Sicurezza: fra destra militarista e sinistra confusa
di Danilo Tosarelli
PREMESSA
Questa è l’epoca del relativismo. Vale tutto e l’esatto suo opposto. I social sono quanto di più devastante esista.
Ci trovi lo studioso che parla di quella questione con cognizione di causa e quello che bellamente lo smentisce.
E’ sempre più difficile crearsi un’opinione. Prevale ignoranza, superficialità e lo smarrimento in chi ricerca la verità.
Io, senza pretese, cerco di formarmi delle opinioni sorrette da studio ed approfondimento. Non ho mai la verità in tasca.
Amo sempre contestualizzare. “Maestri” ne ho già trovati troppi sulla mia strada ed i risultati non sono stati eccellenti.
L’ABC… NON E’ COSI’?
A chi non piacerebbe una società, che può fare a meno della Polizia e magari anche dei Tribunali? Un Paradiso.
Una società dove ogni cittadino conosce bene i propri diritti, ma anche i propri doveri? E qui mi soffermerei.
Una società dove ogni cittadino ha stampato in testa, che la mia libertà può arrivare fin dove non inizia la tua?
Sarebbe una società perfetta, dove non c’è bisogno di chi è preposto a far rispettare le regole che ci si è dati.
Che bisogno ci sarebbe della Polizia? Tengo a precisare che anche una società socialista ha bisogno della polizia.
E invece non va così. Esistono delle regole, ma c’è chi quelle regole ha deciso di non rispettarle. Per vari motivi.
I motivi sono interpretabili, ma se quella collettività si è autoregolamentata con delle leggi, quelle leggi vanno rispettate.
E visto che non siamo la società perfetta che citavo, le norme servono proprio per definire i confini tra diritti e doveri.
Chi deve garantire il rispetto di queste regole? Qualcuno deve necessariamente intervenire. Entra in gioco la polizia.
E qui si apre la grande questione, sul ruolo che la polizia deve svolgere. Quale correlazione tra polizia e democrazia?
La tragica morte di Fakir a Bologna ed i 25 anni dal ricordo di quanto accadde al G8 di Genova, hanno riacceso i riflettori.
Si ritorna a parlare del ruolo che la politica svolge nel gestire l’ordine pubblico. Oggi è il governo Meloni che decide quale.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Io credo che occorra competenza per giudicarli. Invece prevalgono le tifoserie politiche.
A me interessa approfondire la questione, mettendo in campo idee e proposte diverse, perchè solo così si crea l’alternativa.
E solo così si può iniziare a ragionare con cognizione di causa sulla sicurezza. Argomento che non può avere dei confini.
PUO’ ESISTERE UNA POLIZIA DEMOCRATICA?
In una parte consistente della sinistra, esiste un forte pregiudizio nei confronti di chiunque indossi una divisa di polizia.
“L’idea portante è quella che le Forze dell’Ordine sarebbero per natura, il braccio di un potere ostile. Nè più nè meno che dei moschettieri del Re. La critica è legittima e spesso indispensabile, ma la deligittimazione generalizzata è un veleno lento che erode la disponibilità alla collaborazione.” Dal libro “Contro la paura” scritto da Carlo Bonini e Franco Gabrielli.
Io, che ho indossato una divisa di polizia, non mi sento un moschettiere del Re. Il vero antidoto? I poliziotti democratici.
Il processo di smilitarizzazione della nostra polizia porta la data dell’anno 1981 con la legge 121. Fu una scelta di civiltà.
Diede il diritto ai poliziotti di avere rappresentanza sindacale e di non dover subire solo e soltanto gli ordini della gerarchia.
Peccato che la realtà ci impone di accettare una regola ferrea. Non esistono conquiste democratiche che restano intangibili.
I tragici fatti del G8 di Genova hanno mandato all’aria quanto di buono si era costruito nel rapporto tra polizia e cittadino.
I provvedimenti ed i decreti del governo Meloni, stanno ridisegnando il volto della sicurezza pubblica. Il G8 ha fatto scuola.
Il manganello sta sempre più sostituendo una gestione professionale dell’ordine pubblico. Non posso non citare Gabrielli.
