«Necrosi»

Con questo racconto di Maurizio Cometto (*) la serie dei «Fantastici saba-quattro» , ovvero 4 imperdibili letture per l’agosto in bottega, tocca quota tre

MaurizioCo-cambioStagione

NECROSI

Mi è successo un incidente che quasi mi vergogno a raccontare.

Colpa della mia distrazione. Quando viene novembre mi prende sempre un umore sonnacchioso, e spesso non mi rendo conto di quello che faccio. Senza contare Alberto, e le sue telefonate chilometriche.

È sera. Dopo una dura giornata in ufficio, dopo aver dato da mangiare a Parker e Betty, dopo aver abbondantemente cenato io stesso, mi rimane ancora da lavare i piatti. In sottofondo ho messo un disco di John Coltrane.

Non sono di nessun umore in particolare. I gatti sono stesi sul divano e sembrano apatici. Andrò a letto presto, visto che mi sento le palpebre pesanti.

Mentre sciacquo i piatti mi accorgo di quanto il lavabo e il miscelatore siano incrostati di calcare. Quanto tempo è che non passo il Viakal? Prima di buttarmi sul divano, decido, farò piazza pulita di tutto.

Mi irrita vedere quelle belle superfici metalliche tutte ruvide invece che splendenti.

Detto fatto. Prendo il Viakal, lo agito e comincio a spruzzarlo sulle superfici del lavabo. Mi accanisco soprattutto sulla bocca del miscelatore: è lì che le incrostazioni sono più dure e resistenti. Non mi reputo soddisfatto finché l’orlo della bocca non è cosparso da una schiuma fitta e bluastra.

Ripongo il Viakal nello scomparto dei detersivi. Mi siedo sul divano a sfogliare La Stampa, nell’attesa che l’opera di disincrostazione si concluda. Tra una mezz’oretta passerò a sciacquare, e pazienza per l’odore pungente che si sta diffondendo in cucina.

Parker e Betty sono sempre addormentati sul divano. Meglio così: a volte hanno il vizio di balzare sul lavabo per abbeverarsi da qualche scodella piena d’acqua di risciacquo. Guai se lo facessero adesso, con quel veleno sparso dappertutto.

Anche le mie palpebre si stanno abbassando.

Squilla il cellulare. Alberto, chi altri? Domani ha intenzione di giocare al Superenalotto, per la prima volta nella sua vita, e vuole consigli su quali numeri puntare.

– Guarda che non sono mica un esperto -, gli rispondo, sbadigliando.

– Ma non avevi giocato per un certo periodo con quel tuo collega?

– Vero. – Mi ritornano in mente quei mesi risalenti a un paio d’anni fa, quando insieme al Giampi giocavamo due colonne.

– Avevate anche vinto qualcosa.

– Spiccioli. Un misero quattro. Seicento euro a testa, più o meno.

– E ci sputi sopra? Avanti, che numeri mi consigli?

Meccanicamente spengo lo stereo e accendo la tv. C’è una nota trasmissione che parla di misteri. Mentre sfilano immagini della Madonna e della folla a Medjugorie, la voce del commentatore si domanda: “Si tratta veramente di miracoli? Dove può arrivare il potere di autosuggestione della mente umana?”

– Per quella che è la mia esperienza, posso darti soltanto un consiglio.

– Sono tutt’orecchie.

– Non scegliere i sei numeri troppo equidistanti tra di loro. Sceglili piuttosto a gruppi di due o tre, composti da cifre molto ravvicinate.

– Come come come? Puoi spiegarti meglio?

– Ti faccio un esempio. Io non giocherei una combinazione tipo quattordici, ventinove, quarantatré, cinquantasette, settantadue, ottantacinque, perché sono numeri più o meno equidistanti. La differenza tra l’uno e l’altro è sempre quattordici o quindici, o forse anche tredici. Una combinazione che giocherei potrebbe essere, invece, quindici, trentuno, trentacinque, cinquantanove, sessantatré, settantasette. Vedi come le due coppie centrali sono composte da numeri molto ravvicinati?

Alberto rimane un attimo in silenzio.

– E come spieghi questa preferenza? In teoria la probabilità di uscire associata a ogni combinazione è la stessa.

Scrollo le spalle.

– Semplice esperienza. Ho notato che tendono sempre a estrarre sei numeri in cui ce ne sono almeno due o tre molto ravvicinati. Anzi, spesso i numeri “vicini” non sono solo due, ma due coppie, o una coppia più altri tre.

– Non me n’ero mai accorto. Che motivo potrebbe esserci dietro una cosa del genere?

– E che ne so? Può darsi che esista qualche calcolo probabilistico che spiega il fenomeno, ma io non lo conosco.

Mentre il servizio alla tv procede sempre più cupo e minaccioso, finalmente Alberto mi ringrazia e chiude la comunicazione.

Sete. Ho parlato troppo e mi è venuta sete. Mi alzo e vado in cucina. Prendo un bicchiere, lo metto sotto il miscelatore, apro il rubinetto.

Porto il bicchiere alle labbra e comincio a deglutire. Mi accorgo di tre cose. Lo strano sapore, un po’ acidulo. La schiumetta che galleggia sul pelo libero dell’acqua. L’odore di Viakal, ancora persistente, a cui evidentemente mi ero assuefatto.

Sputo il sorso d’acqua che ho in bocca. Due o tre sono già finiti nell’esofago, forse nello stomaco.

Diosanto, cos’ho combinato?

La schiuma bluastra che bordava la bocca del miscelatore è finita nel mio bicchiere. Ho ingerito una specie di soluzione di acqua e Viakal.

Ma dove cazzo c’avevo la testa?

Parker e Betty sono seduti sul davanzale, e mi fissano con aria incuriosita.

Afferro la bottiglietta di Viakal, leggo le avvertenze sul retro. “In caso di ingestione non provocare il vomito: consultare immediatamente il medico e mostrargli il contenitore o l’etichetta”. Comincio a sentire un bruciore alla lingua e al palato.

In preda a una lieve agitazione, telefono alla guardia medica. Spiego l’accaduto alla voce di donna; mi sembra di sentire una specie di riso trattenuto. Mi consiglia di recarmi a Pronto Soccorso.

– È così grave?

– Probabilmente no. Ma è meglio che lei venga visitato e tenuto sotto osservazione per qualche ora. E porti con se la bottiglietta di Viakal.

Sotto osservazione.

Qualche goccia di Viakal diluita in acqua. Al massimo potrà causarmi un po’ d’irritazione alla bocca e allo stomaco. Ma come posso esserne sicuro? E se invece fosse grave? E se invece mi mandasse in necrosi tutto l’apparato digerente?

