Senza tramonto si sanguina e…

… si muore o forse si è ciechi a tutto

di ANGELO MADDALENA

“Non hai imparato a leggere / a scrivere nemmeno / addestrati e preparati per il combattimento / e conta solo il mondo fuori / non quello dentro (…) la bellezza affermano: non ha nessun valore / soltanto che se manca si sanguina e si muore” (Questa è Sparta, Perturbazione)

Riascolto questa canzone dei Perturbazione e, mai come adesso, realizzo il significato di queste parole. Ogni tanto mi chiedo che senso ha – come nel mio caso e in quello dei Perturbazione – vivere da artisti: una vita votata all’inutilità e alla bellezza, qualcuno direbbe. Però poi ci penso, e dico: ma è veramente così inutile vivere da artista? Certo, c’è il gioco dell’autoironia e dell’autosminuirsi per andare sempre più a fondo: una cosa del genere la dice Cioran: mi sminuisco per non offendere nessuno. L’uomo è un ammasso di melma, soprattutto quando si abbassa a livelli… di offesa della bellezza e dell’inutilità. Ieri parlavo con un uomo che conosco da poco tempo, gli ho fatto vedere un mio acquerello di un tramonto sul lago. Conosco questa persona (chiamiamolo Lindo) da poco tempo: è una persona buona, un giuggiurellone lo definirei. Mi ha detto che una volta, quando lavorava in Arabia Saudita, aveva un collega con il quale collaborava (“lavoravamo a cottimo”) e che all’ora del tramonto quel collega si fermava per contemplare il tramonto. Lindo mi dice che questa cosa lo condizionava perché doveva aspettare il collega per completare il lavoro. Aggiunge molto candidamente che lui non lo ha mai guardato un tramonto in Arabia Saudita, “io ero lì per lavorare”. Poi siamo passati a parlare di una persona che conosciamo  (è un mio amico, chiamiamolo Santico). Lindo dice di Santico parole immonde, o comunque assurde, abnormi;  più o meno, le dice anche di me; in poche parole Lindo non sopporta che io e Lindo viviamo di quello che produciamo, in modo indipendente, e che siamo laureati ma non ci teniamo a ostentarlo, negli abiti soprattutto (l’abito fa il monaco o no?). Altre volte candidamente Lindo mi aveva parlato di ciò con questa “mostruosità” di giudizio, che non è neanche pregiudizio ma forse solo “assenza di bellezza”: per la prima volta nella mia vita ho realizzato il nesso tra la mancanza di attenzione (non solo di tempo) verso la bellezza e la perdita di umanità, o comunque di sensibilità. Mi viene da ripetere la strofa dei Perturbazione: la bellezza, affermano, non ha nessun valore, soltanto che se manca, si sanguina e si muore.

Ieri sera ho letto la recensione che Ilaria Coromines ha scritto del mio libro Un anno di frontiera (*). A un certo punto scrive: “Un regalo che ci ha fatto l’autore per offrirci uno spunto di riflessione, in un mondo sempre più frenetico e alienato”. Poco tempo fa Claudio Breccia ha acquistato un mio libro e ha detto che oggi scrivere libri è un atto di grande importanza, in un periodo storico in cui “io non ho neanche il tempo di scrivere una lettera”. L’altro giorno ero con un uomo – chiamiamolo Stonfo – che conosco da un po’ di tempo ma con cui non parlo di certi argomenti – perché so come la pensa ed è aberrante sentir dire certe cose. Parlando di Un anno di frontiera…purtroppo mi son fatto prendere e ho scambiato un po’ di chiacchiere con Stonfo. Sarei voluto scappare o sprofondare, ma ho tenuto botta. Ti rendi conto che certe cose non andrebbero dette o ascoltate, ma tant’è. Anche lui a un certo punto – non so come la pensi sul tramonto (è più schierato ideologicamente di Lindo ma tendenzialmente attento alla bellezza di un tramonto credo) – ha fatto appello al lavoro come garanzia di serietà e affidabilità: quindi se tu sei un povero disgraziato che vieni da un Paese dell’Africa con un barcone e rischi la vita ma non sei un “profugo” (certificato)  devi tornartene a casa perché “vieni qui vieni per delinquere, che lavoro non ce n’è neanche per noi”. Quando gli ho fatto notare che le arance e i pomodori in Italia li raccolgono gli africani in situazione spesso di schiavitù, ha risposto una cosa che disarma perché ribalta la realtà, cioè nega l’evidenza e meriterebbe “quattro schiaffi”. Ha detto: “non è vero, gli italiani potrebbero farli quei lavori” (però non li fanno neanche se pagati bene, come tante altre attività: pastorizia, panifici, lavapiatti ecc.).

Anche un altro mio amico ed ex compagno di scuola – persona stupenda e dolcissima (chiamiamolo Floppo) –  della stessa ideologia di Stonfo (che è anche consigliere comunale) su face book sputa parole inascoltabili. Ripete come Stonfo, a mò di rosario, ogni volta che si cade su quell’argomento: “35 euro al mese per i migranti sarebbe meglio darli alle famiglie italiane”.

Qual è il fattore comune tra Lindo, Stonfo e Floppo? Senza voler demonizzare il lavoro tout court, forse il fattore comune è l’etica del lavoro. Che in un certo modo, non ti permette di vedere e vivere…la bellezza di un tramonto.

(*) la bottega chiede un contatto con Ilaria Coromines per avere la sua recensione a “Un anno di frontiera”; db infatti l’ha proposta a un amico – di nome Marco ma forse è un refuso per Manco – il quale però tace. Ed è un peccato perchè il libro merita e poi trattandosi di un’autoproduzione parlarne in rete ne aiuterebbe la circolazione. La rec NON può farla db perchè ha scrittto la prefazione al libro di Angelo e dunque è in palese (se pur minimo) “conflitto di interessi”.

Redazione
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Un commento

  • Afghanistan, Valle del Panjshir: Un piccolo orto pieno di specie diverse di rose dietro la piccola baracca che condivide con moglie e 7 bambini; tutti gli anni in primavera l’uomo si dedica nel suo tempo libero a piantarle, inafffiarle, curarle. C’era chi gli chiedeva come mai non usa quello spazio per qualche cosa di più utile e il suo tempo libero per fare altri lavori e guadagnare più soldi. La sua risposta era che la bellezza delle rose lo rende felice e ricco dentro il cuore, e lui deve nutrire di amore sua moglie e i figli nello stesso modo come deve provvedere al loro cibo.

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