Verità comode – di Mark Adin

Martini, Vallanzasca, Valdesi, Chomsky

Con la morte del Cardinal Martini si sono scatenati, i bravi giornalisti democratici, nell’univoco elogio funebre. Il prelato ha preteso e disposto di non essere oggetto di accanimento terapeutico , di poter trapassare in modo naturale, e la sua volontà è stata rispettata.

Si sa: a nessun pubblico personaggio si concede privacy, neppure in punto di morte. Come si dice? Si spettacolarizza. Al di là di questa ormai consueta indelicatezza, colpisce come siamo sempre pronti a lodare un comportamento altrui allo scopo di giustificarne uno nostro. Si prenda un dettaglio, una parte del tutto, che corrisponda  al nostro punto di vista, e lo si trasformi in un partigiano della nostra causa, isolandolo dal complesso delle idee e del comportamento che ne sono espressione. Ecco Martini diventare testimonial di laici e gnostici e atei di ferro che intendono decidere, secondo coscienza, del momento più intimo della vita dell’uomo: la  conclusione. Non importa quale sia stata l’intera esistenza del Cardinale milanese, la sua posizione complessiva. E’ rilevante il suo atto finale per sostenere una tesi: la nostra. Nel caso di Martini, per la verità uomo di ragguardevole statura intellettuale (e fisica), è facile fare proprie anche altre notevoli caratteristiche. La sua vita è piaciuta ai laici per l’ apertura al mondo dei non credenti (mondo che per i media italiani sembra non esistere) ma, pur sempre, è stato uomo di Chiesa, solidamente inserito nelle sue più alte gerarchie, come di lui considera, solitaria voce dissonante, Piergiorgio Odifreddi.

Il box di Repubblica – l’Amaca di Serra –  accenna al fatto che i Valdesi raccolgono il testamento biologico, mentre consiglieri della giunta Pisapia del Piddì risultano contrari alla istituzione del registro comunale per l’annotazione delle volontà dei cittadini in materia di fine vita. Ovvero: religiosi meglio dei laici e laici peggio dei religiosi. Non voglio certo tacciare Serra, spesso acuto e divertente, di grossolanità, ma il sospetto che anch’egli si avvalga di un certo modo di vedere le cose … inevitabilmente mi sfiora.

Allo scopo di ancor meglio spiegarmi, vado ai matrimoni gay, che parrebbero altro caposaldo della visione laica del mondo. Si loda la Chiesa Valdese per essere stata paladina dei diritti degli omosessuali (col risultato di far avvicinare alla comunità valdese frotte di aspiranti a una vita di coppia tra appartenenti allo stesso genere). La cosa è ancora più evidente in quanto i media e le associazioni gay si sono fatti allegramente un baffo del fatto che, a ben vedere, la Chiesa Valdese NON sposa gay e lesbiche, ma semplicemente “benedice” la loro unione. La differenza non è così sottile, il matrimonio gay NON è previsto neppure per i Valdesi i quali, semplificando, accolgono ma NON sposano i gay. Non frega molto a nessuno dell’attività, nel suo complesso, dei seguaci di Valdo, la loro filosofia di vita: si prende un dettaglio e lo si fa proprio.

Insomma, sia ai gay che ai giornalisti patentati progressisti e democratici ciò che più interessa è appropriarsi di quella parte del tutto che può fare comodo per farsene alleato. Ignorando il resto.

Allo stesso modo anche il Vaticano, da sempre, prende per buono l’atteggiamento del legislatore quando gli è favorevole, e lo stigmatizza quando contrario. Lo si è visto per le vicende dell’aborto, per il quale la Chiesa ha avuto la forza di coprire un reato (la non applicazione di una legge dello Stato affossando un servizio sanitario di pubblica utilità) chiamandola “obiezione di coscienza”. I Vescovi lodano invece la Legge quando serve ad  esentare dal pagamento dell’ICI, Imu, o come caspita si chiama. In realtà a un ente religioso, ma ancor più a uno Stato Estero, non è certo ammissibile ingerire in alcun modo con la legislazione italiana.