In fretta mi cambio, saluto i gatti, scendo in garage, salgo in macchina, parto.

Il bruciore sta aumentando. Insieme al bruciore cresce anche la paura. Nonostante questo, una mezza risata mi deforma la bocca.

Trentaquattrenne torinese si avvelena accidentalmente con del Viakal.

Scuoto la testa, mentre guido veloce nella sera ormai tarda verso l’ospedale.

Al Pronto Soccorso, per fortuna, non c’è molta gente. L’infermiera dell’accettazione mi fa subito parlare con un medico. Questi annuisce e mi dice di attendere, che verrò chiamato nel giro di pochi minuti.

Mi siedo e poso la bottiglietta di Viakal sotto il sedile. La ragazza di fronte a me sbircia la bottiglietta, mi guarda, e si gira da un’altra parte trattenendo a stento una risata. Il ragazzo seduto accanto fa finta di niente.

Il bruciore alla lingua e al palato è costante, ma adesso mi sta venendo anche allo stomaco.

Finalmente mi chiamano. Entro nel corridoio sul quale si affacciano i vari ambulatori. Una delle porte è spalancata. Mentre passo getto un’occhiata all’interno. C’è un uomo disteso su un lettino, con una flebo attaccata al braccio. Un paio di medici stanno trafficando intorno alla sua caviglia sinistra.

Riconosco quell’uomo; è Alberto!

Ma com’è possibile che anche lui sia finito qui dentro?

Alberto non mi nota, e io non ho certo il tempo di fermarmi.

Vengo visitato da una giovane donna con la faccia da bulldog. I suoi modi sono bruschi e sbrigativi. Meglio l’infermiera, carina e sorridente.

Mi esaminano lingua gola e palato, mi misurano la pressione, mi fanno un emocromo. Tentano di chiamare il Centro Antiveleni di Milano, senza riuscire a prendere la linea. Mi attaccano una flebo sospesa a una gruccia con le rotelle. Contiene una sostanza che rinforza le mucose dello stomaco. Mi dicono di attendere fuori finché non verrò richiamato.

Esco in corridoio spingendo la gruccia sulle rotelle.

Il bruciore al palato mi sta un po’ passando, quello allo stomaco no.

Mi avvicino alla soglia attraverso cui ho visto Alberto. La porta è chiusa. Fermo un infermiere.

– È già uscita la persona che stavano visitando qua dentro? Si chiama Alberto Palmieri.

– Deve chiedere al dottore -, dice in fretta e si allontana verso un ascensore.

Quale dottore?, mi domando.

Rimango in attesa sia che quella porta si apra sia della mia chiamata. La flebo si svuota; un infermiere me la stacca e porta via tutto. Quando mi chiamano, la porta dietro cui dovrebbe esserci Alberto non si è ancora aperta.

Hanno parlato con il Centro Antiveleni di Milano. Il Viakal è una sostanza irritante ma non velenosa. Avendo io ingerito una dose minima, non dovrei subire conseguenze, se si eccettua l’irritazione alla bocca.

Però è necessario prendere qualche precauzione.

Domani mattina dovrò fare una visita dall’otorinolaringoiatra.

Inoltre il Centro Antiveleni ha consigliato di tenermi sotto osservazione per qualche ora.

– Cosa significa? -, domando.

– Significa che dovrà rimanere qui fino a domani mattina. Le daremo un lettino su cui stendersi e dormire, se ci riesce.

– “Qui” dove? In una stanza?

Il muso da bulldog per la prima volta si distende in un sorriso.

– Ma quale stanza? Nel corridoio lì fuori.

– Ma adesso io sto bene -, protesto. – Il bruciore mi è passato.

– È sicuro?

– Certo che sono sicuro. Non posso andare a casa?

– Se vuole andare a casa adesso, deve firmare questo modulo, in cui si assume la piena responsabilità -, dice mostrandomi un foglio stampato al computer e già precompilato.

Si aspettavano questa mia reazione, evidentemente.

Mi ripugna la prospettiva di rimanere tutta la notte in quel corridoio, percorso da un viavai di infermieri, malati e parenti di malati. In fondo abito abbastanza vicino al Pronto Soccorso. Se dovessi stare male, tornerò subito qui.

– Dove devo firmare?

– Qui. La bottiglietta di Viakal la rivuole indietro?

Osservo il recipiente di plastica, ritto sul tavolo. Lo prendo e lo scuoto leggermente. Dentro c’è ancora del liquido: può durare qualche altra settimana.

– Sì, lo riprendo.

Quando torno in corridoio incrocio un medico appena uscito dalla famosa porta. Gli chiedo notizie di Alberto. Non sa nulla; lì dentro si stanno occupando di un altro paziente.

Esco dal Pronto Soccorso. Sono già le due e mezza. Per stanotte ne ho avuto abbastanza.

Chiamerò Alberto domani mattina.

Parker e Betty sono ancora svegli e mi attendono dietro il portoncino. Mi accolgono con grandi strusciamenti e dorsi arcuati. Erano in pensiero per me.

Parker fa le fusa. Si butta sul divano e si mette a pancia in su, guardandomi speranzoso. Mi siedo e l’accarezzo.

Apro le antine dello scomparto sotto il lavabo, dove tengo i detersivi, e sistemo il Viakal nello spazio che occupa da sempre.

Poi faccio scorrere l’acqua e sciacquo il lavabo, miscelatore incluso. Alla fine il metallo risplende. Il Viakal ha fatto effetto: tutto il calcare è sparito.

Nonostante l’incidente, avverto un senso di soddisfazione.

Vado in bagno e mi lavo bene i denti. Faccio qualche gargarismo, cosa inusuale per me. Non riesco a levarmi l’impressione che la mia bocca sia in qualche modo contaminata.

Anche il mio stomaco potrebbe esserlo.

E se lo fosse tutto il mio corpo?

Mi ritorna in mente una frase sentita alla tv. “Dove può arrivare il potere di autosuggestione della mente umana?”

Finalmente m’infilo sotto le coperte.

Il bruciore alla bocca mi appare aumentato. Inoltre persiste nelle mie narici l’odore pungente di Viakal. Nonostante questo, mi addormento subito.

Vengo svegliato dallo squillo del cellulare. Guardo l’ora: le dieci e mezza. Ma quanto cazzo ho dormito? Devo correre alla visita dall’otorinolaringoiatra.

In compenso il bruciore alla bocca è quasi del tutto sparito, e io mi sento come rimesso a nuovo.

