internazionale. Sono orrore anche le bombe fabbricate in Italia che cadono oggi sullo Yemen, in una guerra che, come la guerra afghana scatenata illegalmente dall’Occidente, fa più morti, rifugiati, devastazione e dolore che l’Ucraina.

La guerra in Ucraina non nasce adesso: era una sanguinosa guerra civile da quasi un decennio. L’occidente sosteneva le spese militari (l’impeachment di Trump, ricordate?, era su 400 milioni di dollari in aiuti militari a Zelensky). Era per promuovere la distensione che la Nato faceva esercitazioni militari nel Mar Nero davanti alle basi russe l’anno scorso? Non scusa nulla, ma ci aiuta a capire. Siamo giustamente scossi dalla guerra vicina, ma se consideriamo la guerra come orrore quando la fanno gli altri, e triste necessità quando conviene a noi, non aiutiamo la pace.

Penso che dobbiamo uscire dalla logica di rispondere alla violenza fomentando violenza. Trovare compromessi con dialogo e politica come seppero fare Kennedy e Kruscev. Perché non possiamo vivere senza che la gente muoia sotto le bombe? Perché diamo più peso a interessi economici e giochi di potenza che al dolore delle persone? Perché cadiamo in questa logica guerresca? Non lo so, cerco risposte come tutti, ma il clima di belligeranza in cui vedere sofferenze ci spinge a fomentare la guerra, e chiamiamo «pace» l’inviare armi, mi preoccupa, mi fa pensare che stiamo forse commettendo un errore. Tanti paesi si sono eccitati in questo modo, e spesso è finita male. Abbiamo paura gli uni degli altri. Siamo spaventati dalla nostra stessa ombra, e trasformiamo la nostra terra in un inferno. La gente muore in Ucraina. Civili, giovani soldati che combattono, ucraini e russi, che individualmente non hanno colpa di nulla. La guerra non risparmia nessuno. Penso che la vera urgenza sia salvare loro.

da qui

 

 

 

 

 

 

ESERCIZI DI DISCERNIMENTO – ANONIMO TERGESTINO

 

Delle seguenti notizie alcune sono vere, altre inventate. Sapreste distinguere le une dalle altre? [Le risposte a fine articolo]

1.
Dal 23 febbraio al 15 marzo 2022 è in programma alla Scala La dama di picche di Čajkovskij. Dopo il successo clamoroso della prima, diretta da Valerij Gergev, il sindaco Giuseppe Sala e il sovrintendente del teatro Dominique Meyer hanno chiesto al maestro (notoriamente amico di Putin) una esplicita presa di distanza dalla guerra in Ucraina. Gergev non ha risposto ed è stato perciò estromesso dalle successive rappresentazioni. Per sostituirlo si è fatto ricorso al giovanissimo Timur Zangev il quale, ancorché “pupillo” di Gergev, non risulta però avere con Putin alcun rapporto di amicizia. Appena apparso in sala, Zangev ha riscosso applausi scroscianti dal folto pubblico, del quale faceva parte fra gli altri la senatrice Liliana Segre. La sua esecuzione non ha tradito le attese: Zangev infatti per una parte delle prove aveva sostituito Gergev, colpito da covid. Rispetto alla prima rappresentazione, nella scena iniziale ai bambini del coro di voci bianche che canta “ci siamo riuniti per terrorizzare i nemici della Russia” è stato tolto il moschetto.

2.
Losanna, 3 marzo. In Svizzera è sorto e prontamente rientrato l’allarme nella grande distribuzione: molti clienti invitavano a boicottare l’insalata russa. È stato necessario un comunicato da parte delle aziende: la loro insalata russa è prodotta in Svizzera; nei supermercati svizzeri i prodotti di origine russa sono molto rari.

3.
La sindaca di Nantes, Jacqueline Poly-Bournazel, ha invitato i gestori dei luna park del suo dipartimento a mantenere inattive almeno temporaneamente, “per evidenti motivi di opportunità”, le installazioni delle montagne russe. Inutili sono state le proteste dei gestori, che hanno nelle montagne russe una delle principali attrazioni dei loro parchi.
Vincenzo De Luca, ex sindaco di Salerno (gemellata con Nantes) e attuale presidente della Regione Campania, ha fatto propria l’iniziativa trasformandola in una vera e propria ordinanza estesa a tutta la regione e ha commentato su Twitter: “Si fottessero fra le montagne loro sti russi fetenti!”, dimenticando però la scarsità di alture che caratterizza la sterminata pianura russa.
Di fronte alle rimostranze dei gestori dei luna park campani (particolarmente irritati quelli di Afragola e di Mercato San Severino), la soluzione è stata trovata grazie al suggerimento di Gerardo Del Treppo, consigliere di Sinistra italiana: tornare a usare l’antico nome di ottovolante. A questa condizione, dopo iniziali resistenze, il presidente De Luca ha acconsentito a revocare l’ordinanza.

4.
Facebook ha allentato le regole: “In seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia consentiremo in via temporanea alcune forme di espressione politica che altrimenti violerebbero le nostre politiche”. Tra le espressioni consentite: la morte di Putin o di Lukashenko e quella degli invasori russi.

5.
La senatrice di Italia Viva Teresa Porro ha chiesto alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati le immediate dimissioni del vicepresidente del Senato (e presidente della Commissione Affari Costituzionali) Ignazio La Russa, “il cui cognome denuncia evidenti ascendenze russe, materne o paterne che siano”. La senatrice Porro ha aggiunto che “nel drammatico momento che l’Ucraina e l’Europa tutta stanno attraversando non deve gravare sul Senato della Repubblica nemmeno l’ombra di un sospetto, fosse anche dovuto a un semplice nome”. Il senatore La Russa ha reagito con indignazione, asserendo che l’intera sua famiglia è di purissime origini siciliane e nulla ha a che fare con la Russia. La presidente Casellati ha demandato l’esame della questione alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari.

