Palestina: «definisca colono»
di Maurizio Fantoni Minnella
Definire colono! Parafrasando l’ormai nota provocazione verbale «definisca bambino», ad opera di tale Eyal Mizrahi (israeliano ma residente in Italia, presidente della Federazione Amici d’Israele) che metteva indegnamente in dubbio l’innocenza dei bambini gazawi vittime di genocidio, è d’uopo interrogarsi su quale sia il ruolo giocato dai coloni ebrei di Cisgiordania e Gerusalemme Est nello scacchiere politico in seno al conflitto israelo-palestinese. Sono le azioni, singole e collettive, le azioni e le funzioni esercitate nella geografia umana palestinese a definirne l’essenza.
Presenti nei Territori occupati fin dal 1967 all’indomani della vittoria della cosiddetta Guerra dei Sei Giorni, essi hanno finito per rappresentare per tutto il tempo a venire una sorta di inquietante basso continuo nella tragica storia di un’occupazione militare che sembra non avere mai fine. L’anima nera della politica israeliana più reazionaria. Cavallo di Troia collettivo con funzione di espropriazione e di controllo ravvicinato dei settori palestinesi. Braccio armato illegale di quella stessa politica di apartheid che deve al modello del Sudafrica razzista la sua piena realizzazione. Tre sono i fattori determinanti, quello territoriale, quello religioso e quello demografico, ciascuno corrispondente ad altrettanti gruppi sociali: gli ultraortodossi, i laici e i sionisti messianici. Tutti insieme formano un potente concentrato di aggressività, di violenza e in molti casi, di omicidio. Una prassi già in atto prima, durante e dopo il 7 ottobre come ad esempio, viene raccontato nel film palestinese The Teacher di Farah Nabulsi, 2023 che prende le mosse dall’uccisione di un palestinese nel suo uliveto dopo che coloni armati gli avevano dato fuoco. La “caccia all’arabo” considerato un essere inferiore nella mentalità di questa componente del popolo israeliano, veniva dunque legittimata dallo stesso governo come forma di autodifesa allo scopo di garantire la sicurezza degli stessi coloni. Niente di più falso come falso, lo ribadiamo, è l’invocare, da parte della cosiddetta sinistra sionista (“lobby israeliana di seconda fila” secondo la definizione data di Alessandro Orsini), l’ipotesi di due stati per due popoli, proprio mentre l’azione di occupazione sistematica delle terre palestinesi da parte dei coloni allontana sempre di più qualsiasi ipotesi della formazione di uno stato palestinese secondo un chiaro disegno delle destre, da quelle moderate a quelle più estreme che godono del sostegno di un’ampia maggioranza degli elettori.
Il recentissimo tentativo, avvenuto il 19 luglio 2026, di entrare nella Striscia di Gaza da parte di un manipolo di coloni, forti della presenza dei due ministri di estrema destra, Itamar Ben-Gvir (le cui recenti dichiarazioni sconvolgono il mondo per la loro natura deliberatamente criminale) e Bezalel Smotrich, a loro sostegno, mostra innanzitutto il risentimento di quest’ultimi rispetto alla decisione presa dall’allora primo ministro Ariel Sharon nel 2005 di evacuare l’intera comunità di coloni (circa 8000 distribuiti in 21 insediamenti) dalla Striscia (la cosiddetta operazione “disimpegno”), per farne un’enclave isolata, sotto il totale controllo israeliano. Non è forse un caso che la tragedia dell’occupazione sia esplosa il 7 ottobre proprio al confine tra Gaza e il confine militarizzato di Heretz, dove nel 2010 Vittorio Arrigoni con un piccolo gruppo di militanti anti-sionisti, dopo una breve marcia lungo una specie di “no man’s land”, conficca nella terra la bandiera palestinese in segno di libertà per il popolo di Gaza! (1).
Già nel 2010, ossia in tempi non sospetti, le azioni criminali e perciò illegali dei coloni secondo le diverse risoluzioni dell’Onu, a Gerusalemme Est (Sheik Jarras), passavano dall’aperta derisione dei cittadini palestinesi (per loro semplicemente “arabi” come peraltro accadeva con i francesi d’Algeria) (2), alle minacce violente fino all’espulsione materiale degli abitanti dalle loro case, spesso adducendo pretesti legali fittizi. A Hebron, in Cisgiordania, dove risiede la più vasta concentrazione di coloni (circa 700 persone a cui si aggiungono altri 6000 nelle aree limitrofe), sono stati perpetrati i peggiori crimini, aggressioni, atti di inciviltà a danno degli abitanti arabi, e rituali beffardi come quello di shabbath (filmato dall’autore di queste pagine nel film Hebron, 2011), in cui decine di coloni sfilano per il centro storico protetti dai militari, sfidando per l’ennesima volta gli abitanti locali sul loro stesso territorio.