Rispondo alla chiamata: è Massimo. Mi informa che Alberto è stato ricoverato all’ospedale per una frattura scomposta di tibia e perone. Verrà operato martedì mattina.

La dinamica dell’incidente è tipica di Alberto.

È inciampato nel tappeto del soggiorno e ha appoggiato male il piede sinistro, caricandogli sopra tutto il peso dei suoi novantacinque e passa chili.

È successo ieri sera, poco dopo la nostra telefonata.

Appena esco dall’otorinolaringoiatra, poco dopo mezzogiorno (visita che potevo evitarmi, dato che è risultato tutto a posto), vado a trovare Alberto.

Nonostante sia novembre, è una splendida giornata di sole, quasi primaverile.

Alberto è di pessimo umore. L’hanno sistemato in una camera con tre letti, gli altri due sono occupati da un anziano con la gamba destra in trazione, e da un ragazzino con il collare e un braccio ingessato. Alberto è nel letto centrale.

– Si può sapere come cavolo hai fatto a ridurti così?

La caviglia sinistra è distesa sotto una specie di cubo che tiene sollevate le coperte.

– Un colpo di sfiga, altroché. Per fortuna c’era Sandro. Quando torno prendo quel tappeto, lo cospargo di benzina e gli do fuoco.

Mi racconta la dinamica. Subito dopo la nostra telefonata, si è messo a camminare in tondo nel soggiorno, mentre il cugino stava seduto sul divano. Discutevano sui numeri da giocare al Superenalotto.

La tv era accesa e davano quella trasmissione di misteri, ricorda benissimo che parlavano di Medjugorie.

– “Si tratta veramente di miracoli? Dove può arrivare il potere di autosuggestione della mente umana?” -, cito.

– L’hai vista anche tu? Io avrei volentieri cambiato canale, ma Sandro è appassionato di quelle cose.

Tutto è avvenuto in modo rapido e semplice. A forza di camminare in tondo sul tappeto, si sono generate delle pieghe proprio di fronte al divano. A un certo punto Alberto si è seduto di fianco al cugino, e gli ha snocciolato i numeri che avrebbe giocato lui.

Sandro l’ha guardato e ha dichiarato che ai suoi doveva ancora pensarci.

Alberto come sempre aveva fretta e si è un po’ stizzito. S’è alzato bruscamente e ha gettato il passo per riprendere a camminare. Peccato che il piede destro sia andato a infilarsi sotto una delle pieghe del tappeto. Nello slancio è inciampato e ha buttato tutto il peso sul piede sinistro, appoggiandolo storto. A quel punto ha sentito un “crac”, dice, che ricorderà per tutta la vita.

È crollato a terra come un sacco e ha pure battuto la testa sullo spigolo di un mobile, rimediando un bernoccolo.

– Sempre di fretta, sempre nervoso -, lo rimprovero. – Ora però devi cercare di star calmo, altrimenti la tua convalescenza diverrà un inferno.

– Sarà un inferno in ogni caso. Lo sai quanto dovrò stare in trazione dopo l’intervento, eh? Lo sai?

– Due settimane?

– Un mese! Un mese intero! Aggiungi un altro mese per la riabilitazione. Va a finire che, quando finalmente potrò tornare a casa, Carnevale sarà già passato da un pezzo.

– Devi andare a un ballo in maschera? L’importante è che guarisci bene.

Gli racconto il mio incidente, calcando un po’ la mano sugli aspetti comici. Pensavo che ne avrebbe riso, invece è colpito dalla coincidenza. Dal fatto che ieri sera eravamo entrambi al Pronto Soccorso.

– La tua era una cazzata, però. Beato te. Avrei bevuto un’intera bottiglia di Viakal, se fosse servito a evitarmi questo calvario.

– Non parlarmi di Viakal, per favore, che ne sento ancora il gusto in bocca.

Mentre cammino verso il parcheggio rifletto anch’io sulle coincidenze. Ieri sera ce ne sono state tante. La trasmissione televisiva, l’incidente, il Pronto Soccorso…

Ovviamente non significano nulla.

Arrivo davanti all’edificio che ospita gli uffici dove lavoro. Scendo dalla macchina. Subito mi accorgo che qualcosa non va.

L’edificio è degli anni ’90. Eppure tutti i muri sono incrostati. Mi avvicino alla grande porta a vetri dell’entrata. Anche gli infissi, soprattutto negli angoli, sono cosparsi da una patina di calcare.

Alla reception Giovanna mi fissa con gli occhi spalancati. Sembra una statua.

La osservo da vicino. Tra i capelli, sulle guance, sulle mani, ci sono i segni del degrado.

Entro negli uffici. Le pareti, le porte, le finestre, sembrano invecchiate di cent’anni. Sedie e scrivanie hanno perso il colore originario, diventando di un grigio uniforme.

Tutti i miei colleghi hanno fatto la fine di Giovanna. Giampi, il compagno Giorgio, l’ingegner Martoni… Statue fisse nelle pose più improbabili.

Mi siedo al mio posto di lavoro. Provo ad accendere il computer, ma non succede nulla. D’improvviso un fracasso alle mie spalle.

Una plafoniera si è staccata dal soffitto, rovinando sul pavimento.

Devo fare qualcosa. Non posso andare avanti in questa situazione. È giunto il momento di cambiare.

Apro gli occhi. Sono sotto le coperte, nella mia camera. Stavo solo sognando.

Mi accorgo di una strana luminosità proveniente dal corridoio. Parker e Betty sono fermi sul letto, seduti sulle zampe posteriori. Fissano l’uscio spalancato.

Cosa diavolo succede? Mi alzo e accendo la luce.

Quella strana luminosità viene uccisa all’istante.

Vado in corridoio. In soggiorno. In cucina. In bagno. Nella stanza piccola. Non trovo nulla di strano.

Parker e Betty adesso mi stanno venendo dietro. Parker miagola e mi guarda con aria disperata. Ha sicuramente fame.

Riempio la sua ciotola con qualche crocchetta, dopodiché torno a infilarmi nel letto. Spengo la luce. Chiudo gli occhi per trenta secondi, infine li riapro.

Buio totale. La luminosità di prima è proprio scomparsa.

Forse stavo ancora sognando.

Sono appena le quattro. Giro la testa sul cuscino e mi addormento.

In ufficio mi comporto come sempre. Non ho detto nulla riguardo l’incidente del Viakal. Preferisco che il loro ricordo di me non ne venga in qualche modo macchiato.

Lunedì sera mi metto all’opera.

