Nessuna opera d’arte si è fatta male. Il pianeta invece brucia!

di Eliana Como (articolo ripreso da popoffquotidiano.it)

Giù le mani dagli ecoattivisti di Ultima Generazione minacciati dalla repressione su misura del governo Meloni

Dalla discussione del Consiglio dei Ministri di ieri, a margine del DEF (il documento di programmazione finanziaria del Governo), sono uscite due proposte. Entrambe sono espedienti per distogliere l’attenzione dal fatto che il Governo, da un lato, non mette in programma le risorse che aveva promesso al mondo del lavoro, a partire da salario e pensioni; dall’altro, non riesce a risolvere politicamente alcuni dei temi politici più urgenti del paese, a partire dall’ondata migratoria che proviene dalla Tunisia e dalla crisi energetica. Come per il decreto rave, se non riesci a risolvere un problema, la cosa più facile è brandire il pugno di ferro e gestire la politica come fosse un problema di ordine pubblico. Ti inventi un nuovo reato, una nuova emergenza, un’altra ondata di repressione e criminalizzazione.

È così che ieri sono uscite dal Consiglio dei Ministri queste due proposte: l’istituzione dello stato di emergenza sull’immigrazione (si parla addirsi di una possibile chiusura della frontiera con la Slovenia!) e un pesante inasprimento delle pene (retroattivo!), cucito addosso agli attivisti e alle attiviste di Ultima Generazione e di altri gruppi simili, definiti in senso dispregiativo «ecovandali».
Nella bozza, si legge: «Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende in tutto o in parte inservibili o non fruibili beni culturali o paesaggistici propri o altrui è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 20 mila a euro 60 mila». (…) «Chiunque deturpa o imbratta beni culturali o paesaggistici propri o altrui, ovvero destina i beni culturali a un uso pregiudizievole per la loro conservazione o integrità ovvero ad un uso incompatibile con il loro carattere storico o artistico, è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10 mila a euro 40 mila». I proventi delle sanzioni saranno devoluti al Ministero della Cultura per il ripristino dei beni, «a prescindere dall’appartenenza pubblica o privata dei medesimi».

Come è ovvio, il reato esiste già. È l’articolo 733 del Codice Penale e incrimina «chiunque distrugga, deteriori o comunque danneggi un monumento o altra cosa propria di rilevante pregio, purché ciò cagioni un nocumento al patrimonio archeologico, storico o artistico della nazione». Quello che viene introdotto è un inasprimento severo della pena e soprattutto un messaggio di tolleranza zero verso le iniziative dei gruppi per la giustizia climatica, ormai sempre più noti e evidentemente importanti, altrimenti non servirebbe tanta enfasi per provare a fermarli.
Se il Governo impiegasse altrettanta determinazione nel dare risposte ai temi della siccità, della transizione energetica e della crisi climatica, forse saremmo un paese migliore. Anche se venisse usata altrettanta fermezza contro chi inquina, devasta, saccheggia, cementifica, distrugge valli, fiumi, laghi, territori interi.
Peraltro i ragazzi e le ragazze di Ultima Generazione non sembrano così facili da piegare e se il Governo pensa che si lascino impaurire tanto facilmente, a occhio e croce, pecca di sottovalutazione, non soltanto di loro, ma soprattutto della causa che stanno portando avanti. Il pugno di ferro e l’olio di ricino non funzionano sempre e, a volte, la repressione non rende più debole la militanza, ma al contrario la irrobustisce. Soprattutto se è in gioco la salvaguardia del pianeta e il futuro stesso di una generazione che mette in conto di essere «l’ultima».

La scelta di criminalizzazione del consenso non è certo imprevedibile da parte di questo Governo. Va però detto che questa decisione è frutto del clima di caccia alle streghe che è montato in queste settimane contro le iniziative di Ultima Generazione, sui social, nell’opinione pubblica e in larga parte nella rappresentanza politica, in modo abbastanza trasversale. Il punto è la loro scelta di usare anche monumenti, opere d’arte e palazzi storici come mezzi per veicolare al grande pubblico le loro azioni. Scelta in tutta evidenza efficace per uscire da quel cono d’ombra in cui altrimenti rimarrebbero, come infinite altre vertenze e cause. Non certo per colpa loro, ma a causa di un sistema di informazione che difficilmente ti dà ascolto se non usi metodi eclatanti, indipendentemente da quanto sia importante e urgente quello che denunci.
Premetto che amo l’arte, ne studio la storia e mi appassiona il mondo del restauro, ma questo clima mi porta a una considerazione, forse non popolare. Questa diffusa indignazione intorno alla difesa dell’arte e alla sua intoccabile importanza mi pare, a volte, più perbenista che convinta. Anche perché c’è un incontrovertibile dato di fatto: ad oggi, dopo mesi di iniziative del movimento sulla giustizia climatica, nessuna opera d’arte «si è fatta male». Il pianeta, il clima, la natura, nel frattempo, hanno invece continuato a bruciare.
A me pare incredibile che si dovesse attendere che un gruppo di ragazze e ragazzi decidesse di metterci in guardia sul collasso del pianeta per accorgerci di quanto siano inviolabili e preziose le opere d’arte di questo paese.
Se ci si indigna per i danni prodotti dalla iniziative di Ultime Generazione sulle opere d’arte, danni che oggi si approssimano allo zero, perché invece si rimane più o meno indifferenti ai danni causati dal turismo di massa, per esempio, a Pompei? Alle alluvioni nel parco archeologico della piana di Sibari. All’inquinamento che quotidianamente rovina opere all’aperto nelle nostre grandi città.

