Piccola borghesia e nuove alleanze

di Pietro Garbarino

PER UNA OPPORTUNA ATTENZIONE AD UN TEMA ANCORA CONTROVERSO: LA PICCOLA BORGHESIA.

Marx ha sbagliato? Sarebbe umano e naturale. Chi di noi non sbaglia?

Vi è poi il detto “Fammi indovino e ti farò ricco”; e Marx non è morto ricco.

Dunque dovremmo dare corso ad un processo critico, peraltro non nuovo né originale, alla teoria marxista, e alle sue enunciate conseguenze. E ciò sulla scorta del fatto che il filosofo di Treviri aveva ipotizzato che la piccola borghesia, cioè quella fascia sociale, da lui stesso chiamata “piccola borghesia”, meno numerosa ai suoi tempi rispetto ai nostri, compresa tra proletariato detentore della forza lavoro e borghesia, detentrice del capitale e dei mezzi di produzione, sarebbe stata, con il progredire dello sviluppo capitalistico, assorbita e inglobata nelle schiere del proletariato e sarebbe andata a far parte di quel fronte della lotta di classe, rafforzandolo, che avrebbe sconfitto borghesia e capitalismo, creando le basi per un nuovo ordine sociale e politico.

Senonché le cose non sembrano, almeno per il momento e dai tempi di Marx (era la fine del 1800), essere andate per quel verso ed anzi, un fatto storico verificatosi circa un secolo fa – l’avvento della dittatura fascista – ha smentito clamorosamente quella ipotesi marxiana, addirittura contraddicendola.

In altri termini, la piccola borghesia, impoverita dalla appena cessata prima guerra mondiale, priva di prospettive e perfino di certezze circa il proprio futuro, si è gettata anima e corpo nelle braccia del fascismo. E ciò anche, e soprattutto, per il timore che la rivoluzione proletaria, quella comunista in particolare, avesse il sopravvento.

Dunque uno schierarsi proprio nella direzione opposta a quella che Marx aveva pronosticato, confidando sul progressivo rafforzamento del movimento dei lavoratori e dei partiti politici che lo sostenevano e fiancheggiavano.

Ma, allora, cosa non ha funzionato nel pur rigoroso impianto logico-teorico del pensiero marx-engelsiano e perché la storia ha preso una direzione contraria a tale impianto teorico?

Anticipiamo subito che – per motivi che al momento ignoriamo – non sarebbe stata correttamente presa in considerazione la dialettica storica, pur ben presente in quel pensiero

Eppure i movimenti favorevoli all’emancipazione e alla presa di potere da parte dei lavoratori alla fine dell’800 e nei primi anni del ‘900 si erano diffusi e radicati in tutta Europa, e anche fuori dal vecchio continente.

Erano sorti sindacati, partiti; erano stati compiuti passi verso la conquista del potere politico, addirittura in Russia era scoppiata una rivoluzione comunista.

Insomma, il movimento dei lavoratori aveva assunto un ruolo importante, quando anche non primario, negli stati e territori del mondo allora più importanti, sia economicamente che politicamente.

Anche negli Stati Uniti d’America quel movimento ebbe una sua presa tra gli operai delle grandi corporations e anche nel mondo della cultura.

Eppure il fascismo, o anche solo la reazione moderata, all’inizio degli anni ’20 del ’900 e per un lungo periodo, riuscirono a prevalere, creando non solo dittature come quelle italiana e tedesca, ma creando stati autoritari in tutta l’Europa centrale, in Grecia e nella vicina Turchia, dove la pur apprezzata modernizzazione di Ataturk fu condotta con modi piuttosto spicci e con scarso rispetto dei diritti democratici.

Ma allora – con buona pace di Marx e seguaci – il ruolo della piccola borghesia è davvero controrivoluzionario?

Il movimento operaio odierno (o quello che ne resta) deve proprio combattere la piccola borghesia reazionaria e, in caso di vittoria o comunque di prevalenza, deve assoggettarla ai propri interessi?

Come in precedenza osservato, Marx aveva certamente il dono di una spiccata capacità di analisi critica, ma non quello della preveggenza.