Prima mi dedico al file del curriculum. Quanto tempo è che non lo leggo? Mi rendo conto subito che è decisamente da aggiornare.

Dopo un’ora di lavoro mi sembra perfetto.

Preparo una lettera standard di presentazione. In un altro file ho già annotato una lista di aziende, con i relativi indirizzi. Alcune voci sono sottolineate; vuol dire che conosco gente che vi lavora.

Salvo varie copie “personalizzate” della lettera, inserendo i nomi dell’azienda e del relativo responsabile delle risorse umane.

Stampo i curriculum e le lettere di presentazione. Scrivo gli indirizzi sulle buste. Inserisco i fogli nelle buste, le chiudo e le sigillo con la colla.

Una pila di dieci buste si erge ora sul tavolo di fianco a me. Arriva Parker d’improvviso e comincia ad annusarle, a strusciarsi con il muso. Lo caccio via.

Creo un nuovo file di testo. Dopo qualche istante di riflessione, scrivo:

Con la presente comunico le mie irrevocabili dimissioni dal lavoro, per motivi personali.

Ho avuto qualche dubbio solo sul verbo. Voglio comunicare? Intendo comunicare? La presente per comunicare?

Alla fine ho scelto la forma più diretta.

Aggiungo una frase sulla disponibilità a prestare servizio per l’intero periodo di preavviso.

Stampo la lettera in duplice copia e la rileggo. Mi sembra inappuntabile. Firmo una copia e la chiudo in una busta, su cui ho già scritto l’indirizzo della mia azienda.

Domani mattina andrò in posta e spedirò il tutto.

Sul lavoro mi comporterò come sempre. Nessuno sa ancora di questa decisione.

Di sera andrò a trovare Alberto; sarà appena reduce dall’intervento.

Spero di trovarlo con l’umore migliorato.

L’operazione è andata bene. Gli hanno inserito una placca di titanio tra il ginocchio e la caviglia. Dovrà rimanere in trazione per quaranta giorni.

Intorno al letto ci sono anche la madre e il famoso cugino Sandro, che vedo per la prima volta.

È basso, grassoccio, e ha il colletto della giacca sporco di forfora.

Alberto è già cosciente, anche se l’effetto dell’anestesia gli dà un’aria stanca e sofferta.

Madre e cugino escono insieme. Manca ancora una decina di minuti alla fine dell’orario di visita. Fuori è già buio, sui vetri scuri si riflette il desolato panorama della stanza d’ospedale.

Alberto mi fissa senza dire nulla.

– Hai visto che è andato tutto bene?

– Il peggio deve ancora venire -, risponde. – Il peso della trazione, per esempio, è quasi insopportabile. E dovrò tenermelo per quaranta giorni.

– Voglio confidarti una cosa -, dico.

– Eh? Cosa?

– Ho dato le dimissioni dall’azienda.

Strabuzza un po’ gli occhi.

– Le dimissioni?

– Stamattina ho spedito la lettera. Lascio il mio posto di lavoro.

– E perché cavolo l’hai fatto?

– Perché è venuto il tempo di cambiare.

– Ma hai già pronto un altro posto dove ti prendono?

– No. Stamattina ho pure spedito un po’ di curriculum in giro. Tanto prima di due mesi non mi lasciano libero.

Rimane qualche istante in silenzio.

– Devi essere impazzito -, dice alla fine.

– No. Nella vita bisogna saper rinnovarsi. Far piazza pulita del vecchio.

– Vero. Però bisogna anche avere un’alternativa. Il famoso “piano B”.

– È proprio quello che sto facendo.

– See… Vabbé, cavoli tuoi.

Alberto serra gli occhi. Ha una smorfia di dolore.

– Dio, se penso che dovrò starmene qui fermo come un cadavere per sei settimane… Mi sembra di impazzire. Spero solo di riuscire a dormire.

Si sente una voce che annuncia che il tempo a disposizione per le visite è finito.

– Ora devo andare.

– Aspetta! Prima devo chiederti un favore.

– Quale favore?

– Apri il primo cassetto del tavolino, e prendi il foglietto che c’è dentro.

È un foglietto di carta quadrettata. Riporta due serie di sei numeri ciascuna, scritte a mano nella tipica grafia di Alberto.

– Quel debosciato di Sandro non vuole più giocare. Ti va di farlo tu al posto suo?

Fisso le due serie di numeri.

– Sono entrambe farina del mio sacco. Ho seguito il tuo consiglio, hai notato?

– Sì.

– Quando esci passa in tabaccheria e gioca le due colonne. C’è ancora un po’ di tempo prima che chiudano.

– Vuoi dividere le spese?

– Spese e guadagni, naturalmente. Ah, se non ti piacciono i numeri, cancellane sei e sostituiscili con altri di tuo gradimento. Del resto siamo soci al cinquanta per cento, è giusto che scegliamo una colonna a testa. Ahia!

Un’altra smorfia di dolore. Si sta agitando troppo, deve aver mosso la gamba.

– Stai tranquillo. Va bene, esco e gioco le colonne.

– Grazie. Con la sfiga che abbiamo avuto entrambi ultimamente, chissà che la fortuna non stia per esplodere tutta di colpo…

– Io non ci conterei troppo.

Infilo il foglio nella tasca del giaccone ed esco dalla stanza. In corridoio incrocio un’infermiera che mi guarda negli occhi; è carina. Poi svolto a destra ed entro in ascensore.

Sono a casa di Cristina. Siamo entrambi seduti sul suo letto, e lei mi sta parlando.

Io sto osservando il soffitto. È coperto di ragnatele. Scendono dagli angoli in fitti drappeggi, talmente pesanti da risultare neri.

Il ritmo delle parole di Cristina sta rallentando.

Fisso le pareti. Il colore rosa pesca non è più uniforme. Ci sono ampie zone ricoperte da incrostazioni.

Da dietro l’armadio spunta una crepa profonda, che scende e va a morire dietro il battiscopa.

Cristina ha smesso di parlare. Mi giro a guardarla. Il suo viso da attrice degli anni cinquanta, con i capelli castani fluenti, gli occhi grandi e verdi, i denti bianchissimi, è fermo come quello di un quadro.

Le mani sono immobili, in grembo sulla gonna. Anche il petto non si muove. È diventata una statua.

Mi avvicino a osservare la pelle del viso. Una lieve patina biancastra e granulosa ne ricopre vaste zone. La trovo anche tra le ciglia, sotto le narici, e intorno alle unghie.

Sembra calcare.

Di cosa mi stava raccontando? Di qualche sua fobia, probabilmente. E del suo ex.

