Mi chiamo Aloisius e…

sono nato il 16 aprile 1927. La storia di Ratzinger come forse Chief Joseph (*) riuscirebbe a “estorcere”. A seguire una noticina di db e un testo di Vittorio Bellavite.

Sono nato in Baviera nel 1927, sotto il segno dell’ariete. Non credo allo zodiaco, ma nel mio caso, sembra azzeccarci: sono capace di fare, organizzare, ho grande energia e creatività, mi manca un po’ la perseveranza. La mia famiglia era cattolicissima e io, a dodici anni, entro in seminario, poi chiuso perché utilizzato per scopi militari. Sono iscritto d’ufficio alla gioventù hitleriana: a sedici anni, mi danno la divisa per fare la guardia alla fabbrica della Bmw e partecipare a marce in tutta la Germania per tenere alto il morale della popolazione, che era molto prostata per la guerra. Non sono un nazista, ma neanche un coraggioso e abbandono i camerati quando, all’orizzonte, si profilano gli alleati. Finito il conflitto, divento prete e mi dedico agli studi teologici, che sono la mia passione. Per questo motivo partecipo al Concilio Vaticano II, come consulente del cardinale Frings. Divento amico di Hans Kung, facciamo un pezzo di strada insieme, poi ci allontaniamo. E’ troppo intransigente, radicale, rischia di mettersi in conflitto con il potere ecclesiastico ed essere ricacciato ai margini. Cosa puntualmente avvenuta. Non potrei sopportare di stare fuori dalla Chiesa, che considero la mia famiglia. Avanzo sempre a piccoli passi, mi fermo e, se è il caso, torno indietro. Mi considero un conservatore-progressista. Nel 1977, Wojtyla mi affida le diocesi di Monaco e di Frisinga, e, dopo pochi mesi, mi fa cardinale. Il papa polacco ha molta fiducia in me, praticamente divento il suo braccio destro. Lui va in giro per il mondo ad abbattere il comunismo e ridurre al silenzio le vittime del fascismo, io mi occupo della fede. Lui conosce i cruenti metodi bolscevichi e dedica la sua vita affinché diventino obsoleti ed esecrabili, ma chiude un occhio, anche due, nei confronti dei macellai argentini e cileni, che hanno trasformato l’oceano in un cimitero e lo stadio di Santiago in un mattatoio. Io mi occupo della teoria e lui mi ricompensa: nel 1991 mi nomina prefetto per la Congregazione della fede, che vigila sulla correttezza della dottrina cristiana. Sostituisce il vecchio Sant’uffizio che, secondo l’ex sindaco di Firenze – Giorgio La Pira – non era un ufficio, tantomeno santo. Intanto scoppia lo scandalo dei preti pedofili e io, su indicazione del papa polacco, sancisco che sono contro la morale cattolica, i seguenti comportamenti: stupro, prostituzione, pornografia, fornicazione, adulterio, atti omosessuali, masturbazione e contraccettivi. Ho qualche dubbio ma eseguo, anche se continuo a credere che non si può mettere sullo stesso piano il genocidio degli ebrei e dei nativi americani e l’omicidio per un sorpasso azzardato o per legittima difesa. Il mio capo non sembra intenzionato a intervenire contro cento anni di abusi sessuali, operati da preti e vescovi in Irlanda e ignora le denunce per fatti simili avvenuti negli Stati Uniti. E’ troppo impegnato nella lotta al comunismo e non ci pensa due volte a scatenare il massacro nella ex Jugoslavia: sapeva benissimo che riconoscere immediatamente la Croazia significava gettare benzina sul fuoco. Cerco di andare negli USA ma mi viene negato il visto perché rappresentante di una nazione che copre la pedofilia. Fortunatamente interviene George doppia W Bush e il permesso mi viene accordato. Sono sempre in sintonia con il mio capo, sentenzio che gli omosessuali non possono entrare in seminario. Mi dimentico, ci dimentichiamo che gli eterosessuali, in grado di svolgere, in modo aberrante, lo stesso compito, lasciando sanguinanti i poveri e innocenti seminaristi, che hanno scelto la fede e l’aiuto al prossimo non certo di essere stuprati e sodomizzati.

