Scor-data: 19 gennaio 1809

Quel corvo che cambiò l’America (*)

di Fabio Troncarelli

Il 19 gennaio 1809 nasceva a Boston Edgar Poe, che in seguito assumerà il nome di Edgar Allan Poe. A Boston la Poe Fundation celebra l’evento con conferenze, letture e mostre; analoghe iniziative sono previste in altre città degli Stati Uniti. Ben a ragione. Poe è ormai parte integrante della cultura americana ed è venerato come un personaggio leggendario. Eppure, poco dopo la sua morte le cose andavano diversamente. Come scriveva nel 1856 Baudelaire: «Parlate di Poe con un americano: costui forse ammetterà il suo genio, forse se ne mostrerà persino fiero; ma con un tono sardonico di superiorità che sa di uomo positivo, vi parlerà della vita disordinata del poeta, del suo fiato da alcolizzato che avrebbe preso fuoco alla fiammella di una candela, delle sue abitudini di vagabondo; vi dirà poi ch’era un essere instabile e stravagante, un pianeta fuori dall’orbita che ruotava senza posa da Baltimora a New York, da New York a Philadelphia, da Philadelphia a Boston, da Boston a Baltimora, da Baltimora a Richmond. E se voi, col cuore commosso da questi preludi di una vicenda desolante, cercherete di fargli capire che l’individuo non è forse il solo colpevole, e che dev’essere difficile pensare e scrivere tranquillamente in un Paese ove ci sono milioni di sovrani, un Paese senza una vera capitale, e senza aristocrazia, vedrete allora i suoi occhi spalancarsi e mandar lampi, la bava del patriottismo sofferente salirgli alle labbra e l’America, per bocca , sua scagliare ingiurie contro l’Europa, sua antica madre1».

A dire il vero, all’epoca di Baudelaire, non erano solo gli americani a prendere le distanze dal genio e dalla sregolatezza di Poe: anche un francese dabbene, un buon borghese moderato e conservatore avrebbe detto le stesse cose, come del resto lo stesso Baudelaire faceva notare indirettamente, confrontando le calunnie diffuse negli Stati Uniti dopo la morte dello scrittore di Boston con quelle diffuse a Parigi dopo la morte di Balzac e di Gerard de Nerval. E’ evidente che testi originali come quelli di Poe potessero scandalizzare: i racconti popolati di incubi, di allucinazioni, di sofferenza, di terrore in cui traspare la presenza minacciosa della morte erano il contrario della filosofa ottimistica del positivismo. Non è questa la sede per approfondire l’analisi di opere così singolari: basta solo ricordare che esse non avrebbero avuto in Europa la diffusione che ebbero, senza il contributo di Baudelaire, un autore straordinario, che ha scritto pagine importantissime sullo scrittore americano, identificandosi con lui e considerandolo il capostipite della razza infelice dei poeti maledetti. La prosa vibrante di Baudelaire coglie senza dubbio nel segno. E tuttavia – nonostante l’ammirazione per la generosa e geniale empatia dell’autore dei «I fiori del male» nei confronti dell’autore di «Ligeia» – credo sia necessario, a distanza di tanto tempo, ripensare in modo nuovo alla triste esistenza del grande artista americano, che Baudelaire considerava vittima di «una nuova tirannide, la tirannide delle bestie o zoocrazia».

E’ senza dubbio vero che Poe è stato respinto dalla «dittatura spietata… dell’opinione pubblica della società democratica» e che è stato una fonte di scandalo per molti suoi contemporanei (anche se fu molto amato da alcuni di loro, come Baudelaire stesso riconosce). E’ però altrettanto vero che Poe non fu ostile alla società in cui viveva per partito preso: anzi, nonostante le bizze di un carattere difficile, cercò sempre, affannosamente, di rispondere in modo positivo alle aspettative di coloro che lo rifiutavano, a volte cercando di conformarsi alle loro direttive e a volte ingaggiando una sorta di paradossale corpo a corpo con chi lo disprezzava, nel tentativo, vano, degno di Icaro, di un forzato riconoscimento. Troppo spesso si sottovaluta questa disperata quanto ostinata ricerca di consenso e addirittura di successo, da parte di un autore che sembrerebbe in antitesi con la società che lo circonda.