Forse un appunto si potrebbe fare al teorico del movimento operaio, e cioè quello di avere immaginato lo sviluppo della storia e del conflitto di classe in modo un po’ troppo lineare, contraddicendo perfino sé stesso sotto il profilo della dialettica storica. Dialettica che il pensatore di Treviri e ancor più il suo compagno F. Engels avevano ben presente, ma che non hanno potuto immaginare quanto essa potesse articolarsi, complicarsi, e perfino rivoltarsi su sé stessa.

E ciò in un alternarsi e susseguirsi di fatti che non si ritenevano, e neppure si ritengono adesso, concatenati secondo una logica aristotelica, ma paiono invece coniugarsi con la seppur maggiore complessità del mondo, delle sue contingenti e temporanee ripartizioni politiche e geografiche e dei relativi interessi che li accompagnano.

Facciamo – ci si scusi la digressione – un esempio assolutamente contemporaneo.

L’Iran, oggi selvaggiamente attaccata militarmente da Stati Uniti e Israele, è un Paese che lascia assai perplessi dal punto di vista della sua organizzazione costituzionale e del regime politico che esprime.

La repressione del dissenso e quella contro le donne (e la libertà dei costumi) sono pratiche che a noi suonano gravissime e che vorremmo che cambiassero sin da subito.

Eppure oggi l’Iran, nell’opinione pubblica mondiale, e perfino per i Paesi amici di USA e Israele, è un Paese brutalmente aggredito. E’ l’esempio per cui una entità statale, che pure pare mostruosa, ai nostri occhi oggi è considerata vittima di una ben maggiore mostruosità repressiva.

Ci pare questo l’esempio di una dialettica storica che, come osservato in precedenza, si rivolta addirittura su sé stessa.

Questo evolversi della storia pare essere rimasto ignorato ai fondatori della teoria marxista, i quali sembrano invece avere ritenuto che lo sviluppo del movimento operaio – nelle sue varie forme ed espressioni politiche – fosse continuo e progressivo.

Paradossalmente Marx ed Engels, teorici della lotta di classe, non sembrano avere tenuto conto che anche la classe antagonista (cioè la borghesia) conduca essa stessa la lotta di classe, e qualche volta (anzi, piuttosto spesso) la vinca pure.

Non si tratta evidentemente di vittorie definitive, perché pensare ciò starebbe a significare la fine della storia la quale invece continua il suo decorso e registra gli alternativi successi e insuccessi di interessi e obbiettivi delle parti sociali in conflitto.

Ma in tutto questo cosa c’entra la piccola borghesia, con la cui evocazione abbiamo iniziato queste modeste note?

Abbiamo già ricordato, risalendo al tempo dell’ascesa del fascismo al potere, come – negli anni a seguire la prima guerra mondiale – la crisi economica, la disoccupazione, l’incertezza internazionale (le guerre non risolvono mai le situazioni di conflitto) con il disordine creato dalla diffusa caduta dei redditi e dei salari avessero impaurito coloro che, prima della guerra, ritenevano di essere sufficientemente agiati e aspiravano a migliorare la loro posizione sociale, temendo che il movimento operaio ed in particolare le sue espressioni politiche più radicali creassero le condizioni per un loro definitivo impoverimento.

Dunque si rivolsero a coloro che promettevano ordine e autorità, per evitare un naufragio dinanzi alla pressione del movimento operaio visto, in quel momento e da quella prospettiva sociale, come la minaccia maggiore.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti; una oppressiva, pesantissima, e a tratti feroce, dittatura che ci portò a una guerra disastrosa.

Quella vicenda e quell’epilogo dovrebbero entrare nella memoria storica (che è sempre assai difficile da custodire) e sono il presupposto di quanto si andrà qui di seguito ad argomentare.

Una riflessione sul divenire della storia è a questo punto doverosa, in specie ove si consideri – in piena conformità con il pensiero marxista – che la storia del mondo è la storia delle lotte tra le classi sociali, dove nessuna delle parti può e deve considerarsi inattiva.

Dopo l’ondata di lotte operaio della fine anni ’60 e degli anni ’70 del ’900, anche la classe padronale si è riorganizzata, ed ha intrapreso il suo rilancio.

E’ mutata l’economia, finanziarizzandosi; è cambiato il luogo di produzione, e cioè la fabbrica che aveva unificato e massificato la classe operaia dandole forza e potere; si è perciò modificata anche questa ultima, rafforzata al tempo della industrializzazione, ma poi nuovamente disgregata dalla deindustrializzazione globalizzante, quale risposta strategica del capitale.

