Theodore Sturgeon, alla ricerca dell’uomo ottimale

di Antonio Caronia (*)

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Se c’è un autore che ha cercato di dimostrare pressoché in tutta la sua opera, che i diversi, gli anormali, quelli che, sulle labbra o nel cervello dei “normali” sono gratificati spesso e volentieri del titolo di “mostri”, possono ben essere in realtà i migliori fra noi, quello è Theodore Sturgeon.

A lui dobbiamo alcuni fra i ritratti e le storie più belle che ci abbia dato la fantascienza su questi “mostri”: dalle deformità della gente del circo («Cristalli sognanti»)1 agli idioti e i mongoloidi («Nascita del Superuomo») fino agli omosessuali («Venere più X, Un mondo proprio perduto»). E questo, badate bene, ben prima della new wave, la controcultura, il ’68: «Cristalli sognanti» è del 1950, del 1953 «Nascita del Superuomo». Di questo sarebbe ingeneroso non essergli grati; come di aver introdotto (anche stavolta, in tempi che in generale non erano troppo propizi a queste cose) una cura e una raffinatezza stilistica ben più corposa dell’autocompiacimento manierato e a lungo andare vagamente nauseabondo di Bradbury. Ma questi sono del resto risultati acquisiti dalla critica, e non vale la pena di fermarcisi sopra oltre. Quello che, per una volta tanto, sarà bene fare è andare a vedere il più impietosamente possibile i limiti della sua opera e della sua concezione.2 Limiti che, se non ho capito male, non mi sembrano precisamente quelli indicati da Curtoni e Lippi in un recente libro: mi sembra almeno impreciso (e fuorviante) dire che “il limite massimo di tutta la sua produzione” consiste in “un vago umanitarismo di base che non è affatto sorretto da una concreta ideologia politica”3. La conseguenza che (sicuramente contro il parere dei suddetti autori) se ne potrebbe trarre è che “una concreta ideologia politica” (insieme con un buon stile) garantisce la validità delle opere; e anche se a “ideologia politica” si aggiunge il complemento “di sinistra” questa è una tesi che non ci trova proprio d’accordo (anche se pseudo-critici e fanzinisti di tutta Italia – cattivi lettori ma anche cattivi ideologhi, cosa di cui da tempo siamo convinti – si ostinano ad attribuirci nei loro bollettini interni questa e altre peggiori nefandezze).

Qual è dunque, quale può essere il limite di Sturgeon? Il discorso che Sturgeon costruisce, opera dopo opera, sul mutante, è pressappoco il seguente: “Noi abbiamo, chi dice un decimo, chi due terzi del cervello, che non usiamo, o che usiamo ma senza sapere perché. E se non lo scopriamo e non esercitiamo queste capacità, potrebbero scomparire”4. Bisogna dunque cercare l’”uomo ottimale”; il quale, d’altronde, può già vivere tra di noi. Ma noi rischiamo di non accorgercene, perché la veste sotto cui si nasconde può essere la più varia. Ed è sempre più probabile che l’”uomo ottimale”, o il suo diretto antenato, sia appunto un anormale, un marginale, un “mostro”. Uno insomma, che faticherà non poco a farsi “accettare” dagli altri, dai normali: e da qui il rischio, il rischio di perdere questa “mutazione benefica” senza che abbia potuto svilupparsi appieno. L’ “uomo ottimale” di Sturgeon rappresenta, nella pienezza del suo sviluppo, un’altra specie? A volte pare di sì, a volte di no. Il Robin English di «Maturità» (1947)5 non è che un essere umano particolarmente dotato, a cui un intervento chirurgico permette di raggiungere livelli di comprensione eccezionali, come del resto il Gorwing di «Gente» (1960)6 che la telepatia condanna a percepire i bisogni più segreti di tutti; a metà fra l’umano e l’alieno è Horty, che i cristalli hanno copiato da un essere umano dotandolo però di poteri eccezionali7, mentre in «Nascita del superuomo» (1953)8 l’interazione di cinque umani apparentemente subnormali o disadattati dà luogo ad una nuova specie, l’Homo Gestalt. Ognuno di questi personaggi (ai quali limitiamo, per comodità, le esemplificazioni) deve, in genere, percorrere la lunga strada dell’apprendistato, deve conquistare la comprensione della sua vera natura, che il rapporto con gli altri ostacola.

Ora la “filosofia” di Sturgeon, la sua visione del mondo, è largamente ispirata ad un materialismo un po’ vago, di stampo prevalentemente neopositivistico. Il suo credo è un evoluzionismo, in fondo, ottimistico: egli è segretamente convinto che l’umanità finirà per imboccare la strada della mutazione positiva, e, al limite, del suo superamento come specie. Naturalmente Sturgeon sa benissimo che l’ostacolo è nell’uomo stesso, perché “tutta la vita terrestre deriva e opera da un solo comando imperativo: sopravvivere!”9. Per questo gli uomini hanno paura dell’Homo Gestalt; mentre Monetre, il Cannibale, è vittima anch’egli (Sturgeon lo accenna appena) dell’invidia dei mediocri per chi è molto superiore a loro. Il fatto è che Sturgeon non ha una chiara percezione dei meccanismi reali, più profondi, di esclusione e di emarginazione. Non ha, insomma, un discorso sul potere: e per questo la rappresentazione della vita dei “diversi” nei confronti del resto della società risulta sempre, in fondo, così astratta: per questo c’è sempre uno stacco così profondo fra la descrizione dei sentimenti, della vita quotidiana, dei rapporti umani immediati, di questi esseri, e le divagazioni filosofico-moraleggianti a cui Sturgeon quasi mai sa rinunciare (questo vale anche per il finale, in genere così apprezzato, di «Nascita del superuomo»).