La tragedia di Poe – orfano precoce e vittima precoce di deprivazioni affettive e materiali – è il suo rabbioso, cieco, forsennato desiderio di rivincita, che lo spinse allo sbaraglio per tutta l’esistenza. La sua ricerca sfrenata di un riscatto continuamente irrealizzabile, maschera a malapena l’oscura consapevolezza di essere votato inconsciamente all’insuccesso e ripropone, nei fatti, contrariamente alle intenzioni dell’autore, il tema del fallimento, della sconfitta senza rimedio, del terrore dell’annientamento che affiorano di continuo nelle sue opere. In una società come quella americana, ossessionata dal mito del guadagno, lo scrittore di Boston visse nell’ossessione, a volte furiosa, di guadagnare in misura adeguata al proprio genio e di essere pagato appropriatamente per i propri articoli sui giornali e addirittura per le proprie poesie, in cambio delle quali riceveva beffardi compensi, come qualche copia delle proprie opere in omaggio o nove dollari per un capolavoro come «Il corvo». Vittima di quest’erronea illusione e di calcoli palesemente sbagliati, Poe fu ovviamente in preda a perenne miseria: perseguitato dai debiti e dalla povertà, fu costretto a una vita errabonda, fuggendo da un tugurio all’altro, tane più che case, nelle quali regnavano indigenza, fame, umidità e nelle quali era facile morire di consunzione, come avvenne alla adorata moglie-bambina Virginia. Morivano così, ogni volta, speranze, affetti, quegli stessi affetti così crudelmente colpiti dai traumi infantili: dalla perdita precoce della madre e del padre, dalla morte del fratello giovanissimo, dalla perdita delle illusioni. Fuggendo questo orrore che si sommava ad altri orrori e s’insediava per sempre nell’anima come il corvo infernale sul busto di Minerva, Poe riemergeva drammaticamente, con continue sfide contro l’ignoto. Scriveva sui giornali fingendo di essere un giornalista qualsiasi, raccogliendo perfino gli annunci pubblicitari pur di scrivere da vero giornalista, mescolando, come per caso, i suoi versi alle parole più banali. Invece di bramare la gloria letteraria, sognava di dirigere un giornale tutto suo: uno strumento adeguato al pubblico americano che gli avrebbe dato successo e rispettabilità, il vero antidoto contro debiti e disonore. Megalomane, furibondo, dimentico di essere un poeta, vestiva i panni del profeta da rotocalco e dopo aver creato l’immortale detective Auguste Dupin, lo trascinava dalle altezze della letteratura alle bassezze della cronaca, promettendo in nome del suo metodo investigativo di rivelare sul giornale l’assassino di una povera sventurata, Mary Cecilia Rogers ribattezzata Marie Roget: una promessa impossibile da mantenere, che si sarebbe rivelata vana, offuscando con l’ombra dell’impostura l’aura di genialità di Dupin, che avrebbe generato quella di Sherlock Holmes.

Anche nella sua vita privata Poe cercò disperatamente di essere accettato dagli altri, mentendo a se stesso con altrettanta sfrontatezza. Fingeva di essere un bravo bambino, un ottimo ragazzo, un uomo rispettabile e i suoi buoni propositi duravano lo spazio di un mattino. S’iscrisse all’università e dopo sei mesi venne espulso per cattiva condotta, debiti di gioco e vita dissoluta. Poe diede la colpa al patrigno che gli lesinava i soldi: ma al tavolo di gioco c’era andato con le sue gambe. Poi s’iscrisse nell’esercito, sotto falso nome e mentendo sulla sua età, per servire la patria con onore e disciplina: ma il trucco durò poco perché il suo cuore rivelatore lo spinse a confessarsi con i superiori. Dopo mille andirivieni e dopo una riconciliazione umiliante con il patrigno, s’iscrisse a West Point, per diventare un ufficiale modello, un cardine della società. Inutile dire che fu espulso in pochi mesi, non prima però di avere affascinato i suoi compagni, non con il suo portamento marziale, ma con i suoi versi.

Con la stessa furia, la stessa cieca speranza di pareggiare i conti col Fato cercò nelle donne da amare un surrogato della madre perduta, una donna devota che non l’avrebbe mai abbandonato, fallendo sempre miseramente in quest’impresa, per colpa del suo carattere o di un destino sfortunato: l’unica donna che riuscì a stargli accanto come una madre fu sua zia, Maria Clemm, commovente esempio di dedizione e di ambiguità edipica, che tuttavia non poté mai colmare il vuoto di un’autentica relazione affettiva. Poe, restato solo da bambino, restò solo per tutta la vita, in preda al desiderio struggente di far rivivere i propri morti ostinandosi a negare che i suoi fantasmi erano solo fantasmi.

