Scor-data: 2 luglio 1925

Nasce Patrice Lumumba che sognò un Congo libero

di Remo Agnoletto (*)  

«E venne il giorno in cui comparve il bianco

fu più astuto e cattivo di ogni morte,

barattò il tuo oro

con uno specchietto, una collana, ninnoli,

e corruppe con l’alcool i figli dei fratelli tuoi

e cacciò in prigione i tuoi bimbi.

Allora tuonò il tam-tam per i villaggi

e gli uomini seppero che salpava

una nave straniera per lidi lontani

là dove il cotone è un dio, e il dollaro è imperatore».

Patrice Lumumba

 

«Patrice Lumumba non ha avuto il tempo di diventare una leggenda come Che Guevara, diventato un simbolo». Così il giornalista Ryszard Kapuscinski ricorda il leader congolese, assassinato nel 1961 all’età di 35 anni.

 

«Lumumba», l’emozionante film del regista haitiano Raoul Peck, si apre e si chiude con una scena notturna: il dissotterramento e lo squartamento di un cadavere, e la successiva dissoluzione nell’acido. Mentre il film usciva sugli schermi, nel 2000 (fu poi premiato l’anno seguente come miglior film della diaspora al Festival Panafricano del Cinema di Ouagadougou) una commissione d’inchiesta a Bruxelles esaminava le responsabilità belghe nell’assassinio di Lumumba, sull’onda della pubblicazione di un nuovo libro sull’argomento, del fiammingo Ludo De Witte.

La verità, dopo quarant’anni, era venuta a galla. Il delitto fu ordito tra belgi e Cia. «L’obiettivo principale da perseguire nell’interesse del Congo, del Katanga e del Belgio è evidentemente l’eliminazione definitiva di Lumumba» scrisse in un decisivo telegramma il ministro degli Affari africani, Harold d’Aspremont Lynden. «Lumumba era un pericolo per il Congo e per il resto del mondo, perché avrebbe permesso ai comunisti di stabilirsi nella regione» ha spiegato Lawrence Devlin, l’uomo della Cia a Léopoldville. L’ordine venne direttamente da Washington.

Catturato il 2 dicembre 1960 dai soldati di Mobutu mentre, dopo essere evaso dalla sua prigione domiciliare vigilata dai caschi blu, sta per riparare a Stanleyville, Lumumba viene trasferito, il 17 gennaio 1961, a Elisabethville, la capitale del secessionista Katanga (che, in suo ricordo, oggi è chiamata Lubumbashi):  come dire, consegnato ai suoi peggiori nemici. Verso le 10 di sera di quello stesso giorno, dopo viaggi e torture, un plotone al comando di un ufficiale belga fa fuoco: su di lui e su due suoi compagni.

L’indomani i resti delle vittime furono fatti sparire nell’acido ma nel corso degli anni furono trovate varie ossa appartenenti al cranio e allo scheletro di Lumumba. Molti dei suoi sostenitori furono giustiziati nei giorni seguenti.

Il 17 gennaio 2008 Pauline, la vedova di Patrice, è andata a deporre un mazzo di fiori ai piedi del monumento a Lumumba fatto erigere a Kinshasa dal maresciallo Mobutu – sì, proprio lui – nel 1966, quando lo proclamò eroe nazionale. A lei il marito, già braccato, scrisse un’ultima, stupenda lettera nella quale ritroviamo gli accenti che infiammavano i suoi discorsi. Ecco qualche frase: «Mia cara compagna, ti scrivo queste parole senza sapere quando ti arriveranno, e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta, ma il Congo, il nostro povero popolo. Non siamo soli. L’Africa, l’Asia e i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco dei milioni di congolesi che non cesseranno la lotta se non il giorno in cui non ci saranno più colonizzatori né mercenari nel nostro paese». E ancora: «Ai miei figli – Patrice Lumumba ne aveva tre – che lascio per non vederli forse mai più, voglio si dica che l’avvenire del Congo è bello. Le brutalità, le sevizie, le torture non mi hanno mai indotto a chiedere la grazia, perché preferisco morire a testa alta, con la fede incrollabile e la fiducia profonda nel destino del nostro Paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e nel disprezzo dei princìpi che mi sono sacri. Non piangermi, compagna mia. Io so che il mio Paese, che tanto soffre, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà».

Patrice-Emery Lumumba nasce a Katako-Kombe, nel cuore del Congo Belga, il 2 luglio 1925. Dopo gli studi alla missione cattolica e poi presso i protestanti, a 17 anni decide di andare in città. Prima a Kindu quindi a Stanleyville (oggi Kisangani) si dedicherà con ambizione e tenacia alla sua formazione intellettuale. È tra i fondatori di varie associazioni, di cui viene eletto presidente: degli impiegati postali, dell’Unione belgo-congolese, del personale indigeno della colonia. Nel 1957 trova un impiego di un certo prestigio alla birreria Bracongo, nella capitale Léopoldville (Kinshasa). Ma ormai è la politica la sua passione totale. L’anno seguente fonda il Movimento Nazionale Congolese (Mnc) e prende parte alla prima conferenza panafricana nel Ghana indipendente di Kwame N’Krumah. Lumumba ne uscirà convinto della necessità di accelerare i tempi «per la conquista immediata della libertà».