6.
Un provvedimento analogo a quello del teatro alla Scala è stato adottato a Monaco di Baviera. Il borgomastro Dieter Reiter, anche a nome dei Münchner Philharmoniker, ha posto a Gergev lo stesso ultimatum. Anche in questo caso il maestro ha opposto un rifiuto e di conseguenza è stata posta fine alla sua collaborazione con l’orchestra di cui è direttore principale dalla stagione 2015-16. L’agente internazionale di Gergev, Marcus Felsner, ha spiegato in una nota: “Alla luce della guerra criminale perpetrata dal regime russo contro la nazione ucraina democratica ed indipendente, e contro l’aperta società europea nel suo complesso, è diventato impossibile per noi, e chiaramente sgradito, difendere gli interessi del maestro Gergev”.

7.
Corriere della Sera, marzo 2022
Putin è razionale o psicopatico? La metamorfosi del leader di Mosca
Continuità e discontinuità nella psicologia di Putin
La continuità storico-geopolitica e geostrategica appena percorsa è riflessa – secondo molti studiosi e osservatori – in quella psicologico-caratteriale di Putin, di fatto la stessa dalla sua presa del potere, ratificata tra marzo e maggio 2000 (ma avvenuta prima). Di più: per qualcuno, l’aggressività-anaffettività sarebbe costitutiva: la si potrebbe trovare già nel Putin ragazzino, che “gioca” nei cortili della kommunalka del centro di Leningrado in cui abita, un quinto e ultimo piano senza ascensore e a vani condivisi, con una coppia di anziani ebrei che – dirà più tardi Putin – lui non distingue affettivamente dai genitori. Come testimonia l’amico Viktor Borisenko, in quei cortili affollati di “brutti ceffi” con barba non rasata, sigarette e vino scadente, il giovane Volodya – anche se più giovane e magro di corporatura – “tiene testa a tutti”: “Se qualcuno lo insultava in qualsiasi modo, subito lui gli saltava addosso, lo graffiava, gli strappava i capelli a ciocche, lo mordeva”.

8.
Alla Staatsoper di Vienna era in programma per la prima metà di maggio La vita per lo zar di Michail Glinka. Il direttore del teatro Uwe Schäfer, in accordo col Cancelliere federale Karl Nehammer, ha deciso di cancellare dal cartellone l’opera, “il cui titolo fa immediatamente pensare allo ‘zar’ dei nostri giorni, Vladimir Putin», riscuotendo l’immediato plauso dei giornali viennesi Kurier e Die Presse. In un dibattito televisivo lo scrittore Peter Handke, Premio Nobel per la letteratura 2019, ha definito il provvedimento con la colorita espressione “Scheissdreck”. Prima che la moderatrice del dibattito, Dietlinde Selinger, potesse intervenire, il direttore del Kurier, Hans Seeler, ha replicato pesantemente a Handke ricordandogli fra l’altro la sua simpatia, espressa negli anni Novanta, per la Serbia di Slobodan Milošević, e definendolo “ein Putinsohn”. A rincarare la dose è intervenuta una telefonata in diretta del vicepresidente croato Žarko Tekavčić, che si è dichiarato completamente d’accordo con Seeler, ricordando i crimini commessi in Bosnia da Karadžić e Mladić. A questo punto Handke ha rinunciato a ribattere, limitandosi a un’alzata di spalle e a un gesto di commiserazione.

9.
La Repubblica, 3 marzo 2022
Gli atleti provenienti da Russia e Bielorussia non potranno partecipare alle Paralimpiadi invernali del 2022 di Pechino al via domani, 4 marzo, neanche da “neutrali” come deciso in un primo momento. Prosegue la mobilitazione dello sport dopo l’attacco all’Ucraina e in questo senso viaggia anche la decisione del Comitato Internazionale Paralimpico.

10.
Dario Nardella, sindaco di Firenze, ha twittato: “Mi hanno chiesto di buttare giù la statua di Dostoevskij a Firenze. Non facciamo confusione. Questa è la folle guerra di un dittatore e del suo governo, non di un popolo contro un altro. Invece di cancellare secoli di cultura russa, pensiamo a fermare in fretta Putin”. La statua, donata all’Italia dall’ambasciata russa nel 2021 in occasione del bicentenario della morte di Dostoevskij, è collocata nel parco delle Cascine.

11.
All’Università di Milano-Bicocca era in programma a partire dal 3 marzo un corso di quattro lezioni di Paolo Nori su Dostoevskij. La rettrice Giovanna Iannantuoni ha bloccato il corso. A Nori l’Università ha comunicato: “Caro professore, il prorettore alla didattica mi ha comunicato la decisione, presa con la rettrice, di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è quello di evitare ogni forma di polemica, soprattutto interna, in quanto momento di forte tensione”.
Di fronte alle reazioni sconcertate che ne sono seguite, il prorettore alla didattica Maurizio Casiraghi ha puntualizzato che si era soprasseduto allo scopo di “ristrutturare e ampliare il corso includendo alcuni autori ucraini, ampliando il messaggio per aprire la mente degli studenti”.

12.
La Facoltà di Teologia dell’Università di Friburgo in Svizzera ha sospeso dall’incarico di professore ordinario il metropolita Hilarion, numero due nella Chiesa ortodossa russa, direttore del Dipartimento per le relazioni esterne ecclesiastiche del Patriarcato di Mosca. In questione, il suo silenzio di fronte all’aggressione russa in Ucraina.
In una dichiarazione pubblica, Mariano Delgado, preside della Facoltà di Teologia, ricorda di aver chiesto il 2 marzo al metropolita Hilarion di “usare la sua influenza ecclesiastica e politica per condannare pubblicamente e inequivocabilmente l’invasione militare dell’Ucraina da parte della Russia”. Lo ha quindi invitato a richiedere “pubblicamente e inequivocabilmente che il presidente Putin ritiri immediatamente le truppe russe. Nonché a impegnarsi pubblicamente e inequivocabilmente a una soluzione del conflitto basata sul dialogo. Il tutto sulla base del diritto internazionale e dei diritti umani”.
In una lettera del 3 marzo, il metropolita Hilarion ha replicato all’ateneo svizzero che lui e la sua Chiesa “sono impegnati in campo umanitario, soprattutto dal 2014, nel contesto del conflitto in Ucraina. Inoltre, starebbero facendo tutto il possibile per aiutare le persone bisognose e porre fine al conflitto”. La controreplica di Delgado è stata netta. Poiché questo “non corrisponde a ciò che la Facoltà si aspetta da lui, ritiene opportuno sospenderlo dalla cattedra di cui è titolare”.
“Poiché il metropolita Hilarion – ha continuato il preside – sembra, con il suo silenzio, avallare la posizione del suo Patriarca [il Patriarca Kirill aveva infatti approvato l’operato di Putin], dichiaro che l’incarico di professore ordinario concessogli nel 2011 è sospeso fino a nuovo avviso. Il silenzio, quando si tratta di parlare forte e chiaro, non fa parte della tradizione profetica del cristianesimo”.

