Sri Lanka messo in ginocchio: una piccola…

… storia di solidarietà. Testimonianza di Samuele Perrotta.

PARADISE LOST
Testimonianza diretta da uno Sri Lanka messo in ginocchio

Mi chiamo Samuele, ho 29 anni, originario di Varese, per la precisione Induno Olona. Lo scorso novembre ho lasciato l’Italia con un biglietto di solo andata per l’Asia alla ricerca di nuove opportunità e per poter conoscere stili di vita e culture alternative al modello occidentale. Sono arrivato in Sri Lanka a fine novembre 2025 e dopo appena due giorni l’isola è stata abbattuta dal ciclone Ditwah. Ciò che più mi ha sorpreso è che in quel momento in cui avevo estremo bisogno di supporto in un luogo a me sconosciuto, non ho fatto fatica a trovare aiuto. Davanti a me non c’era una sola mano tesa ma molte di più. E così è stato anche nei mesi a seguire. Ora tocca a me provare a dare un aiuto…

Quando tre settimane fa sono rientrato al villaggio di Trincomalee, dopo un viaggio conoscitivo nell’isola, non potevo credere ai miei occhi: le serrande dei negozi e dei ristoranti chiuse, le strade deserte e le poche persone del posto con il volto corrucciato. La chiamata di Kisho mi aveva fatto presagire che le cose stessero degenerando ulteriormente ma non immaginavo di trovare una situazione così critica. La sua è stata una chiamata d’aiuto, di quelle che non ti aspetti, e sentendo una nota di urgenza nella sua voce mi sono fiondato da Arugam Bay a quella che negli scorsi tre mesi è stata per me una seconda casa, il villaggio di Uppuveli Beach. Dopo un lungo viaggio – ho dovuto prendere ben tre autobus perché la linea diretta è stata recentemente interrotta – ad accogliermi davanti al piccolo ristorante di Trincolanka trovo il caro Kisho. Sembra proprio lì in attesa del mio arrivo, come un cane che attende il suo migliore amico. Mi guarda incredulo quando lo saluto entusiasta di rivederlo. Sembra abbia visto un fantasma. I suoi occhi, che avevo conosciuto sempre gioiosi, sono spenti e l’immancabile sorrisone è appena accennato sul suo volto. Kisho era irriconoscibile.

A quel punto la distanza si rompe: ci diamo un abbraccio come vecchi amici e con un gesto della mano mi fa cenno di entrare nella semplice casa-ristorante della sua famiglia, dove intravedo sua moglie, Nayomi, sbucare dalla cucina. Anche lei ha uno sguardo perso nel vuoto, pare agitata come non l’ho mai vista prima. Mi accenna un sorriso stentato. D’un tratto, sento comparire dietro di me qualcuno. Mi volto e vedo il piccolo Godfrey che sfreccia come suo solito su una bici che è il doppio di lui. Subito dopo sbuca la minuscola Liana sotto le cure di Kevin, il fratello maggiore, che si affacciano dal corrimano del piano superiore – lì dove stanno le loro stanze da letto – incuriositi da quel vociare di sotto. Tutti e tre mi vengono incontro gioiosi formando un cerchio intorno a me. Sento un mix di felicità e incredulità, come fosse tornato un familiare stretto dopo una lunga trasferta. Effettivamente, son passate tre settimane dall’ultima volta che ho giocato con loro.


Kisho mi fa accomodare col suo fare sempre gentile e mi offre una tazza di tè srilankese.

Cosa succede?”, gli chiedo senza girarci troppo intorno. Kisho si siede davanti a me, incrocia le dita delle mani , fa un sospiro alzando gli occhi al cielo e con voce ferma mi dice: “Siamo nei guai. Non sappiamo più come andare avanti. Qui la voglia di lavorare c’è ma ‘no people’.” Ora il suo volto si incupisce ulteriormente: “Non riusciamo a pagare l’affitto e le bollette da due mesi e poi, sai, ci sono le spese per mandare i bambini a scuola, il cibo e lo stretto necessario per continuare a vivere.”

In quel momento Kisho era per me irriconoscibile: dell’omone sempre scherzoso e fiducioso nella vita a cui ero abituato non riuscivo a coglierne traccia. Mi appariva come un uomo messo in ginocchio e in preda a una paura viscerale di non farcela, quella di un padre di famiglia che non sa più come prendersi cura delle persone che ama.

Abbiamo bisogno del tuo aiuto”, dice con voce strozzata come se fosse la cosa più difficile che potesse chiedere. “Certo, sono qui per voi”, lo rassicuro, “avete fatto così tanto per me senza chiedere mai nulla. Mi sono sentito accolto come un figlio nella vostra famiglia. Come potrei voltarvi le spalle ora che siete voi ad aver bisogno d’aiuto?”

Apro di scatto il portafoglio e gli porgo una piccola somma che sapevo avrebbe, per lo meno, dato loro la possibilità di ripartire. “No, my friend. Non posso accettare questo da te. Sei sicuro? Anche tu non stai più lavorando come noi. Come farai?”

Non preoccupatevi. Ho amici e familiari dall’Italia che possono sostenermi in caso di bisogno. Te l’ho detto: ora tocca a me aiutarvi!”

Il prossimo mese te li restituisco. Promesso.” “Non c’è bisogno amico mio.”

Quella di Kisho e la sua famiglia è solo una delle tante storie che potrei riportare e che in questo momento accomuna tante persone di quest’isola. Dopo lo scoppio della guerra in Iran, lo scorso 28 febbraio, l’afflusso dei turisti si è improvvisamente interrotto e non è mai più ripartito. La stagione che ristoratori, negozianti e alberghieri attendevano con trepidazione in alcune località non è mai stata inaugurata dopo mesi di pausa forzata – stagione monsonica. A tutto ciò si accompagna l’aumento dei prezzi della benzina che ha generato un raddoppio del costo del cibo, dei trasporti e dell’elettricità. Corre voce, inoltre, di un possibile lockdown energetico di emergenza per far fronte alla difficoltà di rifornimento di combustibili fossili – fonte dominante per la generazione elettrica di base – dai rifornitori principali, tra cui primeggia l’Iran e i paesi del Golfo Persico. Il clima è teso non solo a Trincomalee – la mia base operativa – ma anche in note località turistiche, che ho avuto modo di visitare nelle scorse settimane, come Kandy, Nuwara Eliya, Ella e Arugam Bay alle prese con le stesse difficoltà. Insomma, chi sopravvive anche grazie al turismo non sa più come procurarsi da mangiare e accedere ai servizi base. L’isola serena su cui sono sbarcato cinque mesi fa è un mero ricordo.

Nonostante tutto, percepisco con ammirazione la forza di un popolo che rimane unito e solidale, che fa del senso comunitario il suo “super potere” in tempi di crisi. Quella stessa qualità che ha permesso loro di rialzarsi, ricostruirsi e continuare a seguito dello tsunami del 2004, la fine della guerra civile nel 2009 e il recentissimo ciclone Ditwah che ha colpito l’isola lo scorso 28 novembre. E rimango piacevolmente sorpreso nel vedere, passeggiando lungo le strade semideserte di Uppuveli Beach, i festeggiamenti di alcune famiglie per l’apertura di nuove attività, nella fede e fiducia che presto le cose andranno meglio.

Se qualcuno è interessato a dare una mano concreta, può sostenere la famiglia di Kisho partecipando all’apposita campagna crowdfunding, che scade il 21 maggio: https://gofund.me/f4bf024e4

Samuele P. Perrotta, Trincomalee, 12/5/2026

 

Informazioni sull'autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *