Scor-data: 30 giugno 1908

Tutto chiaro a Tunguska?

di Fabrizio Melodia (*)  

Oscar Wilde soleva dire che nella vita sono rimasti così pochi misteri che non possiamo privarcene nemmeno di uno solo. Questo è altrettanto vero pur se si verificano centinaia di eventi sul nostro pianeta che ancora oggi rimangono senza spiegazione, semplicemente perché non vi sono prove sufficienti a conferma ora dell’una ora dell’altra ipotesi formulate da scienziati o da semplici curiosi.

Questi avvenimenti sono oggi definiti anche come “X-Files”, da cui si ispira anche un’omonima serie televisiva di grande successo, termine che sta a indicare appunto la totale sussistenza reale del fatto senza che a esso si riesca a trovare una ragione corroborata da sostanziali prove.

L’evento di Tunguska, dal nome della località interessata dall’avvenimento, fu sicuramente una delle più eclatanti esplosioni naturali che la storia abbia mai registrato.

Alle 7:14 locali – 0:14 sul meridiano di Greenwich –  del 30 giugno 1908 un evento catastrofico ebbe luogo nelle vicinanze del fiume Podkamennaja Tunguska, abbattendo 60-80 milioni di alberi su una superficie di 2.150 chilometri quadrati.

Si stima che l’onda d’urto dell’esplosione avrebbe potuto essere assimilabile a un terremoto di grado 5 della scala Richter.

Un’esplosione di questa portata è in grado di distruggere una grande area metropolitana. Il rumore fu udito a mille chilometri di distanza. A 500 chilometri alcuni testimoni affermarono di avere udito un sordo scoppio e avere visto sollevarsi una nube di fumo all’orizzonte.  A 65 chilometri il testimone oculare Semen Semenov raccontò a Leonard Kulik di aver visto in una prima fase il cielo spaccarsi in due, un grande fuoco coprire la foresta e in un secondo tempo notò che il cielo si era richiuso, udì un fragoroso boato e si sentì sollevare e spostare fino a qualche metro di distanza.

L’onda d’urto fece quasi deragliare alcuni convogli della Ferrovia Transiberiana a 600 km dal punto di impatto.

Si ritiene, in base ai dati raccolti, che la potenza dell’esplosione sia stata compresa fra 10 e 15 megatoni (40-60 petajoule).

Effetti si percepirono persino a Londra dove, pur essendo mezzanotte, il cielo era talmente chiaro e illuminato da poter leggere un giornale senza l’ausilio della luce artificiale.

Una vera esplosione atomica, come diremmo adesso, eppure i tempi erano decisamente prematuri e la tremenda arma ancora da essere messa in cantiere, anche solo a livello teorico.

Di quel giorno furono raccolte varie testimonianze oculari, tutte molto tardive. In effetti fu davvero singolare il ritardo con cui iniziarono le spedizioni per scoprire l’origine e la causa. Infatti le prime spedizioni iniziarono sul finire degli anni ’20 del Novecento: molte testimonianze oculari furono raccolte, fra le quali la già citata e dettagliata testimonianza di Semen Semenov. Altre testimonianze furono quelle di un uomodi Chuchan appartenente alla tribù di Shanyagir (rilasciata a I. M. Suslov nel 1926) e sui diversi quotidiani locali quali «Sibir» del 2 luglio 1908, «Siberian Life» del 27 luglio 1908 e «Krasnoyaretz» del 13 luglio 1908.

Come accennato, le prime spedizioni iniziarono tardi: la prima fu quella di Kulik, il quale, raccolta la testimonianza di Semenov, volle verificare la zona dell’esplosione.

Fra il 1927 e il 1939, Kulik organizzò 4 spedizioni, senza trovare il cratere o altre evidenze dell’impatto. Per iniziativa di Kulik, e sotto la sua direzione, fu realizzata nel 1938, la prima ripresa aerofotografica della zona colpita dalla catastrofe utilizzando l’LZ 127 Graf Zeppelin.

Le foto di Kulik non furono prove convincenti, in esse infatti si vedono tronchi abbattuti in perfetto stato di conservazione dopo 20 anni dall’evento, mentre le uniche piante ancora in vita sono giovani alberelli che possono avere al massimo pochi anni di vita.

L’aspetto è quello di una normale foresta appena abbattuta dai boscaioli. La foresta fotografata da Kulik probabilmente fu abbattuta dagli abitanti del luogo, gli evenki, per favorire il pascolo delle renne, costruire le loro caratteristiche capanne coniche fatte di tronchi e procurarsi legna da ardere. Fra le altre evidenze, i crateri si dimostrarono essere una formazione naturale del luogo dovuta al disgelo, e un grosso masso identificato come il meteorite fu invece riconosciuto come un masso morenico. Kulik e i suoi collaboratori comunque si impuntarono nell’affermazione di aver trovato il luogo esatto per non mettere a rischio la loro reputazione di scienziati.

Si formularono comunque varie ipotesi, fra le quali la più accreditata fu l’esplosione di un asteroide sassoso di circa 30 metri di diametro che si muoveva a una velocità di almeno 15 chilometri al secondo (54.000 km/h). La deflagrazione del corpo celeste sarebbe avvenuta a un’altezza di 8 chilometri. La resistenza offerta dall’atmosfera può aver frantumato l’asteroide, la cui energia cinetica è stata convertita in energia termica. La conseguente vaporizzazione dell’oggetto roccioso ha causato un’immane onda d’urto, che ha colpito il suolo.