13.
Dai giornali dell’11 marzo. Biden: stop a vodka e caviale.

Risposte
Sono false le notizie n. 3, 5, 8. Tutte le altre sono vere.

da qui

 

 

 

SANZIONI CONTRO CHI? – Marina Montesano

 

Le foto dell’incontro svoltosi a Versailles il 10 marzo mostrano i leader europei, a tratti compunti, a tratti sorridenti, mentre discutono la situazione russo-ucraina. Dichiarano: “Lodiamo il popolo dell’Ucraina per il suo coraggio nel difendere il suo paese e i nostri valori condivisi di libertà e democrazia”; che sia lodevole il coraggio non c’è dubbio, che questo abbia qualcosa a che vedere con la democrazia è opinabile. L’Ucraina era, prima della guerra scatenata dalla Russia, un paese nel quale i diritti dei cittadini di origine e lingua russa erano conculcati, nelle cui province orientali si sono compiuti massacri impuniti contro di loro, proibendo anche ai partiti autonomisti filo-russi di presentarsi alle elezioni; è un dato da tenere a mente visto che, come prova di mancanza di democrazia in Russia, si cita spesso la scelta a monte dei partiti che possono presentarsi alle elezioni; ecco, la stessa cosa si faceva in Ucraina. Un paese scosso peraltro dalla corruzione e dalla povertà, al punto da arrivare ultimo nelle graduatorie europee, ben dietro Kosovo e Bosnia, per intenderci.
Certo, non è per questo che Putin ha scatenato la guerra. Le ragioni del conflitto sono già state discusse e non è il caso di tornarci sopra. Invece, le ragioni della dichiarazione di Versailles, questa rapida promozione dell’Ucraina nel club dei “liberi e democratici”, risiedono negli esiti dell’incontro: più armi agli ucraini e più sanzioni alla Russia; ossia quanto di più efficace si possa mettere in campo per allontanare la pace e per accedere a trattative reali che possano dare a Putin la possibilità di mettere fine all’aggressione: la fine delle sanzioni (messe in campo, è il caso di ricordarlo, già da prima) e la creazione di zone demilitarizzate fra NATO e Russia. Entrambe misure che non convengono al convitato di pietra di Versailles, ossia agli Stati Uniti, che ci piaccia o meno i padroni della NATO, ostili all’idea di una Russia forte.
Ma a noi europei, queste sanzioni, convengono? Nei decenni dopo la caduta del muro di Berlino, tanti passi avanti erano stati fatti da entrambe le parti per una Russia maggiormente integrata nel “sistema-Europa”, con la creazione soprattutto di canali commerciali importanti, a cominciare dalle risorse energetiche che la Russia possiede e che a noi servono. La crisi nella quale siamo piombati tutti, mostra che le sanzioni sono un’arma a doppio taglio e, se il rublo crolla, anche la nostra economia non pare andare tanto meglio. Certamente, le compagnie che si occupano del trasporto e della commercializzazione, in certi paesi anche dell’estrazione, stanno realizzando in questo momento guadagni stratosferici, protette dai governi “liberi e democratici”, che bloccano i beni degli “oligarchi” (quando sono russi si chiamano così, da noi sono “imprenditori”), ma sembrano incapaci di far pagare tasse alte su guadagni alti – come d’altra parte ormai accade ovunque con le multinazionali di qualunque tipo; altrimenti non avremmo un mondo nel quale pochi ricchi diventano sempre più tali a scapito di tutti gli altri.
E apriamo anche una parentesi sui sequestri dei beni degli oligarchi, che davvero sul piano giuridico sono un’enormità: con quale diritto si espropriano beni di privati è un fatto che bisognerebbe precisare, anche per i precedenti che crea; e comunque, ammettiamo pure che sia legale: in tv vediamo passare yacht ancorati in vari porti italiani, con annunci trionfanti di avvenuto sequestro. Tuttavia, siccome non sono beni che rendono (altrimenti lo Stato potrebbe almeno usare il ricavato), il loro mantenimento (affitto del posto, un capitano di bordo, praticamente tutto quello che serve a non far deprezzare il bene) lo paga lo Stato italiano, cioè noi.
È soltanto una piccola goccia in quello che ci attende. L’approvvigionamento di grano ucraino viene meno, i prezzi degli alimenti salgono, e Mario Draghi si è già pronunciato: bisognerà ampliare il mercato agroalimentare attingendo a paesi come il Canada e (colpo di scena!) gli Stati Uniti, i cui prodotti finora l’Unione Europea aveva tenuto a distanza, perché pieni di OGM e, nel caso dell’allevamento, di antibiotici. Sono tutti beni che, se si va in questa direzione, non soltanto riempiranno le nostre tavole di merda (scusate, però così è), ma si abbatteranno con i loro prezzi bassi a fare concorrenza sleale alla nostra industria agroalimentare, già malmessa e di nicchia.
Poi c’è il capitolo più importante: le risorse energetiche. L’Europa libera e democratica si guarda intorno per sostituire la cattiva Russia, e dunque si rivolge ai paesi arabi del Golfo, quelli che hanno finanziato lo Stato islamico; che, come l’Arabia Saudita, bombardano da anni ormai lo Yemen nella guerra contro i ribelli filoiraniani, mietendo vittime e riducendo alla fame la popolazione: ci sono bambini e profughi anche lì, vorrei ricordare. L’Arabia Saudita che rapisce un giornalista e lo fa a pezzi all’interno di un’ambasciata; l’Arabia Saudita che l’altro ieri ha eseguito la condanna a morte di 81 prigionieri in un solo giorno. Certo, non possiamo scendere a patti con il dittatore Putin, scegliamoci altri amici più degni di noi.
Infatti, Di Maio va a trattare con l’Angola e la Repubblica del Congo, che sono ricchi di gas e petrolio e potrebbero esportarli. Se accetteranno, dal momento che negli ultimi anni i loro rapporti con la Russia sono migliorati molto. Senza contare che l’Angola ha contratto con la Cina un debito di 42 miliardi di dollari che ripaga con l’invio di gas e petrolio. Ne avrà anche per noi? E quanto costerà, visto che il gasdotto che unisce Mediterraneo e Algeria meridionale finisce appunto lì, al confine algerino, mentre Repubblica del Congo e Angola si trovano in Africa centro-meridionale. Insomma, ce ne vuole per arrivare fino alle nostre porte. Sappiamo già che il gas algerino non basterà, anche perché non rifornisce solo noi, ma anche la Spagna; e, se il gas russo non arriva, altri paesi lo vorranno.
Poi c’è il gas di scisto americano, tragico dal punto di vista ecologico (si ottiene dalla frattura ottenuta con esplosioni della crosta terrestre), carissimo, che evidentemente gli statunitensi hanno tutto l’interesse a venderci, sostituendosi alla Russia. Gli Stati Uniti che maggiormente hanno spinto per inasprire il conflitto con Putin hanno poco bisogno delle materie prime russe e nemmeno vedranno profughi arrivare sul loro territorio: li avrà tutti l’Europa.
Quindi, in sintesi, se riusciremo a individuare altre fonti energetiche, non aspettiamoci che arrivino tra un giorno o tra un mese: qui si tratta di anni, durante i quali le spese le pagheremo noi. Certo, come dice qualche commentatore dallo stipendio estremamente alto, vale la pena pagare di più le risorse energetiche per aiutare l’Ucraina; ma, oltre ad aiutarla di fatto ben poco, perché prolungare la guerra non aiuta nessuno, qui rischiamo di restare noi con le sanzioni che ci andiamo autoinfliggendo. Il che non significa pagare la benzina qualche centesimo in più nella gita domenicale: significa imprese che chiudono, autotrasporto in ginocchio, bollette del gas già raddoppiate. Nel frattempo, la Russia subisce un duro colpo, certo, ma alle porte asiatiche ha mercati di tre miliardi persone che vivono in Stati che non hanno votato le sanzioni, così come la maggior parte dell’Africa e dell’America Latina, e che con la Russia continuano a commerciare, e che compreranno il suo gas, magari a buon prezzo.
Svegliamoci dal sogno coloniale di avere il dominio morale e materiale del mondo. Scendiamo in piazza per la pace, ma non per sostenere chi pubblica videomontaggi (che peraltro dubito siano realizzati in Ucraina) delle capitali europee sotto le bombe: questo tipo di ricatto la dice lunga sulle voglie sottese al conflitto, e non da una parte sola. Davvero siamo pronti a pagare distruggendo la nostra economia? Davvero siamo pronti a un conflitto su larga scala? L’Europa si è già suicidata due volte nel corso del Novecento, e a guadagnarci sono stati gli USA, unico paese che ha bombardato senza essere a sua volta distrutto e che non è mai stato teatro di guerre (se non interne). Vogliamo cominciare il terzo millennio nello stesso modo?