Un fatto per tutti? La “marcia dei 40mila della Fiat” che fu il prologo remoto dello smantellamento progressivo dell’industria automobilistica in Italia. Prologo della scomposizione del sistema produttivo in migliaia e migliaia di piccole imprese, tanto produttive di beni e merci, quanto poco di miglioramenti salariali e diritti per i lavoratori.

Da tale situazione di progressiva caduta dell’occupazione è derivata una trasmigrazione dei ceti produttivi e dei lavoratori di fabbrica in una miriade di imprenditori, professionisti, commercianti che ha coinvolto in particolare le “aristocrazie” operaie del nord Italia.

Così è successo che, da percentuali assai alte di lavoratori salariati a condizioni contrattuali accettabili, si è scesi – gradatamente ma inesorabilmente – a un livello in cui il lavoro salariato ha un’incidenza percentuale sulla popolazione che fa fatica a raggiungere il 20% della medesima, mentre si è ingrossata in modo prevalente quella fascia sociale di piccoli imprenditori e artigiani, commercianti al dettaglio o di vicinato, impiegati e quadri aziendali a contratto, professionisti di fascia media, lavoratori a partita IVA: una parte dei quali oggi sono andati ad implementare, per motivi di età, la grande e variegata fascia dei pensionati.

Ma chi sono costoro se non ciò che si definisce come la “piccola borghesia”? Una fascia sociale che non svolge più attività lavorativa in una grande organizzazione aziendale, che non ha più riferimenti sindacali forti, e che percepisce redditi annui compresi tra i 30-40mila euro sino a 70-80 mila. E’ questa fascia, che ancora fruisce di redditi non da fame e indigenza, che può essere definita piccolaborghesia, anche perché non ha perso (come è naturale) la speranza di maggior benessere.

Ma è proprio quella situazione di intermedietà tra le fasce più povere della popolazione – prossime al 20% dei consociati, e però gode di maggior reddito – che rende questa rilevante parte di cittadini, assai incerti e timorosi rispetto all’avvenire.

Dunque di cosa soffre la piccola borghesia nel nostro Paese, come anche le analoghe fasce sociali di altri illustri Paesi del vecchio, e anche del nuovo, continente?

Quali sono dunque le ossessioni della piccola borghesia? La risposta è piuttosto facile, tanto più che è dinanzi gli occhi di tutti.

La caduta dei redditi, con il relativo impoverimento; la svalutazione dei risparmi bancari e finanziari; la progressiva perdita di redditività del bene casa, essendo così diffusa la piccola proprietà immobiliare nel popolo italiano; la perdita delle previdenze, in termini di svalutazione da inflazione delle pensioni e di calo dei servizi assistenziali socio-sanitari, sempre più ridotti in ciascuna delle “leggi di bilancio” che si sono avvicendate nel tempo.

In sintesi, tutti quei timori possono riassumersi nell’ossessione, sempre più incombente, di una perdita di posizione sociale e di benessere, spesso conquistato con sacrifici e fatica.

Quali sarebbero le cause – e cioè le “nemiche avversità” – da abbattere secondo la piccola borghesia?

La risposta è altrettanto semplice quanto palese: i “nemici” sono i politici, il fisco, il disordine sociale, le guerre – e ovviamente gli immigrati.

Ciascuno di questi fattori, ritenuti portatori di incerte prospettive, è individuato come la madre di ogni guaio e viene demonizzato. Tutto ciò può benissimo dare ingresso al pensiero “ci vorrebbe qualcuno che metta le cose a posto”, come già avvenuto nel 1922.

Qualcuno, con un certo sforzo analitico e di approfondimento, potrebbe anche fare sintesi di tutti quegli argomenti di preoccupazione e chiamarla “globalizzazione”; non avrebbe torto, pensando che proprio quell’enorme movimento di capitali, merci, persone e pensiero a livello mondiale può determinare – ed in effetti determina – crisi economiche, inflazione, conflitti internazionali, involuzioni autoritarie negli ordinamenti degli Stati e altre conseguenze, percepite come poco piacevoli.