All’interno di queste mostruosità, il mio capo polacco sostiene che il preservativo è contro la fede. Capisco che il segno zodiacale è importante, perché ci vuole molta creatività per confondere l’amore per Cristo con un pezzo di plastica, lubrificato all’uopo. Il mio capo muore e io sono eletto al suo posto. Da subito, la curia romana non mi piace: troppi intrallazzi, troppi segreti, troppo denaro in libera uscita. Mi sembra una banca di affari, non una congregazione religiosa. Cerco di metter ordine ma il compito è arduo. Cominciano le notti insonni, che riescono a farmi riflettere su certe mie uscite teoriche. Infatti avevo stigmatizzato l’omosessualità come un peccato contro Dio e scopro che una potente lobby di prelati gay controlla il Vaticano. Mi assalgono dubbi sulla fede, soprattutto in materia di sessualità. Credo in un Dio che non è il conduttore di un programma a quiz ma vuole il bene dell’uomo e non può inculcargli il rifiuto per l’altro sesso e l’amore per il proprio con lo scopo di punirlo, non può sentirsi offeso da una fornicazione (che provoca piacere e nessun danno), non può scandalizzarsi se qualcuno, nell’intervallo, o nell’attesa di un partner, usa le sue mani per darsi piacere, attraverso una sana e rilassante pratica di masturbazione. Le notti insonni si allungano e mi devo aiutare con la chimica. Comincio ad avere strane visioni. Vedo riti propiziatori e cerimonie benedicenti le nefandezze quotidiane e affittuari della casa del Signore insolventi. Vedo scorribande di cammelli che attraversano le crune di deserti miniaturizzati e fornicazioni autorizzate con speciale deroga. Scopro assassinii derubricati nel nome di Dio e ostie intrise nel sangue di speculazioni finanziarie. Vedo un colpo di pistola che squarcia il ventre del mio predecessore e il mio connazionale, Hortz Trapper, in arte commissario Derrick, che fa le indagini. Lui, di segreti inquietanti, se ne intende. Poi irrompono straccioni e puttane, sono attorno a un palo, dove c’è un uomo con le membra inchiodate. Mi trafiggono i suoi occhi furenti, che riverberano verso il cielo la rabbia per una promessa mancata. Smetto la pastiglia, ma la visione ritorna tutte le notti. Dico basta! L’undici febbraio 2013 rinuncio a essere vescovo di Roma e do le dimissioni da papa.

(*) L’AUTORE

Chief Joseph – o se preferite Capo Giuseppe – è stato una guida (militare e spirituale) dei Nasi Forati, popolo nativo americano. Si chiamava in realtà Hinmaton Yalaktit, che in lingua niimiipuutímt significa Tuono che rotola dalla montagna. Da tempo riceviamo molti contributi alla “bottega” firmati Chief Joseph. A volte sono testi; più spesso fotomontaggi per dialoghi (senza speranza?) a commentare una notizia o un breve testo: ci piacciono per l’estrema sintesi e la contrapposizione fra mondi diversi e abbiamo deciso di metterli in “bottega” ogni mercoledì mattina. [db]

UNA NOTICINA “RATZINGERIANA” DI DB

   Mi piace questa confessione del “pastore tedesco” – cioè Joseph Aloisius, che si volle Benedetto XIV – ma temo che l’abusivo biografo Chief Joseph abbia preso per irrevocabili le dimissioni dal “soglio pontificio”. Invece il tizio resta «papa emerito» [qualunque cosa voglia dire] e ogni tanto si fa ri-sentire. Nell’ultima sua uscita il (non) pensionato Aloisius tenta addirittura di scaricare un bel po’ di colpe millenarie della Chiesa cattolica sul povero ’68 (inteso come anno). Ma anche fra i credenti c’è chi non se la beve. Ed ecco perchè qui sotto incollo il commento di Vittorio Bellavite – coordinatore italiano di NOI SIAMO CHIESA – che racconta tutta un’altra storia (da questo Benedetto forse in pensione ma un pochino – o almeno io la vedo così – anche dal titolare cioè il Francesco in carica).

Il testo di papa Ratzinger è un vero e proprio Manifesto per una Chiesa preconciliare ed anticonciliare, con molte caricature della realtà e tutto chiuso nell’identità cattolica. Ma non si tornerà indietro.

Il testo di papa Ratzinger diffuso su una rivista tedesca è importante. È la prima volta che in modo pubblico dopo le sue dimissioni egli mette i piedi nel piatto delle grandi questioni che travagliano la Chiesa e lo fa in un momento delicato con papa Francesco sotto pressione da due versanti opposti sulla questione della pedofilia del clero, c’è chi lo accusa di essere troppo prudente e c’è chi si aspetta invece altri rinvii o insabbiamenti (anche senza dirlo esplicitamente). La posizione del papa emerito in questo testo si capisce che ha alle spalle una posizione critica più generale sul pontificato di Francesco, che però non viene esplicitata. Forse ha qualche suggeritore all’interno della Curia. Il parlare della pedofilia serve per un confronto/scontro più generale di tipo teologico e pastorale in cui da una parte c’è l’opposizione al “mondo” (che è il male) e dall’altra il dialogo e l’arricchimento reciproco con quanto è esterno alla Chiesa (è la linea del Concilio). Questa uscita di Ratzinger offusca la decisione evangelica (ed esemplare sotto il profilo dei problemi di governo della Chiesa) che egli prese con le sue dimissioni. Il suo testo, aldilà delle sue debolezze evidenti e della povertà del suo contenuto, ci sembra di una gravità eccezionale perché esso servirà come punto di riferimento nei prossimi tempi per gli insofferenti del magistero attuale considerato non dottrinale, troppo terzomondista, troppo ecumenico. Papa Bergoglio e il Card. Parolin sono stati informati del documento. Sicuramente non l’hanno gradito e dovranno fare buon viso a cattivo gioco. L’imbarazzo traspare anche da come il documento è stato presentato su L’Osservatore Romano e sull’Avvenire.