da qui

 

 

 

Avete giocato con l’abisso, ora ce l’avete davantiRaoul Kirchmayr

 

A “Otto e mezzo” di stasera c’è stato un momento – durato una decina di minuti circa – in cui si è capito che un atterrito Massimo Giannini (La Stampa) ha capito. Ha capito che qualcosa non torna più, nel racconto – meglio: nella narrazione – della guerra in Ucraina. Da questa parte dello schermo lo abbiamo capito dallo sguardo sbarrato e dalle labbra serrate in una sorta di smorfia angosciata. Perfino Lilli Gruber è parsa vacillare, non sapendo più da dove e come riprendere il filo del discorso. Poi, con molto mestiere e bravura ha rimediato. L’unico che è parso non sorpreso è stato Caracciolo, il direttore di Limes, che evidentemente non si era fatto soverchie illusioni. E purtuttavia, aveva il volto parecchio tirato, e un po’ scavato.

Insomma, il gelo era sceso nello studio, dopo che – intervistata da Gruber – Iryna Vereshchuk, divisa verde e sguardo di ghiaccio, ha detto a nome del governo ucraino, da lei rappresentato nella veste di vicepremier, le seguenti cose: a) Il governo ucraino sa qual è la verità e ha il coraggio di dirla; b) la verità è una sola; c) il presidente è il popolo, il popolo si riconosce nel presidente; d) no-fly zone subito sulle centrali nucleari; e) intervento militare degli USA in Ucraina; f) garanzie internazionali occidentali, da parte di USA e GB, per l’Ucraina per il dopoguerra; g) Crimea e Donbass restituite all’Ucraina, dopo periodo di monitoraggio internazionale; h) né il riconoscimento delle repubbliche del Donbass né della Crimea né la neutralità dell’Ucraina possono costituire base di trattativa con la Russia.

Giannini, nonostante lo sconcerto – e, immagino, il brivido lungo la schiena – è stato lucido nel far notare a Vereshchuk che, con queste premesse non ci potrà mai essere nessuna trattativa con la Russia. La risposta è stata che l’Occidente deve prendersi ora quelle responsabilità che non si è preso in passato. Caracciolo ha fatto notare alla vicepremier che questa base negoziale forse poteva andare bene nel 2014, certo non ora, con la situazione attuale sia politica sia militare. E che una trattativa realistica non poteva che avere come punto di partenza lo status ante 23 febbraio, poiché gli USA non interverranno mai in Ucraina in un confronto militare diretto, poiché questo significherebbe lo scoppio di un conflitto mondiale. La replica è stata che la Russia va fermata ora in Ucraina perché il conflitto ci sarà ugualmente.

In precedenza, su domanda di Gruber circa le vittime odierne a Donetsk e sul rimpallo delle responsabilità del bombardamento, la risposta è stata che i russi sparano sui (loro) civili per attribuire la responsabilità agli ucraini. Gli ucraini, ha aggiunto poco dopo, sono credenti e sono per l’amore.