Nel 1930, l’astronomo britannico Fred Lawrence Whipple ipotizzò che il corpo Tunguska fosse una piccola cometa.

Una cometa, essendo composta principalmente da ghiaccio e polvere, avrebbe dovuto essere completamente vaporizzata dall’impatto con l’atmosfera terrestre, senza lasciare tracce visibili. L’ipotesi della cometa è stata ulteriormente supportata dai cieli luminosi (o notti luminose) osservati in tutta Europa per diverse serate dopo il giorno dell’impatto. L’ipotesi della cometa ha ottenuto un consenso generale fra i ricercatori sovietici dal 1960.

Nel 1978, l’astronomo Ľubor Kresák provò a ipotizzare che il corpo fosse un frammento della cometa Encke, responsabile per la pioggia di meteoriti Beta Tauridi. L’evento di Tunguska infatti coincise con un picco in quella pioggia e la traiettoria approssimativa del dispositivo di simulazione Tunguska risultò coerente con quello che ci si aspetterebbe da un tale frammento.

È ormai noto che i corpi di questo tipo esplodono a decine o centinaia di chilometri sopra la terra. Satelliti militari hanno osservato queste esplosioni da decenni.

Non finisce qui: Tunguska aveva ancora alcune sorprese da presentare ai suoi indagatori.

A partire dal 1991 il dipartimento di fisica dell’Università di Bologna intraprese una serie di spedizioni in Siberia per studiare in loco l’evento e raccogliere campioni da analizzare in laboratorio.

La spedizione era costituita da esperti in varie discipline, provenienti da varie università italiane e russe. Essi non confutarono il fatto che il corpo fosse esploso a mezz’aria, ma ritenevano che solo un frammento dalle dimensioni di un metro circa, sopravvissuto all’esplosione, avesse dapprima colpito il suolo e successivamente formato il lago.

Le loro ricerche consentirono di ricostruire una mappa più dettagliata sull’orientamento centrifugo degli alberi abbattuti e il riconoscimento di anomalie negli anelli di crescita degli alberi in corrispondenza dell’anno 1908.

Le ricerche individuarono come localizzazione del cratere d’impatto del meteorite il lago Cheko, situato a circa 8 chilometri a nord-ovest dall’epicentro stimato dell’esplosione. La morfologia del lago e la struttura dei sedimenti suggeriscono che questo fosse il luogo d’impatto di un meteorite.

L’analisi sul fondale del lago vicino all’epicentro stimato, condotta mediante l’uso di un sonar, rilevò una forma a cono riconducibile presumibilmente al cratere.

Carotaggi effettuati sul fondale del lago scoprirono un’anomalia nei depositi sedimentari del terreno databile attorno al 1908, con una percentuale di minerali che non avevano riscontro nel resto del territorio.

Tale ipotesi fu confermata inoltre da un piccolo batiscafo che permise di osservare il fondale del lago Cheko, trovando gli alberi distrutti dall’esplosione.

I risultati della ricerca furono pubblicati sul sito Internet dell’Università di Bologna, suscitando notevole scalpore nel mondo scientifico.

L’evento di Tunguska ha alimentato una ricca letteratura pseudoscientifica, viva ancor oggi. Riguardo alle cause, in modo notevolmente fantasioso, si formularono ipotesi concernenti gli Ufo, l’antimateria, i buchi neri o altri fenomeni mai dimostrati. C’è persino l’ipotesi che l’evento sia stato causato dall’attivazione della “Wardenclyffe Tower” di Nikola Tesla, una tremenda pseudo-arma di cui il geniale inventore dava notizie in una lettera inviata a un amico, definendola l’arma definitiva contro ogni attacco aereo, un “raggio della morte” di inaudita potenza in grado di vaporizzare aerei e altro al solo impatto.

L’estensore di questa nota, per inciso, predilige quest’ultima ipotesi, anche se vorrebbe ricordare, con beneficio d’inventario, che l’evento di Tunguska ricorre costantemente nell’immaginario collettivo di ogni ambito artistico.

Per i libri bisogna ricordare soprattutto il romanzo «Il pianeta morto» (1951) di Stanislaw Lem. Nell’ambito della letteratura disegnata, si consiglia la lettura di «Assassin’s Creed: The Fall» (Ed. UbiWorkshop), «Hellboy» (Ed. Magic Press, vol. 7), Alfredo Castelli ne fornisce una magistrale interpretazione in «Martin Mystère», (albi «Tunguska!» del 22/01/1984, «Morte nella taiga» del 23/02/1984 e «Viaggio nel futuro» del 24/03/1984, editi da Sergio Bonelli), «Incubo» (Ed. Marvel Comics, 2004-2005), «PKNA – Paperinik New Adventures» (albo «Agdy Days»), «Nemrod» (n. 8 «Shaman!») e «Topolino», numero 2167, con una storia omonima godibilissima.

In musica abbiamo Alan Parsons con «Return to Tunguska» (2004), Fanfarlo con «Tunguska» (2006) e gli esplosivi Metallica con la canzone «All Nightmare Long» (2008).

Al cinema, un film per tutti «Stalker» (1979) di Andrej Tarkowskij. E per finire il doppio episodio della quarta stagione della serie tv «X-Files» intitolato per l’appunto «Tunguska».

Di misteri, come del sogno, l’animo umano non potrà mai smettere di avere bisogno.

Redazione
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