Moorcock nello spazio infinito

Missioni spaziali: l’epica e i dubbi. Non fatevi sfuggire dalle mani «Il corridoio nero» (210 pagine per 5.90 euri, nella traduzione di Gabriele Tamburini) scritto nel 1969 da un Michael Moorcock in gran forma e ora riproposto in edicola da Urania.

Come al solito non svelerò i numerosi colpi di scena. Certo che da pagina 125 in poi il vostro sguardo cambierà completamente.

Un bell’inizio sullo spazio sconfinato, buio, neutro, «assenza di tempo e di materia» che «non minaccia» e neppure «aiuta». Geniale la parte sui «patrioti» e gli Ufo, sul «sangue straniero» e sulle nuove facce che può prendere il razzismo; quasi un referto medico sul nostro futuro (o presente?) il diffondersi della psicosi sui «pasti in comune» o sull’essere salutati dai vicini; politicamente e psicologicamente perfetta l’analisi dei «problemi-surrogato». La miglior battuta del libro è l’idea di un «socialismo» da programmare «senza dolore». La metafora dei giocattoli poteva forse essere sfruttata ancor meglio ma siamo dalle parti del cavillo. Alcuni passaggi di scrittura sperimentale sono assai belli ma almeno in un caso (come spiega la nota di pagina 82) risentono della traduzione.

Fra i molti libri di Moorcock alcuni sono inediti in italiano e altri irreperibili. Nel ritratto tracciato da Giuseppe Lippi si annuncia che qualcosa sarà recuperato in un prossimo “Millemondi”. Qui in blog avevo segnalato con entusiasmo la ristampa del magnifico «I.N.R.I».

«Sono solo. Sto controllando un desiderio disperato. Anche se so che è mio dovere non sentirmi solo. Quasi vorrei che si verificasse una situazione di emergenza in modo da poter finalmente risvegliare uno di loro»: così annota Rayan nel suo diario “segreto”. Siamo proprio all’inizio – «giorno 1473» del viaggio spaziale – e già uno degli scenari è chiaro. Senza svelare nessun segreto e tanto meno l’ambiguità del finale dirò che i temi del lungo viaggio, dell’ibernazione e della solitudine nello spazio non erano mai stati affrontati con simile sagacia.

Interessantissimo «Tunnel sotto il mondo & C.», il lungo articolo (30 pagine, quasi un saggetto) di Fabio Feminò che chiude il volume: si passa dai tunnel reali a quelli immaginari, da Clarke a Verne, dal maglev (treno a levitazione magnetica) a Lewis Carroll, dai treni super-veloci alle slitte-razzo, dal “mad scientist” Nikola Tesla allo StarTram passeggeri. Di sfuggita Feminò nomina – a proposito della proposta di Frank P. Davidson per grandi «trasporti sotterranei a lunga distanza» – la Val Di Susa in lotta: «Senza dubbio i lettori italiani penseranno che questa sia una follia, considerate le violentissime proteste sollevate dalla cosiddetta Tav, cioè dallo scavo di una semplice galleria convenzionale». Semplice un cavolo: è distruttiva di una valle, pericolosa per l’amianto e inutile. Chiuso inciso.

Dopo il bel saggetto di Feminò (sempre informatissimo… tranne che sulla Val Susa) qualche anticipazione di Giuseppe Lippi sui prossimi Urania. Ad aprile uscirà «Il vagabondo dello spazio» – ma con il titolo cambiato – di Fredric Brown, «integrale, senza censure nelle parti “scabrose” come era avvenuto per le edizioni passate; poso un attimo il mouse e brindo con champagne, va beh succo di mango che è quasi uguale. Nelle pagine successive si annuncia che sono già in edicola «Il mestiere dell’avvoltoio» di Robert Heinlein (preso, riletto nonché lodato, 7 giorni fa, qui in blog) e «Il futuro di vetro e altri racconti» (devo prenderlo poffarbacco) mentre a marzo la Collezione Urania riproporrà «I figli della Luna», scritto da Jack Williamson «l’anno dopo la fine delle missioni Apollo».

Dal mio martedì per oggi ho concluso a voi la linea.

 

Redazione
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3 commenti

  • Ho una domanda per il professor Barbieri, e per tutti i fantascientifici che passano di qui.
    La scorsa settimana l’esimio professore ci ha deliziati con la recensione di “Il mestiere dell’avvoltoio” di Heinlein. Ora, da brava scolara, sono andata a leggere il racconto e ho notato alcune somiglianze fra ciò che capita ai protagonisti e,,, tenetevi forte… Ubik!
    Gli elementi che mi hanno fatto accostare due autori così dissimili:
    – i protagonisti si accorgono che il mondo perde oggettività;
    – per rimediare a questo, decidono di non separarsi mai;
    – scoprono che il mondo è duplice, loro lo percepiscono in un modo ma può essere anche una sorta di nebbia spaventosa.
    Chiunque abbia letto Ubik non può fare a meno di notare la somiglianza tra questi aspetti del racconto di Heinlein e ciò che accade ai personaggi dickiani.
    Il punto è: è possibile che Dick si sia ispirato a questo racconto per scrivere Ubik? So che non amava Heinlein anche per motivi politici, ma so anche che esistono le criptoamnesie…
    Qualcuno può aiutarmi?
    Clelia

  • carissima Clelia fffaes
    (fanciulla fluttunte fra Appalacchi Egitto Sardegna)
    sono sconvolto
    non mi sento in grado di affrontare un simile fardello da solo
    (anche perchè sono ancora così giovane)
    prima di risponderti su un quesito così scottante/scattante/scostante sbircerò le risposte in blog e chiederò ai cpdgr (centomila popoli delle galassie riunite) di esprimersi.
    Nel caso che tu tema rappresaglie dai tremendi Gid (Gruppi integralisti dickiani) – dei quali ti assicuro NON faccio parte – voglio rassicurarti che non darò il tuo indirizzo. Speriamo che non ti scoprano però i Fdsedh (Fanti dello spazio emuli di Heinlein).
    Voglio ringraziarti per la fiducia (eccessiva) ma sapere se c’è una domamda di riserva: che so, i nomi delle città in «Follia per 7 clan» o descrivere il medaglione che Sturgeon portava al collo. Lì mi sento più preparato,
    asibiri
    ma anche per aspera ad astra
    db

  • Grazie Daniele.
    Grazie perché non mi denuncerai ai Gid.
    Resta il mio psicocrimine, aver pensato che Dick possa essersi ispirato a una storia di Heinlein per quella che io giudico la sua opera meglio riuscita.
    Il mestiere dell’avvoltoio è del 1942, se non sbaglio. Dick aveva quattordici anni. Niente di strano che l’abbia letto da ragazzino e poi ne abbia estrapolato le idee che più l’avevano suggestionato.
    Ora scappo, arriva la psicopolizia.
    Clelia

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