Vereshchuk, che ha anche un passato come militare, è considerata esponente conservatrice e moderata nella compagine di governo.

Ecco, lo sguardo angosciato di Giannini ha restituito l’istante dell’illuminazione, quando ha capito di non aver capito granché su chi fossero i difensori della libertà, su quali fossero i loro obiettivi e su quale fosse il “frame” psicologico – prima ancora che politico – su cui si organizzano le loro decisioni: la mistica del sacrificio. Di questa mistica è imbevuto, per esempio, il culto degli eroi di Maidan. E’ uno dei tanti anacronismi del post-guerra fredda: un pezzo di medioevo partorito dai nazionalismi del dopo-URSS, ideologie di risulta nel vuoto politico della (breve) fine della storia.

La storia ha ripreso da tempo il suo cammino con questi grumi arcaici sopravvissuti chissà come e riportati alla superficie dalle correnti putride dei fascismi postmoderni.

Almeno spero che a Giannini da oggi sia chiara una cosa: è sufficiente ricordare qual è la linea – a quanto pare ufficiale – del governo Zelensky. E la linea è: nessuna linea, diritti allo scontro, verso il sacrificio finale. Se l’Ucraina vincerà, vincerà la verità, se l’Ucraina verserà il suo tributo di sangue lo farà sacrificandosi per la verità. L’Apocalissi non fa paura quando è la verità che deve trionfare.

Auguri, Giannini. Avete giocato agli apprendisti stregoni con l’abisso, ora ce l’avete davanti.

da qui

 

 

 

 

 

Vite appese: le abbiamo affidate a Zelensky – Vincenzo Costa

 

Accanto a timidi segnali di un possibile accordo ve ne sono altri inquietanti, che non lasciano sperare nulla di buono, e sono legati a due evidenti mistificazioni.

  1. Armi chimiche e ingresso della NATO nel conflitto

In primo luogo si sta abituando l’opinione pubblica all’idea secondo cui se la Russia usasse armi chimiche la NATO NON POTREBBE NON INTERVENIRE.

Lo hanno detto i polacchi e lo stanno ripetendo in troppi. Ma perché lo dicono quando è evidente che la Russia sta facendo una guerra a bassissima intensità? Se è evidente a tutti coloro che ne capiscono qualcosa che sta usando armi vecchie, con potere di distruzione assai basso, perché dovrebbe usare armi chimiche?

Mettere le mani avanti non ha alcun senso. A meno che non si voglia preparare la sfera pubblica. Basta infatti che qualcuno dica che sono state usate armi chimiche e saremmo immediatamente, senza accorgerci, scaraventati in una guerra senza fine.

Basterebbe che Zelensky costruisse una pistola fumante, dicesse “sono state usate armi chimiche”, o che le usasse lui accusando gli altri di averle usate, e saremmo trascinati in una guerra che farebbe milioni di morti. E Zelensky ha detto più volte di volerla questa guerra, Zelensky vuole che la NATO entri nella guerra, non ha mai cessato di dirlo, di chiedere la no Fly zone che, ovviamente, scatenerebbe il conflitto totale.

Di guerre giustificate da pistole fumanti ne abbiamo viste. Stiamo per vederne un’altra? L’ultima?

  1. Putin vuole estendersi sino a Roma?

L’altra idea che si sta facendo girare è che la Russia vuole iniziare dall’Ucraina per poi proseguire coi paesi baltici, poi con la polonia e poi, ovviamente, bombardare parigi, come sempre l’ottimo Zelensky- grande produttore di cortometraggi a uso del pubblico occidentale – non ha mancato di ricordarci. Ovviamente questa cosa non ha alcun senso, è una sciocchezza da ogni punto di vista, chiunque abbia il ben dell’intelletto sa che è propaganda. Ciò a cui mira Putin è noto, e al massimo, se la guerra prosegue, può allargarsi a danno dell’Ucraina, ma Putin sa benissimo che varcare il confine baltico o polacco scatenerebbe una reazione della NATO, e non è questo che vuole.

La notizia viene fatta circolare ad arte, per nascondere quelle che sono le richieste effettive, e per creare quel clima di paura che serve.. già, a che serve? A generare terrore, e il terrore genera aggressività, e l’aggressività genera consenso alla follia.

  1. Riprendersi in mano la nostra vita

Due elementi che messi insieme non alludono a nulla di buono. E teniamo conto che è la prima volta che la possibilità di una guerra nucleare viene presa sul serio come possibilità positiva. Durante la guerra fredda la deterrenza nucleare aveva una funzione puramente dissuasiva. Serviva a non arrivare alla guerra. Adesso, per la prima volta, si prende in considerazione una guerra nucleare.

Tutto questo è nella mani di un signore che non sapeva neanche dove si trova la finlandia o la svezia, le nostre vite sono nelle mani di Zelensky.

Massimo rispetto per gli ucraini, se vogliono fidarsi di zelensky. Combattere e morire, non accettare condizioni, volere entrare nella NATO a tutti i costi è nel loro diritto.

Non è nel loro diritto trascinare il pianeta in un’ecatombe nucleare.

E’ ora che ci riprendiamo il nostro destino. Le nostre vite non possono essere nelle mani di Zelensky

E’ tempo che si sviluppi un movimento pacifista, senza pacifisti per la guerra. L’unità con Letta e con quella gente che alimenta il conflitto non serve.

Prima che sia troppo tardi

da qui

 

 

 

Si vis pacem para pacem – Francesco Gesualdi

 

Abbiamo la cattiva abitudine di occuparci di guerra quando cadono le bombe, invece dovremmo occuparcene quando i cannoni tacciono perché le guerre vanno prevenute e si prevengono costruendo attivamente la pace. Le guerre non avvengono mai per caso.

Anche se hanno bisogno di qualche folle che le dichiara, le guerre divampano quando trovano un terreno fertile caratterizzato da tre elementi fondamentali. Il primo di carattere culturale: un forte spirito nazionalista che vede gli altri popoli come potenziali avversari da cui guardarsi, meglio ancora da sottomettere. E’ la cultura della superiorità, del disprezzo, dell’egoismo, che giustifica qualsiasi mezzo pur di permettere alla propria nazione di affermare la propria egemonia.