Gli insediamenti o settlements, si trovano perlopiù in posizioni dominanti, su delle alture, dunque strategiche rispetto ai villaggi palestinesi, tali da sconvolgere la geografia dei luoghi, ossia di frammentare il territorio con nuovi collegamenti stradali, infrastrutture interdette ai cittadini palestinesi che si vedono progressivamente negato il possesso o semplicemente l’utilizzo dei propri spazi abitativi, compromettendone la stessa quotidianità. Ogni insediamento, partendo da un nucleo minuscolo e insignificante, si è sviluppato, ingrossato nel corso del tempo, e dotato di tutti i servizi, anche quelli più carenti nei villaggi arabi come quello dell’acqua potabile. Si assiste così alla realizzazione pratica del concetto di apartheid, in un regime neo coloniale di prossimità, che per risultare vincitore dovrà necessariamente trovare un accordo tra governo, militari e coloni attivi nei Territori. Questo significa produrre un progressivo disorientamento del popolo palestinese, fondato sulla paura e sull’abbandono della propria residenza come possibile fine di un incubo. E’ il procedere lento di un esodo non forzato come nel ’48 ma indotto dal metodo infallibile dell’intimidazione, della minaccia e finanche della morte. Grazie alla copertura dei militari in servizio nei check-point e del governo Netanyahu che ormai non nasconde più il proprio sostegno alle loro azioni, le “milizie” armate dei coloni potranno compiere il “lavoro sporco”, neppure permesso ai soldati, (colpevoli peraltro di crimini contro bambini inermi), che consiste in sistematiche aggressioni, scippo di terre e di abitazioni, omicidi, minacce e derisioni, infine, anche nei confronti degli attivisti che hanno a cuore la causa palestinese, presenti sul territorio, il cui solo 40 per cento, suddiviso in area A e area B è palestinese . Per i sionisti messianici quella terra è Heretz Israel, la grande Israele, la terra dei padri descritta nella Bibbia. Per i più laici si tratta, invece, di un’opportunità di radicarsi in spazi ottenuti gratuitamente dove iniziare una nuova vita dentro una comunità israeliana sempre più forte e agguerrita. In breve si passa dalla tenda alla casa dotata di acqua potabile, di recinzione con filo spinato e di bandiera israeliana. Ecco dunque profilarsi l’avamposto per la definitiva conquista del territorio.
Un giorno la Storia saprà giudicare e condannare una simile barbarie che fino ad ora ha avuto il sostegno incondizionato dei governi della più grande potenza al mondo, delle sue lobbies finanziarie che si pongono al di sopra di ogni legalità!…
Così le parole di Ludmila Ulitskaya, scrittrice russa di origine ebraico-cristiana nel volume Daniel Stein traduttore (3):
…La Palestina era scossa, lo Stato sionista si stava trasformando in un simbolo religioso, gli ebrei diventavano israeliani e gli arabi, in un certo senso, ebrei. L’idea nazionale mi nauseava, in tutte le sue interpretazioni.
Mentre coloro che un tempo erano le vittime, oggi si sono trasformati in carnefici. L’arabo rivive, dunque, la condizione dell’ebreo d’Europa in un processo di profonda disumanizzazione allontanando da sé quel “restiamo umani” che le anime belle di tutto il mondo seguiteranno a pronunciare finchè ne avranno la forza.
NOTE
1. L’atto di interposizione pacifica di matrice internazionalista è mostrata nel film di Maurizio Fantoni Minnella Gaza a cielo aperto, Freezone 2011
2. Si pensi, ad esempio, come ne Lo straniero di Albert Camus, l’uccisione senza una ragione plausibile dell’arabo da parte di un uomo “senza qualità”, straniero agli arabi come ai francesi in quanto algerino, riveli nel corso del processo a sua carico, quanto scarso fosse il valore di un arabo morto. Elemento reso evidente nella sequenza finale del recente remake di Francois Ozon Lo straniero, 2025, dove a piangere la morte dell’arabo sulla sua tomba solitaria è soltanto la giovane sorella.
- Ludmila Ulitskaya, Daniel Stein traduttore, Bompiani editore, Milano 2010, pag. 37






Ottimo articolo. Da diffondere