– Cristina, quand’è stata l’ultima volta che abbiamo fatto l’amore? -, le chiedo.

Nessuna risposta. Non si ricorda neanche più. Del resto è comprensibile.

Brutta stronza.

Riapro gli occhi d’improvviso, e mi trovo nel mio letto. Era solo un sogno. A svegliarmi sono state due cose.

Di nuovo quel bagliore. Rimango qualche istante a contemplarlo. Una luce azzurra, fredda, affascinante.

E poi sento forte i miagolii dei gatti. Profondi, gutturali, forse spaventati.

Provengono dalla cucina.

Scendo dal letto. Esco in corridoio: anche il bagliore proviene dalla cucina. Sembra che là dentro ci sia un piccolo sole.

Arrivo sulla soglia. Rumore di zampe che raspano sul legno lucidato. Oltre ai miagolii sento anche soffi furiosi.

Accendo la luce. Il bagliore immediatamente si spegne.

Trovo Parker e Betty davanti alle antine in legno dello scomparto sotto il lavabo. Hanno il pelo ritto, e si voltano a guardarmi con due occhi allucinati. Batto le mani e li faccio fuggire in corridoio.

Mi chino e osservo lo stato delle antine. Qua e là qualche graffio, per fortuna superficiale. Dovrò tagliare le unghie a quelle maledette bestiacce.

Spalanco le antine. Lo scomparto dei detersivi mi appare nel solito ordine. Prendo qualche bottiglietta e la controllo; niente di strano.

Tranne il Viakal. Il recipiente di plastica è tiepido. Come fosse stato pieno d’acqua calda.

Com’è possibile? Lo agito: è quasi vuoto, ovviamente. Non so cosa pensare.

Scuoto la testa, lo rimetto a posto e chiudo le antine.

Torno a infilarmi tra le coperte, mentre Parker e Betty sono corsi a rifugiarsi sotto il divano.

Domani sera rivedrò Cristina. È l’occasione giusta per dirle delle dimissioni. Per raccontarle della mia nuova vita.

Sul lavoro la mia lettera ha fatto scalpore. Me l’aspettavo.

Tutti lì a cadere dalle nuvole, a domandare spiegazioni. Giampi, il compagno Giorgio, i colleghi della progettazione, del commerciale, dell’officina, perfino l’amministrazione e la manutenzione.

Non pensavo di essere così popolare.

Sono stato convocato prima dal mio capo, poi dal responsabile delle risorse umane.

Sono stato irremovibile. Una scelta di vita, ho spiegato. Che non dipende in alcun modo né dal trattamento economico né dall’ambiente di lavoro né dalle prospettive di carriera.

– E allora da cosa dipende? -, ha chiesto Martoni, esasperato.

– Dal fatto che è arrivato il tempo di cambiare.

Mi ha fissato per un po’.

– Proprio non riesco a capirti.

– Non c’è bisogno di capire. Si tratta di una scelta personale.

Ha scosso la testa, perplesso.

Non mi hanno fatto per il momento nessuna controproposta. È vero che siamo in un periodo di crisi. Però si vede anche che, nonostante le belle parole, non sono così indispensabile.

Che vadano tutti a quel paese.

Cristina è in lacrime.

Ma non per il suo ex. O per un acutizzarsi della sua ipocondria. O per qualche inaspettata tragedia familiare.

Cristina sta piangendo a causa mia.

Sono state le parole che ho appena pronunciato a indurle questa reazione.

Siamo a casa di lei, seduti sul suo letto. Come nel sogno. L’unica differenza è che c’è la radio accesa.

– Non riesco a capire. È colpa mia? Ti ho fatto qualcosa di male?

– Ogni volta che mi parli del tuo ex, mi fai male. Ogni volta che mi riempi la testa delle tue paure, mi fai male.

Mi guarda come fossi un estraneo, senza riuscire a trattenere i singhiozzi.

– Ma tu… io…

Non è mai stata tanto bella, Cristina, come stasera. Quando passeggiamo sotto i portici, la gente non riesce a fare a meno di guardarla, soprattutto gli uomini, ma anche le donne. Forse è questo l’unico piacere a cui dovrò rinunciare.

– Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo fatto l’amore? -, le domando.

Abbiamo fatto l’amore tre volte, l’ultima più di due anni fa. Era sempre in conseguenza di una sua crisi con Lorenzo. In seguito lei spariva per due o tre mesi, poi si rifaceva puntualmente viva, come niente fosse.

– Lo sai come la penso su questo argomento -, risponde, un po’ stupita.

– Io la penso diversamente. È anche per questo che non ha più senso continuare. Sarebbe un rapporto falso, e in fondo lo è sempre stato.

– Ma mi avevi detto che…

– Lascia perdere il passato. Conta solo quello che ti dico ora.

Si alza e spegne la radio. Si gira a guardarmi, e i suoi occhi verdi, offuscati dalle lacrime, sono diventati duri. Mi aspettavo questa reazione, è tipica del suo carattere.

– Esci di qua -, mi ordina, secca. – Se è solo il mio corpo che ti interessa, hai ragione tu, non ha più senso continuare a frequentarci.

– Visto che siamo d’accordo? Addio.

Arrossisce. – Ma cosa cazzo ti è successo? -, sussurra, incredula.

Senza voltarmi esco dalla camera, passo in corridoio, apro il portoncino.

Solo Geppo, il suo incosciente bastardino, mi ha seguito. Comincia a guaire ai miei piedi, in cerca di carezze. Lei è rimasta in camera, non ci può vedere.

Mollo un calcio sul muso al cagnolino. Niente di violento, ma è sufficiente a fargli abbassare le orecchie, e a farlo filar via in men che non si dica.

Non preoccuparti, caro Geppo: d’ora in avanti non mi vedrai mai più.

Fuori piove a dirotto e tira un vento micidiale. Apro l’ombrello e, nella buia sera novembrina, mi appresso alla mia auto.

La sera seguente decido di andare a trovare Alberto.

Indosso il giaccone. Infilo le mani nelle tasche. C’è qualcosa nella destra: un foglietto.

Un pezzo di carta quadrettata con due serie di sei numeri scritti a mano. La grafia di Alberto.

Vado in cucina e getto il foglietto nel cestino della differenziata.

Appena mi vede arrivare, Alberto mi aggredisce.

– Ma dove sei stato per tutto questo tempo?

I parenti dell’anziano e del ragazzino si girano a guardarci. Intorno al letto di Alberto, invece, non c’è nessuno.

– Dove vuoi che sia stato? A casa e al lavoro, come sempre.

– Dovevi passare ieri sera, a farmi vedere le ricevute della giocata.