Il secondo elemento: un ordine economico iniquo che  oltre a generare privilegiati e depredati, genera  risentimento ed odio che sposandosi con sentimenti di tipo nazionalista sfociano nella lotta armata che assume il volto del terrorismo.

Il terzo elemento: un ordine politico debole, sprovvisto di luoghi efficaci per la risoluzione pacifica delle controversie. Una situazione, quest’ultima,  che si accompagna sempre ad una forte presenza militare. E non si sa se ci si armi perché mancano i luoghi di risoluzione pacifica delle controversie o se manchino i luoghi di risoluzione pacifica come conseguenza del   fatto che si è fatto la scelta opposta di voler risolvere i conflitti con le armi.

Alla fine della seconda guerra mondiale, proprio per evitare il ripetersi di conflitti mondiali, vennero istituite le Nazioni Unite   con lo scopo dichiarato di  mantenere la pace e la sicurezza internazionale, di sviluppare relazioni amichevoli fra le nazioni, di cooperare nella risoluzione dei problemi internazionali e nella promozione del rispetto per i diritti umani. Ma contemporaneamente vennero create due alleanze militari.

 

Da una parte la Nato formata da Usa, Canada e una decina di altre nazioni europee ad impronta capitalista. Dall’altra il Patto di Varsavia comprendente l’Unione Sovietica e una manciata di altri paesi europei a conduzione socialista. Il che rivela che al di là di tutto, l’idea che più convinceva era quella del motto “si vis pacem para bellum” se vuoi la pace prepara la guerra. Sul finire degli anni ottanta del secolo scorso, il sistema socialista ha cominciato a disgregarsi e il Patto di Varsavia si dissolse.

Il che indusse molti a ritenere che anche la Nato avrebbe conosciuto una fase discendente pensando che non aveva più ragione d’esistere. Ma invece di ridimensionarsi si rafforzò perché molti paesi ex-comunisti chiesero di farne parte. Ed oggi la Nato è un’alleanza militare formata da 30 paesi, che complessivamente spendono in armamenti una cifra superiore ai 1000 miliardi di dollari, oltre le metà della spesa mondiale che nel 2021 è stata pari a 1981 miliardi. In testa gli Stati Uniti che da soli hanno speso 778 miliardi, il 39% della spesa mondiale.

La Cina, seconda in classifica, spende 252 miliardi, mentre la Russia si attesta a 62 miliardi dietro l’India che ha speso 73 miliardi. Ed un confronto in termini  di spesa pro capite dà 2.364 dollari per gli Stati Uniti e 430 per la Russia.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è un fatto inammissibile. Ma  se vogliamo evitare il ripetersi di episodi analoghi e instaurare una pace duratura ad invasione risolta, dobbiamo capire cosa è successo.

Una richiesta forte della Russia è la neutralità dell’Ucraina, ossia la sua non adesione alla Nato. Una richiesta che benché accompagnata con una scelta di prepotenza ha molto il sapore della paura. La Russia si rende conto della superiorità della Nato e ne ha paura.

Così tanta paura da volere una zona cuscinetto ai propri confini. E se non l’ottiene con le buone, ossia con la diplomazia, cerca di ottenerlo con le cattive ossia con le armi, confermando che non c’è niente di più pericoloso di un gigante impaurito che si sente braccato.

 Vogliamo parlarne di questa paura o vogliamo insistere con l’atteggiamento di chi in nome dell’orgoglio non vuole cedere al nemico nemmeno un millimetro? Sappiamo che la paura è stata teorizzata come via della pace. E’ la vecchia legge animale che cerca di dissuadere  il contendente dall’aggredire mostrando i muscoli…

continua qui

 

 

 

scrive Alessandro Ferretti

 

Continuo a leggere su ragionamenti sulla guerra in Ucraina che si fondano sulle analogie più disparate, senza che ci sia consapevolezza sulle conseguenze di un simile approccio.

Lo scopo di stabilire simili equivalenze è quello di semplificare i problemi. La situazione reale è complessa ed è difficile capire il da farsi, ma se paragono la Russia a uno stupratore e l’Ucraina alla vittima di uno stupro tutto diventa molto semplice: è ovvio che in caso di stupro bisogna intervenire subito affrontando lo stupratore.

Ma siamo davvero sicuri che le due situazioni siano talmente simili da dedurne che bisogna reagire ad un conflitto tra due stati in un mondo globale allo stesso modo che di fronte a uno stupro?

Il fatto è che le analogie esaltano alcuni aspetti delle questioni e al contempo ne nascondono altri. Forzare analogie tra situazioni molto differenti tra loro finisce quindi fatalmente per distorcere la realtà delle cose e quindi a farci prendere decisioni inappropriate.

Venerdì scorso all’Accademia dei Lincei Giorgio Parisi ha tenuto una splendida lezione sul tema della complessità. Un argomento ampio e multiforme al punto che è difficile anche definirne i contorni: “la parola ‘complesso’ scivola tra le mani di chi cerca di darne una definizione precisa”, ha detto. Nelle conclusioni, ha ricordato come la perdità della complessità sia nientemeno che “pericolosa” e ha citato un monito dello storico svizzero Jacob Burkhardt: “La negazione della complessità è l’essenza della tirannia”: basta pensarci un po’ su per apprezzare quanto questo monito colga nel segno.

Chiudo dicendo che questo anelito diffuso verso la semplificazione andrebbe approfondito. Ragionavo ieri sul fatto che una delle caratteristiche alla base del successo dei film sui supereroi sta nel fatto che tutti vorrebbero quei superpoteri che consentono di risolvere situazioni intricate in un attimo, senza faticose mediazioni con la realtà.

Questa dilagante tendenza alla semplificazione forse deriva anche dal fatto che vivere nella nostra società è più molto complicato che in passato. Un tempo, molto più di ora, gran parte dei figli seguiva semplicemente le orme dei genitori, ma questo ormai non è più possibile. Gli individui devono adeguarsi a situazioni mutevoli con notevoli sforzi di adattamento, che generano stress costanti a livello mentale. E’ più che umano aspettarsi quindi che più la vita si complica, e più si rinforza il bisogno di semplificarla, senza badare troppo alle conseguenze. Il complottismo deriva da lì, e abbiamo notato fenomeni simili anche nelle reazioni alla pandemia.