Ma c’è anche chi – e per la verità sono i più – individua solo alcuni fattori e, secondo la legge per cui il debole guarda più verso il debole che il forte, uno dei bersagli preferiti è proprio l’immigrazione.

Così viene molto facile – anche per il servile supporto di molta stampa di mediocre livello (inclusi molti periodici o radio commerciali di carattere locale) – pensare che gli extracomunitari africani o asiatici siano i maggiori responsabili del disordine, della disoccupazione, del degrado sociale.

C’è perfino chi pensa, teorizza e ne fa oggetto di propaganda politica, che gli immigrati tendano a sostituire la popolazione italiana, scalzandola dal suo naturale alveo nazionale.

E’ un movimento razzistico e di derivazione nazistoide, che ha già messo radici in Germania e nel Regno Unito, e ora sta tentando di organizzarsi anche in Italia, addirittura promuovendo una proposta di legge sulla “Remigrazione” e cioè il rimpatrio generalizzato degli stranieri, anche quelli residenti regolarmente nel nostro Paese.

Noi sappiamo bene cosa ne pensino molti imprenditori con personale straniero alle dipendenze, ma sappiamo purtroppo che negli ambienti di provincia vi è una certa attenzione a quelle sconcertanti proposte.

A questo punto, la domanda da farsi è la seguente: possiamo ancora pensare di recuperare la piccola borghesia ad una prospettiva di progresso e di superamento delle incertezze attuali o dobbiamo considerare quella pur consistente fascia sociale come una forza che si schiererà con chi tende a superare lo Stato democratico e le sue istituzioni?

Riteniamo di dover dare una riposta a questa domanda.

La richiesta che proviene da quella ampia fascia di popolazione individuata come “piccola borghesia” è unificabile in una parola: sicurezza.

Non si tratta della sicurezza individualistica e militarizzante di avere una casa ben difesa; di non avere timore a passeggiare per la via pubblica, specialmente quando cala la luce del sole; di avere un qualsivoglia personaggio in divisa all’angolo della strada.

Si tratta invece della sicurezza del proprio reddito, della propria pensione; del fatto che se ti ammali puoi essere curato senza essere svenato economicamente dalle cliniche private; della certezza del proprio posto di lavoro.

In altri termini: la stabilità della propria condizione sociale.

Ne scaturisce una domanda collettiva, comune peraltro a quella parte di popolazione che vive in condizioni di indigenza, o comunque in difficoltà.

La sicurezza sociale dei cittadini – uguali dinanzi alla legge ma diversi per condizioni di reddito e di posizione sociale – può essere posta come obbiettivo se solo si faccia mente al secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione. Quella somma disposizione di legge (non esistono in Italia leggi superiori alla Costituzione) cnon auspica, non consiglia, non augura, ma “impone” allo Stato come suo “compito” di rimuovere gli ostacoli materiali e sociali che impediscono la realizzazione della effettiva uguaglianza dei cittadini.

Non è populismo da “pane e circensi”; uno slogan utilizzabile da qualsiasi demagogo.

Si tratta viceversa di dare via a una politica dello Stato che, ad iniziare dai livelli più bassi, distribuisca reddito in modo proporzionato ai vari livelli di benessere, ivi compresi i settori della piccola borghesia, in maggiore difficoltà.

L’uguaglianza assoluta sarà certamente un’utopia, ma il beneficio è generalizzato perché rapportato alle diverse situazioni. E poi, se le famiglie più povere disporranno di maggiore reddito, anche altri trarranno beneficio da tale maggiore disponibilità.

Un fatto sarà però certo: ad un livello di sicurezza sociale maggiore dei più deboli corrisponderà un generale innalzamento di tale livello per tutti; anche per quella fascia di cittadini un po’ più agiata, ora incerta sul proprio futuro e angosciata da prospettive che le appaiono oscure.

Con la realizzazione della democrazia sostanziale – che la stessa Costituzione richiede come compito fondamentale dello Stato – non dovremo più temere che la piccola borghesia si getti nelle braccia del Mussolini di turno.

LE IMMAGINI SONO SCELTE DALLA “BOTTEGA”: QUELLA IN ALTO L’ABBIAMO RUBATA A MAURO BIANI, QUELLA QUI SOTTO è DEL “NOSTRO” CHIEF JOSEPH.

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