Sorrido.

– Non ti fidi di me?

– Vaffanculo, Fabri. Certo che mi fido. Però ti rendi conto della mia situazione?

Lo guardo bene in faccia. Ha la barba di due giorni. Una piccola macchia di sugo deturpa il colletto del pigiama che indossa.

– Io non posso muovermi da qui, hai capito? Sono bloccato su questo letto. Ho bisogno che tu mi renda più partecipe del gioco.

– Non potevi telefonarmi?

– Lo sai benissimo che ci ho provato. Perché tieni sempre il cellulare spento?

Metto su una faccia stupita.

Mi chino e osservo il grafico con l’andamento della sua temperatura. Stamattina aveva trentasette e due di febbre. Questo pomeriggio, trentasette e quattro.

– Avanti, parla! Quanto abbiamo fatto?

– Lo sai anche tu quanto abbiamo fatto.

– No che non lo so. Ti avevo detto che una delle due colonne potevi sceglierla tu. L’hai fatto?

– No, non l’ho fatto.

Scuote la testa.

– A volte proprio non ti capisco. Abbiamo fatto uno, allora. Uno dei punteggi più schifosi che esistano.

– Meglio che zero, no?

– Piantala. Domani c’è un’altra estrazione. Quando esci gioca di nuovo le due colonne, va bene?

– Sì.

– Nel primo cassetto c’è il mio portafoglio. Prendi i soldi che ti devo, per favore.

– Stai tranquillo, aggiusteremo tutto quando sarai guarito.

Chiude gli occhi e li riapre, e finalmente sorride.

– Come vuoi tu. Senti un po’, allora è deciso? Te ne vai davvero dall’azienda?

– Sì. Ho confermato le dimissioni.

– Sei proprio fuori di testa in questo periodo. Vabbé, può capitare. Però licenziarsi così, senza già avere una valida alternativa…

Scrollo le spalle.

– Ho un’altra notizia da darti -, gli comunico dopo un po’.

– Cos’hai di nuovo combinato?

– Ho tagliato i ponti con Cristina. Ho deciso che non la vedrò più.

Alberto mi fissa per lunghi secondi. Nei suoi occhi, in quei secondi, passa qualcosa; forse una specie di lampo di comprensione. Si muove con la schiena sul cuscino, si aggrappa alla sbarra per tirarsi su.

Ha una smorfia di dolore.

– Ma perché? Cosa ti ha fatto Cristina? -, geme.

– Negli ultimi tempi niente di particolare. Ma il nostro rapporto era falso, lo sai bene anche tu. Non aveva più senso mantenerlo in piedi.

– Ti è sempre piaciuto vedere Cristina. Avevate un legame speciale, voi due.

– Forse una volta. Ora non più. Lo sai che nella vita bisogna saper cambiare, no?

– Oh mio dio, di nuovo quella tiritera sul “saper cambiare”…

– Non è una tiritera. È la verità.

Si agita nel letto, ancora più di prima.

– Stai calmo, così ti fai male.

– Ora basta. Ho bisogno di scendere da questo maledetto letto. Sta succedendo qualcosa che non mi piace, e io devo intervenire, a tutti i costi.

– Ma cosa vuoi che stia succedendo? È tutto normale.

– Normale un bel corno! Ti rendi conto di quello che stai combinando?

– Me ne rendo conto, sì.

– Cristo! -, esclama, esasperato.

Di nuovo tutti si girano a guardarci. Alberto ha gli occhi fuori dalle orbite.

La voce dagli altoparlanti avvisa che il tempo per le visite è scaduto.

– Domani per favore vieni di nuovo a trovarmi. E voglio vedere le ricevute delle giocate, ok?

– Come vuoi. Ma non agitarti troppo.

– Se mi agito ci sono dei motivi. Ricordati delle ricevute, è importante.

Esco in corridoio. L’infermiera carina dell’altra volta non c’è più. Fuori alzo il colletto del giaccone: s’è girato un vento gelido, potrebbe portare perfino la neve.

Siamo tutti seduti in testa alla pista da bowling. Ci stiamo infilando le scarpette.

C’è Alberto, ovviamente. C’è Massimo con Giusy. Ci sono Giampi e il compagno Giorgio. E infine ci sono Valentina e Gianluca.

Quando mi rialzo il panorama è mutato. Tranne noi, il bowling è deserto. Le luci sono spente, ma su tutto è adagiata una luminosità malata.

Le piste sono coperte di polvere. I pilastri che le separano sono rosi dalle incrostazioni. Dai totalizzatori, spenti, pendono festoni di ragnatele.

Guardo i miei compagni. Nessuno di loro si è ancora rialzato dalla posizione china sulle scarpe. Qualcuno addirittura ha le braccia penzoloni, le mani che toccano il pavimento.

Sono fermi come statue.

Mi avvicino a Massimo. Il suo viso è bianchissimo, e percorso da strisce irregolari di una sostanza che sembra calcare. Granuli della stessa sostanza si depositano anche sul bordo delle palpebre, intorno alle narici, sotto le unghie.

Passo in rassegna tutti gli altri. Sono nella stessa situazione di Massimo. Tutti, tranne Alberto.

Alberto è sempre fermo in una posizione simile a quella degli altri. Ma il suo viso, la sua pelle, i suoi occhi, sembrano normali. Trema pure leggermente, come nello sforzo di fingere l’immobilità.

Mi scosto qualche metro, in modo da abbracciarli tutti con lo sguardo.

– Non so più che farmene della vostra amicizia -, dico.

Alberto non si è mosso.

– Guarda che ho capito che stai solo fingendo.

Nessuna reazione.

Sto per fare qualcosa, forse sferrargli un calcio alle caviglie, quando un rumore mi colpisce.

Apro gli occhi. Era un sogno, come gli altri. E di nuovo c’è il bagliore.

Il rumore sono i gatti, che stanno miagolando in maniera insopportabile. Il bagliore è quello delle altre due notti. Quella stessa luce azzurra, fredda.

Mi alzo. Non commetterò l’errore di accendere la luce. Per prima cosa vado verso lo sgabuzzino.

Da dietro la porta sento i miagolii ancora più intensi.

Apro la porta. Illuminati freddamente dal bagliore azzurro, Parker e Betty giacciono sul pavimento dello sgabuzzino. Hanno le quattro zampe legate strettamente insieme, e sembrano due fagotti pelosi. Sono gettati su un fianco, quasi non riescono più a muoversi. Ho fatto proprio un bel lavoro.

Mi guardano e non smettono di miagolare.

– Smettetela! -, grido.

Loro non la smettono. Mi chino. Una sberla sul muso di Parker. Una sberla sul muso di Betty. Soffiano e si dimenano.

Mi rialzo e mollo un calcio ai due fagotti che quasi rimbalzano contro la parete.

Hanno smesso di miagolare, di soffiare, di dimenarsi.

Esco in corridoio e richiudo la porta.

Vado in cucina. Il bagliore proveniva da lì. E finalmente ne scovo la fonte.

Una luce azzurra, fredda, intensissima, filtra attraverso le due antine dello scomparto sotto il lavabo.

Mi avvicino alle antine, mi chino e le spalanco.

Un piccolo sole mi abbaglia di un azzurro accecante.

Mi rendo conto in qualche modo che questo azzurro mi è amico.

Forse per questo motivo, riesco a tenere gli occhi aperti.

E scorgo laggiù in fondo, nel nucleo del sole, la bottiglietta di Viakal.

Allungo una mano per afferrarla. Ma la bottiglietta si dissolve. Al suo posto compare un’immagine, di forma e dimensione simili a quelle di uno schermo televisivo.

È il soggiorno di Alberto. Alberto è in piedi e sta parlando al cellulare. Seduto sul divano c’è quel suo cugino bamboccione, Sandro.

Alberto sta parlando con me. Sto assistendo a quello che è successo poco prima del mio incidente. È stato in conseguenza di quella telefonata se mi sono distratto e se, con tutto quel parlare, mi è venuta sete.

È colpa di Alberto se ho ingerito il Viakal.

Alberto finisce la telefonata. Comincia a parlare con il cugino, mentre cammina avanti e indietro sul tappeto. Il cugino gli presta poca attenzione, più interessato alla trasmissione televisiva.

Si tratta veramente di miracoli? Dove può arrivare il potere di autosuggestione della mente umana?

Alberto si siede sul divano. Poco dopo si rialza, contrariato. Ed ecco il momento dell’incidente.

L’inciampo nella piega del tappeto. Il peso tutto caricato sul piede sinistro. La caduta rovinosa, con la testa che batte sullo spigolo del basso mobile.

C’era un’ombra dietro a lui, poco prima che cadesse. Quell’ombra ero io. Sono stato io a spingerlo e a causargli la frattura.

Sorrido. Non basta, mi rendo conto. Quel bastardo merita di peggio.

In un istante tutto ritorna normale. Davanti ai miei occhi adesso ci sono le bottigliette di detersivo, nella scarsa luce dei lampioni che filtra attraverso le tapparelle. Anche il Viakal è al posto di sempre.

Tocco la bottiglietta. È calda. Come l’altra volta.

Chiudo le antine e mi alzo.

Torno in camera da letto e mi addormento, mentre dalla porta dello sgabuzzino non arriva più nessun rumore.

La mia ex-azienda ha accettato le dimissioni. Mi hanno chiesto di venire a lavorare per tutti i due mesi del periodo di preavviso. Poco male, tanto non ho ancora un altro posto.

Cristina non si è fatta più viva. Ma prima o poi chiamerà, la conosco troppo bene. Non le risponderò.

La sera successiva faccio un giro di telefonate.

La prima è per Massimo.

– Ma è vero che hai dato le dimissioni? -, mi chiede subito.

– Certo che è vero. Chi te l’ha detto? Alberto?

– Non ha importanza chi me l’ha detto. Qui siamo tutti preoccupati per te. Perché non ce ne hai parlato prima?

– Ma cosa vi preoccupate, state tranquilli invece. Io me la saprò cavare sempre. Ti telefonavo per un altro motivo, Max…

– Quale motivo?

Lascio passare qualche secondo.

– Max, la nostra amicizia è giunta al capolinea. È meglio se non ci sentiamo né vediamo più.

Anche Massimo rimane in silenzio. Poi sento che ride, o cerca di ridere.

– Ma cosa stai dicendo? È uno scherzo?

– Non è uno scherzo. Nella vita bisogna saper cambiare quando arriva il momento. Beh, nel caso della nostra amicizia, quel momento è arrivato.

– Cosa? Ma…

– Non mi va di sentire le tue recriminazioni. Ho preso una decisione e nulla me la farà cambiare. Non cercarmi più, per favore. Ah, naturalmente tutto questo vale anche per Giusy.

– Ma sei del tutto impazz…

– Addio, Massimo. Salutami Giusy.

Riattacco.

Chiamo Valentina e poi Gianluca. Dico loro le stesse cose. Valentina scoppia a piangere, forse aveva qualche altro pensiero che la tormentava.

A Giampi e al compagno Giorgio il discorso lo farò tra due mesi, quando me ne andrò definitivamente dall’azienda. Farglielo adesso sarebbe controproducente. Ho bisogno di un rapporto sereno con loro, per chiudere il lavoro senza troppi strascichi.

In quanto a Alberto… Con lui l’intervento sarà molto più drastico. Metterò a posto ogni cosa domani sera, quando andrò a trovarlo per l’ultima volta.

Entro nella camera. Non ci sono altri visitatori: è una fortuna. Il vecchio con la gamba in trazione si è nascosto dietro un séparé, il ragazzino sta leggendo un fumetto con l’i-pod nelle orecchie.

Alberto mi guarda. Nessuna espressione particolare turba il suo viso. Non mi ha neppure salutato.

– Fammi vedere le ricevute.

Lo osservo meglio. Lo sguardo è diretto, gli occhi gli brillano. Sembra addirittura rasato di fresco.

– Siamo in forma -, gli rispondo.

– Le ricevute.

Sorrido.

– Lo sai benissimo che non ho mai giocato quelle tue stronze colonne.

Non muta espressione.

– Lo immaginavo.

– Vuoi sapere il perché? Aspetta che te lo dico.

Mi chino accanto a lui, attacco la mia bocca al suo orecchio.

– Ti odio -, sussurro.

Mi rialzo in piedi, soddisfatto.

– Non capisco proprio perché dovresti odiarmi -, dice Alberto, studiandomi.

– Sei stato tu a causare quel ridicolo incidente con il Viakal. Potevo lasciarci la vita, e tutto per colpa tua.

– Colpa mia? E in che modo sarei riuscito a…

– Telefonandomi al momento giusto. Costringendomi a parlare e distogliendo la mia mente da ciò che avevo fatto. Se non mi avessi distratto in quel modo, non avrei mai ingerito quel veleno.

La sua faccia muta espressione. C’è come rassegnazione dentro i suoi occhi. Scuote la testa.

– Quel dottore ha proprio ragione -, sospira.