Il ‘68

Il testo inizia raccontando di episodi particolari degli anni ’60 in Germania, che crearono grande disagio a Ratzinger, che lo portarono in modo sbrigativo a soffrire la “Rivoluzione del ‘68” e che furono alla base, a quanto si sa e si capisce, del suo passaggio da teologo d’avanguardia a teologo schierato, da allora in poi e fino ad oggi, su posizioni più che tradizionaliste. Egli fa una analisi caricaturale e inaccettabile (o, come minimo, superficiale) di quei fermenti. “La pedofilia fu considerata permessa e conveniente” (ma da chi? quando mai successe questo?), la nuova permissività fu causa di violenza, “il collasso spirituale fu legato alla libertà sessuale” e via di questo passo. Una delle conseguenze fu: Il diffuso collasso delle vocazioni sacerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato clericale furono una conseguenza di tutti questi processi”. Espressa in questo modo la crisi nel clero e nei seminari è del tutto unilaterale, tagliata con l’accetta e, in definitiva, inaccettabile. Le situazioni furono ben più complesse e, per certi versi, positive, viste dal punto di vista di chi voleva una Chiesa che si incamminava nella linea e nello spirito del Concilio per il superamento di una vita di fede fondata in gran parte sulla precettistica e sulle convenienze sociali. Il ’68 ha scosso la Chiesa ma i suoi mali, a partire da quello della pedofilia, sono ben precedenti e il ’68 ha reso più facile l’esternarli. Dal ’68 nascono fermenti e realtà di base nel mondo cattolico che si confrontano con le culture emergenti, dando il loro apporto critico e positivo a una fase di passaggio della nostra storia.

La Dichiarazione di Colonia

Il collasso della teologia morale cattolica” fu determinato dall’abbandono del giusnaturalismo che si concluse con il relativismo in campo morale in modo tale che “Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio”. Il ragionamento continua affermando che ci sono “beni indisponibili” e che deve esistere un minimum morale”, che esiste un proprium cristiano” che caratterizza la morale cristiana da quella di altre religioni. Infine si attribuisce alla “Dichiarazione di Colonia” del gennaio del 1989 la responsabilità di avere dato il via a un movimento di contestazione del magistero ecclesiale che Giovanni Paolo II (con alle spalle Ratzinger prefetto dell’ex S. Uffizio) tentò di arginare con la Veritatis Splendor (1993) e, prima, con il Catechismo della Chiesa cattolica (1992). Abbiamo riletto la “Dichiarazione di Colonia” che fu firmata da ben 163 eminenti teologi (e non da 15 come scrive Ratzinger), prevalentemente dell’area tedesca. Essa si lamenta del sistema della nomina dei vescovi, dell’emarginazione dei teologi e della censura alla ricerca teologica e infine del ruolo esorbitante attribuito al magistero papale tale da confliggere con lo stesso valore supremo della coscienza del singolo credente. Non c’è nulla di nuovo perché Ratzinger ritorna alla lettera allo scontro che ci fu negli anni ’80 e ’90 di cui egli fu un protagonista dalla parte di chi decide e impone. Ma dalle sue parole egli appare quasi come una vittima. Da una parte la collocazione dell’atto morale all’interno del percorso di fede individuale e comunitario e del contesto sociopolitico, dall’altra una precettistica proposta e imposta secondo canoni rigidi e permanenti che risalgono al Catechismo di Pio X e, risalendo nel tempo, allo stesso Concilio di Trento.