E’ sempre pericoloso, oltre che superficiale, “prendere” una parte, quella che ci conviene, per autorizzare e consolidare un nostro atteggiamento, condividendo un pezzettino e tenendo lontano  il resto. Che la Laicità, poi, abbia necessità di ricorrere a visioni religiose, pur diverse tra loro, o a una parte di esse, questo la dice lunga, purtroppo, sulla debolezza del pensiero e, dunque, dell’agire laico in Italia.

Sparigliando le carte, andando ad alcuni giorni fa, ancora una volta il manicheismo ha fatto lo sgambetto a Renato Vallanzasca. Ho accennato poc’anzi al Cardinal Martini, e passare al Re della Comasina può sembrare irriverente. Purtroppo anche la sua vicenda è un esempio della tendenza a piegare ogni fatto a una verità di comodo.

Renato Vallanzasca, assassino ed ex rapinatore, è stato condannato con sentenza definitiva. Ha trascorso più di quarant’anni della sua vita in prigione, secondo la Legge. Ora, la stessa Legge prevede che possa oggi  lavorare all’esterno del carcere (e tornare tutte le sere a dormire in cella). Ripeto: lo prevede la Legge. Fatto sta che, quando la Legge lo condanna alla pena detentiva, “soddisfa” i parenti delle vittime, mentre quando gli permette di lavorare al di fuori della galera di giorno e lo rinchiude di notte, dopo quarantatre anni passati nei penitenziari, quella stessa Legge li indigna.

E allora i media subito insorgono, nella fattispecie sempre il Corriere della Sera, per tirare la volata alle vittime del bandito, si desta peloso clamore, e l’esercente di un paesino della Bergamasca, che si era data disponibile ad accettare l’ergastolano nel suo negozio come commesso, vista la sgradita pubblicità fattale dal quotidiano, lo licenzia in tronco. E lui torna in carcere. Nel silenzio di tutti e nella non applicazione della Legge, con il plauso dei familiari delle vittime e dei benpensanti. Alla faccia del Beccaria.

Sul dorso culturale del Corsera (“La lettura”) di ieri, in un box minuscolo a piè di pagina 12, il giornalista Antonio Carioti ragiona a suo modo, estrapolando da un libro di Noam Chomsky un passo nel quale l’americano, autore anarchico contemporaneo, “elogia le rapidissime ferrovie francesi” (il titolo del citato volume è “Siamo il 99%”).  E aggiunge il virgolettato: “Avremmo potuto fare come in Europa, dove hanno avuto la capacità di sviluppare quel settore”. Questa affermazione, generosamente decontestualizzata dal testo originario, gli serve a ricavarne la domanda birichina con la quale chiude: “Ma chi lo dice adesso ai No Tav?”.  Che di un libro di 152 pagine, scritto da un intellettuale di vaglio, si peschino un paio di righe per fare implicite affermazioni contro il Movimento NoTav in Val di Susa, ci dà la misura. Come se non bastasse, fingendo di non sapere, ad esempio, che la Tav riguarda il traffico merci, su di una linea che ha già perso gran parte dei suoi utilizzatori (circa due terzi) e realizzabile a costi “enne” volte superiori a quelli francesi, e così via. Omissis.

La banalizzazione, la superficialità, l’estrapolazione, tutto ciò che è condonabile per chi si trovi al bar dopo un paio di amari, acquista un sapore diverso se proveniente dalla penna di chi scrive professionalmente e perciò si carica di responsabilità. La potremmo chiamare “dolosa mistificazione”?

Ecco, non credo che la Laicità sia soltanto una forma di distanza dalla religione, penso sia qualcosa di più, qualcosa che è parente stretto di una visione  più complessiva, di un metodo difficile, scomodo, ma non addomesticabile a seconda della bisogna, che nel nostro Paese sembra ancora, purtroppo, tutto da costruire.

Mark Adin

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