Lo sapete, tanto per dire, che la Piramide Cestia a Roma è solo recentemente tornata bianca, perché dopo decenni di inquinamento era talmente annerita da attirare l’attenzione di un ricchissimo mecenate orientale ossessionato dal bianco, che ha deciso di finanziarne a sua spese il restauro?
Perché a Roma istituzioni e opinione pubblica insorgono perché non sopportano di vedere l’acqua nera di carbone vegetale nella Barcaccia di Piazza Spagna, ma non gli interessa se il giorno dopo i turisti ci buttano dentro bottiglie vuote come fosse un cestino della spazzatura. Perché, per fare un altro esempio, l’opinione pubblica ha più o meno taciuto quando si è deciso di costruire la metropolitana sotto il Colosseo e i Fori Imperiali?
L’arte è preziosa e inviolabile, è necessaria come ogni bene comune, è insostituibile come l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, vale più di ogni pozzo di petrolio al mondo. Allora perché un paese come questo, che ne è una delle più antiche culle, normalmente la trascura, la lascia all’incuria, la consegna come se niente fosse al mercato, la sfrutta a uso e consumo del turismo di massa, costringe chi ci lavora a precarietà, bassi salari, catene infinite di appalti e subappalti, lavoro gratuito e gavette infinite. Perché opinione pubblica e istituzioni se ne accorgono solo quando Ultima Generazione la usa come veicolo per comunicare che un bene per definizione ancora più prezioso e primario come il pianeta stesso sta per implodere.
A me pare ipocrita questo meccanismo. E mi fa infuriare ancora di più quando proviene da sinistra. Da destra me lo aspetto: chi si schiera con le multinazionali del fossile, perché dovrebbe perdere l’occasione di attaccare il movimento per la giustizia climatica. Non mi aspetto chi invece si professa progressista, democratico e ambientalista, chi da un lato dice che hanno ragione i ragazzi e le ragazze di Ultima Generazione, d’altro li biasima perché usano l’arte in modo provocatorio.
La cosa che più mi fa infuriare è il paternalismo di coloro che dispensano giudizi e consigli come Gesù nel tempio. «Avete ragione ma sbagliate nei metodi che usate!»

Erano allora giusti i metodi che abbiamo usato noi e ancora prima la generazione precedente alla mia e ancora indietro? È stato giusto sottovalutare gli scienziati che ci dicevano decenni fa che così il pianeta non reggeva?
Secondo me, una volta ogni tanto, dobbiamo essere noi a fare autocritica e ammettere che siamo noi quelli che hanno sbagliato, perché anche se lo sapevamo da sempre, abbiamo lasciato correre il conto alla rovescia di quanto mancava alla fine del mondo, tanto era lontano. Ora, questi ragazzi e ragazze non possono più fare finta di niente, sono «ultima generazione». E davvero pensiamo di avere l’autorità di consigliare, giudicare, venire a dire loro che sbagliano, peggio ancora, lasciare che un governo di destra radicale li criminalizzi.
Sarò provocatoria, ma se pensiamo che abbiano ragione, se pensiamo che non c’è più tempo, che è esaurito anche il tempo della sensibilizzazione, se pensiamo che i governi non hanno più tempo di rimandare, se pensiamo che la salvaguardia del pianeta non possa più essere graduale né indolore e che ambiente e profitto saranno su due lati opposti del tavolo. Insomma, se hanno ragione, dobbiamo difenderli, appoggiare le loro lotte e al limite ammettere che sono responsabili perché la zuppa di pomodoro l’hanno lanciata sul vetro e non sulla tela di Van Gogh invece che sul vetro. Non dobbiamo accusarli ma ringraziarli per quanto sono intelligenti nel decide di essere provocatorii, si, ma non violenti. Altro che 40mila euro di multa.
Anche perché, se trasmettere l’arte ai posteri è un dovere assoluto dell’umanità, la prima preoccupazione che dobbiamo avere è che ci sia un pianeta da tramandare alle generazioni future.

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