Sì, viaggiare: anche a Kadath…

con Randolph Carter

di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

Questo è un viaggio di tutto riposo,

nel senso che non mi muoverò fisicamente da casa. Per viaggiare mi servono solo un buon letto, coperte e sonno ristoratore, anche se dovrà essere indotto e ben controllato, altrimenti non ricorderò nulla al mio risveglio.

Preparo tutto per bene, prendo la melatonina, l’ormone del sonno, mi corico e attendo svuotando completamente la mente. Il luogo che mi attende lo conosciamo tutte/i anche se nessuna/o lo ricorda mai: è la Terra del Sogno, dove si trova la sconosciuta città di Kadath.

Non so da quanto mi sono addormentato che una voce mi chiama, appartiene a un distinto signore del New England, elegantemente vestito e con la pipa sempre tra le labbra: è Randolph Carter, grande amante dei gatti e fiero esploratore delle Terre del Sogno, come racconta il suo biografo ufficiale, il signor Howard Phillips Lovecraft, nel suo ponderoso libro «La ricerca della sconosciuta Kadath» (1927) e nei racconti «La dichiarazione di Randolph Carter» (1919), «L’innominabile» (1923), «La chiave d’argento» (1926) e «Oltre la porta della chiave d’argento» (1926-27), revisione di un racconto di Edgar Hoffman Price.

Con un sorriso sornione stampato in viso, Carter mi accompagna con grande cortesia nella caverna di Fiamma del Dormiveglia, presentandomi poi alla fine ai preti barbuti Nasht e Kamantan, i quali indicano i 700 gradini che portano alla Porta del Dormiveglia Più Profondo, dove è situata la Porta del Sogno, apribile solo con la chiave d’argento.

Randolph Carter l’ha cercata per tantissimo tempo, spesso aiutato dai suoi gattini, i quali lo aiutarono a riscoprire il vero luogo dove la chiave potesse essere conservata, ovvero nel profondo di noi stessi, in cui l’eterno bambino gioca ancora libero e dionisiaco, senza il male che lo ottenebra.

Non mi è troppo difficile riscoprire il Peter Pan che dorme dentro di me (ogni tanto certe esperienze di cui parlerò in un’altra nota tornano molto utili) così la mia Chiave d’Argento scricchiola lentamente nell’ingranaggio della serratura: le mandate sono parecchie ma alla fine mi si spalanca davanti agli occhi un mondo totalmente altro, come l’altopiano di Leng, dove si staglia la tremenda Biblioteca custodita da creature che di umano hanno ben poco. Mi piacerebbe visitarla e Carter non si fa pregare. E’ immensa, i bibliotecari sono molto gentili nell’accompagnarmi: so che la loro cortesia è dettata dal sigillo che porto appeso al petto, il quale impedisce loro di darmi in pasto alle creature nere vincolate alle pareti.

Nella biblioteca sono contenuti i sogni degli esseri umani: ogni sogno passato è arrivato qui e in questo luogo è rimasto assolutamente legato. Inoltre noto libri di conoscenza arcana che non hanno mai trovato stampa, altri testi immaginari che sono finiti qui, oltre ai volumi distrutti e a quelli che forse un giorno saranno (o sarebbero stati) scritti. Non posso portarne via…

Carter mi fa cenno di seguirlo, è giunto il tempo di andare verso Kadath: ci daranno “uno strappo” i Gaunt della Notte, creature alate sovrannaturali dall’aspetto vagamente umanoide, meno tremendi dei terribili Ghouls divoratori di cadaveri che abitano l’altopiano di Leng da sempre, una specie di simpatico comitato d’accoglienza una volta che sei morto.

Il volo dei Gaunt è quanto di più piacevole ci possa essere, il vento sul viso ripaga qualsiasi attesa e devo dire che è sicuramente più corroborante di un viaggio in autobus: sotto di noi, vedo passare la città di Ulthar, abitata dai gatti evanescenti e dotati di un’intelligenza fine, veri e propri filosofi felini che spesso visitano il nostro mondo, portando agli uomini il dono della vera conoscenza.

Sotto di noi si dipanano le città di Dylath Leen e Inquanok, mentre gli spaventosi e maleodoranti mari si perdono nell’infinito orizzonte del Mare Ceneriano, solcato da velieri nerissimi guidati da orripilanti creature subumani.

Dopo parecchio tempo, ecco che appare la terra e su di essa si staglia l’allucinante città di marmo di Kadath, con i suoi colonnati, i larghi viali alberati e i tetti rossi dominati dal titanico Castello d’Onice degli Esseri Grandi, divinità benigne ma un po’ sventate.

Kadath non è fissa, ma cambia a seconda dei sognatori che hanno la ventura di trovarla: può apparire come benigna e lucente, oppure nera e insidiosa, soprattutto se al suo interno le divinità dei miti di Chtulhu hanno avuto modo d’insediarsi, portando follia e malvagità dove prima regnava solo positività e solarità.

Per molto tempo, nel Castello d’Onice s’era insediato uno degli dèi più tremendi del pantheon maledetto, lo scaltro e muta-forme Nyarlathotep, conosciuto come il Caos Strisciante.

Randolph Carter, nel suo viaggio alla ricerca di Kadath, fu costretto ad affrontarlo in diverse prove, ma è solo con l’astuzia che riuscì a sconfiggerlo: condotto a dorso di un orribile Shantak verso i gorghi siderali, grazie all’aiuto del dio benevolo Nodens e del gas violetto S’ngac, Carter riuscì a sfuggire alle grinfie del Caos Strisciante e a batterlo sul suo stesso terreno.

Quel che rimane della divinità si può ammirare nel Castello d’Onice ma sicuramente si sarà riciclato in qualche altra forma: Carter è sicuro che abbia dato molte ispirazioni a personaggi storici come Adolf Hitler o Aleister Crowley.

Questa volta grazie all’ausilio di uno Shantak, altre creature alate spettacolari, facciamo ritorno ai 700 gradini. Qui vedo una lacrima balenare sul viso di Randolph, il quale ricorda con dolore la morte del suo amico Warren, disceso da sveglio lungo la nera scalinata e mai più ritornato. L’ultimo suo messaggio era stato di preoccupazione per l’amico affinché si mettesse in salvo, ma le sue urla e la risposta non umana dall’altro capo dell’apparecchiatura telefonica con cui si tenevano in contatto, aveva lasciato ben poca speranza.

Saluto Carter con un abbraccio, promettendogli che quanto prima tornerò nella Terra del Sogno, magari usando un po’ di polvere di fata e tanta fantasia.

Il meditabondo ometto mi regala la sua pipa e mi saluta con calore, mentre mi avvio lungo la scalinata e un rumore sordo mi fa spalancare gli occhi.

Fuori sta piovendo e penso per un attimo che sia stato tutto un sogno… ma fra le mani stringo una vecchia pipa che sono sicuro di non aver mai posseduto prima.

Redazione
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