Nell’ottobre 1959 i contrasti con i colonialisti si aggravano. Malgrado il forte sostegno popolare di cui godeva, le autorità belghe cercarono di isolare Lumumba: il risultato fu una sommossa con una trentina di morti. Fu poi arrestato e condannato a 6 mesi di prigione, il 21 gennaio 1960. Con generale sorpresa, il Belgio accordò l’indipendenza al Congo. La data fu fissata al 30 giugno.

Il Mcn (diventato Mncl, Movimento Nazionale Congolese di Liberazione) vinse con i suoi alleati le elezioni organizzate per maggio e il 23 giugno 1960 Patrice Emery Lumumba divenne il Primo ministro del Congo indipendente e toccò a lui pronunciare lo storico «discorso dell’indipendenza».

Ma le autorità belghe (e soprattutto le compagnie minerarie) non pensavano ad un’indipendenza piena e intera: una buona parte dell’amministrazione e i quadri dell’esercito restavano belgi. Lumumba sfidò l’ex potenza coloniale decretando l’africanizzazione dell’esercito. Il Belgio rispose inviando truppe in Katanga – regione mineraria – e sostenendo la secessione di questa regione guidata da Mosè Tschombe (che in italiano è spesso indicato come Ciombè).

A settembre, il presidente Joseph Kasavubu revocò l’incarico a Lumumba e agli altri ministri nazionalisti. Lumumba dichiarò che sarebbe rimasto in carica e su sua richiesta il Parlamento revocò il presidente Kasa-Vubu.

La politica di Lumumba era antisecessionista, anticolonialista, antimperialista (e secondo molti filocomunista): mirava a diminuire il potere e l’influenza delle tribù e a una maggiore giustizia sociale e autonomia del Congo (ricchissima ma depredato).

Nel dicembre 1960 il colonnello Mobutu, succeduto a KasaVubu, con un colpo di stato fece arrestare Lumumba. Il tragico epilogo è stato raccontato qui sopra.

L’indomani i resti delle vittime furono fatti sparire nell’acido e nel corso degli anni varie ossa appartenenti al cranio e allo scheletro di Lumumba furono trovate. Molti dei suoi sostenitori furono giustiziati nei giorni seguenti.

Lumumba fu il primo, e per oltre quarant’anni l’unico dirigente politico democraticamente eletto nella Repubblica democratica del Congo.

Oggi si sa che la Cia aiutò finanziariamente gli avversari di Lumumba e fornì armi a Mobutu. Il governo belga ha riconosciuto ufficialmente, nel 2002, una responsabilità negli eventi che portarono alla morte di Lumumba: «Alla luce dei criteri applicati oggi, alcuni membri del governo di allora e alcuni personaggi belgi dell’epoca portano un’indiscutibile responsabilità, negli eventi che hanno condotto alla morte di Patrice Lumumba.  Il governo considera perciò appropriato porgere alla famiglia di Lumumba e al popolo congolese il proprio profondo e sincero rincrescimento e le proprie scuse per il dolore che è stato loro inflitto da quell’apatia e da quella fredda neutralità» recita un comunicato che comunque conserva molte ipocrisie.

Il generale Gerard Soete ha descritto come Lumumba fu ucciso per mano dei suoi sottoposti. «Avevamo fucilato Lumumba nel pomeriggio – racconta Soete alla commissione parlamentare belga incaricata delle indagini a 40 anni di distanza dall’omicidio – poi tornai nella notte con un altro soldato, perché le mani dei cadaveri spuntavano ancora dal terriccio. Prendemmo l’acido che si usa per le batterie delle automobili, dissotterrammo i corpi, li facemmo a pezzi con l’accetta; poi li sciogliemmo in un barile, facendo tutto di fretta, perché non ci vedesse nessuno». La rapina delle ricchezze congolesi può continuare.  

(*) Qui in blog si è spesso parlato di Lumumba e delle vicende successive nel Congo che – dopo una quarantennale dittatura e una lunga guerra – è tornata, da pochi anni, a una relativa pace in una fragile e ambigua democrazia. Quello che accadde prima con re Leopoldo e con il colonialismo belga, poi con l’indipendenza del Congo resta tuttora rimosso dalla storia “ufficiale” al punto da dimenticare che persino un segretario generale dell’Onu –  Dag Hammarskjold – fu assassinato, attraverso il sabotaggio del suo aereo: la sua colpa era volere che i “caschi blu” delle Nazioni Unite si schierassero dalla parte del Congo anziché del Belgio e delle compagnie minerarie. Qui in blog trovate un post su Hammarskjold, in data 11 dicembre 2011, dove si accenna a nuove indagini; ma in Italia, al solito, delle ricerche di Goran Björkdahl, e del libro «Who Killed Hammarskjöld» diSusan Williams si è parlato pochissimo.

Ricordo anche – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia, pochi minuti dopo – di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. E molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”. (db)

 

Redazione
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