Insomma, temo che questa inclinazione all’ipersemplificazione abbia radici profonde in una società che diventa sempre più stressante e incompatibile con la natura umana.. e questo ci fa correre un grande rischio, perchè la storia ci insegna che il bisogno di tranquillità e serenità può diventare talmente grande da spingere le persone a fare la guerra pur di avere la pace.

da qui

 

 

 

scrive Roger Waters

 

Questo articolo di Roger Waters è stato scritto il 4 marzo e pubblicato sul sito web “Brave New Europe” – una testata londinese il cui obiettivo è la “promozione  del pensiero critico e la creazione di un’alternativa al neoliberismo”.

 

Roger Waters:

“Dopo essermi rigirato per tutta la notte, ho capito una cosa. Noi di sinistra facciamo spesso l’errore di considerare ancora la Russia come una cosa in qualche modo socialista. Naturalmente non lo è. L’Unione Sovietica è finita nel 1991. La Russia è un paradiso per purosangue gangster capitalisti neoliberali; un paradiso modellato, durante il periodo della sua orribile ristrutturazione sotto Boris Eltsin (1991-1999), sugli Stati Uniti d’America.

Non deve sorprendere che il suo leader autocratico e forse squilibrato, Vladimir Putin, non abbia più rispetto per la Carta delle Nazioni Unite e per il diritto internazionale di quanto ne abbiano avuto i recenti presidenti degli Stati Uniti o i primi ministri d’Inghilterra (per esempio, ricordate George W. Bush e Tony Blair durante l’invasione dell’Iraq).

Io, d’altro canto, mi preoccupo del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e posso inequivocabilmente affermare che se avessi avuto il diritto di voto nell’Assemblea Generale il 2 marzo, avrei votato con i 141 ambasciatori che hanno sostenuto la risoluzione che condanna la Russia per la sua invasione dell’Ucraina e che chiede il ritiro delle sue forze armate.

“Vorrei che l’Assemblea Generale avesse un mandato di governo“

“Purtroppo non ce l’ha; ciò significa che è ancora più in debito nei confronti di tutti noi attivisti contro la guerra che amiamo la libertà e rispettiamo la legge per stare spalla a spalla con tutti i nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo, indipendentemente da razza, religione o nazionalità, nel perseguire la sfuggente pace.

Naturalmente questo significa stare con il popolo russo e con il popolo ucraino, con il popolo palestinese, con il popolo siriano, con il popolo libanese, con i curdi, con gli afroamericani, con i messicani, con gli abitanti della foresta pluviale ecuadoriana, con i minatori sudafricani, con gli armeni, con i greci, con gli Inuit, con i Mapuche e con i miei vicini, gli Shinnecock, per citarne solo alcuni.

È stato mostruoso sentire giornalisti bianchi occidentali (come Charlie D’Agata di CBS News) lamentarsi della situazione dei rifugiati ucraini sulla base del fatto che “ci assomigliano”, quando si rivolgono a quello che ritengono debba essere un pubblico bianco occidentale; e che il conflitto in Ucraina è eccezionale perché “questo non è l’Afghanistan o l’Iraq”. Questo è oltraggioso.

Tale pensiero implica che in qualche modo sia più accettabile fare la guerra a persone la cui pelle è marrone o nera e cacciarle dalle loro case rispetto a persone che “sembrano come noi”. Non è così. Tutti i rifugiati, tutte le persone che lottano sono nostri fratelli e sorelle.

In questi giorni difficili, dovremmo resistere alla tentazione di gettare benzina sul fuoco tra buoni e cattivi; dovremmo chiedere un cessate il fuoco in nome dell’umanità; dovremmo sostenere i nostri fratelli e sorelle che lottano per la pace a livello internazionale, a Mosca e Santiago e Parigi e San Paolo e New York, perché siamo ovunque; e smettere di riversare armi da guerra nell’Europa dell’Est, destabilizzando ulteriormente la regione solo per soddisfare l’insaziabile appetito dell’industria internazionale degli armamenti.

Forse dovremmo far sentire la nostra voce per incoraggiare l’idea di un’Ucraina neutrale, come è stato ripetutamente suggerito da sagge persone in buona fede per molti anni. Prima di tutto, naturalmente, gli ucraini devono chiedere un cessate il fuoco; ma dopo, forse gli ucraini accoglierebbero con favore un tale accordo. Forse qualcuno dovrebbe chiederlo a loro.

Una cosa è certa: non può essere lasciato spazio ai gangster. Se lasciati ai loro artifici, i gangster ci uccideranno tutti”.

da qui

 

 

 

Trasporti aerei di morte

 

Dall’inizio di marzo sono moltissimi gli aerei militari partiti da Pisa con destinazione l’aeroporto militare di Rzeszow/Jasionka, in Polonia. Ma non solo, da Pisa partono aerei militari che arrivano in Romania e in Tunisia, o che fanno esercitazioni sopra la nostra città. Aerei come i Boing KC767A o C-130J “Hercules”. Cosa trasportano? Non ci è dato sapere. Questi aerei possono trasportare sia truppe che pallet standard Nato, ma il loro contenuto è stato secretato e nemmeno un parlamentare in carica può accedere a questa informazione.

Vogliamo risposte e chiarimenti, la cittadinanza ha il diritto di sapere che tipo di operazioni militari sta conducendo il proprio Paese, soprattutto quando una città presta i propri aeroporti diventando da una parte protagonista diretto del conflitto, dall’altra potenziale bersaglio.

Secondo quanto denunciato dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, quello in corso sembra configurarsi come un vero e proprio “ponte aereo” militare internazionale verso la base di Rzeszow, nella Polonia orientale, dove già dai primi di febbraio opera un comando logistico USA. Su Rzeszow stanno convergendo aerei provenienti anche da altri paesi, in particolare dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dal Belgio, dalla Spagna, dal Canada. In Italia alcuni dei protagonisti di questo quadro sono l’aeroporto militare di Pisa e l’aeroporto “Mario de Bernardi” di Pomezia, uno dei più grandi aeroporti militari d’Europa.