Il colmo di questo gioco a rimpiattino con la propria anima è in un celebre saggio del 1846, la «Filosofia della composizione»2, in cui egli commenta la sua più celebre poesia, «Il corvo». Con l’aria di un letterato smaliziato che la sa lunga, egli rinnega lietamente se stesso e spiega al pubblico, stregato dai suoi versi, che la sua poesia non vuole dire nulla: che è un gioco a tavolino per incantare gli ingenui; un meccanismo creato da un artigiano diabolico, mosso dal moto perpetuo; un ingranaggio senza scopo, escogitato da un artefice beffardo. Lui, il poeta maledetto, non è un poeta e neppure un emarginato: è un enigmista geniale, un giocatore di scacchi impassibile, un ipnotizzatore sicuro di sé, un retore di professione che sa come inchiodare la platea. Un uomo brillante, cinico, altero che tiene in pugno il suo pubblico e non fa sconti ai sentimenti.

Povero Poe! Povero disperato bugiardo costretto a mentire dalla disperazione Costretto a inseguire un successo evanescente per dimenticare di essere un perdente. Americano in tutto e per tutto, malgrado tutto.

L’amore di un poeta generoso come Baudelaire, generoso intellettualmente nonostante la sua fama di crudele egoista, lo salverà con l’unico riscatto possibile: proclamando che il poeta è poeta e non c’è altro da dire.

Ma Poe aveva un corvo nero nel cuore e forse non avrebbe apprezzato questa feroce dichiarazione d’amore.

Sono passati tanti anni ormai. Oggi Poe viene apprezzato dagli abitanti del Paese che lo disprezzava. Oggi non c’è più bisogno di Baudelaire e del mito del poeta maledetto per apprezzare chi ha scritto opere geniali, chi ha precorso i tempi, chi ha vissuto una vita senza limiti e senza regole. Eppure, se il mio pensiero commosso va a Poe, tutto quello che mi viene in mente al di là della sua bravura, del successo e dell’insuccesso, del mito e della gloria, è che egli è stata la sfortunata vittima di un dolore senza rimedio. Come ha detto Yeats a proposito di Catullo, i pedanti che lo leggono e lo commentano potranno mai capire che le sue rime furono scritte nell’insonnia, per sfogare il dolore?

In nome di questo, mi è sembrato opportuno rendere omaggio alla disperazione di quest’eroe infelice dando un piccolo contributo alle celebrazioni su Poe, trovando una valvola di sfogo al suo dolore, riproducendolo a modo mio, in una traduzione non convenzionale. Inutile dire che ho scelto il poema che secondo Poe non esprime nulla e che invece, nonostante le sue bugie, esprime con grande chiarezza la sua disperazione: «Il corvo».

Il corvo

I.

Mezzanotte. Ero debole, stanco.

Meditavo davanti a volumi

strani, antichi, già dimenticati

di una scienza perduta. Ma ecco,

ecco, un colpo leggero – dormivo?-

sulla porta mi fa trasalire.

Mormorai: “E’ qualcuno che bussa”.

Questo solo e nulla di più.

II.

Mi ricordo. Nel buio Dicembre

braci ardenti, per terra, morenti,

proiettavano l’ombra. Il mattino

freddo, in cuore speravo. Sì l’alba,

un sollievo al dolore, alla morte.

Eleonora perduta nessuno

chiamerà sulla terra. Mai più.

III.

E le tende di seta, colore

del tramonto frusciavano e il cuore

impazziva: un terrore mai prima

conosciuto. Volevo calmarmi.

Ripetevo: “E’ soltanto qualcuno

di passaggio, una visita strana.

Sta bussando alla porta nel buio.

Solo un uomo e nulla di più”.

IV.

Rincuorato andai dritto alla porta.

Dissi: “Vengo, Signora o Signore.

Ero già addormentato. Scusate.

Voi bussate con tocco leggero

e non ero sicuro”. Ed ho aperto.

Solo tenebra e nulla di più.

V.

Resto a lungo stupito, atterrito:

sto sognando un sogno più vero

di ogni sogno. Ma il buio, il silenzio

non si squarcia. C’è solo la notte.

Poi una sola parola: “Eleonora”.

Solo questo e nulla di più.

VI.

Torno indietro con l’anima in fiamme.

Ma ecco, il colpo alla porta più forte!

Forse – dico – è un rumore sul vetro.

E’ un mistero. Lo devo scoprire.

Certo è il vento e nulla più”.

VII.

E così spalancai la finestra.

Elegante, agitando le ali

entra un corvo. Lucente. Maestoso.

Con il passo regale, imperioso

di un signore, di una principessa

d’altri tempi. Poi vola alla porta

e si posa su un busto scavato,

dentro un medaglione nel muro,

di Minerva. E nulla di più.

VIII.

Come l’ebano, grave, severo

mi guardava – le mie fantasie

tristi e inutili erano degne

di un sorriso. Gli dissi: “Non credo

che tu, corvo, tu torvo, tu antico

corvo errante lontano dal mare

della Notte sia un vile. Su dimmi

il tuo nome strappato all’inferno”.

Gridò rauco, tremando: “Mai più!”.

IX.