– Quale dottore?

– Non preoccuparti. Stavo pensando ai cavoli miei.

Silenzio. Continuo a tenere la mano infilata nella tasca del giaccone. Mi rigiro la fialetta tra le dita, in attesa del momento giusto.

– Ho voglia di un caffè -, dice d’improvviso Alberto. – Ti spiace andare sotto al bar a prendermene uno?

Un colpo di fortuna. Senza rispondergli esco dalla camera e scendo al piano terra. Davanti al bancone del bar c’è parecchia gente.

Dopo cinque minuti è il mio turno. Pago e ricevo tra le mani il bicchiere caldo. Salgo al piano di Alberto ma, prima di entrare nella sua stanza, mi dirigo verso il bagno.

Mentre varco la soglia incrocio sulla sinistra lo sguardo dell’infermiera che avevo già notato, quella carina.

Sembra allarmata, chissà come mai.

Mi chiudo nel bagno, rompo la fialetta e ne verso il contenuto nel bicchiere.

Torno in fretta verso la stanza di Alberto.

Proprio sull’ingresso incontro l’infermiera che sta uscendo.

Porgo il bicchiere a Alberto, sorridendo.

– Carina l’infermiera. Come si chiama?

Alberto afferra il bicchiere e lo posa sul tavolino.

– Angela -, risponde.

– Un nome adatto al viso. Non bevi il tuo caffè?

– Troppo caldo non mi piace.

– Ormai si è freddato.

– Non abbastanza per i miei gusti.

Alzo gli occhi. La luce rossa sopra il letto di Alberto sta lampeggiando.

– Hai di nuovo chiamato l’infermiera?

Alberto sta annuendo verso qualcuno dietro di me. Mi blocco e mi giro. Quattro uomini in camice bianco mi stanno circondando.

Tento di fuggire verso la porta. Tre di loro mi fermano subito, abbrancandomi le braccia e cingendomi da dietro. Nella mano del quarto è spuntata una siringa.

Mi dibatto, scalcio, urlo.

I tre mi costringono a terra. Ora uno è cavalcioni sulle mie gambe, gli altri due sono sul busto e sulle braccia. Impossibile fuggire alla loro morsa.

– Lasciatemi andare! Alberto, fermali! -, urlo.

Sulla soglia è apparsa l’infermiera carina che mi guarda come se fossi un caso disperato.

Dietro di lei intravedo un lettino con delle cinghie che pendono, accanto ci sono un infermiere e un dottore con la barba.

– Ci dev’essere un errore! Lasciatemi andare! -, urlo ancora.

L’infermiere con la siringa si china, mi pianta l’ago alla base del collo. Un bruciore s’innerva dall’iniezione, percorrendomi la spalla e salendo alla mascella. Sento i muscoli sciogliersi, le palpebre diventano pesanti.

– Maledetti bastardi! Alberto, ti odio! Ti odio!

Sento ormai lontana la voce di Alberto.

– Non prendertela, Fabri. Andrà tutto bene. Tornerai quello di prima.

Il buio stende un velo pietoso sulla mia coscienza.

Riapro gli occhi. Una luce accecante sopra di me. Facce coperte da mascherine, sguardi che mi scrutano attenti.

Il mio corpo ha perso ogni sensibilità. Ma adesso sono cosciente. Perlomeno, vedo e sento.

Uno dei dottori mi sorride con gli occhi.

– Lei è fortunato, caro signor Corsi.

Non riesco a parlare. Però forse il mio viso esprime una muta domanda.

– Il suo amico ha raccontato il suo strano incidente al dottor Parelli, che è un mio carissimo collega. Siamo andati a rivedere i suoi esami, alla luce dei miei sospetti. È stato facile capire.

Sembra abbiano finito il loro lavoro. Mi hanno operato? Dove?

– Il Viakal non ha intaccato il suo apparato digerente. È stato molto più subdolo. Si è lasciato tranquillamente digerire. Ha passato indenne i vari filtri e controlli, prima di raggiungere i vasi sanguigni. E alla fine lo sa dov’è andato a cacciarsi?

Credo di capire. Nel cervello. O forse no?

– È passato oltre il corpo fisico. È riuscito a superare il labile confine che separa le cellule dall’idea che le anima. Ed è finito in quello che alcuni chiamano “corpo astrale”. Nella sua coscienza, precisamente. Ed è lì che ha cominciato la sua nefasta opera di distruzione.

Corpo astrale? Coscienza? Mio dio, ma in che razza di reparto sono finito?

– Il processo di necrosi della sua coscienza, per fortuna, non era ancora in stadio avanzato. Abbiamo dovuto asportargliene un pezzetto, ovviamente. Ma si tratta di una porzione in fondo trascurabile. Potrà tornare a vivere la sua vita normale, e non sentirà differenza rispetto a prima.

Avevo la coscienza in necrosi. Il Viakal era riuscito a penetrare talmente in profondità nel mio organismo da passare nella coscienza, e intaccarla. Ma com’è possibile?

Cerco di muovere la bocca. Avrei una domanda da fare. In che reparto mi trovo? Oppure: dove mi avete operato? Oppure: sto sognando o siete reali?

Penso a Parker e Betty, chiusi nello sgabuzzino. A Cristina e ai miei amici. Al lavoro che stavo per perdere.

Un miscuglio di vergogna, paura e sconforto, quasi mi annienta.

Ma forse ci penserà Alberto. Chiamerà Cristina, che ha una copia delle chiavi del mio appartamento, le spiegherà tutto, e lei andrà a casa e libererà i gatti. Chiamerà anche gli altri miei amici, e con le dovute cautele, racconterà loro cosa mi è successo.

Sul lavoro capiranno il mio sbaglio, e verrò riassunto.

Sì, tutto si sistemerà per il meglio.

Grazie a Alberto, che stavo per uccidere.

 

(*) un mio amico dice, sghignazzando o serissimo non so qualcosa tipo: «Necrosi» è il racconto «che avrebbe potuto scrivere Thomas Ligotti, se fosse nato e vissuto in Italia». Io che sono ignorante – di Ligotti e di lingotti – non mi pronuncio. Posso però dire che «Necrosi» mi piace molto. E’ tratto da «Cambio di stagione» che ho recensito qui: Maurizio Cometto: Cambio di stagione; senza capire – l’ho già detto che sono tonto? – se fosse un romanzo o racconti incatenati ma comunque facendomi avvincere da Cometto, decisamente il migliore fra i giovani scrittori italiani che si muovono sull’orlo del fantastico. Ci vediamo fra 7 giorni? (db)

Redazione
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