È di oggi inoltre la denuncia del sindacato usb di Pisa che rivela come i lavoratori addetti al carico nel Cargo Village dell’aeroporto si sono trovati davanti ad armi e munizioni, invece che “aiuti umanitari”. Un episodio gravissimo che conferma amaramente le nostre preoccupazioni e su cui chiediamo urgentemente chiarezza, sostenendo tutti i lavoratori e le lavoratrici che, nel pieno rispetto della nostra Costituzione, si rifiutano a caricare sugli aerei armi e strumenti di morte.

Dopo la sciagurata decisione di inviare materiali militari in Ucraina e altri soldati per rinforzare i contingenti già schierati nei Paesi baltici chiediamo al Governo di sapere quali siano tutte le operazioni in corso e la tipologia di materiali militari che vengono inviati in Polonia. Il parlamento e la cittadinanza devono essere informati sulle attività militari che il nostro Paese sta compiendo, in aperto contrasto con la nostra Costituzione, utilizzando tutte le basi Nato/statunitensi presenti sul territorio nazionale. Le scelte sconsiderate di questo governo hanno già trascinato l’Italia in una posizione di co-belligeranza escludendo di fatto il nostro Paese da un qualsiasi ruolo di possibile di mediazione del conflitto.

Per questo, insieme alle deputate del gruppo ManifestA abbiamo già chiesto al Ministro della Difesa di riferire in aula e preparato una interrogazione parlamentare. Interrogheremo anche il Sindaco Conti perché non è ammissibile che chi governa la città non sappia, non dica o non s’interessi di ciò che sta accadendo e che riguarda tutti noi.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista

Ciccio Auletta, consigliere “Diritti in Comune”

Giovanni Bruno, Rifondazione Comunista Federazione di Pisa

 

 

Gravissima la circolare dello Stato Maggiore dell’Esercito datata 9 marzo. Il nostro esercito si prepara a combattere. E’ la dimostrazione lampante che il nostro Paese è già parte co-belligerante nel conflitto in corso. Cittadini/e sono tenuti all’oscuro di come il governo ci stia sciaguratamente trascinando in una guerra i cui sviluppi, se si continua su questa strada, saranno devastanti. Chi ha prestato servizio nelle forze armate negli ultimi trent’anni non ha mai visto una circolare dello stato maggiore dell’Esercito di questo tenore. A questa sciagurata mobilitazione di truppe si aggiunga che ancora non è dato sapere che tipo di armamento stiamo inviando in Ucraina. Il governo chiarisca immediatamente al Paese.

 

Bisogna fermare questa spirale di guerra.

 

Maurizio Acerbo, Gregorio Piccin

 

 

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI – Angelo Gaccione

da qui

 

A QUESTO PUNTO – Franco Astengo

da qui

 

 

 

 

Versione italiana di Riccardo Venturi

UNA DURA PIOGGIA CADRÀ

E dove sei stato, figlio mio dagli occhi azzurri?
Dove sei stato, mio caro ragazzo?
Ho inciampato sul fianco di dodici montagne brumose,
Ho camminato strisciato su sei strade tortuose
Sono andato dentro a sette cupe foreste,
Sono stato davanti a una dozzina di oceani morti,
Mi sono addentrato per diecimila miglia in una tomba,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E che cosa hai visto, figlio mio dagli occhi azzurri?
Che cosa hai visto, mio caro ragazzo?
Ho visto un neonato circondato dai lupi,
Ho visto un’autostrada di diamanti, ma non c’era nessuno,
Ho visto un ramo nero che stillava sangue,
Ho visto una stanza piena d’uomini coi loro martelli sanguinanti,
Ho visto una scala bianca tutta coperta d’acqua,
Ho visto diecimila bocche che parlavano con le lingue spezzate,
Ho visto pistole e lame aguzze in mano a dei bambini,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E che cosa hai udito, figlio mio dagli occhi azzurri?
Che cosa hai udito, mio caro ragazzo?
Ho udito il rombo d’un tuono che ruggiva un allarme,
Il boato d’un’ondata che avrebbe sommerso il mondo intero,
Ho udito cento tamburini con le mani in fiamme,
Ho udito cento che sussurravano e nessuno che ascoltava,
Ho udito una persona morire di fame, e molti che ridevano,
Ho udito il canto di un poeta che moriva nelle fogne,
Ho udito il rumore di un clown che piangeva nel vicolo,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E chi hai incontrato, figlio mio dagli occhi azzurri?
Chi hai incontrato, mio caro ragazzo?
Ho incontrato un bambino accanto a un cavallino morto,
Un uomo bianco che portava a spasso un cane nero,
Ho incontrato una ragazza col corpo che bruciava,
Ho incontrato una bambina che mi ha dato un arcobaleno,
Ho incontrato un uomo ferito in amore,
Ho incontrato un altro uomo ferito d’odio,
E una dura, una dura, una dura, una dura
Una dura pioggia cadrà.

E che farai adesso, figlio mio dagli occhi azzurri,
Che farai adesso, mio caro ragazzo?
Me ne tornerò indietro prima che cominci a piovere,
Andrò nel profondo della più buia foresta,
Dove c’è tanta gente con le mani vuote,
Dove le pillole di veleno straripan le loro acque,
Dove la casa nella valle è come una sporca e umida prigione,
Dove il volto del boia è sempre ben nascosto,
Dove la fame è brutta, dove le anime sono dimenticate,
Dove nero è il colore, dove zero è il numero,
E lo dirò, e lo penserò, e lo affermerò, lo respirerò,
E lo rifletterò da una montagna, così che tutti lo vedano,
Poi starò sull’oceano finché non comincerò a affondare,
Ma conosco bene la mia canzone prima di cominciare a cantare,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

da qui

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Un commento

  • Gian Marco Martignoni

    Concordo alla lettera con Francesco Masala, e segnalo che Carlo Rovelli è stato minacciato di morte per non essersi accodato ai guerrafondai dell’Occidente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.