“Parliamo della qualità della prevenzione, della lettura del contesto, dell’intelligence di piazza, della coerenza fra informazioni
disponibili e comando tattico. Ignorare colpevolmente questi elementi agevola forme varie di violenza e le vulnerabilità organizzative diventano moltiplicatori di danno. Cresce la frustrazione nei reparti impiegati nell’ordine pubblico, si restringe lo
spazio della de-escalation, aumentano gli errori e la degenerazione diventa un esito più probabile”.
E’ possibile far fatica a comprendere le considerazioni di Gabrielli. Appaiono forse troppo tecniche e teoriche. Non è così.
La gestione dell’ordine pubblico in piazza è certamente difficile e comporta grandi responsabilità. Ma è la politica che decide.
La polizia italiana ha grandi tradizioni operative, costruite in decenni di esperienze e mediazioni. Oggi l’ordine è “accantonare”.
Emblematico quanto disse quel poliziotto a La7, subito dopo gli scontri avvenuti a Torino il 31 gennaio 2026 per Askatasuna.
“Da qualche anno si è interrotto il dialogo con i centri sociali e l’antagonismo in generale. Nelle manifestazioni nazionali si arriva allo scontro sempre più velocemente. E’ saltata la mediazione. Prima si cercavano dei punti d’incontro. Ognuno cedeva qualcosa e si conteneva la piazza.. L’indirizzo politico di oggi è quello di non parlarci”
Dobbiamo essere chiari, perchè questo è un concetto essenziale per la democrazia. Manifestare è un diritto costituzionale.
So che per chi indossa una divisa non è mai un piacere presidiare la piazza, anzi è una grande fatica, ma questo è il dovere.
Non può essere che l’ordine pubblico venga gestito, da chi considera lo spazio di mediazione una scelta di inettitudine. Mai.
Si deve privilegiare l’uso del cervello e non quella dei muscoli. Chi sceglie la forza come ultima opzione è forse un debole?
Questo governo ha già fatto capire da che parte sta. Peccato che le conseguenze le paghino tutti, anche gli agenti di polizia.
Non è accettabile che ogni protesta venga strumentalizzata dalla destra. Fa comodo dividere i cittadini in amici e nemici.
“Il dissenso diventa una minaccia da debellare o un diritto da proteggere?” La risposta fa la differenza e orienta la politica.
Non può essere che la piazza diventi un terreno di scontro e non un luogo di espressione democratica. Bisogna seminare.
Ogni situazione va contestualizzata. Ma non è utile, tracciare un confine tra chi è sempre pro polizia e chi è sempre contro.
IL DISAGIO PSICHICO E LA POLIZIA
In Italia ci sono circa un milione di persone che sono in cura presso i servizi pubblici di salute mentale. Ci sono altre stime.
Sono 8,3 milioni (16% della popolazione) gli italiani che soffrono di disturbi psichici. Sono numeri che spaventano, eccome.
I disturbi psichici sono in aumento. Le cause sono lo stress sociale, l’incertezza economica, l’uso massiccio dei social. E poi?
Il cancro si chiama “solitudine moderna”. E’ devastante e dovrebbe diventare una guerra da combattere giorno per giorno.
La riduzione delle reti di supporto e dei rapporti umani reali, indebolisce la capacità di affrontare i momenti difficili della vita.
Il caso di Abderrahim Fakir a Bologna, è solo l’ultimo dei casi drammatici che evidenziano una grande questione, mai risolta.
Spesso, la pattuglia si trova di fronte un soggetto “non collaborativo”, ovvero in stato di alterazione psicofisica o mentale.
Purtroppo, mancano protocolli di intervento che stabiliscono strategie di interazione con tali soggetti. Si ricorre alla coazione.
Agli agenti viene insegnato che conta innanzitutto “impacchettare” l’individuo. Peccato, che ne paghino loro le conseguenze.
Davvero pensate, che un poliziotto affronti con leggerezza una situazione che riguarda la vita di un cittadino, ma anche la sua?
Ho sempre rifiutato la narrazione che ama la destra. Chi indossa una divisa è considerato un eroe che si sacrifica per la patria.