Una caricatura delle vere responsabilità nella Chiesa

Il testo prosegue lamentando che la nomina dei vescovi venisse fatta secondo il criterio della “conciliarità” e che ci fu chi perseguiva “una nuova moderna cattolicità” (e chi leggeva i libri di Ratzinger veniva isolato nei seminari). Siamo quasi alla farsa. L’uomo più autorevole della curia dopo papa Wojtyla si colloca “contro”. Ma contro chi? I suoi colleghi? Sulla base di prove certe provenienti dalla generalità dell’universo cattolico abbiamo sempre detto e ripetiamo che durante 35 anni (1978-2013) i vescovi sono stati nominati a senso unico, solo quelli fedelissimi alla gerarchia e alla Humanae Vitae. Si dimentica papa Ratzinger l’epurazione che fece nei confronti dei teologi della liberazione e dei vescovi che erano ad essa vicini? La rivendicazione continua ed è sorprendente. Ora è nei confronti dell’eccessivo garantismo che avrebbe ostacolato la condanna dei preti pedofili rendendo le condanne impossibili. Esso sarebbe stato ispirato dalle posizioni progressiste. Abbiamo sempre saputo e detto esattamente l’opposto. È stato il sistema tortuoso della casta clericale che, aiutato dalle norme e dalla una omertà diffusa, ha coperto la pedofilia del clero venuta a galla per merito di soggetti esterni alla Chiesa (la stampa, l’opinione pubblica e, in seconda battuta, le vittime). Al vertice di tutto il sistema c’era la Congregazione per la Dottrina della Fede e il suo capo per 25 anni. Poi Ratzinger continua in modo altrettanto sbalorditivo. Amareggiato per il troppo garantismo sostiene che “il diritto canonico deve proteggere anche la fede, che è un bene importante protetto dalla legge”. L’altro bene da proteggere non è quello delle vittime! Di esse non si fa cenno in nessun punto del testo. Incredibile. Che significa la protezione giuridica della fede nel caso specifico non è molto chiaro. Ci sembra evidente invece come molte crisi di fede possano essere indotte dai comportamenti delittuosi di chi abusa dell’innocente. Oltre alle vittime anche l’autorità civile risulta del tutto estranea alle riflessioni di Ratzinger. Tutto è interno alle situazioni ecclesiastiche che subiscono l’intrusione del mondo esterno con le sue culture permissive. C’è così un ribaltamento di responsabilità. Esse non devono essere attribuite soprattutto, come fa invece papa Francesco, al clericalismo e all’abuso di potere e di coscienza.

Col “mondo” diffidenza o dialogo?

La parte finale delle riflessioni si aprono con un interrogativo curioso. “Creare un’altra Chiesa?” si chiede Ratzinger, “questa esperienza è già stata fatta ed è già fallita”. Che ragionamento sta dietro questa domanda? Essa è solo discorsiva senza un vero valore? Oppure ci si riferisce alla chiesa di Lefebvre? Si continua poi con affermazioni positive ricorrenti nella spiritualità quotidiana, per esempio “dobbiamo noi stessi di nuovo imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita e non accantonarlo come fosse una parola vuota” ed altri passaggi simili. Ci fermiamo sui punti che suscitano osservazioni. Ratzinger esprime la sua insofferenza per quella che considera l’estraneità di Dio dalla società, “un mondo senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso” in cui “non vi sarebbero più i criteri del bene e del male, dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte” e infine “la società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire”. Sono parole esplicite che erano alla base anche del suo magistero da papa, mai dette però in modo così chiaro. Non le condividiamo. Esse significano di fatto una chiusura al mondo, alle realtà laiche anch’esse dense di valori, sofferenze e ricerche. Con esse il percorso del cristiano si intreccia, si confronta, cammina insieme nel rispetto ma anche nella condivisione di valori umani e di spiritualità comuni. È il rapporto positivo che vogliamo con la secolarizzazione. Come conseguenza di queste ottiche sul “mondo” Ratzinger sostiene come negativo che Dio non sia stato inserito nella Costituzione Europea come “criterio di misura della comunità nel suo complesso”, “Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo”. Abbiamo contrastato questa idea di Ratzinger papa. Le radici culturali dell’Europa sono multiformi e ricche, non necessitano di esibizioni o di reciproche concorrenze. In questa fase storica poi le radici cristiane sono “gridate” dalle forze diffidenti dell’Europa e chiuse nel proprio nazionalismo. Il documento continua parlando dell’Eucaristia “declassata a gesto cerimoniale” e poi della Chiesa che “viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico” e “l’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso”, ma infine si conclude positivamente perché “c’è pure la Chiesa santa indistruttibile, ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama”.

Ci sembra un intervento sbagliato le cui conseguenze non sono state valutate. È amaro nei contenuti e tutto chiuso all’interno delle logiche di Chiesa. Non lo pensavamo possibile. Esso ci indica quale è la distanza che separa il preconcilio dallo spirito del Concilio che è stato rilanciato dal nuovo corso di papa Francesco.

Roma, 12 aprile 2019      

 Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale NOI SIAMO CHIESA

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

LE  DUE  VIGNETTE – scelte dalla “bottega” – SONO  DI  ALTAN.

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