Si viaggiare. Per esempio nella terra di Gorre con Lancillotto del Lago

una pillola di Fabrizio Astrofilosofo Melodia

Non è da molto che le fate mi hanno riaccompagnato da Avalon nelle terre di Britannia, dove ho potuto consumare un lauto pasto e godermi gli splendidi ed emozionanti tornei dei più valorosi cavalieri della tavola rotonda.

Davanti a una buona birra e con un arrosto ben consumato, gli animi si sciolgono e davanti al fuoco si è propensi a lasciarsi andare ai racconti, come quello di cui venni a conoscenza dalla bocca nientemeno di Sir Lancillotto del Lago, ogni tanto interrotto dalle bevute e da una nostalgia abbastanza canaglia.

Mi raccontò di come fosse arrivato a Camelot, sotto le sembianze di un cavaliere dimesso, dopo un periodo molto difficile in cui il suo onore aveva vacillato.

Lancillotto venne introdotto alla corte di Artù a seguito di Galvano, il più cortese dei cavalieri, giusto in tempo per assistere al rapimento della bella regina Ginevra da parte del malvagio Meleagant, figlio del re Bademagu, sovrano dell’oscura terra di Gorre, meglio nota come “la terra da cui non si ritorna”.

Sentendosi frustrato per aver fallito il primo salvataggio, Lancillotto del Lago, insieme al nobile Galvano, volle recarsi personalmente in quella terra, pur essendo stato messo in guardia riguardo alla perigliosità dell’impresa.

Lancillotto e Galvano, consci ma incuranti del pericolo, s’avviarono a ovest di Camelot e dopo molti giorni di viaggio arrivarono ai due ingressi di quel mondo.

Il primo era un “ponte acquatico”, largo solo un piede e mezzo e sommerso in un fiume vorticoso e l’altro, percorso non senza difficoltà dai due prodi cavalieri, era il “ponte della spada”, formato da una lunga lama tagliente sospesa sopra un abisso, di cui aveva parlato anche lo scrittore Hermann Hesse nel bellissimo romanzo “L’ultima estate di Klingsor”.

Galvano, ignorando gli avvertimenti di Lancillotto, tentò di attraversare il “ponte acquatico”, venendo trascinato sul fondo dal peso dell’armatura, salvato per il rotto della cuffia dal suo coraggioso compagno.

Lancillotto non si scoraggiò per niente, e, spogliatosi quasi completamente, ferendosi atrocemente mani e piedi, riuscì nell’intento di superare il ponte della spada.

Lancillotto fronteggiò in singolar tenzone l’abile Meleagent, sconfiggendolo in un duro scontro senza esclusioni di colpi, liberando Ginevra e meritandosi il suo amore eterno.

E quello fu l’inizio della fine, come ebbe modo di concludere il tormentato Lancillotto, prima che i fumi alcolici della birra avessero la meglio su di lui.

Il suo amore galeotto fu una delle cause scatenanti della fine di Re Artù e del reame di Camelot, unito però all’ossessione arturiana per la mitica coppa che doveva contenere il sangue di Cristo, il Santo Graal, il quale fu al centro per molto tempo di una perigliosa e infruttuosa cerca di tutti i cavalieri di Artù, lasciando il tempo a Mordred di effettuare il suo colpo di stato.

Ma questa è un’altra storia, la racconterò un’altra volta.

Butto un po’ d’acqua sul fuoco, per spegnerlo, mentre accompagno Lancillotto del Lago nelle sue stanze, mentre noto sul suo comodino la presenza di un libro dalla copertina in pelle finemente decorata, una copia del poema “Lancelot du Lac”, probabilmente del 1176-77, scritto da Chretien de Troyes.

Lo prendo e inizio a leggerlo alla luce di una candela, l’indomani sarebbe iniziata la cerca dal Graal ed era meglio essere preparati.

Redazione
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