Basta con queste fregnacce, che risultano controproducenti per l’operatore stesso. Il poliziotto è un lavoratore innanzitutto.
Che non chiede sconti, ma pretende uno stipendio dignitoso e tutte le tutele riguardanti anche le sue condizioni psicofisiche.
La cultura militarista che teoricamente e praticamente appartiene alla destra, provoca gravi danni tra gli operatori di polizia.
La fragilità è considerata una colpa. Chiedere aiuto è un’ammissione di inadeguatezza. Prevale spesso la scelta del silenzio.
Quel silenzio diventa la prima regola di sopravvivenza professionale, ma quel silenzio spesso può portarti al gesto estremo.
Sono frequenti i suicidi tra gli appartenenti alle Forze di polizia, ma nessuno ne parla. 2,5 volte superiori a quelli tra i civili.
Ho voluto raccogliere degli sfoghi tra alcuni lavoratori di polizia. Francamente c’è grande lucidità e grande consapevolezza.
“La nostra formazione è insufficiente. Una parte rilevante dei nostri interventi riguarda persone con gravi fragilità psichiche o in acute sofferenze mentali. Spesso abbandonate. La politica tutta ha lasciato deteriorarsi negli anni la salute mentale, i servizi sociali, la prevenzione. Quando tutto ciò accade, paga chi arriva per ultimo. Noi. Quando la situazione è ormai compromessa, il volto dello Stato che incontrano è una pattuglia. E’ più facile dare la colpa al poliziotto. Paghiamo noi il fallimento del sistema.”
UN NUOVO RAPPORTO TRA CITTADINO E POLIZIA.
Tuttora sostengo che “quando indossi una divisa, quella ti rimane cucita addosso per tutta la vita” ma ciò non mi rende cieco.
Non mi sentirete mai dire ” io non mi pentirò mai di stare sempre e comunque dalla parte delle forze dell’ordine”. E’ da beceri.
Lo lascio dichiarare a Salvini e ai tanti esponenti del governo Meloni, che tra l’altro non hanno mai indossato una divisa.
Chi ha vera consapevolezza del ruolo svolto dalla polizia, non può permettersi di non vedere gli errori commessi, anche tragici.
Aspiro ad un’idea di sicurezza, che non possa prescindere dal ruolo determinante svolto dalla polizia. E’ in campo la politica.
Oggi viene chiesto ai lavoratori di polizia di essere l’interfaccia di una conflittualità che la politica sceglie di voler perseguire.
Questa scelta, politicamente strumentale, espone gli operatori in prima linea. La politica saggia dovrebbe disinnescare, o no?
La deriva militarista che questo governo sta imponendo, è per me poco lungimirante. Lo fa per fini elettorali di breve periodo?
Certo è, che una polizia percepita come nemico, lede in profondità il rapporto di fiducia che non può mancare con il cittadino.
Riporto le dichiarazioni di Nicola Rossiello, segretario del SILP CGIL. “L’efficacia del lavoro in polizia, in un ordinamento democratico, si fonde indiscutibilmente sulla fiducia dei cittadini. Una forza di polizia percepita come occupante, ottiene silenzio
ed ostilità e finisce per lavorare peggio. La polizia civile ci ha impiegato 40 anni per conquistare un capitale di fiducia dei
cittadini, che ci guardavano con diffidenza. La sindacalizzazione ottenuta nel 1981 aveva tra i suoi obiettivi quello di non risultare un corpo separato che guarda con sospetto il cittadino. Il rischio vero è che tutto ciò venga buttato alle ortiche.”
LA MIA SICUREZZA. E’ QUELLA DELLA SINISTRA?
Sono d’accordo con Gabrielli quando sostiene che “la sicurezza deve essere intesa come un bene comune”. Oggi non è così.
La destra l’ha fatta sua e non ammette interpretazioni diverse dalla sua. Utilizza ogni episodio di cronaca per calcare la mano.
Decreti su decreti non hanno portato a risultati tangibili. Bisogna agire sulle cause e non utilizzare gli effetti per discriminare.
Ammetto che la sinistra è indietro anni luce, risultando spesso muta ed impotente, ma altro è condividere l’incompetenza.
