Su «Presi nella rete» di Raffaele Simone

di Gian Marco Martignoni

Se con «La Terza Fase» (Laterza) Raffaele Simone ottenne un inaspettato successo editoriale affrontando il tema delle forme di sapere che stiamo perdendo parallelamente alla diffusione planetaria dell’informatica e della telematica, ora con il recente «Presi nella Rete» (Garzanti, pagg 228 € 17) mette a fuoco il gigantesco processo di «esattamento della specie» innescato dalla modernità tecnologica, senza timore di remare controcorrente.

Cosa Simone intenda per esattamento è presto detto: immersi come siamo in quella tempesta culturale generata dalla mediasfera, vero e proprio demone incantatore, «funzioni e bisogni prima inesistenti vengono alla luce e diventano perfino urgenti appena si rende disponibile un mezzo tecnico capace di soddisfarli».

Per avere un’idea di quale «gigantesca catena di esattamenti» la mediasfera dia luogo in maniera ossessivo-compulsiva, basti pensare in cosa sono prevalentemente indaffarati gli utilizzatori di qualsiasi dispositivo mediatico in una sala d’aspetto, in una corsia d’ospedale, in una carrozza di un treno o di una metropolitana, confrontando questa visione con i comportamenti dei frequentatori di quegli stessi luoghi prima dell’avvento dell’era globale, che per Simone è databile con la metà degli anni Ottanta del Novecento.

Innegabilmente la lettura di un libro o di un giornale, così come una normale conversazione, sembrano abitudini e gesti riservati a una sicura minoranza, perché con la complicità anche dell’incremento del consumo televisivo, su cui ha insistito mirabilmente Giovanni Sartori in «Homo videns. Televisione e post-pensiero», si è determinato paradossalmente un processo planetario di disaffezione nella lettura, a fronte del prevalere della visione non alfabetica.

Una regressione confermata anche dal recente saggio di Fabrizio Tonello «L’età dell’ignoranza», in cui si rileva come Internet per ragioni di carattere commerciale sia diventato uno strumento che restringe gli orizzonti individuali, piuttosto che allargarli.

Al punto che questa regressione ha riflessi assai pesanti sulla capacità e qualità di interpretazione del reale e la trasmissione delle conoscenze, nonché l’acquisizione di un sapere frutto di un processo «sistematico, disciplinato e metodico», poiché il prevalere di un sapere puramente tecnico e strumentale mette in discussione addirittura la scuola come luogo deputato alla formazione e le modalità stesse della formazione.

Si determina, infatti, uno scontro fra paradigmi, con la delegittimazione di quello tradizionale che richiedeva un apprendimento continuo e paziente nel tempo, mentre quello attuale è contraddistinto dall’interruzione e dall’impazienza .

Pertanto, non solo l’esopaideia prevale sull’endopaideia, ma la digitalizzazione del mondo produce «la sostituzione di un mondo reale con un mondo tecnicamente falso», per cui – riprendendo le felici intuizioni del situazionista francese Guy Debord – il dominio della finzione incrina il mito intrinsecamente positivo e liberatorio attribuito alla rete informatica.

Non a caso Simone conclude la sua riflessione concentrandosi sul nodo della democrazia digitale e dei fenomeni politici di massa avvenuti recentemente nei paesi del Mediterraneo, in Spagna con il movimento degli Indignados, a Londra nei moti dell’agosto 2011, in quanto esplosi anche in virtù dell’interattività che contraddistingue i nuovi media.

Interattività che permette al movimentismo reticolare di produrre forme nuove di espressione dell’opinione pubblica e della partecipazione politica, senza avvalersi di strutture di mediazione, ma soprattutto avversando radicalmente la forma partito.

Non mancano però gli interrogativi sulla continuità nel tempo e quindi la durata dei movimenti reticolari, perché forte è il rischio di una loro estrema volatilità e sul piano democratico di un controllo che può essere esercitato dall’alto piuttosto che dal basso dalla loro dinamica concreta.

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