Forse è in «Maturità», agli inizi della sua carriera, che Sturgeon è andato più vicino che altrove ad una comprensione più profonda dei meccanismi sociali di esclusione dei mutanti. Quando Robin discute sul concetto di maturità con i suoi occasionali amici nei bar, ad un certo punto se ne esce con una frase del genere: “Un piede equino, un occhio cieco, un complesso di Edipo non producono, di per sé, nessun conflitto, ma soltanto in relazione con l’altra gente, con ciò che noi definiamo società. Così ciò che si sforza di compiere la moderna psichiatria è di far maturare i soggetti non in termini di evoluzione individuale, ontogenetica, ma unicamente, e necessariamente, in base ai parametri stabiliti dalla società, la quale di per sé è illogica, non funzionale e immatura”10. E poco dopo suggerisce una definizione della “maturità in termini di una società fatta d’individui, non convenzionale, non oppressiva”. Non è la mancanza di un’ideologia politica precisa che dobbiamo rimproverare a Sturgeon, neppure il suo disinteresse per la politica: è la mancanza di approfondimento degli spunti che qua e là pure si trovano nelle sue opere, la mancanza di profondità del suo discorso sulla società, e, quindi, sull’uomo11.

Dispiace di più, per esempio, che anche in un racconto come «Gente» (in originale «Need», cioè bisogno) Sturgeon sprechi ancora una volta l’occasione, affrontando un discorso così importante (e così vicino oggi, a noi) come quello dei bisogni della gente, e giri intorno al nocciolo del problema, che è quello della struttura dei bisogni individuali e collettivi in rapporto alla società. Ancora una volta l’individualismo è la sua forza (“Le cose di cui la gente ha bisogno e le cose da cui ha bisogno di essere difesa sono cose di tutti i tipi: nessuno di loro è un mostro, se il suo particolare bisogno è diverso dagli altri”)12 ma poi tutto si perde nel bozzettismo di provincia; e la figura del mutante telepatico diventa quella di un simpatico boy-scout che aiuta la gente a risolvere i suoi problemi. Beh: non si può chiedere a Sturgeon più di quello che può dare; gli si può chiedere però, questo sì, di stare un po’ più attento quando si fa intervistare da Sebastiano Fusco e di protestare quando (a sproposito) gli si fa dire che ha le stesse idee di Julius Evola13.

Nota 1: Non ho trovato traccia, in nessun articolo, intervista, prefazione, ecc., di una conoscenza diretta da parte di Sturgeon del film «Freaks» di Tod Browning, che è del 1932. Senza sopravvalutare il parallelismo, alcune affinità sono evidenti.

Nota 2: Forse non sarà sempre più utile, ma sicuramente è sempre più stimolante cercare le magagne degli autori che si amano di più. Nei libri e nei film brutti il marchio dell’ideologia è in genere riconoscibile a prima vista.

Nota 3: V. Curtoni – G. Lippi, «Guida alla fantascienza», Gammalibri, Milano, 1978, p. 119

Nota 4: La citazione è tratta da una contesa intervista rilasciata da Sturgeon allo SFIR del 1976; la riportiamo dall’introduzione a T. S., «La stirpe di Giapeto», Fanucci, Roma, 1978, p. 28

Nota 5: T. Sturgeon, Viano e altri, «Maturità», Galassia 223, CELT, Piacenza 1977

Nota 6: T. Sturgeon, «Gente», in Robot, n. 3, 1976

Nota 7: T. Sturgeon, «Cristalli sognanti», Libra, Bologna, 1973

Nota 8: T. Sturgeon, «Nascita del superuomo», Nord, Milano, 1974

Nota 9: «Cristalli sognanti», cit., p. 226

Nota 10: «Maturità», cit., p. 48

Nota 11: Per non parlare (scusate il giro di parole) del discorso sulla donna: sospetto che un’analisi appena approfondita del modo in cui Sturgeon (e altri autori) tratteggiano i loro personaggi femminili possa essere di grande interesse anche per capire meglio le ragioni più profonde della loro opera. Del resto a critiche da questo punto di vista non si sottraggono neanche le autrici: vedi per tutte Ursula Le Guin, che pure presenta limiti molto meno marcati di Sturgeon, relativamente all’ottica che ho adottato in questo breve articolo.

Nota 12: «Gente», cit., p. 50

Nota 13: V. l’ “a parte” di Fusco nell’intervista già citata, p. 27. Il carattere del tutto gratuito di questa osservazione non ha bisogno evidentemente di essere dimostrato.

(*) ringrazio Giuliano Spagnul per avere “ripescato” questo vecchio articolo – mi era sfuggito, mannaggia – di Antonio Caronia su Sturgeon, autore molto amato qui in “bottega” e infatti trovate numerosi post su di lui (manca però un discorso più orgamico) e anche un paio di “miscellanee” delle sue  citazioni. Aggiungo solamente  che in Italia Theodore Sturgeon è stato poco capito o travisato, all’inizio censurato e tagliato ma anche quasi sempre mal tradotto: mi diceva Riccardo Mancini (il quale al contrario di me conosceva così bene l’inglese da leggere Sturgeon nella lingua originale) che certe volte era tragicomico scoprire quanto alcuni fra i passaggi più importanti dei suoi libri fossero stati travisati. (db)

 

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