La sicurezza è un argomento complesso, che deve tenere in considerazione l’aspetto tecnico, giuridico ed umano. E’ difficile.
La retorica securitaria privilegia l’annuncio, perchè è immediato e riscuote l’interesse dei suoi tifosi politici e degli ignoranti.
Ma se poi, l’elaborazione successiva porta solo ed esclusivamente ad aumentare le pene per quel reato, non ci siamo.
Il panpenalismo ha già dimostrato la sua inefficacia. Non lo dico io, bensì fior di giuristi che ridicolizzano il ministro Nordio.
Tutto ciò sta facendo gravi danni anche agli operatori di polizia, che si rendono conto che tali scelte ledono la loro credibilità.
Riconosco a Franco Gabrielli di aver fatto un pregevole sforzo di elaborazione e di proposta nel suo libro, di cui c’era bisogno.
Non vorrei restasse una chimera. Mi chiedo se qualcuno a sinistra, lo abbia letto con la mia stessa bramosia ed attenzione.
“La sicurezza deve essere fondata e costruita su legami e responsabilità reciproche. Non chiedere al cittadino di scegliere una tribù ” O con chi sta in divisa oppure contro”, ma di aderire ad un patto. Io riconosco la legittimità della funzione che esercita chi indossa una divisa e tu Stato riconosci la mia dignità, i miei diritti, la mia voce.”
La questione sicurezza è certamente una “brutta gatta da pelare”, ma la sinistra vuole iniziare a lavorarci seriamente? DEVE.
Il securitarismo contemporaneo è figlio della crisi del welfare, della disaffezione politica, della frammentazione sociale.
In una società impoverita di legami umani e strumenti di partecipazione, la paura diventa il collante più facile. Nasce il nemico.
Il nemico lo si individua nel migrante, il povero, il marginale, il dissenziente. Figure che il sistema squalifica, perchè “diversi”.
Si preferisce trascurare o reprimere, perchè l’inclusione comporta sacrifici, comprensione, impegno, senso di solidarietà.
E’ molto più facile, affidare al penale la soluzione di ogni problema riguardante il rapporto con le “diversità”. La sinistra dov’è?
Bisogna urlare al mondo che la sicurezza cresce dove crescono le relazioni. Dove si costruisce fiducia, diminuisce la paura.
La sinistra deve rivendicare “un’idea alta della sicurezza” e non lasciarne il monopolio alla destra. Serve controinformazione.
Non ci può essere sicurezza dove persiste il lavoro precario. Non ci può essere vera sicurezza, se la casa è ormai un lusso.
Non ci può essere sicurezza, se c’è il rischio che ogni giorno tu possa non tornare dal lavoro. I morti sul lavoro sono troppi.
L’Osservatorio indipendente di Bologna cita 1450 vittime nel 2025. Per incidenti stradali, nel 2025 ne sono morti invece 2868.
Di quale sicurezza stiamo parlando, se devi aspettare anche un anno per ottenere una visita medica o un intervento chirurgico?
Esistono delle alternative al securitarismo. Vanno diffuse con autorevolezza, utilizzando una comunicazione fluida ed efficace.
La destra ha il vento in poppa, grazie al suo sapiente populismo, ma la sinistra può recuperare terreno rilanciando alla grande.
Diamo l’opportunità ai tanti operatori di polizia scontenti, di esprimere il loro dissenso. La loro voce non viene mai ascoltata.
in politica c’è un’abitudine pessima. Il politico si sostituisce al diretto interessato. La politica fa finta, ma poi si disinteressa.
Si torni ad urlare, che una società diventa più sicura se lascia meno persone sole. Non è più sicura solo se punisce di più.
Quale miglior risposta, a questo securitarismo soffocante della destra? Potrei mai restare indifferente?
LE IMMAGINI SONO STATE SCELTE DALLA REDAZIONE DELLA BOTTEGA. Il muro è “anonimo”, la striscia in alto invece che chiama in causa Salvini è del nostro Chief Joseph: non recentissima ma comunque valida perchè comunque Salvini è sempre lui o persino peggio.