Sì l’uccello sgraziato parlava

e diceva parole insensate.

No, nessuna creatura vivente

ha mai visto di notte un uccello

come questo posato sul muro

della porta. E’ impossibile. Un corvo

con un nome tremendo: “Mai più”.

X.

Ma quel corvo, col corpo di marmo

come un busto che si anima disse

solo questo, una sola parola

dall’abisso dell’anima. E muto

mi osservava. Neppure una penna

si muoveva. Ed io immobile dissi

sussurrando: “Nessuno è rimasto

degli amici. E anche lui questa notte

se ne andrà come ogni speranza.”

E l’uccello ripete: “Mai più”.

XI.

Trasalii. La risposta era giusta,

il silenzio violato a ragione.

Certo è questo il sapere, il tesoro

che ha nel cuore. Ha perduto il padrone.

E la morte veloce gli lascia

solo questa canzone accorata.

Solo un canto che dice: Mai più!”.

XII.

La mia anima triste di nuovo

ripeteva ridicole frasi.

Mi sedetti su ricchi cuscini

proprio in faccia a quell’erma e alla porta.

Lo fissavo e rimuginavo

fantasie sull’uccello sinistro

nel velluto affondato. Che cosa

quello scarno, sgraziato, crudele

messaggero del tempo intendeva

sibilandomi roco: “Mai più?”.

XIII.

Ed immerso in me stesso fissavo

i suoi occhi infuocati, in silenzio,

con il fuoco nel cuore, abbassando

sul cuscino la testa, alla luce

di una debole lampada. Viola,

la sua fodera illuminata

da una lampada fissa che sembra

implacabile come quegli occhi

Eleonora non sfiora mai più.

XIV.

L’aria allora mi parve più densa,

profumata di incenso, bruciato

invisibile da Serafini

i cui morbidi passi sul suolo

tintinnavano. “Gli angeli in cielo –

esclamai – messaggeri di un Dio

misterioso ti mandano adesso

per portarmi un liquore divino

e ubriacarmi e scordare Eleonora.

Bevi, bevi, dimentica il tempo!”.

Ed il corvo rispose: “Mai più”.

XVI.

Sei un profeta? Un demonio? Una strana

creatura del male! Venuta

dall’inferno? O sfuggendo a un violento

temporale, gettata qui a riva,

desolata, ma ancora feroce?

Ti scongiuro: su questa deserta

terra piena d’orrore, una terra

incantata, c’è un balsamo in Galaad,

un sollievo? Ti supplico. Dillo!”.

Ed il corvo rispose: “Mai più”.

XVII.

Urlai: “Addio uccello o demonio!

Torna indietro, al vento, alla notte!

Non lasciare neppure una piuma

in ricordo delle tue menzogne!

Inviolata la mia solitudine

resti ancora. Va via dalla porta!”.

Soffiò il corvo di nuovo: “Mai più”.

XVIII.

Ed immobile il corvo si posa

sulla porta, sul pallido busto

di Minerva scavato nel muro,

ora e sempre. Non vola. I suoi occhi

sono di un demonio che sogna.

E la lampada fioca proietta

la sua ombra sul suolo. Ed a terra

tra la luce e l’ombra è sospesa

la mia anima. Non si solleva

verso il cielo, in alto, mai più.

 NOTE

1Questo testo apparve nel marzo 1856 come prefazione alla traduzione fatta dallo stesso Baudelaire (1821-1867) delle «Histoires extraordinaires»di Edgar Allan Poe, cfr. Baudelaire, «Oeuvres complètes», a cura di Claude Pichois, Paris, Gallimard (Bibliothèque de la Pléiade), 1975-76, 2 volumi, traduzione di Davide Monda.

2E. Allan Poe, Il corvo. La filosofia della composizione, Milano, BUR, 1997.

(*) IL SENSO DI QUESTA RUBRICA

Dall’11 gennaio, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) trovate in blog – a mezzanotte e un minuto – una «scordata», di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Scor-data indica un evento o una persona che per qualche ragione la gente sedicente “per bene” ignora, preferisce dimenticare o che travisa. Come vedrete le firme saranno varie, molto diversi gli stili e le scelte. Anche quello di oggi è piuttosto lungo ma a volte ne troverete di brevissimi: magari solo una breve citazione, un disegno o una foto. Se l’idea vi piace fate circolare le “scor-date” o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo che sta nascendo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. A proposito del post di oggi aggiungo che fra i tanti omaggi a Poe uno dei più insoliti è quello di Gianfranco Manfredi che nel fumetto «Magico vento» (qui in blog se n’è parlato qualche volta) ha affiancato al protagonista della serie un giornalista che, per somiglianza fisica e non solo, viene soprannominato Poe. (db)

 

Redazione
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